“Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me”.(Mt 18,5)

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“Affidati a Lui ed egli ti aiuterà”.(Sir 2,6)
“Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me”.(Mt 18,5)
Il Vangelo parla di servizio e non di potere, cioè parla del potere del servizio, l’unico che dà la vita, che ci realizza pienamente, che non ci fa morire.
Parla del reciproco affidarsi l’uno all’altro.
Il bambino si affida alla madre, al padre, a chi si prende cura di lui.
Ma chi si prende cura di tutti, dei piccoli e dei bisognosi, è il Papà di tutti papà.
Chi accoglie un bambino nel nome di Gesù, accoglie Colui che lo ha mandato.
“Accogliere” la parola che mi ha colpito…perché l’accoglienza presuppone un aprire le mani, le braccia, il cuore, per permettere che l’altro entri.
Significa fare spazio all’altro perché i nostri cuori entrino in contatto.
Accogliere significa fidarsi di qualcuno, non chiudersi alla novità che irrompe nella nostra vita, nella nostra storia.
Accogliere significa amare, perché quando tu fai entrare qualcuno nella tua casa è naturale che ti metta a suo servizio.
Il primo che ci ha accolto è Colui che ci ha pensato e amato per primo.
Ci ha accolti e si è messo al nostro servizio.
“Affidati a Lui ed egli ti aiuterà” dice il Siracide.
È normale per un padre prendersi cura dei figli, non altrettanto naturale che i figli si prendano cura di un genitore.
Ripenso a quel bambino che ho visto al supermercato camminare come una papera per via del pannolone.
Era piccolo, un po’ ridicolo, ma simpatico e salutava tutti ed era fiero del suo andare, come la madre, forse perché da poco aveva cominciato a camminare.
Ho pensato che così camminano i vecchi, per tenersi in equilibrio.
Purtroppo i vecchi non li vuole nessuno e nessuno gli batte le mani, quando camminano caracollando, con il pannolone.
Sono in pochi quelli si occupano di loro, vegliano sul loro sonno, gli danno da mangiare e da bere.
Ma nessuno si entusiasma se fanno un ruttino o qualche altro rumore.
Dei vecchi in genere ci si schifa e chi se li prende in casa, quando non sono più autonomi, sono considerati eroi.
” Chi accoglie uno di questi piccoli, accoglie me ” dice il Signore.
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“Tutti siano una cosa sola”(Gv 17,21)

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“Tutti siano una cosa sola”( Gv 17,21)

C’è una forza centrifuga che ci spinge ad isolarci, a fare di testa nostra, a non confrontarci con nessuno, a non condividere con nessuno gioie e dolori, salute e malattia, forza che ci fa richiudere nel guscio dal quale la vita piano piano ci ha chiamati ad uscire.

Troppe le delusioni, le cadute, i rifiuti, troppo difficile vivere in pace e letizia la diversità dell’altro, la diversità che diventa ostacolo insormontabile per la nostra realizzazione personale.

La diversità ci fa paura, ci ricorda che non siamo perfetti, che non piaciamo a tutti, anzi che sono ben pochi quelli che si occupano e si preoccupano di noi.

La diversità ci ricorda che ci manca qualcosa.

Straordinariamente la Genesi ci aiuta a capire qual è il problema dell’uomo, il problema della perfezione, quando vuole prescindere dall’altro.

“Dio creò l’uomo (l’umanità) maschio e femmina (sessuata) a sua immagine(specchiandosi nelle persone della Trinità) e somiglianza (predisponendolo a che in tutto somigliasse all’originale, alla comunione trinitaria).

Uno in tutti e tutti in uno, quello che chiede oggi Gesù nella sua preghiera sacerdotale.

“Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi”.

In fondo basta vedere come Dio ha creato la donna, togliendola dalla costola di Adamo, per capire che nessuno è completo in se stesso e che l’altro lo completa.

Adamo quando si svegliò, perchè Dio gli fece l’anestesia per fargli partorire la moglie ( Il primo parto a cui siamo chiamati è quello del coniuge), disse che era carne della sua carne e osso delle sue ossa, come a dire “Io questa qui la conosco come me stesso”.

Il dramma è che noi pensiamo sempre di conoscere l’altro, specie quando ce ne innamoriamo, tanto che degli sposi novelli si parla sempre di un cuor solo e un’anima sola.

