” Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri”.

” Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri”.(Gv 15,12)

Nella vita ho avuto molti amici, molte amiche, me le andavo a cercare, mettevo davanti a loro ponti d’oro, per loro non mi sono mai risparmiata.
Il bisogno di condividere con qualcuno gioie e dolori, speranze, emozioni, progetti e percorsi, mi ha fatto sempre essere amica di tutti, mi ha portato ad invitare a pranzo, a cena o anche solo per una merenda chiunque fosse disponibile a stare con me.
Mi sentivo appagata da tutti gli amici che mi facevano sentire importante, e davano un senso alle mie giornate sempre più dolorose.
Quelle amicizie ora sono scomparse per vari motivi, e oggi mi trovo spesso sola a sfogliare la rubrica telefonica per cercare qualcuno che abbia voglia di raccontarsi o a cui raccontare.
Spesso non trovo nessuno e mi prende una grande angoscia.
Ricordo però che ho avuto sempre difficoltà a condividere il letto, tanto che in casa era previsto solo un letto di fortuna per giunta scomodo per un ospite improvviso.
Ricordo che il padre di Gianni mi fece notare che non avevamo pensato alla stanza degli ospiti, quando vide la casa la prima volta, ma io gli risposi che l’avevo fatto apposta per evitare che gli venissero brutte idee.
Non avevo nessuna voglia di ospitarlo, quando sarebbe venuta l’ora di accudirlo perchè vecchio.
Con il tempo cambiai il cuore di pietra in cuore di carne per grazia sì che accolsi una parente lontana e l’ospitai, quando la sua situazione di malattia era problematica perchè comportava un disagio fisico e psichico non indifferente.
Ci sono stati scontri e dissapori in quell’occasione, ma Maria ci unisce.
A Natale timidamente mi ha mandato un rosario, senza dire nulla di più.
Non devo dimenticarlo.
Maria, la madre che Gesù ci ha lasciato, regalato, perchè non ci smarriamo e non perdiamo la rotta, con il tempo è diventata così tanto intima a me che la notte dorme con me, ma anche di giorno è disposta a seguirmi, accompagnarmi, consigliarmi, dovunque decida di andare.
Questa è vera amicizia, con la differenza che non io ho scelto lei, ma Qualcuno ha scelto per me ciò di cui avevo bisogno.
Gesù si è accorto che mi trovo a mio agio con le persone semplici più che con quelle che se la credono.
Non vorrei e non voglio fargli torto e sempre mi ripeto che Maria è un tramite per non perderlo di vista e capire di più e meglio i suoi comandamenti e osservarli in modo fecondo.
Gesù oggi parla dell’amicizia e non a caso io ho pensato a Maria che ha soppiantato tutte le mie amicizie perdute, ci chiama amici perchè ha scelto di amarci sempre, a prescindere, ha scelto di ospitarci nel suo cuore, anche se non ne siamo degni.
Maria è sua madre, è la sposa dello Spirito, è la perfetta figlia del Padre, a lei posso rivolgermi con assoluta fiducia, perchè l’amico è colui che non trae vantaggio dal tuo amore ma ti sceglie per renderti capace di amare e di essere felice.
Maria creatura ci è riuscita, perchè non dovrebbe essere possibile anche a noi?
Intanto voglio ringraziare il Signore perchè mi ha donato strumenti impensabili per non sentirmi mai sola, i suoi amici che sono diventati anche miei e sono tanti!
Grazie Signore!

Venerdì santo

SFOGLIANDO IL DIARIO…

10 aprile 2009.
Venerdì Santo.
Ore 4:38.

“Ho sete”.

