“Il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore” (Lc 1,47)

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“Il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore” (Lc 1,47)

SFOGLIANDO IL DIARIO…
15 agosto 2016
O Maria custode della gioia a te mi rivolgo questa mattina, perché io possa ritrovarla e asciugare le lacrime di cui il mio cuore gronda.
La gioia è il distintivo del cristiano, ma forse è la sua croce che il Signore Dio nostro ci ha detto di sollevare per metterci in cammino dietro a lui.
Oggi sono triste, mia Signora, madre mia, amica, infermiera, sorella, sono triste perché come la Maddalena cerco Gesù in un cimitero, nel sepolcro dove sono seppelliti i miei ricordi di un’ infanzia e di una giovinezza che non tornano.
Nel sepolcro cerco la gioia delle scampagnate che facevamo in questo giorno di festa, la gioia dello stare insieme alla famiglia e agli amici, la gioia dei preparativi, la gioia dei giochi e delle risate e del cibo buono che ognuno preparava, la gioia di una libertà lontana dal cemento e dal caos della città, la gioia della spensieratezza e dei canti durante il cammino.
Nel sepolcro cerco le persone che mi furono care un tempo e che non ci sono più, gli amici che hanno preso altre strade, la salute e il vigore delle gambe che non mi faceva arretrare di fronte a percorsi accidentati, difficili, pericolosi.
Oggi cerco nel posto sbagliato ciò che mi toglierebbe la tristezza. Mi piacerebbe tra le lacrime sentirmi chiamare per nome come Maria di Magdala e riconoscere la mia GIOIA.
Tu, Maria, non hai dovuto aspettare che tuo figlio risorgesse per sentirti investita di luce e di grazia, per sentirti chiamata per nome e invitata a gioire con e per il tuo Signore.
Come vorrei ascoltare la sua voce e sentirmi il cuore balzare nel petto, questa mattina, mentre tutta la casa è in silenzio e i rumori di fuori giungono ovattati qui in questa strada di periferia e gli uccelli non cantano e il sole trapassa con i suoi raggi la foschia del cielo.
Tutto è fermo, tutto è immobile: forse dormono gli abitanti di questo pianeta o sono partiti presto per fare le scampagnate.
Sento solo il mio cuore stretto in una morsa mortale, mentre le parole del magnificat fanno fatica a farsi largo nell’angusto spazio del presente inaccettabile.
Ti prego mia Signora, aiutami a gioire con te, aiutami a vivere questo momento di solitudine, di abbandono, di tristezza senza fine con il tuo entusiasmo, la tua fede, la tua umiltà.
Aiutami madre a ritrovare l’amore dell’anima mia, senza stancarmi, senza scoraggiarmi, aiutami a vedere nella croce la luce che si sprigiona dalla gioia di essere amati, salvati, redenti, scelti da nostro Signore Gesù.
Maria tu che hai creduto alle promesse del Signore, tu che non hai dubitato mai della sua fedeltà, del suo amore, portami ai suoi piedi, insieme facciamoci inondare da quell’acqua e quel sangue che ridanno vita alle ossa inaridite, ai cuori di pietra, raccontami la storia vera del tuo fidanzamento, la storia di un amore che coronato in cielo ogni giorno feconda la terra. Aiutami a dire come Giacobbe: ” Il Signore è qui e non lo sapevo!”
“Egli è qui non cercatelo nelle chiese” vorrei esclamare oggi che non posso andare a Messa, oggi che le lacrime mi impediscono di vedere “gli scintillanti”, schegge di luce che si immillano sulle onde increspate del mare al mattino, quando il sole vi posa i suoi raggi, la luce del tuo sguardo quando il Creatore ti comunicò il Suo amore rendendoti madre e Sposa del Figlio.

