Seduta ai piedi di Gesù ascoltava la sua parola.(Lc 10,39)

SFOGLIANDO IL DIARIO…
8 settembre 2013
martedì della XXVII settimana del tempo ordinario
ore 6:20

Seduta ai piedi di Gesù ascoltava la sua parola.(Lc 10,39)

Quando Gesù fece la moltiplicazione dei pani e dei pesci disse ai suoi discepoli:” fateli sedere”, riferendosi alla folla che da tre giorni lo seguiva.
Per incontrare Gesù, per conoscerlo, per amarlo, per servirlo meglio, è necessario sedersi.
Nell’Equipe Notre-Dame questo dovere di sedersi è alla base di tutta la spiritualità del Movimento, rivolta ai coniugi per i quali questo è il primo dovere per guardarsi negli occhi e ascoltarsi.
Ascoltare l’altro senza interromperlo, ascoltarlo senza pregiudizi, con l’animo sgombro da qualsiasi rivendicazione, mettendo a fuoco solo ciò che ci dirà, e che quello che ci dirà gli appartiene, è suo, e ci mostra come egli è.
Dovere di sedersi, dovere di ascoltare, presupponendo che l’altro abbia ragione perché sta parlando di se stesso, anche quando non sembra.
Il servizio alla persona non può prescindere da una preventiva disponibilità all’ascolto.
Molto spesso pensiamo che sia giusto quello che facciamo e ci lamentiamo della fatica e dell’ ingratitudine dei destinatari dei nostri sforzi, senza mai chiederci se veramente è quello di cui hanno bisogno.
Ascoltare è possibile solo se si riesce fare silenzio, far tacere tutte le preoccupazioni che ci attanagliano e ci legano.
Silenzio interiore… è una parola!
Giovanni, quando era piccolo, diceva che pensieri lo disturbavano e si chiedeva perché Dio aveva inventato il cervello.
Allora sorridemmo delle sue domande precoci per un bambino di 5 anni, nelle quali io mi ritrovavo a quasi 70 anni.
Gianni, mio marito, soleva dire, quando cominciarono le vie dolorose, che dovevo farmi la lobotomia, perché solo così sarei guarita, spegnendo il pensiero.
In questi ultimi tempi i pensieri non riesco a fermarli, pur volendolo, pur desiderandolo con tutto il cuore, seduta ai Suoi piedi.
Mi sembra che, come vedo offuscato, così si sono offuscati i pensieri, come è incerto e traballante il mio andare, come è impreciso ciò che faccio con le mani.
Il Signore sa di cosa ho bisogno, ma io non ci capisco più niente.
Penso al riposo, al sonno, al nulla che potrebbero in questo momento porre fine a questa agonia.
Ti chiedo perdono Signore per questi pensieri, perché vorrei riposare, dormire, non ho voglia in questo momento di ascoltarti; a te lo posso dire, tu mi capisci.
Vorrei che tutti stessero zitti, che il mio cervello, ma specialmente il mio corpo cessasse di urlare.
Mentre stavano proiettando il film a Loreto “Una storia vera” mi sono sentita male almeno nella prima ora, tanto che sentivo urgente bisogno di fuggire per andare a distendermi.
Le gambe e i piedi s’erano addormentati e volevo fuggire da quel silenzio , da quella lentezza esasperata che scandisce la storia del film…
Ho pensato quanto mi dà fastidio l’assenza di parole , andare a rilento , sì che io cerco di riempire i vuoti lasciati dagli altri con le mie parole .
È una compulsione fortissima tanto che poi non riesco a smettere, anche se me l’impongo.
Sento la contraddizione tra quanto faccio e quello che desidero fare, mi sento dilaniata, divisa e vorrei riposare nelle tue braccia Signore .
So che sarebbe la cosa migliore ma non riesco a spegnere questo cervello.
Io so che non posso tirarmi indietro , che anche il pomeriggio sarò impegnata che non troverò riposo e probabilmente non sarò in grado di ascoltarti Signore.
Non potrò sedermi davanti a te oggi, anche se ne sento forte il bisogno.
Ripulisci il mio cervello Signore, liberami da tutti i pensieri inutili e dannosi, apri una via dove sembra non ci sia, anche se non ti ho lodato, benedetto e ringraziato.

