"Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo" (Lc 1,42)

(Sof 3,14)
Rallégrati, figlia di Sion,
grida di gioia, Israele,
esulta e acclama con tutto il cuore,
figlia di Gerusalemme!

La tua delizia Signore è Maria, messaggera di buoni annunci, la tua gioia Signore si irradia su tutta la terra, quando il sole si alza nel cielo, quando scompare tingendo di rosso le creste dei monti, quando spuntano le stelle, quando appare la luna, quando il vento muove le foglie degli alberi, quando il mare si increspa al suo soffio leggero, quando immilla la tua luce in migliaia di piccole stelle.
Tu hai posto le tue delizie tra gli uomini Signore, quando un fiore spunta nel prato, quando un bimbo ci tende la le braccia, quando un vecchio ci stringe la mano, quando il mondo si trasferisce nel cuore.
Tu Signore hai riempito il nostro calice fino a farlo traboccare, il calice della vertigine, la bellezza senza fine, la pienezza di ogni cosa buona.
Signore quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!

Oggi la liturgia ci fa assistere al miracolo della gioia che scaturisce non da quello che si vede con gli occhi, ma da quello che si percepisce con il cuore.
L’ incontro non è tra Maria ed Elisabetta ma tra Gesù e Giovanni Battista, legati strettamente nella testimonianza dell’amore di Dio.
La scena si impernia su ciò che accade nel grembo di due madri.
La vita che hai dentro porta a gioire e a comunicare la gioia.
La gioia di cui parla il libro dei proverbi al capitolo otto è nascosta e si rivela solo agli occhi di chi ha fede.
Giovanni è quello che prima di ogni altra persona riconosce Gesù e fa un balzo nel ventre della madre
La voce di colui che griderà nel deserto ha incontrato la Parola e l’ha trasmessa a sua madre.
La madre comunica a Maria quanto, attraverso il figlio, ha percepito.
Maria che già conosceva il frutto del suo seno non può che aprire il cuore al Magnificat, alla preghiera di lode e di ringraziamento a Dio che non solo si è chinato sull’umiltà della sua serva, ma ha agito nella storia del popolo sempre in funzione di una salvezza che, attraverso di lei, sta portando a compimento.
In un’epoca in cui i bambini sono scelti nel tempo e nel numero e possibilmente nel sesso e nella condizione fisica ottimale, in un secolo in cui la vita nel grembo della madre è affidata all’arbitrio di chi pensa di esserne padrone, la festa di oggi parla un linguaggio mai sentito.
Ci sono cose che si vedono, ma non sono vere, ci sono cose che non si vedono e hanno un autenticità, una bellezza, una forza una perfezione che non riusciremmo mai a immaginare.

“Beata te che hai creduto senza vedere, hai creduto alle parole del Signore” dice Elisabetta a Maria.
La beatitudine è credere in ciò che Dio dice, promette.
La fede è la beatitudine somma che non dipende da noi ma da Dio, come non dipende da noi il fatto che il sole ogni mattina si alzi nel cielo e illumini la terra.
Da noi dipende solo la volontà di lasciarci illuminare, aprendo le finestre della nostra casa di carne.
Che grande dono è la fede!.

Grazie Gesù che non ci hai lasciati soli a combattere una battaglia così ardua e difficile, grazie perché fai sussultare il mio cuore ogni volta che vedo incontrarsi la mia volontà con la tua.
Grazie Signore perché mi trasporti in un mondo che non conoscevo, ma che avevi nascosto nel mio cuore.
La nostalgia dell’infinito, dell’eterno, dell’uno e distinto, della trascendenza è nostalgia di qualcosa che si è sperimentato quando eravamo racchiusi nel tuo grembo di padre e di madre.
Rientrare nel tuo utero è è ritrovare le radici, la fonte della gioia, della felicità senza confini, rientrare nel tuo utero è sussultare di gioia ogni volta che la tua grazia si manifesta, la tua parola si incarna e prende vita.
Grazie Signore di questi squarci di luce che ci rimandano a quel sole che mai tramonta anche quando scoppiano le tempeste.