“Andarono di nuovo a Gerusalemme” (Mc 11,27)

SFOGLIANDO IL DIARIO…
29 maggio 2010
 ore 6:21
Sabato dell’VIII settimana del tempo ordinario
“Andarono di nuovo a Gerusalemme” (Mc 11,27)
Ho pensato a Gerusalemme, la città santa, la Gerusalemme celeste, ho pensato a quando ti ci portarono Maria e Giuseppe la prima volta per presentarti al tempio accompagnandoti con l’offerta di due colombe.
Gerusalemme città della mia gioia, città santa, è quella che ti condannò a morte, la città amata  destinata ad ogni credente come luogo di eterna felicità .
Una città tormentata Gerusalemme, contesa, punto di riferimento del tuo popolo che in essa aveva riposto tutte le sue speranze.
Lì si pensava che tu abitassi tanto che Salomone ti costruì un tempio di straordinaria bellezza,  destinato  però ad essere abbattuto, ricostruito in seguito  e abbattuto per sempre poco dopo la tua morte.
Tu l’avevi detto che non ne sarebbe rimasta pietra su pietra.
E’ sopravvissuto  delle velleità umane solo il muro del pianto nelle cui fessure ebrei, mussulmani e anche cristiani  separatamente  infilano le loro preghiere.
Il muro, segno di divisione, mostra varchi di riconciliazione in quelle fessure intrise di lacrime e di accorate preghiere perchè tu Signore, l’Altissimo ponga fine ad ogni contesa pubblica e privata, interiore ed esteriore.
Anche io oggi Signore voglio venire in pellegrinaggio nella città santa nuda e senza pregiudizi davanti a quel muro, segno di odio, divisione e discordia, lo stesso muro che alberga dentro di me, che mi divide dai miei fratelli, dalla mia storia, da te, dalla storia del mondo, dalla tua storia, per chiederti perdono, pietà e misericordia.
Signore quante volte sei salito a Gerusalemme pur sapendo che vi avresti trovato la morte!
 Ognuno di noi deve andare a Gerusalemme durante il suo pellegrinaggio terreno, nel  luogo dove la vita e la morte si fondono in un ineffabile e grande mistero.
“Una spada ti trafiggerà l’anima” disse il vecchio Simeone a Maria dopo aver esultato per la visita del Salvatore.
 L’ombra della morte pende da subito sul capo tuo e di tua madre,
Gerusalemme, la città santa è anche il luogo della nostra gioia, del tuo corpo donato nell’ultima cena, del dono fatto all’umanità sulla croce.
Gioia nostra, sofferenza tua.
Nell’amore c’è sempre uno che esulta e uno che muore. perchè la gioia sia piena.
Morte e  resurrezione coesistono in ogni incontro vero reale profondo tra le anime elette.
Quando l’amore è gratuito e totale, si vive come una partoriente quando mette al mondo un figlio.
“È vero che ci stiamo divertendo?” diceva Giovanni mercoledì scorso quando l’ho portato al mare.
Io stavo morendo dal dolore, ma era un pezzetto di cielo che mi stavo godendo, mentre parlavamo  di noi, del passato, del presente, del futuro e delle persone e del mondo, delle speranze e delle delusioni, di te che guidi la storia…
Non ancora mi riprendo dal dolore per aver lanciato la palla a lui per non farlo rimanere solo a giocare.
“E’vero che ci stiamo divertendo?”mi diceva mentre io faticosamente ma con il cuore pieno di gioia cercavo gli scintillanti sul mare di quel sole che si avviava a nascondersi dietro ai monti.
” E’ vero che ci stiamo divertendo?”
 Questa è la Gerusalemme di cui tu parli Signore. Non importa quante volte ci sei salito. So sicuramente che il motivo era sempre l’amore, l’amore di chi vuole che i figli si divertano anche quando si sentono morire, mentre gli tiri una palla per non farlo sentire solo.
“E’ vero che ci stiamo divertendo?”
 Ancora mi risuonano queste parole di Giovanni che a intervalli regolari le ripeteva, mentre isolati dal mondo e dagli uomini, ci prendevamo cura l’uno dell’altro, su quella spiaggia deserta. con l’infinito nel cuore.

