L’utero di Dio

 

“La carità non avrà mai fine “. (1Cor 13,8)
“Dio è amore”, scrisse Giovanni, sotto un disegno che mostrava una famiglia felice, una coppia con un bambino a lato, preso per mano, con tanti raggi gialli luminosi.
Giovanni ad ogni colore dava un significato e il giallo per lui esprimeva la felicità, come il verde l’odio, il viola l’invidia.
Straordinari questi bambini che ti aprono le porte del Paradiso!
Ai piccoli infatti sono svelati i segreti del regno.
“Quante cose si possono fare con Gesù!” aveva detto Marco, un altro bambino speciale speciale, non perché l’ho conosciuto io, ma perché tutti i bambini sono speciali quando li osservi, li ascolti e ti fai guidare da loro.
Quando mi sono sposata non pensavo che avere dei figli comportava fatica come quella che mi è rimasta impressa di insegnare a Franco a scrivere nelle  righe, passando dallo stampatello al corsivo.
Ma non sapevo che dai bambini impari a guardare il mondo con altri occhi.
Per fortuna che il Signore mi ha dato un’altra chanche affidandomi i miei nipotini per fare gli esami di riparazione.
Bisogna veramente osservarli i bambini, anzi  diventare bambini e rientrare dell’utero di chi ti ha generato, per vedere svelati i misteri del regno.
Solo così puoi capire i discorsi di Gesù, farli tuoi, diventare come lui  ci ha promesso.
Questa notte, meditando i misteri gloriosi del rosario, non riuscivo a staccare la mente dal pensiero che, per poter contemplare il mistero non lo dovevi guardare da fuori, ma lo dovevi guardare da dentro, da dentro la pancia, dall’interno dell’utero di chi ti ha generato.
Così questa notte ho fatto un trasloco e invece di pensare che dalla terra guardavo il cielo, ho capovolto la cosa e ho pensato che dal cielo guardavo la terra, più che altro dal cuore di Dio guardavo Antonietta e guardavo tutti i suoi figli.
Io galleggiavo leggera nel suo utero.
Dal liquido amniotico mi sentivo cullata, nutrita, amata da Dio Padre, Eterno Amante, dal Figlio Eterno Amato e dallo Spirito Santo, Eterno Amore.
L’accordo della mia famiglia d’origine, la loro comunione, il loro amore facevano sì che mi sentissi al sicuro.
Era una sensazione bellissima perché  finalmente ero felice.
Le parole del Vangelo “ Vi ho suonato il flauto e non avete ballato, vi ho cantato un lamento e non avete pianto” mi sembravano appartenere un passato che non ritorna.
Ero arrivata nella casella del Cristo morto e risorto in quell’assurdo gioco dell’oca dove i dadi mi rimandavano sempre al punto di partenza.
La  meta che mi si prospettava all’inizio come una croce che nessuno ama e che tutti vorrebbero rigettare il mittente, si era  trasformata  in un grande utero accogliente, dove mi sentivo amata, protetta e nutrita per essere portata a perfezione.
Ricordo, quando mi sono sposata, la soddisfazione di cambiare il cognome (allora la legge lo imponeva) perchè dalla mia famiglia mi ero sentita poco amata.
Pensavo che nella famiglia di mio marito quell’amore l’avrei trovato nella sua interezza.
Quanto mi sbagliavo!
Ma nè nella prima nè nella seconda ho trovato l’amore perfetto.
Per questo, senza sapere di stare a cercarlo, ho incontrato il Signore,perché io cercavo l’amore e non Dio.
Ma Dio è amore.
E’ l’amore  che ti riempie la vita, ti dà il coraggio di andare avanti, alimenta la speranza, dà un senso a tutto quello che fai.
Sentirsi amati è sentirsi vivi, in quel caldo e sicuro rifugio che è la Sua casa di carne.
Attingendo alla fonte non puoi non desiderare di fare altrettanto, perché quello che impari nella Sua casa, sei capace di farlo anche tu per le persone che Gli stanno a cuore, tutti i figli che formano il Suo Corpo, la Chiesa.
“La carità non abbia finzioni”, dice San Paolo.
Ad una bimba che assisteva all’incontro prebattesimale dei genitori ho chiesto se sapeva cos’era l’amore e se l’aveva imparato dalla televisione.
Mi ha risposto che l’amore lo vedeva nei suoi genitori perchè anche quando litigano si riappacificano.
Le ho chiesto allora cosa i genitori dovevano insegnare ai figli.
“A fare la pace!”, la sua risposta.