Feste, FESTA

“Offrirete al Signore una nuova oblazione”(Lv 23,16)

Oggi la Chiesa fa memoria delle feste liturgiche che caratterizzarono il rapporto con Dio fin dall’antichità.
La religione, il culto nasce sempre da una dipendenza a qualcosa o a Qualcuno che ci supera, che ci sovrasta, qualcosa o Qualcuno a cui dobbiamo dire grazie.
Così è stato per i popoli nomadi come per quelli sedentari.
La natura era la fonte di ogni approvvigionamento, di ogni possibilità di vita.
La capacità dell’uomo scompariva di fronte alla ricchezza prodigiosa che la natura racchiudeva in sé.
Dio ci ha parlato attraverso il creato per farsi conoscere come chi dispensa sui buoni e sui cattivi la sua eterna misericordia.
Il popolo eletto fu educato a riconoscerne la grazia e a dare a LUI il giusto tributo.
Come i bambini anche i popoli hanno bisogno di tempo per vedere Dio all’opera nella storia.
Così le feste legate alle stagioni, ai cicli naturali della semina e del raccolto confluiscono e si fondono con quelle in cui Dio si rivela al suo popolo attraverso la liberazione, il cammino alla volta della terra promessa.
Dio ci guida attraverso il deserto, ci dà da mangiare e da bere, ci istruisce in vista di una terra stabile in cui dimorare, una terra che diventa strumento di salvezza per noi e per gli altri.
Sulle feste antiche se ne innestarono delle nuove, arricchendole di significato, perché Dio che opera nella nostra storia è lo stesso che fa piovere e fa crescere e provvede quindi il cibo a tempo opportuno.
Gesù, quando viene a visitarci contesta il formalismo delle feste antiche, e vuole riportare l’uomo a vivere la festa, non dimenticando il festeggiato, anzi mettendolo al primo posto.
Una volta Franco, nostro figlio, mi disse, che per il suo compleanno, non voleva la festa, cosa che ci turbò molto, visto che da quando era piccolissimo ne avevamo organizzate di sempre più belle, coinvolgendoci in prima persona per far divertire gli invitati e soddisfare la gola e la pancia con ogni genere di delizie.
“Quando il protagonista è la festa, non mi interessa” ci disse a giustificazione del suo rifiuto.
E aveva ragione, perché tutti intenti a organizzare giochi, preparare dolci, sistemare la casa e il giardino lui finiva sempre per passare in secondo piano.
Gesù è la nostra festa, è non solo il festeggiato, ma anche il cibo e la gioia e tutto quanto rende gradevole e indimenticabile lo stare insieme.
Nell’Eucaristia noi rinnoviamo questo desiderio di Dio di essere Lui la nostra festa, Lui la nostra salvezza, la nostra fonte di perenne grazia.
I suoi compaesani, pur meravigliandosi di quello che diceva e faceva, lo allontanarono con il pregiudizio che una festa per riuscire bene deve avere un animatore pagato a caro prezzo, un animatore che conosce il mestiere, che fa divertire.
Gesù, il figlio del falegname, aveva poche chances perché lo conoscevano tutti e nessuno si sarebbe sognato di investire su di lui la più piccola speranza.
Certo è che se avessero. saputo come sarebbe andata a finire, che la morte avrebbe fatto la sua parte nel copione di Dio, sicuramente l’avrebbero cacciato prima.
Ma la festa che si chiama Gesù non ci fa aspettare che tre giorni, per poi manifestare a tutti il miracolo della sua e nostra resurrezione, l’inizio dell’ottavo giorno, quando ogni momento è occasione d’incontro con il Signore.

ESAGERAZIONI?