Nessuno potrà togliervi la vostra gioia.

SFOGLIANDO IL DIARIO…
15 maggio 2015 · 

 
VANGELO (Gv 16,20-23) 
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia.
La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete più nulla».
In un mondo di indifferenti, cosa fa la differenza?
Un cristiano in cosa si distingue da chi professa altre religioni?
Esibire la croce come distintivo è cosa buona se serve a portare speranza, a testimoniare l’amore, ad essere strumento di pace e di perdono, altrimenti è addirittura sbagliato.
La celebrazione eucaristica spesso si conclude con queste parole:”La gioia del Risorto sia la nostra forza”, ma anche il nostro distintivo, aggiungerei.
E’ la GIOIA che fa la differenza.
La gioia è un sentimento che nasce dalla consapevolezza che c’è chi provvede a noi e ci ama più di quanto noi stessi siamo capaci.
La differenza nasce dal fatto che ogni uomo è un capolavoro unico e irripetibile, perchè a Dio non piace annoiarsi e annoiare.

” Il Signore è con te” (Lc 1, 28)

Annunciazione del Signore
Letture: (Is 7,10-14; 8,10); (Sal 39); (Eb 10,4-10); (Lc 1,26-38)
” Il Signore è con te” (Lc 1, 28)
Vorrei sentire la tua vicinanza Signore, questa mattina, ma per quanti sforzi faccia con me c’è solo il dolore, sempre il dolore che mai mi abbandona, giono e notte e non mi fa riposare.
Ho passato una notte d’inferno come sempre più spesso mi capita e non riesco ad uscir fuori da questo vortice di male, di sofferenza, di limite invalidante.
“Rallegrati o piena di grazia, il Signore è con te” ha detto l’angelo a Maria.,
Ho pensato che questo saluto poteva essere rivolto anche a me e non solo.
A tutti, nella vita, capita di essere visitati da un angelo che ci annuncia la vicinanza di Dio, la sua presenza, la sua incarnazione, se lo accogliamo in noi.
L’annuncio è del contadino del cilelo che getta il suo seme su questa terra che lui ha creato e che vuole diventi un verde e lussureggiante giardino.
Non tutte le terre sono dissodate, pronte ad accoglerti Signore e io per anni ho chiuse le mie zolle, ho impedito indurendo la corteccia del cuore al seme di attecchire.
Questa mattina, mentre mi sforzavo di meditare sui misteri della gioia, i miei pensieri andavano ai cent’anni di solitudine che hanno connotato la mia vita, ai desideri, ai sogni  di quando ero bambina, e non ne ho trovati altri che non fossero avere un amica e tornare nel giardino della casa dove abitavano i miei.
L’amica non l’ho trovata neanche nelle bambole , quelle di pezza che mi confezionavo io e quelle di plastica e di porcellana che mi furono regalate una da zio Remo e una da mia madre.
Nei loro volti, nelle loro rigide fattezze non mi sono riconosciuta, specchiata, le ho sempre sentite estranee come se parlassero una lingua diversa dalla mia.