“Una storia vera” il film che hanno proiettato a Loreto i coniugi Gillini, parlava di un handicappato che comincia un viaggio alla volta del fratello che non vedeva da anni e che stava male.
L’aver litigato ferocemente con lui dopo un periodo dell’infanzia veramente idilliaco (la cosa che ricordava era il cielo stellato su cui convergevano i loro sguardi, quando il sole tramontava, un cielo che li incantava e nel quale si perdevano, un cielo stellato che non appartiene a nessuno e tutti possono goderne)
Nel corso a cui stavamo partecipando (Nonni che fortuna!), una signora della nostra età, ricordando un gesto, un’emozione, un profumo, un gesto… ( ce l’avevano dato come compito) ha detto che il nonno per farle passare la tristezza se la metteva sopra le spalle e le diceva di tirare su le braccia perché così avrebbe toccato le stelle.
Un’altra ha ricordato il velo che avevano messo sulla bara del nonno che non le fece impressione, non la spaventò, perché le sembrò cosa bella per custodire anche in futuro stenderci un velo senza nascondere i tesori.
Non so perché sto dicendo queste cose, visto che volevo fare la relazione sul corso a cui abbiamo partecipato a Loreto.
A me venne in mente, ma non lo dissi, che l’immagine più forte che mi trasmise mio padre, fu la carezza, il buffetto che suo padre, morto a 28 anni, gli dette, mentre stava in braccio a sua madre.
Era l’unico ricordo che gli aveva lasciato, una carezza…
Era un ricordo che non mi riguardava all’apparenza, ma se ci penso, forse è la nostalgia di una Tua carezza che mi aiuta a sperare che ti ritroverò mio Signore e in silenzio mi siederò ai tuoi piedi per farti parlare…

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“Ricostruite la mia casa” (Ag 1,8)

(Ag 1,1-8)

Ricostruite la mia casa, in essa mi compiacerò.

Dal libro del profeta Aggèo

L’anno secondo del re Dario, il primo giorno del sesto mese, questa parola del Signore fu rivolta per mezzo del profeta Aggeo a Zorobabele, figlio di Sealtièl, governatore della Giudea, e a Giosuè, figlio di Iosadàk, sommo sacerdote.
«Così parla il Signore degli eserciti: Questo popolo dice: “Non è ancora venuto il tempo di ricostruire la casa del Signore!”».
Allora fu rivolta per mezzo del profeta Aggeo questa parola del Signore: «Vi sembra questo il tempo di abitare tranquilli nelle vostre case ben coperte, mentre questa casa è ancora in rovina? Ora, così dice il Signore degli eserciti: Riflettete bene sul vostro comportamento! Avete seminato molto, ma avete raccolto poco; avete mangiato, ma non da togliervi la fame; avete bevuto, ma non fino a inebriarvi; vi siete vestiti, ma non vi siete riscaldati; l’operaio ha avuto il salario, ma per metterlo in un sacchetto forato. Così dice il Signore degli eserciti: Riflettete bene sul vostro comportamento! Salite sul monte, portate legname, ricostruite la mia casa. In essa mi compiacerò e manifesterò la mia gloria, dice il Signore».

