Le tre croci

“Il mio calice lo berrete”.(Mt 20,23)

Gerusalemme, la città santa, la città del grande sovrano, Gerusalemme la città della gioia, dove tutti i popoli si raduneranno.
“Mi si attacchi la lingua al palato se ti dimentico Gerusalemme!”, dicevano gli Ebrei esiliati, pensando alla patria lontana.
Gerusalemme, il simbolo dell’unità del popolo eletto, dove ogni pio israelita almeno una volta nella vita doveva andare, dove era il tempio.
Anche Gesù doveva andare a Gerusalemme, anche Gesù sentiva insopprimibile la chiamata verso quel luogo che simbolicamente rappresentava la propria identità davanti a Dio e agli uomini.
Come Gesù, anche noi, in questo tempo quaresimale di preparazione alla Pasqua, dobbiamo salire su questo monte, recarci alla città santa.
Come Gesù, con Gesù, uno alla destra e uno alla sinistra, per stargli vicino, per fargli compagnia.
Se le cose fossero andate come se le immaginavano i discepoli, diremmo anche noi che è bello tutti insieme andare nella città della gioia.
Ricordo quando a Rimini mi si aprì il cuore nel vedere quanta gente a piedi, in macchina, sugli autobus, o con ogni altro mezzo si dirigeva, elevando canti di lode e di ringraziamento, alla volta del palazzo della Fiera dove si teneva il congresso del RnS.
Ho pensato che si stavano avverando le parole della Scrittura e che era bello farne esperienza diretta e sentirsi parte di quel popolo.

Ci invita a ad unirci a lui, Gesù, in questo viaggio, come fece con gli apostoli che non avevano capito ancora quello che stava dicendo.
Che stessero i suoi figli uno alla sua destra e uno alla sua sinistra, era il sogno della madre di Giacomo e di Giovanni che desiderava il meglio per i suoi figli.
Ci sono cose che desideriamo e ci rendiamo conto solo dopo che sono accadute, a distanza di tempo, che il Signore vuole il nostro bene e ci mette in bocca le parole giuste, mischiate a parole vane e inopportune per non dire peccaminose.
Ieri, nell’ospedale di Chieti, ho sperimentato la Gerusalemme qui in terra, dove fiumi di gente confluiscono per cercare, per trovare, ritrovare la gioia, annullare il dolore, la malattia, procrastinare la morte.
Gesù ci invita ad andare con lui, ad unirci a lui in questo cammino.
Non è come ce la immaginiamo la città della gloria, il luogo dove si consumerà il sacrificio del figlio di Dio, l’agnello sgozzato per noi, per espiare i nostri peccati e quelli di quanti ci hanno preceduto o che ci seguiranno.
La città è quella che ieri ho visto, dove sono entrata, dove sono diventata quasi di casa, dove non c’è più bisogno di intessere parole, perché i corpi, i volti, parlano da soli.
Quanti corpi nella città del grande sovrano invocano pietà, misericordia!
Sul Golgota tre croci ricordano il sangue versato, il sangue innocente e quello colpevole.
Non è un caso che i condannati fossero tre, tre crocifissi, per mostrare che c’è uno che ha pagato per tutti e che c’è chi per quel sacrificio è stato salvato subito, perché ha riconosciuto il suo peccato.
Giacomo e Giovanni volevano i primi posti, ma sulla croce c’era a fianco di Gesù il ladrone, occupando quel posto privilegiato che gli guadagnerà il paradiso seduta stante.
Gli apostoli bevvero il calice che Gesù dovette bere, solo dopo la discesa dello Spirito Santo e furono perseguitati e giustiziati in modo anche più crudele.
La storia sacra è segnata dal sangue dei martiri che preferirono morire piuttosto che abiurare il Vangelo.
Sembrerebbe che Gesù non abbia fatto niente di più speciale di quelli che oggi noi veneriamo e che chiamiamo santi.
Ma grazie a Lui tutto questo è potuto accadere.
Con il suo Spirito gli uomini prendono le ali e sono capaci di fare ciò che ha fatto Lui è molto di più.
Oggi penso a questa mia vita, quando i miei sogni erano realizzabili tutti, bastava volerlo, quando con tenacia ho perseguito obiettivi faticosi, con grande sacrificio, mai mettendo in dubbio che non sarei riuscita nell’intento.
Non sapevo nulla di Gerusalemme allora, ma mi ero costruita la città della gioia, dell’eterna felicità.
Gerusalemme, la città santa, è diventata per me il luogo dove la malattia mi crocifigge, ma anche il luogo dove, grazie a questa croce unita a Cristo, rinsaldo i legami con gli uomini e con Dio.