SFOGLIANDO IL DIARIO…

15 giugno 2015
Meditazioni sulla liturgia di

lunedì della XI settimana del TO
ore 6.52

Letture; 2 Cor 6,1-10; Salmo 5; Mt 5, 38-42

“Afflitti, ma sempre lieti”(2 Cor 6,10)

Certo che le cose che troviamo scritte nel Vangelo sembrano esagerazioni, cose dell’altro mondo.
Questa mattina leggevo su un sito cattolico la diatriba tra quelli che non vogliono che i disperati in fuga dalla guerra, dalla fame, dalle torture ci vengano a rubare il pane di bocca, cristiani convinti, credenti e praticanti che a colpi di sciabola rintuzzavano le timide ed educate parole di quelli che il vangelo lo vogliono incarnare nella propria vita.
Non è un caso che la parola di Dio ci raggiunga quando sembra impossibile anche solo provvedere a noi stessi, sbarcare il lunario noi e la nostra famiglia.
“Da’ a chi ti chiede, porgi l’altra guancia e se uno ti chiede il mantello dagli anche la tunica.”
Le parole di Gesù rimettono in discussione la maggior parte dei nostri comportamenti abituali che escludono gli altri dal godimento di ciò che a malapena basta per noi.
Mi viene in mente la testimonianza di una persona povera a cui un giorno decisi di regalare una somma di denaro ricavata dalla vendita di vestiti che non mettevo.
Il superfluo era la prima volta che decidevo di darlo a chi ne avrebbe fatto un uso migliore.
Ciò che non ci serve non ci appartiene, mi dicevo, mentre le chiedevo se si offendeva a prendere da me quell’elemosina.
Mi rispose con un sorriso disarmante e una gioia che le fece brillare gli occhi.
“Lieti , anche se afflitti” dice San Paolo.
Ho visto che è una cosa possibile in quella persona che mi benedisse, perché la Provvidenza, attraverso di me, non si era fatta attendere.
Quella mattina era entrata in chiesa anche se era in ritardo per il lavoro di sguattera sottopagata.
A Dio voleva presentare la sua giornata e i suoi scarsi e inadeguati mezzi per provvedere a se e alla famiglia.
Mi disse che era povera e che viveva di carità.
I suoi vestiti a volte firmati non mi dovevano trarre in inganno perchè niente era suo, tranne una giacca di pelo sdrucita e lisa di quando le cose andavano bene e il marito lavorava, prima che un alluvione gli facesse marcire la merce ammassata in cantina, tappeti costosi di cui faceva commercio.
Mi raccontò, mentre in sagrestia le consegnai la busta con il mucchietto di soldi, che una volta aveva sentito forte l’esigenza di dare le uniche 10.000 lire ad un povero, nonostante il parroco l’avesse dissuasa, conoscendo la sua situazione.
Ma lei non volle sentire ragioni, certa che Dio non le avrebbe lesinato ciò di cui aveva bisogno.
Infatti, appena uscita le si fece incontro una persona che le mise in mano il doppio della sua elemosina, per le preghiere che aveva fatto per lei e la sua famiglia.
Bisogna crederci, anche se sembra follia, bisogna farne esperienza e raccontare a tutti quanto è grande il Signore che ci soccorre in ogni nostra tribolazione.
Avrei tante cose da raccontare a proposito che non basterebbe un libro, cose successe a me e ai miei cari, miracoli scintillanti che ti appaiono solo quando smetti di voler spostare le montagne perchè le vedi al posto giusto.

“Se non vedete segni e prodigi, voi non credete”( Gv 4,48)

Meditazioni sulla liturgia di
lunedì IV settimana di Quaresima
letture: Is 65, 17-21; Salmo 29; Gv 4, 43-54

“Se non vedete segni e prodigi, voi non credete”( Gv 4,48)