La parola che oggi la liturgia ci propone mi fa pensare alla famiglia, sempre più povera di case dove abitare, alla ricerca di chi o di cosa possa offrirle ciò di cui ha bisogno, uno spazio dove si coltivano piante in via d’estinzione, si allacciano legami che non si consumano, si tessono trame che non si scompongono, un luogo dove, nella ricerca dell’altro, l’uomo ritrova se stesso, dove, attraverso le relazioni intessute, si ricompone la sua frammentazione, la disgregazione a cui la società spesso lo costringe.
La casa dove ritrova la sua identità nell’essere uomo, nell’essere coppia, nell’essere famiglia, nell’essere popolo dei figli di Dio.
La casa, intesa come luogo dell’ascolto, del silenzio, della preghiera, della presenza di un Dio che si manifesta e cammina con noi, spazio di contemplazione e di adorazione, ma anche cantiere aperto a tutte le attività che servono per renderla stabile e salda, funzionale alle necessità di chi vi abita, aperta all’incontro e all’accoglienza.
Casa cantiere, dove le porte non sono blindate, dove le finestre sono aperte sul mondo, dove il pellegrino può poggiare il mantello e riposarsi.
Di quale casa ha bisogno l’uomo del nostro tempo? Chi deve accogliere, cosa deve contenere, la dimora dell’uomo che cerca l’unità di una vita vissuta disgregandosi attraverso le molteplici esperienze a cui la civiltà dei consumi lo chiama?
Se fosse un cane, diremmo che l’uomo ha bisogno di una cuccia e ci adopereremmo per costruirgliene una bella e confortevole, come anche se fosse un pappagallo, non ci sarebbe difficile costruirgli una gabbia quand’anche fosse d’oro.
Ma l’uomo ha bisogno di ben altro, anche se, a sentire la televisione o i giornali, sembrerebbe che i suoi bisogni siano belle donne, belle macchine, ricette per non invecchiare, cibo che non si prepara con la fatica, l’attenzione e l’amore di un tempo, quando il poco diventava molto nelle povere e sapienti mani delle nostre nonne, quando la sfida era invecchiare bene e con sapienza, quando il tempo non correva più in fretta dei sogni, quando la casa era riscaldata da veri camini di amore sofferto e condiviso.
“Chi è l’uomo perché te ne curi, chi è l’uomo perché te ne ricordi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli di gloria e di onore lo hai coronato, tutto hai messo ai suoi piedi”.
Se l’uomo è così importante da suscitare tanta attenzione da parte di Chi ha costruito il mondo e tutto quanto contiene, sicuramente ha diritto a qualcosa di speciale.
La casa luogo dell’incontro con Dio, luogo dell’incontro con i fratelli attraverso i quali Dio si manifesta.
La vita alla casa lo dà l’amore che è fatto di condivisione, di solidarietà, di patire con e per, di rapporto stretto con un Dio che tiene unite tutte le stanze, attraverso i fili del telefono, della luce, le condutture dell’acqua e del gas…
Stanze di uomini, in comunicazione tra loro attraverso ciò che Dio dispensa con abbondanza, se si tengono aperti, puliti i canali, non lasciandoli otturare o rompere dal desiderio di isolarsi, appartandosi e agendo per conto proprio.
Bella e suggestiva è l’immagine (tratta dall’Antico Testamento), della casa tenda, come quella che si porta sulle spalle (come la croce), che si porta anche per gli altri, per i piccoli, i malati, gli anziani, ma che a sera si pianta per accogliere la famiglia , tenda che si dilata fino a non avere confini e ad abbracciare il mondo, pronta a ricevere, accogliere chiunque abbia bisogno.
La casa, cuore di un’umanità inquieta e sofferente, duro, incapace di amare, di donarsi, di dilatarsi.
La casa cuore di pietra che diventa cuore di carne, è l’immagine consolatoria che comunica il Dio della tenda, il Dio con noi, che viaggia con noi, che si mostra , si manifesta lì dove c’è fede, dove c’è apertura a Lui, dove c’è povertà di spirito, desiderio di essere da Lui riempiti.
Il Dio della tenda è il Maestro, per ricostruire le nostre case traballanti, fondate sulla sabbia, case in cemento armato che conservano l’armatura , per difendere il proprio egoismo e difendersi da quello altrui, case che hanno perso il cemento per tenere uniti i mattoni inerti che si staccano e rendono invivibile uno spazio sforacchiato, aperto a tutte le intemperie.
La casa dell’Antico Testamento è il luogo in cui Dio abita, dove l’uomo può abitare, perché la si porta dietro, sulle spalle, nel cuore, perché è aperta alle relazioni, al dialogo, aperta allo Spirito.
La casa di carne è quella che più di ogni altra noi siamo chiamati a costruire, quella che in Cristo Gesù si realizza, Gesù tempio, casa di carne, che si fa spezzare ogni giorno sopra gli altari dal sacerdote, che si fa pane per spegnere la fame di tutti gli affamati del mondo.
Nello sforzo di rendere visibile il Dio relazione d’amore, il Dio uno e trino, si costruisce la casa che può subire mille traslochi senza perdere mai la sua identità.
In una casa siffatta tutto appartiene a Dio e quindi vi prende stabile dimora la santità.
Partire dall’uomo primo Adamo, e tornare a Cristo, nuovo Adamo è l’unica strada per sapere di quale casa egli ha bisogno, quale casa ricostruire.