Gesù nella sua preghiera sacerdotale non ci esclude dall’amore che lo lega al padre ma ci ingloba nell’amore trinitario come l’ostrica il granello di sabbia che diventa poi il suo tesoro.

“Un certo Gesù morto, che Paolo sosteneva esse e vivo”(At 25,19)

“Un certo Gesù morto, che Paolo sosteneva esse e vivo”(At 25,19)
Questa l’accusa che viene fatta a Paolo e che lo porterà a morire per averne testimoniato la resurrezione contro tutti e contro tutto.
Ma come si fa a testimoniare che Gesù è vivo, che è risorto, che cammina con noi e che non dobbiamo temere qualunque cosa ci accada?
Cosa fa la differenza tra chi crede e chi non crede?.
Credere nasce da un esperienza, da un incontro che ci icambia la vita, da un innamoramento che ti prende e ti porta lì dove non volano neanche le aquile tanto è alto, lontano dal comune sentire.
Bisogna essere veramente innamorati per affrontare la persecuzione, la morte senza battere ciglio, cantando e glorificando il Signore per le meraviglie del suo amore.
Certo che i martiri, a guardarli con occhi disincantati con i sillogismi del mondo, sono degli esaltati, dei pazzi che mettono a repentaglio la propria vita e si fanno uccidere per dimostrare la verità che portano dentro, per non rinnegarla, verità a dir poco discutibili.
Mi viene da pensare che anche i terroristi dell’Isis non hanno paura di farsi esplodere e di morire pur di portare a compimento la loro missione devastatrice.
La morte affrontata senza paura non è la discriminante per convincere che hai ragione. Dai frutti li riconoscerete, dice Gesù.
Se il frutto della morte è l’amore, l’amore ne è anche il motore, l’ispiratore, la pianta da cui è nato. Se è l’odio è il demonio, il divisore che ne tiene le fila.
Gesù nella sua terza apparizione risorto non a caso chiede a Pietro se lo ama prima di affidargli la guida del gregge.
L’amore di Pietro è ancora imperfetto, ma Gesù non si formalizza.
Per seguire Gesù è necessario prendere la nostra croce, il nostro piccolo pezzo di legno, le nostre braccia rattrappite, il nostro piccolo amore e fidarsi di Lui.
Quando lo Spirito scenderà sulla Chiesa diventeremo capaci di abbracci se avremo unito il nostro corpo a quello di Cristo.
La nostra capacità di amare diventerà in Lui con Lui e per Lui feconda e renderà presente il Signore ogni volta che riusciremo a dire “Mi fido di te” .

“Si è più beati nel dare che nel ricevere” (At 20,35)

“Si è più beati nel dare che nel ricevere” (At 20,35)
Che dire Signore di questa parola? Anche se tu mi hai fatto sperimentare la gioia del dono fatto con sacrificio e quanto più grande è il sacrificio, tanto più quel dono acquista valore e dà pace e gioia profonda, pure non riesco a ripetere con naturalezza ciò che so mi rende beata.
Tu mi realizzi tutto questo Signore quando esco da me, dal mio isolamento, dal mio orgoglio e vengo a te che ti nascondi in ogni persona da te generata, ogni fratello a cui tu hai dato la vita.
La tua vita Signore l’hai messa nelle nostre mani, hai dato il tuo corpo in pasto ai tuoi aguzzini, ai tuoi persecutori e continui a darlo sugli altari a tutti quelli che vi si si accostano, pur non essendone degni.
Non meritiamo tanta benevolenza e ogni giorno di più ne prendo coscienza.
Con le parole di Davide mi viene naturale rivolgermi a te.
(Salmo 50) “Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia;
nella tua grande bontà cancella il mio peccato.
Lavami da tutte le mie colpe,
mondami dal mio peccato.
Riconosco la mia colpa,
il mio peccato mi sta sempre dinanzi.”
Troppo grande è la colpa Signore e l’espiazione sembra addirittura impossibile.
Confido nel tuo aiuto, nell’aiuto e nell’intercessione di Maria e di tutti i tuoi servi che collaborano alla realizzazione del tuo progetto di vita, di eternità.
Signore tu hai chiesto al Padre di consacrarci nella verità.
Attraverso la consacrazione a Maria ti chiediamo di appartenerti completamente, ti chiediamo come diciamo nel Padre nostro che tu ci custodisca dal maligno, perchè siamo tuoi, gregge del tuo pascolo.
Signore oggi ti presentiamo le nostre intenzioni di bene, per la mediazione di Maria.
Purificale e realizza ciò che feconda la terra, ciò che dà vita a noi e a tutti i tuoi figli.
Il tuo e nostro nemico sia tenuto lontano dalla preghiera potente tua alla quale con umiltà ci associamo.