Oggi la liturgia ci mette di fronte alla fede di un pagano che crede sulla parola a Gesù, prima di aver verificato se quello che dice è vero, vale adire se suo figlio è davvero guarito.
A leggere la Scrittura assistiamo a molti interventi di Dio sulla storia degli uomini, molti segni che indicano che Dio mantiene sempre le sue promesse, ma ciò che sconcerta è che ogni volta che si raggiunge l’obbiettivo, c’è una delusione, un ritorno al punto di partenza e si ricomincia da capo.
Non troviamo se non in casi rarissimi un “vissero felici e contenti” perchè la delusione accompagna ogni meta che sembra raggiunta.
Così è accaduto agli Ebrei che dopo essere stati liberati dalla schiavitù del faraone si ritrovarono a rimpiangere nel deserto le cipolle d’Egitto o quando, arrivati alla terra promessa, dovettero duramente combattere per conquistarla.
La delusione dei deportati quando tornarono dall’esilio fu grande e la fede messa a dura prova.
A quanto pare la vita è questa: mai considerarsi arrivati, a posto, senza problemi, perchè ai 40 anni di esilio se ne aggiungono altri e altri ancora e il deserto si estende a vista d’occhio.
Penso alla mia vita dove tutto questo è avvenuto, dove non c’è stata medaglia che non mi abbia mostrato il suo rovescio e dove il volto beffardo della morte era sempre in agguato.
Le parole di speranza ascoltate ieri durante la messa del “LAETARE” e quelle di oggi ci inducono a riflettere che niente è per sempre in questa vita, nè la gioia nè il dolore e che, se vogliamo qualcosa che duri dobbiamo fare un salto, guardare oltre e credere che non finisce qui la storia.
Quel “vissero felici e contenti” che tanto ci affascinava nelle favole raccontateci da piccoli non è roba di questo mondo.
Possiamo assaggiare qualche briciola del grande banchetto a cui siamo invitati.
Non possiamo immaginare come sarà dopo, ma voglio credere che fatica e dolore scompariranno, come anche la delusione per cose che ci aspettavamo migliori.
Voglio credere che lassù o quaggiù, fa lo stesso, non ci dovremo preoccupare del dopo perchè tutto è eterna gioia, pace, luce, verità giustizia e vita.
Del resto anche nel Cantico dei Cantici lo sposo e la sposa non vivono insieme ma continuano a cercarsi e s’incontrano e poi si perdono di vista per rincorrersi ancora e ritrovarsi di nuovo.

SFOGLIANDO IL DIARIO…

SFOGLIANDO IL DIARIO…
21 dicembre 2011
mercoledì della IV settimana di Avvento
“A che devo che la madre del mio Signore venga me?”(Lc 1,43)
Ieri sul calendario liturgico c’era scritto “ Nulla è impossibile a Dio”.
Subito, Signore, ho pensato che fosse una parola rivolta non a me, ma a Maria, dall’angelo 2011 anni fa.
Presa dai miei pensieri, dal dolore che mi schianta le più intime fibre del corpo, dalla paura, dallo smarrimento che questi sintomi mi provocano, dal disorientamento e dall’angoscia, e chi più ne ha più ne metta, non mi sono soffermata a pensare che tu stavi parlando a me, anche a me, perché sono tua figlia, perché tu mi hai creato per amore, perché niente disprezzi di ciò che hai creato.
Non l’ho capito Signore, e faccio fatica a crederci.
I giorni si susseguono ai giorni, i sintomi sono sempre più funesti, forieri di tristi e irrevocabili sentenze e io ho paura.
Il mio spirito si abbatte, è prostrato Signore, lo sai.
Se mi guardo attorno tutto mi parla di un addio che presto dovrò dare alle cose che amo, alle persone che sono diventate parte di me e ho paura.
Lo sai Signore.
Non ho bisogno di dirtelo.
Questa notte le gambe, sono state il campo di battaglia di scontri apocalittici, la mia testa non riesce più a sopportare tanto.
Il tumulto, la rabbia, la ferocia dei nemici mi squassa, mi divide e io non so dove rifugiarmi, Signore.
Come vorrei trovare in questa tempesta un po’ di pace, come vorrei che il tuo nome fosse un baluardo inaccessibile al nemico che mi perseguita!
Signore salva la tua consacrata!
Tante volte mi hai mostrato il tuo amore, svergognando la bestia, tante volte che il numero non lo ricordo.
Mi chiedo se ti sei dimenticato di me e mi sembra una bestemmia anche solo pensarlo.
Tu sei mio padre Signore, non voglio dimenticarlo, non voglio pensare che ho bisogno di qualcun altro che mi tenga compagnia, mi stringa la mano, mi parli.
Per tanto tempo, quando non ti conoscevo, ho avuto paura e ho cercato mani da stringere, presenze forzate di persone che mi garantissero il sostegno e l’aiuto nel momento del bisogno.
Ma ora Signore Ti ho incontrato e cerco di convincermi che tu sei accanto a me durante le crisi più brutte.
Chiedo aiuto a tua madre, alla quale non puoi dire di no, la tua sposa, la vergine perfetta, degna di accoglierti per prima nel suo grembo.
Chiedo a te, chiedo a lei, sono stanca Signore di gridare, di tendere le mie mani in alto, perché tu le afferri e mi abbracci, sollevandomi alla tua altezza.
Signore mi vedi, sai quanto siamo provati, infelici, poveri, derelitti.
Lo sai Signore.
Quale padre se un figlio gli chiede un pane gli darà una pietra o se gli chiede un uovo gli darà uno scorpione, se un pesce gli darà una serpe?
Io credo Signore che tu, più dei genitori terreni, sai dare cose buone ai tuoi figli. Lo credo con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta me stessa.
Ma i tuoi tempi Signore io non li sopporto. Troppo lunga è l’agonia, troppo il dolore.
Lo sai.
Dicono che non dobbiamo convincerti a fare ciò che noi vogliamo, che tu lo sai di cosa abbiamo bisogno e hai già provveduto per il meglio.
Ma io non ce la faccio più Signore e anche il mio sposo si abbatte ed è molto infelice.
Non riusciamo da soli a risollevarci, Signore.
Aiutaci a confidare in te, aiutaci, in questo periodo di attesa, a credere che ci sarà un Natale di gioia anche per noi.
Aiutaci Signore perché siamo poveri e infelici, perché da soli non andiamo da nessuna parte, perché tu sei la nostra unica speranza.
Oggi il Vangelo parla della visita di Maria a Sant’Elisabetta.
Il Vangelo della gioia quello di oggi.
Un incontro tra due o più persone che non ancora si vedono come la sposa e lo sposo del Cantico dei cantici, come quello di Giovanni con te, custodito nel grembo di tua madre.
Voglio pensare che Maria oggi verrà a visitare anche me, voglio credere che già si è messa in cammino per portarmi l’Eucaristia.
Voglio credere che in questa giornata tu farai irruzione nella mia casa e mi farai sussultare di gioia.