“Dio l’ha risuscitato dai morti e noi ne siamo testimoni”(At 3,15)

Meditazione sulla liturgia di
giovedì dell’ottava di Pasqua

letture: At 3,11-26; Sal 8; Lc 24, 35-48
“Dio l’ha risuscitato dai morti e noi ne siamo testimoni”(At 3,15)

Questa settimana che è detta di Pasqua, parla di un sol giorno, l’ottavo, il giorno della resurrezione, un giorno in cui campeggia un sepolcro vuoto.
Il vuoto è il grande protagonista della giornata di Pasqua, un vuoto riempito dalla ricerca e dall’incontro con Gesù.
Le sue apparizioni sono raccontate in modo diverso e non sincronizzato dagli evangelisti, ma una cosa è certa: chi parla ha visto, ha ascoltato, ha toccato, ha parlato con Lui, con Lui ha mangiato.
Straordinaria questa settimana dove si succedono gli incontri con Gesù che non viene riconosciuto da nessuno a prima vista.
Eppure i discepoli avevano avuto modo di frequentarlo per tre anni almeno, ma la resurrezione rende irriconoscibili perchè il corpo si trasfigura a tal punto che pensi di aver a che fare con un fantasma.
Accadde anche durante le tempesta quando videro Gesù camminare sulle acque.
L’uomo ha bisogno per credere non soltanto di apparizioni fugaci, ma di qualcosa che li riporti al loro abituale modo di vedere, di sentire, di vivere.
Se vuoi che Gesù si faccia presente devi prima di tutto condividere con chi ti sta accanto la fede, la certezza che è risorto per farti risorgere, la certezza che la persona che ti sta di fronte è brocca in attesa di essere riempita dallo Spirito del Signore, persona che ha sete, ha fame, soffre.
Devi condividere le tue e le sue ferite, le devi scoprire e toccare, devi sentire la pace che ti viene dalla consapevolezza che non hai sognato quando il velo si alzava sul senso delle Scritture e che Cristo è presente ogni volta che spezzi il pane con un fratello , ogni volta che ti fai pane e ti spezzi per donare all’altro il tuo amore e riempire la sua brocca.

Tutto questo perchè il sangue del Giusto è caduto su di noi, ci ha bagnato, ci ha rigenerato, ci ha ridato la vita, ha irrigato le nostre aride zolle, la nostra terra riarsa e ci ha resi fecondi di vita sempre nuova.
Il sepolcro è vuoto, e rimarrà sempre vuoto se cerchiamo di imprigionarci la verità, se cerchiamo di nasconderci il profumo dei fiori, il loro colore.
Se ci ammassiamo la nostra terra, le nostre certezze, i nostri beni, per essere certi di valere e durare in eterno, nessuna tomba rimarrà inviolata e il tesoro nascosto verrà trafugato quanto prima dagli ingordi, se il tempo non avrà provveduto prima a distruggere tutto.

E’ bello pensare che la croce, come la morte è a collocazione provvisoria, come dice don Tonino Bello.
Di questa Pasqua voglio ricordare la Via Crucis insieme con Gesù, l’indulgenza plenaria lucrata con la partecipazione al triduo pasquale, la gioia di essere stata chiamata a condividere con Lui gli effetti della redenzione.
Voglio ricordare l’antipasto del giorno di Paqua diverso da quello che mi aspettavo, di gran lunga più appagante, buono, partecipato.
E’ stata la preghiera dei bimbi, la benedizione con un ramoscello d’olivo intinto nell’acqua benedetta che don Massimo ha consegnato a loro come a tutti i suoi parrocchiani.
Mi piace ricordare che quell’acqua stava lì perchè la penitenza assegnata ai piccoli del catechismo, dopo la confessione, era di riempire un numero più o meno grande di questi contenitori di pace, di luce, di amore, testimoni della resurrezione di Gesù
Di questa Pasqua voglio ricordare la decisione maturata di essere sempre più vera, di gettare le ultime maschere per presentarmi al Signore nella verità.
Ho desiderato togliere tutto ciò che mi separa dal mio Creatore, che mi impedisce un incontro autentico con l’uomo, toccando le sue ferite, facendomi carico dei suoi bisogni, presentando a Lui la mia inadeguatezza, perchè la benedica e la trasformi in grazia.
Gesù ha chiesto di essere toccato, di essere nutrito perchè i suoi si convincessero che non era un fantasma.
Quanti aspettano da noi di essere toccati senza schifarci delle loro ferite più profonde, quanti ci chiedono da mangiare e noi facciamo finta di non sentire!
Vorrei nutrirmi a tal punto della Parola di Dio per diventare ciò a cui sono chiamata, per realizzare il Suo progetto d’amore nell’obbedienza alla Sua Parola, nella fede al Suo amore eterno, misericordioso e santo.

Chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre.

Meditazioni sulla liturgia della
 III settimana del TO
VANGELO (Mc 3,31-35)
In quel tempo, giunsero la madre di Gesù e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo.
Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano».
Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».
Parola del Signore
 A questa società, dove la raccomandazione è d’obbligo, dove il nepotismo impera a tutti i livelli, dove se non sei figlio, fratello, moglie , compagna di…, ti puoi scordare ciò che ti spetterebbe di diritto, per quello che vali, il Vangelo di oggi offre una preziosa riflessione.
Gesù, rispondendo a chi lo sollecitava a privilegiare i parenti, che stavano fuori, indica di quale raccomandazione abbiamo veramente bisogno, quali garanzie dobbiamo esibire, per essere sicuri di essere ascoltati.
I SUOI siamo noi, popolo che lui si è scelto, i battezzati che credono alla vita nuova donata da Dio attraverso Cristo Gesù.
E’ incredibile come le più grandi divisioni le troviamo nella Chiesa che Cristo ha fondato, effondendo il suo Spirito su Maria, la madre che consegna al discepolo che più si sentiva amato da Lui, perchè l’accolga nella sua casa.
La nuova chiesa fondata da Cristo ha come punto di riferimento, principio e fine, Lui che ha dato tutto perchè siamo una sola cosa con Lui come Lui è una cosa sola con il Padre attraverso lo Spirito.
Non basta sentirsi suoi, appartenergli solo per un legame che non unisce le braccia al cuore.
Il popolo di Dio è quello che può rivolgersi al Padre come ha fatto Gesù, chiamandolo ABBA’, padre di tenerezza, di misericordia, di perdono, lento all’ira e dispensatore di prodigi.
Non possiamo , osservando i nostri fratelli, censurare tutto quello che dicono, prendendoli per pazzi, dall’alto dei nostri studi e delle nostre sicurezze acquisite.
Non possiamo giudicare gli altri in base a quello che non hanno in comune con noi e separarcene e vivere per conto nostro la fede che ci è stata donata con il Battesimo, uguale per tutti.
Invece di guardare a ciò che ci divide, sforziamoci di mettere a fuoco ciò che ci unisce, quell’unico Pane offerto per la salvezza di tutta la famiglia di Dio.
“Tu me li hai dati. Non prego per me, ma per loro, perchè siano una cosa sola  con noi, come noi siamo una sola cosa” “Amatevi gli uni gli altri” dice il Signore. Da questo riconosceranno che siete miei discepoli”
Gesù quanta fatica facciamo ad amare le persone che non capiamo, che si comportano in modo diverso da noi! Quanta fatica a benedire quelli che maledicono, a gareggiare nello stimarci a vicenda, anche se fanno e dicono cose da pazzi!
Signore le tue richieste ci sembrano tanto folli, esagerate che siamo tentati di pensare che sei fuori di testa.
Ma poi , ed è questa la grande consolazione, la nostra sicurezza, ripensiamo a quanto hai detto : “Non siete voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi”
Ci sarà stato un motivo per farlo!
Aiutami a scoprire la bellezza, la forza, la vita del tuo progetto d’amore.
Aiutami a sentirmi sempre più figlia amata e voluta insieme ai miei fratelli nella fede in te che sei l’unico vero Bene.

“Il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati” ( Mt 9,6)

 “Il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati” ( Mt 9,6) 
In questo passo del Vangelo vediamo un paralitico che viene portato davanti a Gesù dai suoi amici, facendolo passare da un buco, fatto sul tetto perché sia guarito.
Da cosa deve essere guarito l’uomo?
Quali sono le malattie che lo paralizzano?
Quelle che dipendono dal giudizio degli altri, dalle etichette che gli mettono addosso, quelle che impediscono all’uomo di rialzarsi, di rimettersi in piedi, che gli tolgono la dignità, che lo fanno vivere in un inferno.
L’uomo che non si sente accettato, amato per quello che, è sempre un po’ menomato, paralizzato su schemi stereotipi, e limitato nella possibilità di esprimersi, ha le ali tarpate, e vive in uno stato di guerra continua.
Guerra che gli fanno gli altri, guerra che lui fa agli altri per difendersi.
L’uomo, anche se colpevole, ha bisogno di essere reintegrato nella sua posizione, nel suo stato precedente, ha bisogno di riscatto.
Se rimane in prigione per tutta la vita, l’uomo non potrà mai esprimersi al meglio delle sue possibilità, anche se si pente.
La società sente l’esigenza di perdonare perché non può stare sempre in perenne conflitto con se stessa.
Ecco il motivo dell’indulto, dell’amnistia, del condono, della grazia delle giubileo che un tempo sanciva lo scuotimento dei pesi, la liberazione degli schiavi eccetera.
Gesù è venuto a portare personalmente all’uomo il messaggio di salvezza che parte dal perdono, il super dono che è Lui e che ci ha lasciato nei Sacramenti.
Infatti non c’è sacramento che non sia un’ occasione per ricevere il perdono di Dio, che non lo attesti, che non operi in tal senso.
I Sacramenti sono un segno dell’amore di Dio per l’uomo.
Battesimo, Cresima, Riconciliazione, Unzione degli infermi,presuppongono una domanda di perdono da parte dell’uomo.
Se l’uomo non vuole guarire dalle sue infermità, Dio non si impone, non ne forza la volontà.
Poi c’è l’Eucaristia, il pegno vivente che Gesù ci ha lasciato.
Dio si fa mangiare, Dio offre se stesso perché torniamo a vivere.
Il segno tangibile dell’amore che Dio continua a donarci, nonostante le nostre infedeltà è l’Eucarestia.
“Domine non sum di dignus” si dice all’inizio della messa.
Non siamo degni Signore di ricevere tanto, eppure tu sei pronto a donarti a noi, a farci gustare quanto è bello stare con te, in pace con te e con i fratelli.
La pace è ciò di cui abbiamo bisogno, è una beatitudine….
“Beati gli operatori di pace” è scritto.
Gli angeli annunciavano la tua nascita dicendo: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”.
Dio porta la pace, Dio ci lascia la sua pace quando appare agli 11 nel cenacolo.
Dio ci vuole operatori di pace, portatori di perdono, testimoni di amore.
Il paralitico perdonato, può rialzarsi, andare a casa sua con il suo letto sotto il braccio.
I suoi amici hanno fatto ciò che ognuno di noi dovrebbe fare: portare Gesù e paralitici, a tutte quelle persone che sono ingabbiate dalla loro colpa, le persone che non si sentono amate, rispettate, che non si rispettano e non rispettano gli altri, che hanno sbagliato, che non si accettano e che pensano che non c’è pace tra gli ulivi, vale a dire che non c’è speranza neanche in Dio.
Ma quando si incontra Gesù veramente, il primo effetto è quello di sentirsi bene, perché ci si sente guardati con occhi di misericordia.
Matteo, la Samaritana, Zaccheo sono tutte persone che hanno sentito lo sguardo di amore posarsi su di loro e si sono convertiti.
Gesù guarisce con il perdono e noi siamo chiamati a fare altrettanto.
In un mondo in cui, perché non ci siano conflitti si sta omologando, globalizzando, omogeneizzando tutto, in un mondo in cui la differenza di genere tende ad essere azzerata o negata, la differenza tra generazioni (vedi operazioni di lifting), la differenza di cultura, il pubblico e il privato messi sullo stesso piano (grande fratello, isola dei famosi), dove non c’è più pudore, dove tutto è per tutti nel significato più deteriore e dannoso, il diverso fa fatica a vivere ed è condannato all’isolamento, alla non esistenza.
Ecco allora le guerre che cercano di ristabilire un diritto che prescinde dall’identità, dalla dignità delle persone.
Gesù è venuto a portare la pace che nasce dall’accettazione dell’altro, per permettergli di operare per il bene comune mettendo in comune quello che è.
“Non entrerete nel mio riposo “dice Dio a quelli che non si vogliono convertire al suo amore.

“Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui”.( Lc 20,38)

VANGELO (Lc 20,27-40)
In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». 
Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».
Dissero allora alcuni scribi: «Maestro, hai parlato bene». E non osavano più rivolgergli alcuna domanda.
Parola del Signore
Il Vangelo di oggi ci invita a riflettere sulla funzione del corpo che non è quella di prendere o lasciare, ma di accogliere.
Dopo la morte il corpo non avrà bisogno di nessun accessorio per funzionare, vale a dire amare, perchè tutto il corpo sarà capace di esprimere e comunicare l’amore, senza occhi, braccia, mani …altro.
Il corpo il Signore ce lo ha dato come strumento di comunicazione e la sfida è nel riuscire a mettersi in contatto con l’altro senza fili… una rete gratuita e illimitata che il Padreterno ci dà verso tutti, per sempre.
Il Web forse non a caso è stato inventato per mettere in comunicazione le persone anche se non si vedono, non si conoscono, usando non tutto ciò che normalmente serve per una relazione giusta, corretta, completa.
Ebbene io oggi uso solo le dita e quella parte di vista che mi rimane per comunicare con gli amici virtuali di Internet, ma un giorno non avrò bisogno neanche di questo.

” Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?” (Ap 5,2)

” Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?”(Ap 5,2)
Il libro della vita tu ce lo consegni nel giorno del Battesimo perchè lo leggiamo e impariamo a vivere felici cercando la bellezza nel nostro cammino alla volta della patria beata.
Qui siamo pellegrini, ospiti in una terra inospitale, con tante difficoltà da superare, tanti ostacoli, tanti che ci remano contro, che ci minacciano e ci condannano a  morte.
Noi non sappiamo leggere Signore quando riceviamo il libro e i nostri genitori non sempre sono preparati al compito di trasmetterci questa arte divina che è quella di guardare oltre, di vivere in te, con te e per te ogni attimo della vita.
Ci sono i più fortunati che nascono in famiglie dove tu sei di casa, dove la tua lingua non è sconosciuta, anzi non ne conoscono altre.
Ma ci sono famiglie in cui tu sei il grande assente, perchè i  beni del mondo riempiono gli armadi, i forzieri, la loro bocca.
Come imparare a leggere il libro della vita se non c’è nessuno che ce lo insegni?
Me lo sono chiesto molte volte, ma alla fine ho capito che quando mancano maestri, tu vieni in nostro aiuto nascondendoti tra le pieghe, le ferite, gli strappi della nostra quotidianità.
Le cose per quanto ci sforziamo non vanno mai come vorremmo e dobbiamo fare i salti mortali, per raggiungere le mete che ci siamo prefissi.
Spesso, perchè questo accada, dobbiamo ricorrere a sotterfugi, non tener conto del male che facciamo a chi ci sta accanto, alle conseguenze negative dei nostri ” successi”.
Siamo disposti a fare carte false pur di emergere, affermarci, sentirci bravi, arrivati, avere il plauso della gente, stare sulla cresta dell’onda.
Ma quanti scivoloni, quante brutte cadute, quanti ricalcoli rabbiosi, per ottenere quello che ci piace, ci soddisfa, ci rende felici anche solo per un attimo.
Le nostre sbandate le attribuiamo agli altri, sono gli altri la causa dei nostri fallimenti, delle nostre cadute, della profonda insoddisfazione che ci porta ad affinare le armi per metterli a tacere per sempre.