George Edmund Street,Decorazione a piastrelle della navata, 1875 circa. Roma, San Paolo Dentro le mura.

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“Il Tempo è nelle nostre mani nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori”

” Io cancellerò dal mio libro colui che ha peccato contro di me”(Es 32,33)
Quando Dio si arrabbia non mi piace per niente, come succedeva quando mio padre si arrabbiava con noi perchè facevamo cose che non dovevamo fare.
Ricordo di quando girai intorno al tavolo non so quante volte per sfuggire alla giusta punizione per aver mancato di rispetto ad una persona.
Quella volta fu mia madre a salvarmi e anche in seguito la sua mediazione fu risolutiva.
Nella fede abbiamo la nostra Madre celeste che ci ha lasciato Gesù, a cui ci ha affidato, che intercede per noi che siamo degli inguaribili peccatori.
Se poi andiamo a guardare, Dio ha una pazienza infinita e prima di darci un castigo le prova tutte, tanto da sacrificare il figlio Gesù, perchè ci convinciamo che le sue minacce sono per il nostro bene, vale a dire che lui vede dove ci portano le nostre cattive azioni e fa di tutto perchè non cadiamo nel fosso.
Mio padre non era Dio e spesso sperimentavamo i segni lasciati sul nostro corpo di uno schiaffo dato di santa ragione.
Non condanno l’educazione severa che mi ha dato, perchè oggi solo capisco che alla base di ogni rimprovero c’era l’amore per noi figli che voleva preparare alla vita senza che soccombessimo agli inevitabili ostacoli, rimanendo onesti, educati e rispettosi delle regole.
Oggi godo dei frutti dei suoi insegnamenti; ma quanto tempo è dovuto passare perchè me ne accorgessi!
Le esperienze sono state come un lievito o come un seme che è maturato pian piano.
Ho dovuto attendere per capire che essere genitore comporta una grande responsabilità che ti porta a dire no dolorosi ma necessari, pochi in verità rispetto ai tanti sì dettati ugualmente dall’amore.
Oggi mi è più facile capire le parabole del regno, perchè in tutte vedo Dio che opera per il mio bene.
Ma bisogna attendere, non avere fretta.
Il granello di senapa come il lievito hanno bisogno di tempo per mostrare la forza dirompente che è al loro interno.
A noi non piace aspettare e vogliamo tutto e subito.
La nostra civiltà per un verso ci ha portato ad accorciare i tempi d’attesa attraverso le nuove tecnologie, per l’altro non ci ha esonerato dal fare la fila per qualsiasi cosa occorra, al supermercato, in ospedale, in banca, sulla strada e sull’autostrada, ecc. ecc.
Penso che l’arte di attendere è virtù divina per questo Gesù ci invita a non avere fretta e a sperare che tutto si compirà.
Sono capace di attendere?
A questo proposito voglio ricordare le parole scaturite da un incontro che mi ha cambiato la vita.
“Il Tempo è nelle nostre mani nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori”
A Champoluc (dove mi accorsi che i veri malati, i grandi malati non s’incontrano per le strade del mondo, non frequentano salotti perbene, non fanno bella mostra di se nelle vetrine di lusso), senza capirle al momento, me l’ero appuntate su un foglio quelle poche parole che avrebbero cambiato il mio correre in fretta, correre sempre senza mai fermarmi un momento.
La madre di un bimbo piccolo piccolo (…un mucchio di ossa scomposte in un corpo di cera…due occhi indifesi, ma il viso disteso, sereno di una dolcezza struggente nel languore di chi si abbandona fiducioso all’abbraccio) …quella donna così rispondeva alla mia stizza per il tempo che mi sfuggiva di mano.
Da allora, per paura di dimenticarle avevo deciso di trascriverle ogni anno nella prima pagina dell’agenda quelle parole.
Oggi non ho più bisogno di scriverle sulla prima pagina dell’agenda per meditarle e farle mie, perché le ho scritte nel cuore e a quell’angelo mandato dal cielo, il mio grazie sincero e riconoscente giunga come dolce carezza .