LAETARE

SFOGLIANDO IL DIARIO…
16 dicembre 2012
domenica della III settimana di Avvento anno C.
(Sof 3, 16-17)Non temere, Sion,
non lasciarti cadere le braccia!
Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te 
è un salvatore potente.
Oggi è la domenica della gioia.
Tutta la Chiesa era in festa.
Il sacerdote aveva i paramenti rosa che si indossano solo due volte l’anno: la terza di Avvento e la terza di Quaresima, come a dire che il lutto, la penitenza, si può anche interrompere, rischiarata da un annuncio più forte, più vivo, più gioioso.
Si avvicina il Natale e dovremmo tutti essere contenti.
Ma l’attesa è fatta di fatica, di ricalcoli , di prove, di deserto, di buio, di silenzio.
L’attesa è a volte, come questa notte, un inferno.
Questa notte ho avuto dolori sovrumani, l’Apocalisse pensavo è qui e io la sto vivendo.
Il dolore al basso ventre, l’arsura come dopo un intervento a causa dell’anestesia, un bere continuo, un continuo andare in bagno e poi il braccio e l’articolazione della spalla che gridava vendetta.
E poi i sogni, la ricerca di un luogo in cui riposare con un bambino da accudire e un posto piccolo piccolo, una panca con il coperchio, dove si è soliti mettere i libri della liturgia.
Li ho visti nelle cappelle dei conventi queste panche contenitore.
Gli spazi erano piccoli e a me è toccato tra due persone dalle quali mi sentivo schiacciata.
E questo è il segno che ha accompagnato il grido di dolore.
Poi altri sogni, altri personaggi collegati con la chiesa e io che vivevo ai margini di quello che si diceva, io che non comprendevo, che non ero calcolata… Il dolore.
Ho pensato che non c’è pace per me, quando ho aperto la Bibbia stanotte per pregare con un salmo di lode, ma non ho trovato nulla che esprimesse il mio sentimento che era quello di vincere il demonio con le benedizioni di Dio, con la lode da Lui ispirata.
Così questa mattina mi sentivo una profuga.
Il comodino sembrava essere stato travolto da uno tsunami, un terremoto.
Non c’era niente diritto, ordinato.
Ho fatto la le foto con il mio cellulare scassato, scassate sono uscite le foto che rendono bene il disastro.
Del resto volevo usare la macchinetta per parlare di Dio e della vita in cui lui si incarna con la Parola.
Così ho postato le foto delle scempio con sotto le parole del profeta Sofonia.
“Non lasciarti cadere le braccia. Il Signore è un salvatore potente”.
E ci voglio credere che sia così.
Quando a messa Don Antonio ha dato la comunione, il Corpo di Cristo, all’improvviso l’aria si è squarciata e, come un fulmine, un tuono, un terremoto, la Parola è scesa su di me.
Il Corpo di Cristo io l’avevo preso e mi ero svegliata.
Questa volta il risveglio è stato una danza di lode, di grazia, di gratitudine, danza di forza, coraggio, speranza, perché il Corpo di Cristo è dentro di me.
Cosa potrà farmi il demonio?
Solo tu Signore mi puoi salvare. Solo tu mi dai le armi della luce per sconfiggere il serpente che attenta alla mia vita.
Lode e gloria a te Signore Gesù.