Signore Gesù oggi la Chiesa commemora la tua morte e il racconto della tua passione viene letto per la terza volta nel giro di pochi giorni nelle chiese, un racconto che parla di sofferenza, di tradimento, di buio, di notte, di condanna inevitabile, di scelta, accettata, come conseguenza di quell’ “Io sono” che scandalizzò i tuoi contemporanei più devoti.
Si Signore, tu hai patito le conseguenze di ciò che hai affermato, le conseguenze della verità che scomoda, che condanna, che rimette in discussione le sedimentate certezze.
Tu Signore non hai avuto paura di proclamare ciò che era giusto, bello, buono per l’uomo, perché l’uomo aprisse il suo cuore ad una parola di speranza, di vita, di riconciliazione, di perdono.
La tua verità è tutta in quel “Ho sete” che hai pronunciato sulla croce, una sete d’amore che ti ha spinto a venire tra noi, una sete che affondava le sue radici in una frattura, un terremoto, una perdita della casa originaria, il giardino in cui l’uomo poteva godere di tutto quello che tu gli avevi preparato.
Signore oggi che si celebrano i funerali delle vittime del terremoto di questa terra, dove tu mi hai concesso di abitare, mi viene in mente quella casa straordinaria, stupenda, bellissima che ad ogni uomo tu hai riconsegnato perché ne sei stato il custode.
Non voglio piangere oggi Signore per ciò che è stato distrutto, ma per gioire per tutto ciò che tu hai costruito attraverso il tuo sacrificio.
La tua sete d’amore si doveva incontrare con un’altra sete, quella dell’uomo che nelle vicende più buie della sua vita, sente insopprimibile e primario il bisogno di avere qualcuno accanto con cui condividere il proprio dolore, quando tutto gli viene a mancare.
Hai chiesto che ti fossero vicini tuoi discepoli, che non si addormentassero quando il peso del nostro peccato ti stava schiacciando e ti ha fatto sudare sangue.
Ma sei rimasto solo a patire, sei rimasto solo con la tua angoscia, con tuo Padre che sentivi lontano.
L’ hai detto sulla croce: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”
Hai percepito la distanza infinita tra la tua sofferenza e la perfezione del Padre, Signore?
Come un uomo può comprendere un Dio che soffre?
E tu che sei stato vero uomo e non hai mai smesso di esserlo, e anche vero Dio sapevi che avevamo bisogno di un sommo sacerdote, di un sacerdote perfetto che si facesse intermediario della nostra sete di giustizia, della nostra sete di senso, della nostra sete di amore gratuito, fedele, eterno.
Signore oggi, pensando ai funerali di Stato di tante vittime del terremoto, non mi sembra la liturgia della vita combaci con la liturgia codificata dalla Chiesa.
All’occhio di milioni di persone verranno mostrate tante bare questa mattina, tanti uomini morti senza colpa.
Questa sera sarai tu ad essere mostrato alla devozione del popolo con l’adorazione della croce.
Gli uomini, l’Uomo.
E poi i sopravvissuti, quelli che hanno tanto bisogno di chi dia loro la speranza che la Pasqua non finisce il venerdì Santo, che bisogna dolorosamente ma fermamente aspettare che passi il tempo necessario per rientrare in quel giardino e scoprire le tombe vuote e che quel vuoto è stato riempito da te Signore, che la tua sete ha generato una fonte inestinguibile di acqua alla quale attingere per non morire di sete.
Così è inevitabile, per chi ha aperto gli occhi del cuore, vedere, riconoscere nel luogo del lutto, nell’ora della prova, un Dio che dice insieme a noi che ha bisogno di qualcosa, che cerca la nostra brocca, per poterla riempire del vino della gioia per poter con noi celebrare in eterno e nozze con lo Sposo .
Signore tu hai sete, anche noi ne abbiamo.
Abbiamo sete di tante cose che ci sono venute a mancare, sete, non desiderio, sete.
La sete è soddisfatta dall’acqua che è garanzia di vita.
Signore tu hai gridato fino all’ultimo la tua sete, quella sete che manifestasti alla Samaritana, quando la incontrasti al pozzo.
Era la stessa Signore che non ti si è mai spenta e che hai gridato dalla croce.
Tu hai sete dell’uomo hai sete dei tuoi figli perché vuoi che tornino in vita, che abbiano la vita.
Tu oggi ci chiedi di non piangere perché sei solidale con noi e con le nostre sofferenze e ci vuoi dire che, quando siamo nel deserto e serpenti velenosi ci mordono, dobbiamo sollevare lo sguardo e contemplare te che ti sei fatto simile a noi, ti sei fatto tu stesso peccato, perché attraverso la consapevolezza della nostra miseria, possiamo cantare la tua gloria e ritrovare la nostra casa.
Oggi si celebreranno i funerali di Stato delle vittime del terremoto.
Sul piazzale saranno disposte le bare e in deroga alla prassi liturgica che vieta il venerdì Santo di celebrare la messa, questa sera sarà celebrato in suffragio delle vittime.
Certo che il funerale senza la messa perde il suo significato di vittoria della vita sulla morte del sacrificio come offerta e dono per risorgere.
Invece che adorare la croce getteranno incenso sulle bare, l’incenso che adoperiamo quando ci mettiamo di fronte a Dio.
Le bare saranno incensate, come sarà incensata la croce.
Che mistero tremendo e stupendo in cui perdersi e in cui ritrovarsi, in cui gettarsi incatenati e uscire fuori con le mani e piedi slegati, finalmente liberi!

Così dice il Signore:
«Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a me, colui che hanno trafitto.
Ne faranno il lutto come si fa il lutto per un figlio unico, lo piangeranno come si piange il primogenito.
In quel giorno grande sarà il lamento a Gerusalemme, simile al lamento di Adad-Rimmon nella pianura di Meghiddo.
In quel giorno vi sarà per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme una sorgente zampillante per lavare il peccato e l’impurità» (.Zc 12,10-11;13,1)

” Benedetto l’uomo che confida nel Signore” (Ger 17, 7)

” Benedetto l’uomo che confida nel Signore” (Ger 17, 7)
Perchè siamo benedetti è necessario averti incontrato e averti riconosciuto, Signore, cosa non scontata.
Perchè tu continui a percorrere le strade del mondo, continui a frequentare le nostre case, i nostri condomini,i luoghi di lavoro e di svago, ma non ti riconosciamo.
Tu sei risorto e sei vivo ma noi viviamo come se tu fossi ancora chiuso in una tomba o appeso ad una croce.
Oggi ci ricordi che sei in ogni uomo che ha fame, che ha bisogno di aiuto, ci ricordi che non dobbiamo cercarti lontano perchè sei in ciò che al fratello manca.
Non è facile attualizzare la tua parola, tenerne conto sempre, anche se ci mettiamo d’impegno.
Mi riconosco ancora tanto avara, bisognosa di essere guarita dalla mano inaridita, dal cuore di pietra che lascia passare troppo poco perchè il tuo amore risplenda in pienezza.
Chiedo a Maria di aiutarmi a diventare sempre più generosa nei confronti dei miei fratelli bisognosi, chiedo a lei di portarmi per mano a toccare le tue ferite e versarvi sopra l’olio della tua tenerezza.

