Benedizione

“Mosè udì il popolo che
piangeva in tutte le famiglie(Nm 11,10)
Il miracolo della moltiplicazione dei pani, caratterizzata dalla benedizione che Gesù fa su quello che c’era, ci viene riproposto più volte nell’arco dell’anno.
Certo che Gesù avrebbe potuto dal niente far comparire montagne di cibo, ma il suo stile non è quello di fare miracoli per esaltare la sua onnipotenza, per acquisire credito e ricevere applausi .
Dio ci educa attraverso gli eventi, le prove della vita, la storia.
Invece di lamentarci per quello che non abbiamo, cominciamo a benedire ciò che abbiamo, ma soprattutto a vederlo, a chiedere a Dio di aprire gli occhi su ciò che c’è non su ciò che ci manca.
E’ una nostra abitudine lamentarci per tutto, rattristando lo Spirito.
San Paolo ci ricorda (1Tessalonicesi 5:16-18).
“Abbiate sempre gioia;
non cessate mai di pregare;
in ogni cosa rendete grazie,
perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.”
Certo che non è facile benedire sempre quello che abbiamo, tuttavia per arrivarci bisogna fare un continuo cammino attraverso il deserto dove scopri cos’è essenziale e impari a fare a meno di tutto eccetto che di Dio.
Mosè di fronte alle lamentele del popolo non fa come Gesù, ma si rivolge a Dio con la confidenza di un figlio e gli apre il cuore.
Ma ciò che mi piace del nostro Dio è che da’ il cibo a tempo opportuno e, se si fa attendere, è perchè ha un progetto più grande su di noi.
Mosè intercede per il popolo che gli è stato affidato non proprio con le buone maniere.
Ma Dio non si formalizza, a Lui interessa che il cibo o l’aiuto lo cerchiamo solo da Lui.
Benedire e non maledire è un punto di arrivo, è l’eterna contemplazione dell’amore di Dio, la pace e la gioia di chi ha capito che non di solo pane vive l’uomo.
Mosè porterà il popolo nella terra promessa, ma chi ci insegnerà a coltivarla è Gesù che da un piccolo seme fa nascere alberi frondosi e ricchi di frutti.
Il divino seminatore diventa il giardiniere perchè quel paradiso perduto ci sia restituito in tutta la sua primitiva bellezza.
E allora lodiamo, benediciamo e ringraziamo il Signore ogni momento, nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia, perchè tutto concorre al bene di chi teme il Signore.