Non mi ci sono affezionata insomma,  mentre conservo la nostalgia di un piccolo gesù bambino tanto piccolo da poterlo tenere stretto nel pugno della mia piccola mano.
Ma lo persi e ancora adesso ricordo quanto la cosa mi fece star male.
Forse il dispicere più grande che ricordo fu quello di constatare alla seconda elementare che l’amica Carla che avevo trovato in prima, non c’era più perchè la classe era stata sdoppiata.
Doppia perdita che ha lasciato una cicatrice indelebile.
Tante cose in seguito perdetti ma il dolore lo ricordo solo collegato a questi due episodi.
E poi la gioia di tornare a casa la domenica, i giorni di festa era grande, la gioia di ritrovarmi in quel giardino incantato che nascondeva indicibili sorprese.
La nostalgia del ritorno rimase, ma grande fu la delusione quando a quel giardino si sostituì una casa popolare assegnata ai miei, dove la fatica e la responsabilità di provvedere non solo ai miei bisogni ma anche a quelli di tutta la famiglia fu il mio pane quotidiano.
Mi chiedo Signore quando hai bussato alla mia porta, quando un angelo è venuto ad annunciarmi che per me c’era un amico, che il giardino era ancora ad aspettarmi.
Me lo chiedo oggi che ricorre la festa dell’Annunciazione.
Sono certa del giorno e dell’ora che ti ho incontrato nel dolore che ci accomunava, questo sì.
Fu allora che trovai in te un amico con cui finalmente potevo condividere la mia pena.
Fu un giorno memorabile, l’inizio di una storia in cui la mia pena divenne la tua pena e io uscii fuori dal tempo della solitudine.
Ci sono voluti anni per rispondere al tuo amore con le parole di Maria. “Ecco la serva del Signore, si faccia di me secondo il tuo volere” o come tu rispondesti al Padre” Un corpo mi hai dato, sul rotolo del libro è scritto di fare il tuo volere. Così ho detto io vengo”
Così hanno rispsto i tuo santi alla tua chiamata, così mi sforzo di far ogni giorno, ma non sempre ci riesco come questa mattina, quando il tuo disegno mi sembra assurdo incomprensibile.
Non riesco a dire “Si fatta la tua volontà” con questo dolore che come una carie consuma e necrotiza tutte le mie ossa.
Non riesco Signore, per quanti sforzi faccia, a farmi piacere quello che dovrei pensare un dono, una grazia, una tua incursione nella mia vita.
Se sei in questo dolore mi ami tanto, direi troppo perchè non sono in grado di sopportare ulteriormente questo peso del corpo che mi fa così tanto male.
Tu sai, tu vedi, tu conosci.
Mi affido a te, a Maria consegno il mio sì così sofferto, a denti stretti, con gli occhi girati, lo stomaco chiso in una morsa.
Lei saprà come presentarti questa offerta dopo averla purificata da ogni zozzura.
Confido in te Signore perchè anche io vorrei provare la gioia di essere da te visitata.