“Per opera della grazia erano diventati credenti” (At 8,27)

“Per opera della grazia erano diventati credenti” (At 8,27)
Domani festeggeremo l’Ascensione di Gesù al cielo.
Chissà perché questa festa mi ha sempre reso triste, dubbiosa, angosciata perché inevitabilmente il pensiero va a questi giorni speciali che seguono la Pasqua in cui il Risorto ha camminato con noi, si è fatto incontrare e riconoscere da tutti quelli che ne piangevano la morte.
E’ stato bello esaltante leggere in ogni pagina del vangelo che la liturgia del tempo di Pasqua ci propone, che Gesù non è un fantasma, che ad ognuno può capitare di vederlo quando meno ce lo aspettiamo, nei momenti più bui e dolorosi della nostra vita.
Ci ha chiesto da mangiare, ci ha dato da mangiare, si è fatto carico dei nostri dubbi, delle nostre domande, ci ha spiegato quello che non abbiamo capito, è diventato un inseparabile e insostituibile amico.
Come tutte le cose belle finiscono, anche il tempo Di Pasqua volge al termine e non posso nascondere il velo di tristezza che scende nel mio cuore quando penso che Gesù torna in cielo e noi rimaniamo qui nella speranza di superare la distanza infinita che ci separa da Lui.
E’ il tempo questo dell’attesa, della fede, il tempo in cui nulla è scontato, ma bisogna chiedere, chiedere con insistenza senza mai stancarsi.
Chiedere ma cosa?
Ho sempre avuto una grande difficoltà a chiedere per paura di non essere esaudita, ma forse più verosimilmente perché non ero stata abituata a dire grazie.
Dire Grazie comporta un atto di umiltà, una dipendenza da chi ti ha fatto un favore, sentirsi debitori di qualcosa a qualcuno che non sei tu.
“Homo faber fotunae suae” è stato il mio motto, l’epigrafe che volevo fosse incisa sulla mia tomba.
Poi c’è stato qualcuno che ha rifiutato un regalo che gli avevo fatto per sdebitarmi di un favore ricevuto.
” Perché mi vuoi privare della gioia di farti un dono?”
Ero abituata da sempre a pareggiare i conti, anzi a mettermi sempre un gradino più sopra per non sentirmi debitrice di nessuno.
Mai avrei pensato che spendersi per un altro senza aspettarsi nulla rende felice.
Era il tempo in cui il Dio di Gesù Cristo non ancora lo incontravo personalmente, n’è ci avevo mai fatto un discorso, n’è ci eravamo scambiati regali.
Gesù, l’illustre sconosciuto della mia vita non si è arreso perché il regalo che mi aveva fatto voleva che lo scartassi.
Il dono del Battesimo l’avevo riposto in cantina, ancora nell’incanto originale, come quelle cose inutili che si regalano ai neonati e che vanno a finire nel fondo di un cassetto o insieme alle cianfrusaglie ammassate nei ripostigli.
C’è un momento della vita in cui non hai niente in mano che la tua debolezza, la tua fragilità, il tuo nulla, la tua solitudine e il tuo fallimento…
Ci sono momenti in cui tra le cose scartate rovisti per cercare qualcosa che ti aiuti a dimenticare il tempo presente e a rivalutare il tempo perduto tra la paccottiglia accantonata nei bauli.
Così per caso o meglio per grazia mi sono imbattuta in un Crocifisso.
Da allora è cominciata la nostra storia di amicizia prima e poi d’amore.
Non ho capito subito che il Signore voleva la mia brocca per poterla riempire.
Il regalo era un contenitore, il mio corpo, bello, pulito, immacolato, reso tale dal Sacramento del Battesimo che negli anni io non avevo provveduto a sgrommare dalla muffa e dallo sporco, con molte crepe e qualche pezzo mancante.
Gesù mi ha chiesto di diventare sua sposa per sempre e si è impegnato a ridare alla sua promessa sposa la bellezza antica perché mi vuole riempire di sé fino all’orlo.
Cosa renderò al Signore per quello che mi ha fatto?
Un sacrificio di lode sarà il mio regalo, il mio magnificat, perché grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente.
Non debbo temere la sua dipartita perché è con me, è dentro di me, il mio corpo è diventato il suo e attraverso il Suo corpo elevo al Padre la mia preghiera.

“Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo” (Gv16,28)

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“Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo” (Gv16,28)
Queste parole mi hanno fatto pensare ad un dipinto che raffigura la trinità dove Gesù è nella pancia del Padre unito a Lui attraverso una colomba che è posta tra la testa e il Figlio che porta in grembo.
In altre icone ricorre l’immagine della Madonna che ha , ripetendo lo stesso schema iconografico Gesù nel seno .
Gesù quindi viene raffigurato come persona che sta dentro il Padre, dentro la madre e sicuramente in altre raffigurazioni sta dentro il cuore di ogni credente.
Ora Gesù sta per andarsene e dice che tornerà da dove è uscito per fare la sua missione quella di portare nel luogo da cui è partito tutti quelli che si aggrappano alla sua mano, non vogliono staccarsi da LUI.
Così se Gesù va in cielo anche noi lo seguiamo se ci lasciamo guidare dallo Spirito di Dio che ci indica la strada, ci testimonia la sua presenza, ci ammaestra, ci ricorda, ci istruisce, ci guida alla verità tutta intera.
Ora per non perderlo mai di vista, per non perdere la connessione, usando un linguaggio tecnologico dei nostri giorni, dobbiamo tenere acceso il pc del nostro cuore e salvare nella cartella dei preferiti il sito, la casa.
Questa casa è il nome.
Si salva con nome un documento importante per cui non solo dobbiamo conoscere il sito internet a cui tutti possono accedere, ma in una cartella dobbiamo custodire il nome di Gesù, che è la password per accedere al regno.
Nel mio nome scaccerete i demoni, dice Gesù, nel mio nome farete cose più grandi di quelle che io ho fatto, nel mio nome chiedete quello che volete e il Padre mio ve la darà, perchè siamo una cosa sola io e Lui.
Così non c’è bisogno di intermediazioni quando siamo di Cristo, innestati a Lui, vite e tralci di un’unica pianta che affonda le sue radici nel cuore di Dio.

“Non sia turbato il vostro cuore” (Gv14,1)

“Non sia turbato il vostro cuore” (Gv14,1)
Della Parola di oggi ciò che mi toglie ogni turbamento è la certezza che Dio ci ha fatto conoscere la via per tornare definitivamente a casa, la Sua casa, la nostra casa.
“Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato” parole, come recita il Salmo, che sento rivolte a me, in quanto per grazia ho ricevuto il Battesimo e ne godo i frutti con gioia, con gratitudine con sempre nuovo stupore per i doni che da esso scaturiscono.
Il Battesimo ci ha immerso nell’acqua e nel sangue sgorgati dal costato di Cristo, ci ha risuscitati, ci ha dato il nutrimento per non morire, per essere eterni.
Gesù è andato a prepararci un posto e non dobbiamo essere turbati della sua ascesa al cielo.
Ma quel posto noi già lo occupiamo, l’abbiamo da sempre occupato nel cuore di Dio.
Di cosa dobbiamo avere paura?
Non è tanto Dio che deve prepararci un posto, (é morto per questo) quanto noi che, se non gli facciamo spazio, gli impediamo di entrare.
Il mio nipotino era ossessionato dal fatto che voleva trovare Gesù e gli venne in mente che forse lo avrebbe incontrato se gli avesse preparato un posto.
Dapprima fu folgorato dall’idea che bastasse una sedia vuota per far sedere Gesù, quando mangiavano, poi ci sarebbe entrato anche in macchina, stringendosi un po’, quando andava fuori , una sedia nella sua camera, per averlo vicino la notte.
Ma la camera a malapena conteneva i due lettini, il suo e quello di Emanuele, dove mettere la sedia?
Così pensò che bastava fargli spazio nel letto e abbracciarselo sotto le lenzuola.
Prendiamo esempio dai bambini per abbracciare nostro Signore, preparandogli un posto nel nostro cuore ingombro da tanti pensieri inutili e dannosi.
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