Patria

«Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua” (Mt 13,57)
“Rinfrancate le mani cadenti, e le ginocchia infiacchite” scrive Paolo nella lettera agli Ebrei, perchè ieri come oggi è facile scoraggiarsi, non capire perchè tante cose ci succedono che ci lasciano sconcertati.
“Non avete resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato.”
Il peccato a cui allude Paolo non è solo quello personale, ma quello le cui conseguenze ricadono su tutti i membri della comunità, pur non essendo tutti peccatori allo stesso modo o non essendolo per niente.
Guardiamo cosa è successo a Gesù, il figlio di Dio durante tutta la sua vita.
Pur essendo senza colpa, si caricò sulle spalle i nostri peccati per liberarci dalla schiavitù del peccato che porta alla morte.
E che dire di Maria, anch’ella concepita senza peccato a cui non una ma sette spade trafissero l’anima, con tutto quello che dovette soffrire come madre di Gesù e come madre nostra, come donna e come sposa di Cristo,come figlia di Dio e sorella in Gesù?
Le vicende della vita di Gesù ce lo presentano, da un lato osannato e cercato per quello che diceva e faceva, per la speranza che aveva riacceso negli animi in attesa di un liberatore, dall’altro rifiutato, perseguitato e messo a morte per paura di perdere i propri privilegi.
Gesù viene rifiutato prima di tutto dai suoi, le persone che lo conoscevano da quando era andato con la sua famiglia ad abitare a Nazaret.
Il carpentiere figlio di… fratello di…come faceva a dire e a fare cose così diverse da quelle che ci si sarebbe aspettati da uno cresciuto in quel luogo con quella famiglia e quella cultura?
E si scandalizzavano di lui.
Lo scandalo è la pietra d’inciampo e, fuor di metafora, significa che ogni novità, ogni cosa che si presenta diversa da quella che ci aspettiamo, ci disorienta e ci irrigidiamo , alziamo i paletti per paura di perdere la nostra posizione.
Cambiare posizione non è facile, specie se ci stai da molto tempo e ci stai comodo.
Gesù scomoda tutti, non c’è dubbio, fino a quando non ci mettiamo sulla traiettoria giusta per raggiungere l’obbiettivo.
Così Gesù limitò i miracoli a Nazaret solo a pochi che lo accolsero senza pregiudizio.
Il rifiuto della novità di Gesù portò i suoi compaesani ad essere privati della grazia.
Se noi non riusciamo a spostarci, Dio ci ha dato l’esempio per primo, scendendo dal cielo su questa terra, incarnandosi e diventando un uomo come noi.
Come potè sentirsi Maria, la madre, quando il figlio si allontanò da casa?
Il rifiuto dei compaesani e dei famigliari fu la prima spada che le trafisse l’anima.
Ma quanto ancora doveva soffrire la madre che, come noi sperimentiamo nella nostra esperienza umana, è quella che si carica sopra le spalle tutti i dolori del figlio.
Non c’è dubbio quindi che la sofferenza non sia riservata solo a chi pecca, che la lotta sia solo per il peccato commesso personalmente.
Tutti prima o poi sperimentiamo che per essere felici dobbiamo diventare fecondi, capaci di dare vita, di uscire dalla nostra terra e andare incontro a Gesù.
Il passo del Vangelo di oggi mi conferma ciò che vivo nel quotidiano.
Nessuno è profeta in patria.
Lo sperimentiamo ogni giorno il fatto che a casa tua, nella tua parrocchia, nel tuo movimento nessuno ti sta a sentire, mentre gli sconosciuti pendono dalle tue labbra, se così si può dire.
Per tanto tempo questo è stato il mio cruccio, ma ora cerco di affidarmi al Signore e ogni mattina gli dico: “Parla, il tuo servo ti ascolta. Cosa posso fare per te?”
Mi sono liberata da tanti pensieri da quando cerco non in me ma in Lui la luce che illumina il cammino.
Maria è la mia consigliera, il mio esempio costante nelle cui mani depongo la mia preghiera.
La mia patria è la sua casa, dove ho nostalgia di tornare.

Paura

 
Mt 8,23-27
 
In quel tempo, salito Gesù sulla barca, i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco, avvenne nel mare un grande sconvolgimento, tanto che la barca era coperta dalle onde; ma egli dormiva. 
Allora si accostarono a lui e lo svegliarono, dicendo: «Salvaci, Signore, siamo perduti!». Ed egli disse loro: «Perché avete paura, gente di poca fede?». Poi si alzò, minacciò i venti e il mare e ci fu grande bonaccia. 
Tutti, pieni di stupore, dicevano: «Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?».
Parola del Signore
I discepoli seguono nella barca Gesù, ma, quando si scatena la tempesta e lo vedono dormire, sono presi dalla paura.
L’averlo accolto nella propria barca fà si che lo possano chiamare, senza spostarsi più di tanto e assistere al miracolo.
Quando Gesù è con noi, si fa meno fatica a chiamarlo in aiuto.
Ma non basta un miracolo a farci capire che abbiamo incontrato il Signore.
“Chi è costui al quale anche il vento e il mare obbediscono? “si chiedono spaventati i discepoli.
Alla paura della morte subentra un’altra paura: quella che ci paralizza di fronte al mistero di cose incomprensibili al nostro intelletto.
Anche durante la tempesta che si scatena, subito dopo la moltiplicazione dei pani, i discepoli sono presi da paura, vedendo Gesù camminare sulle acque.
” E’ un fantasma!”esclamano.
” Coraggio, non temete, sono io!”può dire Gesù, che aveva avuto modo di farsi conoscere attraverso il più significativo dei miracoli.
Ma è ancora la mancanza di fede che genera la paura, la stessa che caratterizzerà lo stato d’animo degli Undici, riuniti nel Cenacolo, quando videro apparire Gesù che credevano morto.
” E’ un fantasma!”esclamarono, ancora una volta.
Gesù spaventa sempre quando appare all’improvviso, quando gli abbiamo dato i nostri connotati, dando per scontato che Dio sia a nostra immagine e somiglianza.
“Pace a voi!”
Una frase che spiazza tutte le previsioni, visto come si erano comportati nell’ora suprema.
“Pace a voi, anche se continuate a non fidarvi di me, pace a voi perchè il mio perdono vi tolga di dosso ogni paura! “
No. Non basta averlo incontrato e aver assistito a tutti i miracoli per toglierci di dosso la paura.
Bisogna sentirsi perdonati per tutte le volte che non l’abbiamo riconosciuto, quando scoppiano le tempeste, quando il vento soffia contrario, quando i punti di riferimento ci vengono a mancare.
Vieni Spirito Santo, vieni ad aprirci gli occhi e a scaldarci il cuore, quando siamo nella prova e la paura spegne la speranza.

Credere

” E’ lui che dà a tutti la vita e il respiro ad ogni cosa” (At 17,25)

Questo ha detto Paolo nel suo primo discorso ad Atene nell’Areopago, cercando di accattivarsi la simpatia della gente lì riunita, partendo da ciò che lo accomunava alla loro cultura e al comune sentire dell’uomo di tutti i tempi.
Non ci vuole tanto ad arrendersi all’evidenza che non ci siamo creati da soli e che c’è Qualcuno o qualcosa che ci sovrasta che non conosciamo.
Ad Atene c’era un altare con un’iscrizione ” Al dio ignoto ” e da lì parte Paolo perché, se i Greci non conoscono Dio, Lui sì e vuole comunicare a tutti la sua straordinaria scoperta della vera identità di Dio.
Cristo, come abbiamo letto ieri, festa degli apostoli Filippo e Giacomo nella lettera a Corinzi (1 Cor 15,8) apparve agli apostoli prima e poi a lui come ad un aborto.
Lo scopo di Paolo quindi è annunciare Cristo morto e risorto.
Ma la reazione degli Ateniesi è pressappoco quella di tanti, troppi cristiani che, pur credendo in Dio, ignorano o non tengono in alcuna considerazione Gesù Cristo, ritenendolo un optional non necessario alla fede.
Anche io un tempo pensavo così, perché non è che ci voglia una grande intelligenza per credere in Dio, ma per accettare, ammettere, accogliere il Dio di Gesù Cristo, il Dio incarnato morto e risorto per noi è dono dello Spirito.
Per 56 anni ho cercato lontano un Dio vicino, che non riconoscevo perché di Lui mi ero fatta un’idea sbagliata.
“Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso”(Gv 16,12) dice Gesù. Ed è tremendamente vero.
Ci sono cose che non possiamo capire se non dopo aver fatto esperienza dei nostri limiti e della nostra presunzione di poter sapere, capire, comprendere, ottenere tutto e subito.
Ringrazio il Signore che mi ha dato l’opportunità di verificare quanto fossero fallaci le vie dell’intelligenza, della scienza, dell’autosufficienza, lo ringrazio perché attraverso i ricalcoli dolorosi della mia vita mi ha portato a fermarmi e a contemplare la croce.
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Ti cerco

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SFOGLIANDO IL DIARIO

22 aprile 2011.
Ore 7:30.
Venerdì Santo.
“Che male che ti ho fatto popolo mio?”
“Che male che ti ho fatto mio Signore?”.
“Ho sete”.
Lo hai detto alla Samaritana, le hai chiesto acqua da bere, tu che sei la fonte della vita.
Hai rivolto la stessa richiesta dalla croce a tutti noi.. avevi ancora sete.
La tua sete non era stata placata, ma ti hanno dato una spugna imbevuta di aceto.
Anche io Signore, oggi ho sete, sete di senso, sete di vita, sete di normalità, sete di gioia, sete di amore, sete di te Signore che ti nascondi.
Dove sei Signore?
Quando ti sono venuti a prendere, tu hai chiesto “Chi cercate?”…
Lo hai chiesto a tutti e hai risposto “Eccomi, sono io quello che cercate” e ti sei consegnato senza opporre resistenza.
Io ti cerco Signore in questi giorni che la liturgia ci ripropone la tua passione e la tua morte, ti cerco ma non ti trovo.
Anche io Signore ho sete, una sete che non riesco a soddisfare con la tua Parola e la memoria di tanti tuoi benefici, né con la preghiera continua, né con l’Eucaristia, né con gli affetti.
È una sete che non si spegne, che non trova risposta che in piccoli rigagnoli di acqua.
Troppo grande è la mia sete per poter essere soddisfatta da qualche goccia che cade dal tuo altare, Signore.
Sono stanche le mie braccia di essere tese in alto… anche il passero trova la casa presso i tuoi altari, Signore.
Cosa ti ho fatto? Perché questo deserto è così infuocato e si stende a perdita d’occhio?
Non vedo all’orizzonte che una distesa di sabbia, non c’è oasi dove poter sostare, non c’è pace nè ristoro in questa mia vita di sofferenza.
Signore dove sei?
Rispondimi. Vieni presto il mio aiuto.
Sono stanca lo vedi, non sopporto più questo peso.
Solleva il fardello che grava sulle mie spalle: è troppo pesante e da troppo tempo che cammino.
Quando mia sorella era piccola io la dovevo portare in braccio; ricordo quanto mi pesava e dicevo a mia madre “Ti prego mamma portala un po’ tu, mi fanno tanto male le braccia “.
E mamma mi rispondeva “Ancora un poco ti prego, ancora un poco”.
Ricordo la fatica e il dolore.
Ero piccola, troppo piccola per sopportare quel peso che mi ha storto la schiena.
Tu Signore fai altrettanto? Non posso crederlo.
Tu non sei uomo, tu sei Dio.
Signore perché mi rispondi come mia madre?
Perchè non attenui questo calvario?
Signore mio Dio tu sai, tu vedi, tu conosci.
Al dolore si è aggiunto e sovrapposto lo scoraggiamento, il tuo silenzio Signore.
Il silenzio non lo sopporto, lo sai.
Dimmi qualcosa di prego, parlami come tu sai fare, non mi lasciare sola a combattere una battaglia così feroce.
Ti prego Signore io ti cerco, non per ucciderti, ti cerco perché ho sete ti cerco perché solo tu puoi aiutarmi, solo tu Signore.
Non conosco nessuno che possa lenire questa sofferenza, non so dove cercare.
Signore sono venuta in chiesa ogni giorno con un atto di volontà, ti ho ti ho cercato nel tempio, ti ho cercato nella preghiera, ti ho cercato nell’Eucaristia, ti ho cercato nella nella tua Parola.
Ti ho cercato nei fratelli, cercato nelle medicine, nei medici, nei miei diari, sfoghi notturni di tanto patire.
Cerco te Gesù il Nazareno, Gesù figlio di Dio, Gesù il Salvatore, il Redentore morto e risorto per noi.
Cerco te, proprio te Signore, ma non per ucciderti.
Ti prego non fuggire via, non nasconderti, non permettere che tocchi il fondo del calice amaro dell’impotenza della preghiera, dell’inferno come somma distanza da te, non permettere che io vada ancora più giù Signore, perché sento che vengono meno le forze.
Signore mio Dio io cado, io precipito, io muoio.
Maria madre dolcissima a te mi rivolgo perché tu solo puoi aiutarmi a dare forza alle mie parole e presentarle al Signore sfrondate da ogni eccesso.
Tu sola Maria puoi portarmi Gesù, puoi portarmi davanti a Lui.
Non so cosa chiederti ma tu sei madre, madre purissima, madre castissima, madre senza peccato, madre di Dio e madre nostra, tu madre consigliami, assistimi, fammi tornare a casa.
Ore 9
Lodi in chiesa a San Giuseppe.
Con Giovanni abbiamo contemplato e fotografato l’altare spoglio e il tabernacolo vuoto..
Davanti all’altare della reposizione ho sentito una presenza.

 

La Sua presenza.

 

ASCOLTO

crocifisso

“Non abbiamo ascoltato la voce del Signore”(Dn 9,10)

Dio parla. Dio ci parla.
Io non l’ho mai saputo, non lo sapevo quando mi interpellarono le parole di un Salmo udito per caso mentre cercavo un posto riparato e sicuro all’interno di una chiesa dove potessi sedermi.
Se l’avessi saputo “Cent’anni di solitudine” il libro che mi aveva tanto affascinato e preso non avrebbe avuto la preminenza tra i miei preferiti.
La solitudine ha caratterizzato la mia infanzia, la mia giovinezza, la mia vita di sposa e di madre tanto che ne feci una malattia da curare.
Undici anni di psicanalisi ci vollero per liberarmi dal mostro che si nascondeva dentro di me, per conoscerne i connotati, per combatterlo con le armi giuste.
La paura di stare sola era di mia madre, sempre stata suo distintivo, la sua croce, ma io non la capivo, mi limitavo a guardare tutte le strategie messe in atto per vincere la dura battaglia della vita con 4 figli di cui prendersi cura e un lavoro che ogni mattina la portava lontana chilometri a fare scuola ai bambini.
E noi rimanevamo soli, mentre lei si districava nel labirinto delle sue paure… a me, la più grande era affidato il compito di tenere unita la famiglia, di dare sicurezza, aiuto ai miei fratelli, seguendo l’imput di quel primo
” Arrangiati! “che mi sentii rispondere quando ero sola a fronteggiare un problema più grande di me senza avere gli strumenti per farlo.
Un Dio che parla mi avrebbe fatto comodo allora come in seguito, un Dio prima di tutto che ascolta, che ti risponde, un Dio con cui puoi parlare, un Dio a cui puoi chiedere aiuto, consigli e un posto un po’ più vicino al suo cuore.
Un Dio che ascolta, ecco quello che avrei voluto inconsciamente trovare, ma che poi non rimaneva muto, ma ti diceva ciò che ti serviva.
Per anni stesa sul lettino dell’analista ho parlato da sola, mi sono analizzata, ho pescato nel secchio maleodorante del mio inconscio ingrommato di complessi di colpa, presunte colpe, ferite purulente mai scoperte, mai curate, ferite che mi avevano avvelenato la vita.
In quei lunghi anni su quel lettino Antonietta si è confrontata con Antonietta, il tu che mi mancava con la psicanalisi divenne protagonista indiscusso di una vita senza interlocutori.
Alla fine avevo imparato a stare sola.
Dopo 11 lunghissimi anni mi ero liberata di tanti fardelli riconoscendoli e accettandoli come miei, ma se avevo vinto la paura di Antonietta, non avevo trovato un tu diverso da me in cui specchiarmi.
Quando il 5 gennaio del 2000 sollevai lo sguardo al crocifisso dopo che don Achille aveva tuonato dall’ambone :”L’uomo crede di essere Dio, ma non è Dio” ricordo che dissi:”Pure tu!”
Quel “pure tu!” mi ha salvato la vita perchè avevo trovato qualcuno con cui condividere la mia pena, qualcuno che mi aveva strappata dalla mia solitudine e voleva camminare con me.
Avevo trovato un interlocutore che non conoscevo, ma che, visto come era messo, sicuramente non si sarebbe dato le arie e mi avrebbe ascoltata in silenzio e mi avrebbe fatto compagnia nei lunghi e faticosi attraversamenti di deserti senza fine.
Pure tu!
Incredibile questo Dio che si rimette a fare la storia con te, che ricomincia da capo, che ti spiega e continua senza stancarsi a ripeterti che quello che conta è uscire fuori dal bozzolo e aprirti alla vita che ti viene data da un Tu che diventa sempre più grande e luminoso, man mano che avanzi.
La sua luce, il suo corpo di luce è la fiaccola che illumina le tue notti tenebrose ma fa risplendere in tutta la sua ridente e sfolgorante bellezza le cose che ti circondano, i doni di cui ha cosparso il tuo cammino.
E scopri che hai un cuore, un cuore che batte, il tuo, ti accorgi di essere viva quando pensavi che niente e nessuno sarebbe stato in grado di risuscitarti, scopri che la luce non serve per essere guardata ma per farti vedere apprezzare i tanti “pure tu” di cui è cosparso il cammino.
Riconosci che non sei perfetta, che tante cose ti mancano, riconosci che la perfezione sta solo in paradiso ma non te ne preoccupi perchè è Lui sempre Lui che ti rende perfetto, che ti cambia il cuore di pietra in cuore di carne, che la misericordia, il giudizio prima di tutto lo devi usare su te stesso, perchè tu senta le tue ferite pian piano rimarginarsi sotto il suo sguardo di amore e di compassione