” Non temere Sion, non lasciarti cadere le braccia” (Sof 3,16)

 
 
SFOGLIANDO IL DIARIO…
21 dicembre 2013
” Non temere Sion, non lasciarti cadere le braccia” (Sof 3,16)
Veramente Signore ho bisogno che qualcuno mi sollevi da terra, che asciughi le mie lacrime, che mi rialzi da questo stato di sconforto, di desolazione, di sofferenza, di stanchezza, di non sonno, non gioia, non natale.
Ho bisogno Signore di stringere tra le mani qualcosa che non sia una medicina, di bere qualcosa che non sia un veleno che si aggiunge ad altri veleni, di qualcuno che non mi si avvicini con un ago, una macchina, un catetere, un martelletto, un letto che non sia una lettiga, un auto che non sia un ambulanza, di amici, che vengono a visitarmi, non chiamati per scrivere ricette, riempire moduli, consigliare o sconsigliare una cura.
Ho bisogno Signore di qualcosa che non mi ricordi la malattia, di un sonno che mi faccia andare in vacanza da questo inferno di dolore e di sofferenza.
La scorsa notte mi sono messa ai tuoi piedi, come un cane mi ti sono aggrappata, mi sono tenuta vicino a te, il mio padrone, che mi fa sentire al sicuro.
Un cane, mi sentivo un cane in cerca di un padrone da cui sentirsi protetto. Tu l’hai permesso e io ho trovato la pace.
Ho ripensato a quella donna che ti chiedeva non so cosa e che al tuo diniego ti ricordava che anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole che cadono dal tavolo dei loro padroni.
Non ti chiedo più nulla, perchè già tanto, tutto ti ho chiesto fino ad arrivare all’essenziale.
Ora è arrivato il tempo di chiudere la bocca e aspettare che tu decida di me, della vita o della morte, non della disperazione.
Sono qui Signore ad aspettare che la tua mano tocchi la mia, che il tuo sguardo incroci il mio, che mi senta amata da te ancora, per sempre, perchè tu sei il mio Signore, il mio Salvatore, perchè non mi sono sbagliata, è solo questione di tempo.
“Il tempo è nelle nostre mani, nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori.”
L’ho trovato e l’ho tenuto stretto l’infinito, ho cercato con tutte le mie forze, con tutta me stessa di non smarrirlo.
Ma mi è scivolato dalle mani, senza che me ne accorgessi, come quel piccolo Gesù, il mio tesoro, che, quando ero bambina, non trovai più nel pugno dove lo custodivo.
La ferita di quella perdita non si è ancora rimarginata, perchè ero sola e quel bambino era il mio unico compagno di giochi.
Tu Signore sei altro, lo so. Sono diventata grande e lo capisco, almeno questo.
In fondo non è tanto quello che uno perde ma il vuoto che lascia, quel vuoto che ti fa soffrire.
Io so che mi stai ascoltando, che un giorno ti vedrò, non necessariamente questo natale, e mi chiedo quanto ancora dovrò aspettare.
Un Natale senza luci, quello di quest’anno, un natale dove nel mio piccolo presepe Gesù è già nato, perchè per non fare fatica e correre il rischio di perdere i pezzi, lo scorso anno, il presepe non l’ho messo in cantina, ma sul mobile della sala, perchè fosse natale ogni giorno dell’anno.
Mi chiedo se ho fatto la scelta giusta, se anche solo cambiando posizione agli oggetti ogni tanto, la vita cambia, cambia il punto di vista.
Sicuramente sì, ma arriva il tempo in cui non hai nessuno che ti aiuti a fare certi traslochi e ti devi arrangiare da sola.
Su suggerimento di Emanuele ho messo al posto del bambinello la Bibbia, Emanuele a cui non sfugge nulla e che si è ricordato la sana abitudine di questa casa, di attendere il Natale con la Parola messa tra la paglia.
Grandiosi i bambini che ti rinfrescano la mente, diventando la tua memoria quando diventi vecchio!
Ed io mi sento vecchia, tanto vecchia da chiedermi il senso di questo natale.
“Non lasciarti cadere le braccia” le parole che mi hanno colpita.
Ieri ho chiamato M. l’angelo che mi accompagna, perchè facesse sotto la mia guida le cartellate, il dolce simbolo dei natali della mia infanzia, il profumo di mio padre e delle sue tradizioni che si portò dietro quando si sposò e che trasferì a mia madre e a noi figli.
Ho desiderato mettermi in contatto con i miei cari attraverso quel profumo di mosto cotto misto a cannella, quel segno di festa nella nostra povera casa dove la cosa più dolce era il pane raffermo tagliato con cura a dadini da papà, che immergevamo nel latte, quando riuniti al mattino facevamo la colazione.
Nostalgia di profumi, nostalgia di sapori, nostalgia di presenze, nostalgia di un calore che solo tu oggi Signore mi puoi dare in questo natale senza suoni che non sia la parola che esce della tua bocca.
“Una voce, il mio diletto!”
La liturgia oggi parla di voci che si odono, che fanno sussultare, che riempiono di gioia, che ti portano a danzare come fece Davide davanti all’arca santa.
La gioia è il distintivo del cristiano e io non voglio perderla Signore.
Donami la gioia di accorgermi che tu stai arrivando anche se non ti vedo.

“Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente” ( Sof 3, 17)

“Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente” ( Sof 3, 17)
Questa mattina voglio riflettere sulla gioia che nasce dall’incontro tra due persone.
Nel giro di pochi giorni viene riproposto lo stesso passo di Luca sulla visitazione di Maria alla cugina Elisabetta.
Protagonista è la gioia dell’incontro, il riconoscere la presenza del Signore ed esultare.
“Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo”
A riconoscere Gesù quindi non fu Elisabetta ma Giovanni, il precursore, prima ancora che venisse alla luce.
Giovanni comunica la sua gioia alla madre che fu piena di Spirito Santo.
E’ lo Spirito Santo infatti che poi suggerisce ad Elisabetta parole di benedizione e di giubilo per la presenza di Dio in mezzo a loro.
Un Dio nascosto che si rivela quando si riconosce la sua voce, quando emerge dalla memoria la meraviglia dell’inizio, nostalgia di un oceano che eri abituato a solcare, senza paura, di un giardino che il Signore ha custodito e coltivato per te, da quando te ne sei allontanato.
Penso che l’esperienza di incontri particolari che ti fanno balzare il cuore nel petto, li facciamo un po’ tutti, anche se la fretta spesso ce li fa dimenticare.
Sono incontri che ti fanno stare bene, incontri in cui presente passato e futuro diventano un punto luminoso di pace, di gioia di amore condiviso.
Il tempo degli amori giovanili è passato e io pensavo che alla mia età il trasalimento del cuore, la commozione nell’incontro degli sguardi, nelle strette di mano, nel calore della vita che fluisce dalle parole non mi sarebbero più toccati.
“Ormai sono vecchia” sono solita dire e non mi aspetto le sorprese di Dio, le sue incursioni in normali giornate di fatica e di servizio, di svago e di lavoro.
Non me l’aspettavo sabato, quando abbiamo deciso di non andare a fare rifornimenti per la settimana nelle cattedrali del consumismo, i supermercati dove trovi tutto quello che vuoi e anche quello che non sai di volere.
Siamo andati al mercato che si tiene ogni sabato in un paese che è il prolungamento della città in cui noi viviamo.
Un mercato con tante bancarelle dietro le quali il volto, il sorriso, la stretta di mano si fa storia che ti parla in modo più eloquente della merce esposta.
Ogni volta che ci andiamo il cerchio si allarga e si moltiplicano i sorrisi, anche se non compriamo niente, ma non lesiniamo il tempo per stare un po’ con chi aspetta che qualcuno si fermi.
Io li chiamo i luoghi del cuore, scintillanti di giorni che sarebbero senza senso, senza la pace che ti lasciano certi incontri, senza il desiderio di tornare per condividere ciò che Dio dona ogni giorno ogni mattina, a tutti.
La cosa che più mi piace è portare senza farmene accorgere le persone a vedere il bello e il buono in quello che hanno, che a loro capita.
E’ come se aiutassi le persone a ritrovare ciò che hanno perso.
La gratitudine e la gioia nei loro volti è il segno che la messa non è finita, quella a cui partecipiamo prima di fare le nostre escursioni in quel mondo che sembra tagliato fuori dal tempo.
Voglio ringraziare il Signore perchè fa nuove tutte le cose quando lo porti nel cuore.

“Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.”(Lc 1,31)