Riconoscere, toccare, guarire

Meditazioni sulla liturgia di
lunedì della V settimana del Tempo Ordinario

“La gente subito lo riconobbe”(Mc 6.54)
“Lo pregavano potergli toccare almeno la frangia del suo mantello…quanti lo toccavano guarivano”.(Mc 6,56)

Un Dio che si fa toccare, un Dio che si fa trovare prima di tutto, un Dio che a quanti credono dona la vita.
Guarire è tornare a vivere.
Il peccato ha rotto il legame tra la creatura e il suo Creatore.
La creatura senza le cure amorevoli di chi l’ha messo al mondo muore.
È necessario ritrovare Dio, ristabilire il contatto con Lui, perché il sangue torni a circolare nelle nostre vene.
Il Dio che salva non può che essere Colui che ci ha creato, un Dio creatore, perché la salvezza viene dal passaggio dalla morte alla vita, dalla schiavitù alla liberazione.
Quando ci sentiamo dimenticati da Dio, nell’attraversamento dello sconfinato deserto che ci separa dalla terra promessa, ricordiamoci che Dio è padre e per questo ci ha salvato.
Ci ha salvato perché siamo suoi figli, ci ha salvato attraverso il Figlio.
La terra promessa è ciò che il figlio Gesù ci ha lasciato perché potessimo diventare noi collaboratori del Dio Creatore, potessimo dare alla luce lo Sposo, portandolo alla luce.
Quando sto tanto male, mi rivolgo a Dio così:
“Padre, Padre nostro, tu sei mio padre, tu ti occuperai di me, tu hai cura di me sempre, specialmente in questo momento di tribolazione, di grande afflizione.
Solo tu Signore mio Dio, mi salverai dalla fossa, perché non permetti che il tuo santo veda la corruzione.
Il tuo Spirito mi guidi terra piana, il tuo Spirito apra il sepolcro del mio cuore e lo porti a nuova ed eterna vita.
Maria so che tu già stai godendo dei frutti della nuova creazione, so che però non ancora hai cessato di piangere e di patire con noi, pellegrini su questa terra.

Non hai mai cessato di pregare per noi e continui a farlo nel nome di Dio Padre, Dio Figlio, Dio Spirito Santo.”

Il pellegrino del tempo.

SFOGLIANDO IL DIARIO…
31 gennaio 20009
ore 5:52
Sabato III settimana del TO

“Lo presero con sé nella barca”

La tempesta sedata. La fede dei patriarchi. Antico e Nuovo Testamento.

Gesù si è messo in cammino.
Il Dio lontano si è fatto vicino ad ogni uomo.
Morendo è diventato l’ Emanuele, il Dio con noi,
Oggi l’uomo non è più solo di fronte alle avversità della vita perché lo Spirito di Dio lo abita attraverso i Sacramenti, la Parola, la preghiera, la carità.
Per entrare in contatto con Lui non ha bisogno sempre dei mediatori quali i profeti, i re e i sacerdoti, uomini unti, investiti da Dio per la missione, ma con il Battesimo ogni uomo è diventato un profeta e un sacerdote, lampada ai passi del fratello.
Siamo pellegrini insieme a Dio, varchiamo le acque del mondo, affrontiamo le tempeste inevitabili che scoppiano sul mare con Lui al fianco e, anche se non ancora ci è data la pienezza del regno, già ne godiamo il frutto, quando abbiamo Gesù vicino, quando nel momento del bisogno, non dobbiamo fare tanta strada per chiamarlo: basta stendere la mano.
Certo, come i discepoli che ebbero paura, avendolo preso con loro sulla barca, ci sembra naturale che ne abbiamo più noi, quando pensiamo di essere in pericolo di vita.
“Non ti importa che moriamo?”,
I discepoli non conoscevano ancora Gesù.
E’ una ricerca che non si ferma mai, quella del cristiano, una ricerca di stabilità, di certezza, di non contraddizione, di verità che troverà il suo culmine e compimento nell’incontro con il Risorto.
“Donna perché piangi?”
Un Dio tenero, un Dio appassionato, un Dio che si preoccupa dell’uomo, che se ne fa carico, che vuole asciugare le sue lacrime, consolarlo, che vuole farlo vivere nella pace, nella gioia, nella serenità senza tramonto.
“Donna perché piangi?”
Quando muore la persona più cara, quando viene meno ciò in cui avevi riposto tutta la tua speranza, quando il tuo diletto ti abbandona, quando rimani solo e niente più ti sorride perché sono crollate tutte le tue certezze, quando non c’è più niente , né nessuno a cui aggrapparti, senti una voce che dice: “perché piangi?”
Dio si fa più vicino a noi e ci sussurra personalmente le parole che ci risuscitano, chiamandoci per nome.
“Rabbuni!” è l’inevitabile parola che libera il groppo alla gola.
Dio ha un rapporto personale, intimo, unico, con ognuno di noi, ci chiama per nome e si fa riconoscere.
Abramo credette perché aveva ascoltato la voce di Dio, aveva creduto alle sue parole.
Abramo Dio non lo aveva mai visto, ma per fede obbedì.
La fede di Abramo è il prototipo di un affidamento cieco alla parola di Dio e anche una testimonianza, quella della sua vita, di una promessa che si realizza.
Come Abramo vide realizzato il suo desiderio ma non completamente, perché morì prima di vedere moltiplicati i sui figli come le stelle del cielo, prima di stabilirsi sulla terra promessa, così noi siamo in cammino, e ciò che viviamo oggi, è l’opera di Dio nella storia.
Il Dio con noi del quale siamo diventati collaboratori, ci fa attraversare acque, mari agitati, ci porta all’altra sponda, mettendo a tacere le tempeste quando attentano alla nostra vita.
La terra promessa è vivere l’opera di Dio nella storia, è l’ esserne coinvolti e partecipi, vivere il mutamento, il cammino, la prova, come agonia, come sforzo, come tensione, lotta per conquistare la palma della vittoria.
Dio è con noi e noi siamo suoi figli.
Di cosa dobbiamo avere paura?
Quante volte deve morire per testimoniarcelo?
Non basta che l’abbia fatto una volta per tutte?
Di quante prove abbiamo bisogno?
I miracoli sono segni.
Gesù mette sullo stesso piano la guarigione dei malati e la predicazione evangelica come leggiamo in Matteo 11,4.
Nel Vangelo di oggi Gesù dice “non avete ancora fede?” rivolgendosi ai discepoli che gli chiedono “non ti importa che moriamo?”.
Il miracolo non produce meccanicamente la fede, ma la può suscitare o risuscitare.
Nell’Antico Testamento bisognava pregare Dio perché calmasse le acque, dominasse il male, ora è Gesù stesso che fa ciò che prima solo Dio poteva fare.
Perciò i discepoli si chiedono, presi da timore: “Chi è costui?”
Ciò che il Dio dell’Antico Testamento faceva, ora lo fa Gesù perché è il Figlio di Dio, Dio in persona.