sfogliando il diario…

“Figlioli rimanete in Lui”(1 Gv 2,28)

” In mezzo a voi c’è uno che non conoscete” dice Giovanni Battista a quelli che lo interrogano sulla sua identità.
Riconoscere Cristo non è semplice e io questa mattina sono andata dal sacerdote perchè mi aiutasse a vivere lo smarrimento di un Dio muto e sordo, per vincere la paura e l’angoscia di esere lasciata sola a combattere quest’ennesima, se non ultima battaglia.
Gesù non deve venire, c’è, è qui in mezzo a noi, dice Giovanni Battista.
Ma come trovarlo?
Quali sono i suoi connotati, da cosa possiamo capire che è lui, anche quando non ci salva dalla nostra salvezza?
Questa mattina sono andata da padre Carlo a confessargli la paura, l’angoscia, la disperazione per non essere in grado di vivere in lui tutto quello che mi stava succedendo.
Volevo trovare Gesù, volevo trovare quel Padre di cui è venuto a parlarci, un padre che se gli chiedi un pane non ti dà una pietra.
E in questi ultimi tempi a me sembra che dal suo tavolo cadano solo pietre che fanno sprofondare sempre più in basso.
Dopo aver consultato tutti i medici ufficiali e alternativi, dopo aver fatto indigestione della Parola di Dio, dopo aver ripetutamente ogni notte chiesto a Maria come aveva potuto rimanere in silenzio di fronte a cose così tanto grandi e incomprensibili a cui era stata chiamata, dopo aver urlato, pianto, supplicato perchè un segno mi illuminasse la strada, sono andata da Lui.
Sì perchè se non trovi il Signore significa che ti sei dimenticato dov’è la sua casa, il luogo del suo riposo che diventa anche nostro se non te ne allontani.
Perciò sono andata a confessare la mia poca fede, bussando alla porta del confessionale dove avrei mendicato il suo abbraccio misericordioso.
E non mi sarei allontanata se non avessi sentito su di me la sua mano benedicente, il suo sguardo posarsi sulle mie ferite, il suo olio spalmato sulle lacerazioni di tante lotte.
La fede è pace, è gioia, è speranza, è sangue che torna a fluire nelle tue vene.
E così è stato.
Ho ripensato a Giobbe il primo personaggio incontrato sulla strada del ritorno a casa, tanti anni fa, quando cominciai un cammino all’indietro, un cammino in compagnia del Crocifisso, incredibilmente vivo, perchè è da allora che ha cominciato a parlarmi.
Lo faceva anche prima, ma ci vuole del tempo per accorgerti che Dio è nel terremoto, nella tempesta e nella bonaccia, nel vento forte e nella brezza leggera.
Allora non capii cosa significava rinunciare a capire, fidarsi e affidarsi alla persona che conosci per sentito dire.
Mai come oggi ho capito la lezione di Giobbe che ritrovò i suoi beni quando accettò di non capire e riconobbe la superiorità del Suo creatore nel quale aveva sempre confidato.
Così il mio lamento si è mutato in danza e il desiderio di rimanere nella sua casa è tanto grande che nulla mi sembra più desiderabile.
Ma io so che torneranno i dubbi e le paure, le angosce e i dolori del parto, ma io voglio fare incetta di questi “scintillanti” per trarli fuori dalla mia bisaccia in tempo di carestia.
2 gennaio 2016