Gioia

“Chi ascolta voi ascolta anche me” (Lc 10,16)
Non sapevo, non credevo che la ricerca di una sedia quella mattina di una gelida giornata invernale mi avrebbe dato l’opportunità di ascoltare ciò che mai le mie orecchie avevano ascoltato.
Erano le parole del Salmo 98
Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo.
Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza,
agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa d’Israele.
Tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra,
gridate, esultate, cantate inni!
Cantate inni al Signore con la cetra,
con la cetra e al suono di strumenti a corde;
con le trombe e al suono del corno
acclamate davanti al re, il Signore.
Risuoni il mare e quanto racchiude,
il mondo e i suoi abitanti.
I fiumi battano le mani,
esultino insieme le montagne
davanti al Signore che viene a giudicare la terra:
giudicherà il mondo con giustizia
e i popoli con rettitudine.
Mi colpì la gioia che trasudava da quelle parole, una gioia che coinvolgeva tutto il creato e che io ero lungi da avere.
Incredibile come fiumi che battono le mani mi portassero a desiderare di conoscere l’autore di così alta poesia, perchè di poesia si trattava se era stata capace di trasmettermi il desiderio di vivere quelle stesse emozioni che le vicende della vita aveva  azzerato.
Così cominciò il mio cammino di fede, da una sedia, da un dovere di sedersi per poter assaporare quel cibo che non conoscevo, che mi dà vita e di cui non posso più fare a meno.
Oggi la Parola di Dio mi nutre più di qualsiasi altro alimento, riempie i vuoti dell’anima, dà senso al dolore e alla gioia, allo smarrimento, alla ricerca, all’attesa, alla morte e alla vita, a tutto.
Anche quando la liturgia ci mette davanti testi apparentemente scollegati, lo Spirito unisce tutti sotto l’unico denominatore di un Dio che ci ama, che ci cerca, che ci vuole felici non per un momento, ma per sempre, per tutta la vita.
Così la maestosa presenza di Dio conduce Giobbe al senso della sua piccolezza, le parole del Salmo 138 mostrano la gratitudine dell’orante a Dio perchè è presenza amorevole in ogni cosa uscita dalle sue mani ( mi hai fatto come un prodigio), e anche la minaccia  alle città dove Gesù aveva svolto gran parte della sua attività apostolica ( Guai a te Corazim, guai a te  è un grido di dolore perchè si ravvedano e si verifichi in ogni uomo la capacità di fare le cose che ha fatto Lui come i discepoli a cui nel suo nome ha dato potere di guarire le malattie del corpo e  dell’anima.
(Gv 10,33-34)
«Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio».Rispose loro Gesù: “Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dei?”