Quanti spunti di riflessione ci suscita la lettura di questo passo del Vangelo!
Una miniera di saggezza e di verità che abbraccia il passato, il presente e il futuro.
Da un lato c’è Gesù, il figlio di Dio stesso che deve farsi conoscere, che è venuto al mondo perché potessimo penetrare il mistero dell’amore di Dio, Gesù vero Dio ma anche vero uomo, una persona come noi, alla quale possiamo rivolgerci in qualsiasi momento, possiamo permetterci di svegliarlo quand’è notte e abbiamo paura come fanno i bambini con le loro mamme.
Dio sceglie noi, noi scegliamo Lui.
È un reciproco e continuo scegliersi. Ma poi arriva la paura perché non conosciamo abbastanza chi abbiamo scelto, a chi dire di si, non sappiamo chi sia e ci spaventiamo.
Gesù vuole che noi impariamo a conoscerlo e non basta averlo sentito parlare una sola volta.
I discepoli per capirci qualcosa dovettero aspettare la Pentecoste.
Noi abbiamo più chances, perché sappiamo com’è andata a finire, abbiamo il dono dello Spirito da quando siamo stati battezzati.
Ma conoscere Dio è frutto di una frequentazione, di un vivere con Lui e rendersi conto che anche se dorme, se sembra distratto non ci può capitare nulla di male.
Il tema che la liturgia oggi ci propone è la fede.
Per avere fede cosa bisogna fare?
Vedere un miracolo o frequentare il maestro e abilitare i nostri occhi a riconoscerne l’opera in ogni attimo della nostra vita?
La fede non consiste nello spostare le montagne ma vederle al posto giusto, al momento giusto.
La fede è vedere Dio all’opera in ogni momento della nostra vita.

” E’ lui che battezza in Spirito Santo” (Gv 1,33)

domenica della II settimana del Tempo Ordinario
anno A

” E’ lui che battezza in Spirito Santo” (Gv 1,33)