“Andarono di nuovo a Gerusalemme” (Mc 11,27)

SFOGLIANDO IL DIARIO…
29 maggio 2010
 ore 6:21
Sabato dell’VIII settimana del tempo ordinario
“Andarono di nuovo a Gerusalemme” (Mc 11,27)
Ho pensato a Gerusalemme, la città santa, la Gerusalemme celeste, ho pensato a quando ti ci portarono Maria e Giuseppe la prima volta per presentarti al tempio accompagnandoti con l’offerta di due colombe.
Gerusalemme città della mia gioia, città santa, è quella che ti condannò a morte, la città amata  destinata ad ogni credente come luogo di eterna felicità .
Una città tormentata Gerusalemme, contesa, punto di riferimento del tuo popolo che in essa aveva riposto tutte le sue speranze.
Lì si pensava che tu abitassi tanto che Salomone ti costruì un tempio di straordinaria bellezza,  destinato  però ad essere abbattuto, ricostruito in seguito  e abbattuto per sempre poco dopo la tua morte.
Tu l’avevi detto che non ne sarebbe rimasta pietra su pietra.
E’ sopravvissuto  delle velleità umane solo il muro del pianto nelle cui fessure ebrei, mussulmani e anche cristiani  separatamente  infilano le loro preghiere.
Il muro, segno di divisione, mostra varchi di riconciliazione in quelle fessure intrise di lacrime e di accorate preghiere perchè tu Signore, l’Altissimo ponga fine ad ogni contesa pubblica e privata, interiore ed esteriore.
Anche io oggi Signore voglio venire in pellegrinaggio nella città santa nuda e senza pregiudizi davanti a quel muro, segno di odio, divisione e discordia, lo stesso muro che alberga dentro di me, che mi divide dai miei fratelli, dalla mia storia, da te, dalla storia del mondo, dalla tua storia, per chiederti perdono, pietà e misericordia.
Signore quante volte sei salito a Gerusalemme pur sapendo che vi avresti trovato la morte!
 Ognuno di noi deve andare a Gerusalemme durante il suo pellegrinaggio terreno, nel  luogo dove la vita e la morte si fondono in un ineffabile e grande mistero.
“Una spada ti trafiggerà l’anima” disse il vecchio Simeone a Maria dopo aver esultato per la visita del Salvatore.
 L’ombra della morte pende da subito sul capo tuo e di tua madre,
Gerusalemme, la città santa è anche il luogo della nostra gioia, del tuo corpo donato nell’ultima cena, del dono fatto all’umanità sulla croce.
Gioia nostra, sofferenza tua.
Nell’amore c’è sempre uno che esulta e uno che muore. perchè la gioia sia piena.
Morte e  resurrezione coesistono in ogni incontro vero reale profondo tra le anime elette.
Quando l’amore è gratuito e totale, si vive come una partoriente quando mette al mondo un figlio.
“È vero che ci stiamo divertendo?” diceva Giovanni mercoledì scorso quando l’ho portato al mare.
Io stavo morendo dal dolore, ma era un pezzetto di cielo che mi stavo godendo, mentre parlavamo  di noi, del passato, del presente, del futuro e delle persone e del mondo, delle speranze e delle delusioni, di te che guidi la storia…
Non ancora mi riprendo dal dolore per aver lanciato la palla a lui per non farlo rimanere solo a giocare.
“E’vero che ci stiamo divertendo?”mi diceva mentre io faticosamente ma con il cuore pieno di gioia cercavo gli scintillanti sul mare di quel sole che si avviava a nascondersi dietro ai monti.
” E’ vero che ci stiamo divertendo?”
 Questa è la Gerusalemme di cui tu parli Signore. Non importa quante volte ci sei salito. So sicuramente che il motivo era sempre l’amore, l’amore di chi vuole che i figli si divertano anche quando si sentono morire, mentre gli tiri una palla per non farlo sentire solo.
“E’ vero che ci stiamo divertendo?”
 Ancora mi risuonano queste parole di Giovanni che a intervalli regolari le ripeteva, mentre isolati dal mondo e dagli uomini, ci prendevamo cura l’uno dell’altro, su quella spiaggia deserta. con l’infinito nel cuore.