LA PORTA STRETTA: IL SERVIZIO

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Meditazioni sulla liturgia di domenica della XXI settimana del T.O. anno C

“Sforzatevi di entrare per la porta stretta”( Lc 13,24)

Forse la porta stretta, non è obbedire ma fare di cuore ciò che Dio vuole.
Il più delle volte agiamo per paura, per ottenere un vantaggio, per ricattare Dio, usando il nostro comportamento o i nostri presunti meriti per ottenere il lasciapassare per il paradiso.
Quando penso a Gesù non posso negare che anche lui e per primo si è dovuto ridimensionare, diventare piccolo, umile, servo dei servi per rientrare nella casa che era sua di diritto.
Perchè quando esci non è sempre così scontato poterci rientrare, perchè le chiavi non te le puoi portare dietro, sono a disposizione però di tutti quelli che si fanno piccoli, tanto piccoli da poterci passare.
” Se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli”
E Gesù, che non aveva niente da scontare, non aveva commesso nessuna colpa, non si era allontanato per suo gusto all’insaputa del genitore, pure gli è toccata la stessa sorte: farsi piccolo, farsi servo, obbediente fino alla morte e alla morte di croce.
Le parole della lettera di San Paolo in cui si parla dell’obbedienza dei figli verso i genitori in un epoca in cui i genitori sono fuori di testa e arrivano anche ad ammazzare o non riconoscere i figli usciti dalle proprie viscere, in un’epoca in cui i figli hanno altro da fare, da pensare e non vedono l’ora di sottrarsi all’autorità, alla dipendenza dei genitori, dopo avergli spillato l’ultima lira, figli che se possono permetterserlo i genitori, s’intende, gli mettono una badante o li richiudono in un ospizio, quando non li uccidono prima anche solo non facendoli esistere.
La porta stretta dicevo che non è stata risparmiata neanche a Gesù che aveva onorato il padre e la madre, aveva fatto la volontà di Dio con tutto il cuore, e per giunta era uscito da casa sua per salvare il mondo, non per trarne un beneficio personale ed egoistico.
Quando penso a quanto si è dovuto rimpiccipolire mi smarrisco, addirittura non riesco neanche a concepirlo, perchè l’infinito non può diventare finito, vale a dire che l’infinitamente grande non può diventare tanto piccolo da non poter passare per una porta stretta, quella di casa sua, se non morendo.
Eppure questo è accaduto, questa è la nostra fede.
Senza quel servizio, quel sacrificio quella porta sarebbe irrimediabilmente chiusa per tutti.
Meditando quindi su quello che la liturgia oggi ci propone, voglio pensare a quanto amore metto nel dire sì agli uomini e a Dio, quante volte il mio sì è condizionato da ciò che non ha niente a che fare con Lui, ma molto a che fare con il mio vantaggio personale.
Servo? A chi servo?Chi servo? Perchè servo?
Questa è la domanda che mi devo porre, prima di cominciare la giornata.
Il servizio mi fa vivere, perchè ciò che non serve si mette in cantina o si getta in discarica.
Ciò che non serve non ha funzione. E le cose che non funzionano o si fanno riparare o si gettano lo sappiamo.
Ma la domanda connessa è chi serviamo, se noi stessi, l’orgoglio, il denaro, il prestigio, la bellezza, il piacere ecc ecc, vale a dire il mondo, o serviamo Dio.
Ma come facciamo a sapere se ciò che facciamo serve a noi o a Dio?
Io penso che a Dio interessa che noi viviamo e lui sa di cosa abbiamo bisogno, cosa serve e cosa ci serve perchè viviamo in eterno.
Allora non allontaniamoci dalla luce e facciamoci illuminare dalla sua Parola. “Lampada ai miei passi è la tua parola” è scritto.
Ma perchè ridiventare bambini?
Perchè i bambini si fidano delle persone che si prendono cura di loro.
Ieri sono stata colpita da un racconto trovato nel web.
” Quando vediamo un’acrobata volteggiare nell’aria la nostra ammirazione e i nostri occhi sono tutti su di lui, mentre chi lavora e non si può permettere di non distrarsi è l’altro che deve essere sempre pronto a prenderlo, impedendo che cada.”
Ora che ci penso la porta stretta è quel foro da cui uscì sangue e acqua, la porta è Lui, “io sono la porta delle pecore” ma devi diventare piccolo, tanto piccolo per rientrare nell’utero di chi ti ha pensato e amato per primo.
Bisogna rinascere dall’alto come disse Gesù a Nicodemo.
Rinascere è rientrare nel grembo di chi continua a nutrirti non solo il tempo della gestazione, ma per tutta l’eternità.
Siamo preziosi ai suoi occhi.
“Può una madre dimenticare suo figlio? quand’anche si dimenticasse, io non ti dimenticherei mai!”dice il Signore.