Ci affatichiamo tanto a cercare l’amore, viviamo con sofferenza i rifiuti, le ambiguità, gli abbandoni, i tradimenti delle persone che ci amano come ci amano, ci rovinano la vita magari dopo avercela presentata su un piatto d’argento e tu ce la vuoi dare gratis.
Gli amori umani sono piccoli, fragili, a termine, sono inadeguati al nostro bisogno di essere amati per quello che siamo.
Le cronache sono piene di conclusioni violente di rapporti inquinati dal non perdono, dall’odio, dal desiderio di distruggere ciò che non possiamo ottenere.
L’hanno fatto con te Signore che non hai risposto alle aspettative del tuo popolo, che si è sentito tradito da te che offrivi altro da quello che si aspettavano.
Lo fanno in modo clamoroso quelli che salgono agli onori della cronaca, per l’efferatezza dei loro gesti distruttivi nei confronti di quelli da cui si sono sentiti rifiutati o non assecondati.
Signore anche noi, purtroppo ti condanniamo a morte, non facendoti esistere quando contrasti i nostri piani, non sei d’accordo con le nostre scelte, pretendi molto senza dare nulla di tangibile in cambio.
Perchè siamo abituati a vedere, toccare le cose che ci servono, che ci piacciono, a sceglierle noi, secondo i nostri gusti senza intromissioni di sorta.
Ci vogliamo sentire liberi e desidereremmo che tu ti facessi un po’ complice dei nostri sforzi per ottenerle.
Il regno di Dio è vicino, continui a dire oggi come allora, perchè tu sei quello che viene incontro, viene a cercarci, si sposta coprendo le distanze che ci dividono.
Tu vieni incontro alla nostra fame e alla nostra sete d’amore, sete ancestrale di un seno che ci ha allattato dal quale ci siamo volutamente staccati, di braccia che ci hanno sostenuto, di uno sguardo tenero, dolce, avvolgente di cui sentiamo la nostalgia, uno sguardo che non giudica ma accarezza l’anima e il corpo, un amore che si misura solo in ciò che ci manca…
“Ecco l’agnello di Dio” dice Giovanni, “Il regno di Dio è vicino” dici tu, “Il regno di Dio è vicino” dicono gli inviati, i tuoi testimoni…
Perchè continuiamo a cercare lontano ciò che è incredibilmente vicino?
Tu ci hai creati, Signore. Tu sei nostro Padre, fratello, promesso sposo.
Tu sei l’amore, non quello inquinato del mondo… tu sei la gioia, la pace… tu la bellezza senza tramonto.
Tu Signore sei il mio riposo, la mia gioia, la mia nostalgia, sei il silenzio e l’attesa, sei il riso e il pianto, il lampo, il tuono, il vento leggero.
Tu Signore sei tutto ciò che mi circonda, mi tocca, mi sfiora la pelle, mi apre il cuore.
Tu sei tutto Signore e io mi perdo…
Nei tuoi occhi vedo riflesso questo mondo che non ti onora, nei tuoi occhi velati dal pianto gli uomini distratti, affannati, oppressi da altri pensieri…
Tu sei qui, tu ci chiami, tu ci aspetti..basta aprire la mano, gli occhi, il cuore…lasciarti entrare …
Ma a noi piacciono le cose difficili.
Siamo bravi a complicarci la vita, a pensare che le cose a portata di mano sono per gli sciocchi, i semplici, gli ultimi…
E tu sei Dio e per giunta onnipotente, essere perfettissimo, creatore e Signore del cielo e della terra.
Come conciliare le cose?
Voglio ringraziare Giovanni, il discepolo amato, diventato santo, che ci ha presentato la scena del tuo Battesimo in modo diverso dagli altri evangelisti.
“Ecco l’agnello di Dio…E’ lui che battezza in Spirito Santo” fa dire di te a Giovanni Battista.
Sapere cosa sei venuto a fare fa la differenza, perchè la cosa ci riguarda da vicino.
Ad ogni uomo offri oggi come allora il battesimo nello Spirito Santo, l’immersione nell’oceano profondo incommensurabile dell’Amore divino in cui tutti gli amori terreni trovano compimento.
Cosa desiderare di più?
Che tutti possiamo accorgerci quando bussi alla porta.

“Questo è il mio figlio prediletto”

SFOGLIANDO IL DIARIO…

Domenica 11 gennaio 2014
ore 6:50

Epifania del Signore.

“Questo è il mio figlio prediletto”

Oggi è il Battesimo del Signore.
Dio si mostra gli uomini, dice chi è attraverso la voce del Padre, attraverso lo Spirito Santo che si posa su di lui in forma di colomba.
In fondo oggi è ancora più giorno di festa, di contemplazione, di lode, perché il bambino che abbiamo adorato nella grotta, deposto su una mangiatoia, ora si è fatto grande e si è messo in fila come un comune peccatore per farsi battezzare da Giovanni.
Se da un lato è necessaria l’umiltà per ottenere ciò di cui abbiamo bisogno e non basta solo avere coscienza che siamo peccatori, bisogna mettersi in fila e attendere che Dio ci perdoni e ci assolva.
Ma un conto è lavare un vestito vecchio e un conto è indossarne uno nuovo.
Il Battesimo di Gesù ci dà il vestito nuovo che ci fa entrare a buon diritto nella comunità dei salvati, dei redenti.
Gesù si mette in fila, ancora una discesa, un atto che lo accomuna a qualsiasi peccatore, perché ha voluto, incarnandosi, condividere con noi tutto, fuorchè il peccato, la conseguenza del peccato che in fondo è ciò che ci fa vivere l’inferno su questa terra.
Gesù si manifesta in questo giorno ma non è Lui che parla, parla Dio, Dio padre, parla lo Spirito: il segno, la parola, la materia.
C’è tutto perché sia celebrato il Sacramento.
“Questo è il mio figlio prediletto del quale mi sono compiaciuto.”
Nell’adorazione dei Magi non parla nessuno, ma il segno è l’adorazione di questi illustri personaggi che si mescolano ai pastori davanti al bambino regale, il segno sono i doni che portano: oro (per il re), incenso (per Dio), mirra (per l’uomo).
Quando Gesù si mostrò ai pastori non fu Dio a parlare ma gli angeli che cantavano: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”.
I pastori credettero agli angeli perchè sono come bambini, non hanno riserve mentali, non sono condizionati da ragionamenti.
I bambini credono alla Befana e a babbo Natale e stupiscono per i doni che vengono loro portati.
I pastori nella loro semplicità, nel silenzio delle loro dimore itineranti, sono in grado di percepire la voce degli angeli e di seguirne le indicazioni.
Luca parla degli angeli, i messaggeri divini, che portano l’annuncio a Maria, a Giuseppe, a Zaccaria.
Ma quando Gesù diventa grande e deve iniziare il suo ministero pubblico, ha una pubblica investitura da parte della Sua Famiglia d’origine.
E’ la Trinità presente nel battesimo di Gesù, che lo consacra re, profeta e sacerdote.
L’Epifania si ripeterà sul monte Tabor, quando Gesù si trasfigurò davanti ai discepoli: Pietro Giacomo e Giovanni.
Dio nella vita si mostra a chi lo vuole vedere, che lo cerca, perché crede di trovare ciò che ha già conosciuto, ciò che gli ha lasciato la nostalgia di un bene esistente ma perduto.
Cerca ciò che esiste, ma che non ricorda che aspetto abbia, come sia fatto.
Cerca nelle cose ciò che gli faccia rivivere un sentimento di pienezza, di gioia, di appagamento, di pace.
Non c’è uomo che sia esente da questa nostalgia di eternità, di infinito, di comunione, di trascendenza, e una nostalgia che si traduce in un agire per ottenere tutto questo.
Gesù è venuto con il Battesimo a mostrarci cosa dobbiamo cercare, di cosa abbiamo bisogno, cosa abbiamo perduto.
“Cercate il Signore mentre si fa trovare” è scritto.
È il prezzo del ristoro, il prezzo della felicità acquistata senza denaro.
“Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, io vi ristorerò…. Cercate il Signore…”.
Ecco il Signore che oggi si fa trovare, mentre il Padre lo presenta ufficialmente al mondo.
Il Battesimo segna l’ingresso ufficiale di Gesù nella sua missione salvifica.
È arrivato il momento di ascoltare cosa ci dice Lui con le sue parole, con la sua vita.
Se vogliamo sapere chi è Gesù dobbiamo ascoltare cosa dice di lui il Padre, cosa dice Lui con le parole e con la vita, cosa dice di Lui la gente, ultimo il centurione presente alla sua crocifissione.
“Veramente quest’uomo era figlio di Dio!”
Che cosa straordinaria oggi abbiamo letto!
La crisi della nostra società infatti è crisi d’identità.
Non sappiamo chi siamo, dove andiamo, da dove siamo venuti.
Facciamocelo dire a Dio chi siamo.
Nel giorno del Battesimo siamo consacrati con il crisma e diventiamo messia (inviati), re, profeti e sacerdoti, innestati in Cristo con l’unzione.
Si comincia da lì.
Dio dice chi siamo.
Nella vita le nostre parole e azioni devono sempre rimandare a Qualcuno che ci ha mandato, unto, generato.
Con la nostra vita dobbiamo rendere visibile l’invisibile, attraverso le parole e le azioni, così che, alla fine ci sia un centurione, un pagano, che possa esclamare: “veramente questo è figlio di Dio!”.
Che cosa straordinaria vivere l’esperienza di Gesù, fondati sulla sua parola, fortificati nello spirito, rinnovati e redenti dal suo sacrificio!

“Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo” (Lc 1,42)

(Sof 3,14)
Rallégrati, figlia di Sion,
grida di gioia, Israele,
esulta e acclama con tutto il cuore,
figlia di Gerusalemme!

La tua delizia Signore è Maria, messaggera di buoni annunci, la tua gioia Signore si irradia su tutta la terra, quando il sole si alza nel cielo, quando scompare tingendo di rosso le creste dei monti, quando spuntano le stelle, quando appare la luna, quando il vento muove le foglie degli alberi, quando il mare si increspa al suo soffio leggero, quando immilla la tua luce in migliaia di piccole stelle.
Tu hai posto le tue delizie tra gli uomini Signore, quando un fiore spunta nel prato, quando un bimbo ci tende la le braccia, quando un vecchio ci stringe la mano, quando il mondo si trasferisce nel cuore.
Tu Signore hai riempito il nostro calice fino a farlo traboccare, il calice della vertigine, la bellezza senza fine, la pienezza di ogni cosa buona.
Signore quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!

Oggi la liturgia ci fa assistere al miracolo della gioia che scaturisce non da quello che si vede con gli occhi, ma da quello che si percepisce con il cuore.
L’ incontro non è tra Maria ed Elisabetta ma tra Gesù e Giovanni Battista, legati strettamente nella testimonianza dell’amore di Dio.
La scena si impernia su ciò che accade nel grembo di due madri.
La vita che hai dentro porta a gioire e a comunicare la gioia.
La gioia di cui parla il libro dei proverbi al capitolo otto è nascosta e si rivela solo agli occhi di chi ha fede.
Giovanni è quello che prima di ogni altra persona riconosce Gesù e fa un balzo nel ventre della madre
La voce di colui che griderà nel deserto ha incontrato la Parola e l’ha trasmessa a sua madre.
La madre comunica a Maria quanto, attraverso il figlio, ha percepito.
Maria che già conosceva il frutto del suo seno non può che aprire il cuore al Magnificat, alla preghiera di lode e di ringraziamento a Dio che non solo si è chinato sull’umiltà della sua serva, ma ha agito nella storia del popolo sempre in funzione di una salvezza che, attraverso di lei, sta portando a compimento.
In un’epoca in cui i bambini sono scelti nel tempo e nel numero e possibilmente nel sesso e nella condizione fisica ottimale, in un secolo in cui la vita nel grembo della madre è affidata all’arbitrio di chi pensa di esserne padrone, la festa di oggi parla un linguaggio mai sentito.
Ci sono cose che si vedono, ma non sono vere, ci sono cose che non si vedono e hanno un autenticità, una bellezza, una forza una perfezione che non riusciremmo mai a immaginare.

“Beata te che hai creduto senza vedere, hai creduto alle parole del Signore” dice Elisabetta a Maria.
La beatitudine è credere in ciò che Dio dice, promette.
La fede è la beatitudine somma che non dipende da noi ma da Dio, come non dipende da noi il fatto che il sole ogni mattina si alzi nel cielo e illumini la terra.
Da noi dipende solo la volontà di lasciarci illuminare, aprendo le finestre della nostra casa di carne.
Che grande dono è la fede!.

Grazie Gesù che non ci hai lasciati soli a combattere una battaglia così ardua e difficile, grazie perché fai sussultare il mio cuore ogni volta che vedo incontrarsi la mia volontà con la tua.
Grazie Signore perché mi trasporti in un mondo che non conoscevo, ma che avevi nascosto nel mio cuore.
La nostalgia dell’infinito, dell’eterno, dell’uno e distinto, della trascendenza è nostalgia di qualcosa che si è sperimentato quando eravamo racchiusi nel tuo grembo di padre e di madre.
Rientrare nel tuo utero è è ritrovare le radici, la fonte della gioia, della felicità senza confini, rientrare nel tuo utero è sussultare di gioia ogni volta che la tua grazia si manifesta, la tua parola si incarna e prende vita.
Grazie Signore di questi squarci di luce che ci rimandano a quel sole che mai tramonta anche quando scoppiano le tempeste.

Non sapete che siete tempio di Dio?(1Cor 3,16)

” Dedicazione della Basilica lateranense”.

” Io ti costruirò una casa.”(Sam2 6,11)

Cristo ha gettato le fondamenta, perché noi diventiamo la sua casa, impiegati come pietre vive per un sacerdozio regale.

La liturgia di oggi mi ha sempre affascinata perché parte da un fatto storicamente accaduto, la dedicazione della Basilica Lateranense, che evoca la costruzione del tempio del re Salomone.
Il re Salomone si chiede come possa Dio essere contenuto in uno spazio, anche se grande, delimitato da pietre, muri, opera di uomini.
Salomone è consapevole che il tempio fatto di muri ha valore solo se è luogo d’incontro, se lì ci si riunisce per pregare il Signore.
Tanto che dice alla fine della sua preghiera, ” Quando si riuniranno per pregare nel tuo nome in questo luogo, ascolta e perdona!”
Gesù dice: “Quando due o più si riuniscono nel mio nome io sono in mezzo a loro.”
Per essere Chiesa quindi, bisogna essere due o più di due a pregare, qualunque sia il luogo dell’incontro.
Ricordo quando io e Gianni pregavamo sulla pancia di mamma che stava morendo e mi sembrò che noi stavamo celebrando così l’Eucaristia, con le mani stese sul suo corpo.
Ma quello che in questo momento mi viene in mente è che spesso si prega da soli.
Allora dobbiamo pensare che Gesù non è presente nella chiesa?
Il tempio di Dio è il nostro corpo, per cui il nostro corpo assolve alla sua funzione sacerdotale quando prende offrendo, offre prendendo.
Penso a quante volte la preghiera è il frutto di esperienze traumatiche, dolorose, quando è uno sfogo personale, quando ci si rivolge a Dio perché venga in nostro soccorso, escludendo gli altri dalla sua benevolenza, dal suo aiuto.
Certo è che nel tempio di Dio non possiamo prescindere dagli altri.
Gesù, ogni volta che si accingeva a fare qualcosa, si ritirava a pregare.
La preghiera era sempre il presupposto di ogni azione.
Sembrerebbe che, perché Dio assista l’uomo, è necessario che quell’uomo si isoli, sia apparti, per entrare in intimità con Lui, per poterne ascoltare distintamente le parole.
Ma Gesù si rivolgeva alla sua famiglia d’origine che era composta non da una persona sola, (Dio è uno e trino) e si ritirava pregare solo per poter portare al mondo il frutto di quella preghiera.
In fondo eravamo in molti in quella chiesa non fatta di muri di cui Gesù stava gettando le fondamenta.
Quando ci incontriamo con il Signore, sicuramente è un’esperienza straordinaria, bellissima, paradisiaca(quando le cose vanno per il verso giusto).
Ma come per l’episodio della trasfigurazione, Gesù chiamò solo Pietro, Giacomo e Giovanni per farli assistere a qualcosa che avrebbe dato e rafforzato la loro fede, confermato la loro speranza.
Gli apostoli, chiamati prima del tempo ad assistere al miracolo, poi dovranno scendere a valle e anche Gesù, perché l’esperienza della croce lo aspettava, li aspettava.
Anche a Cana di Galilea Gesù anticipa quello che avverrà dopo la risurrezione.
È importante per noi che il Signore ci anticipi qualcosa, altrimenti brancoliamo nel buio.
Sono sprazzi di luce e solo per poco ci illuminano la Città Santa, ma servono a tenere desta la speranza, in base alla memoria di tanti benefici.
Ora dunque la liturgia ci ricorda che noi siamo tempio di Dio, impiegati come pietre vive.
Il tempio è Cristo, noi le pietre.
Il tempio già c’è, ma noi non possiamo starcene a guardare, perché ne siamo parte viva.
Questo ci serve per non tirarci fuori dalle responsabilità di collaborare a che la Chiesa si rafforzi e che non crolli.
Siamo collaboratori di Dio.
Ci è stato dato un corpo per comunicare, un corpo che deve comunicare l’amore effuso da Gesù sulla croce.
Se noi non usiamo il nostro corpo per questo fine, siamo destinati a morire, facciamo la fine di tanti templi crollati e ricostruiti nel tempo o definitivamente scomparsi anche dalla memoria.
Le pietre vive sono pezzi di carne, attraverso cui passa il sangue e l’acqua di Cristo, effuso dal suo costato.
Una pietra non può agganciarsi ad un’altra pietra se non c’è la malta.
I Romani, prima costruivano muri a secco, vale a dire senza malta e in questo sono stati maestri.
Ma l’edificio che noi dobbiamo costruire è un edificio spirituale, una casa di carne, è un cuore in cui battono altri cuori.
Il tempo distruggerà ogni cosa se al cuore di pietra non verrà sostituito un cuore di carne.

La porta

SFOGLIANDO IL DIARIO…
29 ottobre 2008
Meditazioni sulla liturgia di
mercoledì della XXX settimana del T.O.
ore 4.40

“Sforzatevi di entrare per la porta stretta”.(Lc13,24)

Nella Bibbia si parla spesso di porte, una stretta e una larga.
Quella per entrare nel regno di Dio è stretta, quella che ci porta all’inferno è larga.
Nella parabola del buon pastore, Gesù indica qual è la porta e quale sia lo strumento per entrare nell’ovile.
Lui è la porta ma anche il guardiano delle pecore, per cui in Lui, via, verità, vita, si identificano.
In Lui troviamo tutto ciò che serve quindi per vivere.
Quando Gesù parla di vita, allude a una condizione esistenziale che prescinde dal tempo, e anzi lo annulla, trasformando il κρόνος in καιρός.
Il καιρός è il tempo delle occasioni favorevoli, il tempo dell’incontro con l’infinito di Dio.
Quando incontri Dio, esci fuori dal tempo per fare un’esperienza di vita totale, completa, profonda, eterna, trascendente.
La porta è Gesù, la porta stretta attraverso la quale passare per entrare nel grande mistero dell’amore infinito di Dio e naufragare dolcemente nel suo mare.
Ma perché troviamo scritto: “Io sto alla porta e busso?”
Che ci sia un’altra porta diversa da quella già qui citata?
Certamente.
La porta dell’uomo.
Non si può entrare nel regno di Dio se prima non abbiamo aperto la porta del nostro cuore a Lui, una porta che si apre dall’interno e che ci permette di fare conoscenza di Chi ci renderà capaci di diventare tanto piccoli da poter sperare di passare definitivamente dall’altra parte.
Già aprire il cuore.
“Aprite le porte a Cristo”, le parole del papa.
Gesù è l’unico dietologo che ci può far fare la cura dimagrante, insegnandoci e abilitandoci a fare a meno di tanti cibi dannosi per la nostra salute, cibi che ci portano alla morte.
Gesù, attraverso l’Eucaristia ci nutrirà con un pane speciale, il suo corpo che non provoca intolleranze, ma sicuramente ci depura da ogni scoria cattiva, dannosa, velenosa.
È questo un tempo in cui vanno di moda le medicine alternative per curare le intolleranze alimentari.
Siamo diventati tutti intolleranti e siamo disposti a venderci anche l’anima per trovare nei negozi addetti, farine alternative con cui impastare un pane che non ci intossichi.
Strano che tutto questo capiti oggi in cui il crocifisso è oggetto di discussione e causa di scandalo per molti che lo sentono come un attentato alla propria libertà.
Comunque la si veda la cosa, certo è che, se vogliamo dimagrire, per entrare nella casa di Dio e rimanerci per sempre, è necessario aprire la porta al medico alternativo, Gesù Cristo, che verrà se uno lo ama, insieme con il Padre e lo Spirito Santo, a dimorare presso di noi.
Le ricette sono pronte, basta leggerle e poi fare ciò che c’è scritto da 2000 anni a questa parte per capire il principio attivo, le indicazioni terapeutiche e gli effetti collaterali, che potrebbero turbare e far decidere di usare altri farmaci.
La porta stretta del Vangelo mi fa pensare oggi ad un’energica cura dimagrante che posso e devo fare, aprendo la mia porta a Cristo.