Hanno fatto così con te Signore, condannandoti a morte, riducendoti al silenzio perchè volevi insegnare agli uomini la lingua dello Spirito, volevi che imparassero il linguaggio universale dell’amore.
Che dire Signore? Riconosco la mia colpa perchè anche io ho cercato lontano ciò che avevo vicino, nascosto nel cuore.
Ma dovevo fermarmi e ascoltare ciò che tu mi hai rivelato attraverso le parole di gioia contenute nel Tuo libro.
Era un Salmo di gioia e di giubilo per te che stavi arrivando.
La bellezza e la gioia mi colpirono quel giorno di estrema tristezza, perchè io l’avevo perduta.
Le tue parole furono un balsamo per il mio cuore malato, afflitto, disperato,
Non sapevo che parlassi una lingua per me comprensibile. Grande fu la meraviglia perchè non ti conoscevo.
Ma tu, che conosci l’uomo perchè l’hai creato e fai tuoi i suoi più veri e intimi bisogni, hai risvegliato in me la nostalgia dei miei primi vagiti che convogliarono su di me le attenzioni di occhi, di orecchi, di braccia premurose, amorevoli, accoglienti.
Il tuo libro è diventato il mio libro, perchè il linguaggio dell’amore è unico, irripetibile, universale.
I sigilli li hai tolti con il tuo corpo offerto in sacrificio per noi, consegnandoci alla storia bagnati del sangue e dell’acqua usciti dal tuo costato.
Ma non basta rimanere ai piedi della croce per conoscere i segreti riposti nel libro della vita.
Con il Battesimo ci doni gli strumenti per risalire la corrente di grazia che bagna la chiesa, risalire per entrare attraverso quel piccolo foro e rinascere dall’alto, dopo aver contemplato le meraviglie del tuo amore nel tuo cuore di padre, di madre, di fratello, di sposo.
Sta a noi decidere su quale libro imparare la bellezza, la gioia, la pace che vengono dal non cercare altri maestri, dall’usare nelle nostre relazioni solo la lingua madre, che è la tua, una lingua comprensibile non ai dotti e ai sapienti, ma agli umili, agli oppressi, agli emarginati, gli sbagliati, gli improduttivi , i malati, i soli, quelli che hanno perso tutto nei  terremoti della vita o non hanno mai avuto niente che non fosse la tua parola come riferimento costante,
Ci hai costituito un popolo di re, profeti e sacerdoti, un popolo di santi che ti onora con le labbra, ma non sempre purtroppo anche con il cuore.
Tu Signore non ti stanchi di rompere i sigilli, non ti stanchi di insegnare l’a b c dell’amore, della condivisione, della comunione, non ti stanchi di riaprire quella ferita che ti fa male ma che è l’unica porta per conoscere il mistero che ci abita, il mistero del tuo amore in cui il Battesimo ci ha innestato.
Tu piangi Signore perchè non abbiamo capito quando sei venuto a visitarci e ti  abbiamo trattato come un ladro o un impostore, condannandoti a morte non una volta sola.
Come vorrei asciugare le tue lacrime, come vorrei poter essere strumento di grazia per tutti quelli che non ancora ti conoscono o si sono fatti di te un’immagine distorta  e riduttiva.
Manda il tuo Spirito Signore perchè io sia la voce di colui che grida nel deserto.
Ascoltate la Parola del Signore e mettetela in pratica.
I sigilli sono rotti e dalla croce emana il profumo dei fiori sbocciati in primavera.