 
SFOGLIANDO IL DIARIO…
20 dicembre 2016
“Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.”(Lc 1,31)
Ci sono promesse che tu mantieni e altre che sembrano non realizzarsi mai.
Ci fai credere una cosa e poi ce ne capita un altra, ci metti alla prova, ci tormenti con i ricalcoli continui della nostra vita.
Certo che non pretendo di darti consigli, Signore, perchè sei Dio e non ne hai bisogno.
Il mestiere non te lo possiamo insegnare noi, ma almeno io desidererei un piccolo cambiamento di rotta.
Certo che non è possibile perchè se un aereo, un treno, una nave fa una piccola deviazione dal tracciato sicuro è facile che vada a sfracellarsi da qualche parte.
Me lo ripeto sempre che dobbiamo accettare la vita così com’è e imparare a stare in equilibrio su questo filo sospeso sull’abisso.
Il Kaìre che l’angelo rivolse a Maria, cerco sempre di farlo mio, illudendomi, immaginando che anche a me tu mandi un angelo per tirarmi su il morale perchè tu sei con me, perchè sei stato dovunque sono andata.
Ma il mio cuore oggi è prostrato, triste, affaticato e oppresso, il mio spirito è schiacciato da tante prove, da una sofferenza che non si misura, un dolore che le medicine, anche le più potenti non riescono a zittire.
“Rallegrati” dice l’angelo a Maria, “Rallegrati” lo dici a me.
Me ne voglio convincere ma non ci riesco. Anche se so che tu sei con me sono triste, perchè non sono fatta di aria, perchè la mia carne è ancora viva, i miei muscoli, i miei tendini, i miei nervi sono ancora collegati con il cervello e il cuore e tutto ciò che mi tiene ancora attaccata alla terra dei viventi.
C’è poco da rallegrarsi quando la notte è un continuo tormento, un’agonia, il giorno è una serie di no dolorosi allo stare in piedi, seduta, allungata…
Un tempo quando la sera incontravamo le coppie per le catechesi prebattesimali o per la preparazione al Sacramento del matrimonio, conoscevo una tregua solo quando parlavo di te, esattamente il tempo assegnato che io regolarmente sforavo, tanta era ed è la passione con cui porto il tuo annuncio Signore.
Gianni che all’inizio si infastidiva e avrebbe voluto intervenire, per amore si è rassegnato a prendersi cura dei piccoli, quando c’erano e dei grandi per tutto quello che comportava uno spostarsi, un accogliere alla porta, un accompagnare fisicamente le persone ai loro posti o in qualunque altro luogo avessero necessità di andare.
Appena aprivo la bocca il dolore scompariva e tornava quando tutto era finito.
Che dire? Ogni volta assistevamo al miracolo.
Ma i battesimi sono diventati tanto rari che la tregua al dolore
non è più a disposizione come un tempo, ma bisogna aspettare tanto.
Anche a sposarsi sono sempre in meno…
Così non ho più armi per difendermi da questa bestia che mi sta divorando, che mi sta togliendo il respiro, mi sta dilaniando le membra sì da sentire sempre più vicino il volo degli avvoltoi.
Voglio pregare con il Salmo 80.
Tu, pastore d’Israele, ascolta,
tu che guidi Giuseppe come un gregge.
Seduto sui cherubini, risplendi
davanti a Èfraim, Beniamino e Manasse.
Risveglia la tua potenza
e vieni a salvarci.
O Dio, fa’ che ritorniamo,
fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi.
Signore, Dio degli eserciti,
fino a quando fremerai di sdegno
contro le preghiere del tuo popolo?
Tu ci nutri con pane di lacrime,
ci fai bere lacrime in abbondanza.
Ci hai fatto motivo di contesa per i vicini
e i nostri nemici ridono di noi.
Dio degli eserciti, fa’ che ritorniamo,
fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi.
Hai sradicato una vite dall’Egitto,
hai scacciato le genti e l’hai trapiantata.
Le hai preparato il terreno,
hai affondato le sue radici
ed essa ha riempito la terra.
La sua ombra copriva le montagne
e i suoi rami i cedri più alti.
Ha esteso i suoi tralci fino al mare,
arrivavano al fiume i suoi germogli.
Perché hai aperto brecce nella sua cinta
e ne fa vendemmia ogni passante?
La devasta il cinghiale del bosco
e vi pascolano le bestie della campagna.
Dio degli eserciti, ritorna!
Guarda dal cielo e vedi
e visita questa vigna,
proteggi quello che la tua destra ha piantato,
il figlio dell’uomo che per te hai reso forte.
È stata data alle fiamme, è stata recisa:
essi periranno alla minaccia del tuo volto.
Sia la tua mano sull’uomo della tua destra,
sul figlio dell’uomo che per te hai reso forte.
Da te mai più ci allontaneremo,
facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome.
Signore, Dio degli eserciti, fa’ che ritorniamo,
fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi.