LOTTA

SFOGLIANDO IL DIARIO…
23 dicembre 2016
venerdì della IV settimana di Avvento
ore 7,29

“Giovanni è il suo nome”(Lc 1,63)

Cosa può dirmi oggi questa parola pronunciata da un uomo che ritrova la voce quando dà il nome al figlio ?
Uomo del dubbio, nei mesi che lo separarono dalla realizzazione della promessa di Dio, nel silenzio imparò a trovare segni di vita.
Zaccaria, fu costretto a chiamare il figlio della vecchiaia, Giovanni (Dio ama), perché Dio non viene mai meno alle sue promesse.
Non è facile dire :”Dio ama” se si è impegnati. a difendersi dagli attacchi del nemico, un nemico subdolo, sfuggente, che si nasconde e di notte sferra i suoi colpi più feroci, un nemico a cui non piace la luce, difficile da sconfiggere con i metodi tradizionali.
Da mesi per non dire da anni le mie sofferenze si concentrano la notte, in un tempo che difficilmente è sotto lo sguardo dei medici, ma anche dei miei amici o più stretti famigliari.
L’unico che può testimoniare i casini che racconto è mio marito che mi dorme vicino, a fianco, e che, pur avendo il sonno pesante, a volte viene inevitabilmente svegliato dai miei movimenti che non conciliano un riposo tranquillo.
A volte mi ci addormento, si fa per dire, con i casini, ed è lui che chiamo a darmi un bicchiere dove sciogliere l’ennesimo antidolorifico, a farmi un’iniezione, un massaggio o a dire una preghiera.
Ma tutto si riduce ad un tempo molto limitato, perchè il resto me la vedo io e la bestia, io e il mio Creatore, il mio Salvatore.
Questa notte è stato come quando una banda di malviventi decide di innescare una serie di incendi in più parti di un vasto territorio, sì che a spegnerlo è difficile se non impossibile.
In genere dell’atto doloso non rimane che il terreno annerito dal fuoco e molte macerie.
E’ stato così tutta la notte e non sapevo come difendermi, come difendere ciò che appartiene al Signore.
Alla fine stremata ho aperto il Libro e ho trovato la difesa di Giobbe, guarda caso, che si proclama innocente di fronte a Dio e agli uomini.
Il demonio è la bestia contro cui il protagonista di questa storia deve lottare, l’antagonista di Dio e del suo consacrato.
Ho pensato che la storia poteva essere anche la mia.
Poi di nuovo ho cercato nel Sacro Libro, perchè non mi piace portare avanti le mie ragioni…cosa Dio non conosce?
Nella conclusione del libro di Zaccaria dove si parla del combattimento finale e della Gerusalemme nuova ho trovato la pace.
Non c’e dubbio che Dio continui a parlarmi e a dirmi di non avere paura .
“Il Signore uscirà a combattere contro quelle genti” la frase che mi ha colpito.
Mi sono messa l’anima in pace e mi sono accucciata come sono solita fare ai suoi piedi.

SFOGLIANDO IL DIARIO…

“lo Spirito del Signore è sopra di me”
 
Quando lo Spirito del Signore è sopra di me?.
Quando amo il fratello che vedo, quando così facendo rendo visibile il regno di Dio, quando divento profezia della sua salvezza per ogni uomo.
La profezia che Gesù legge sul rotolo di Isaia è estesa ad ogni battezzato.
Il primo a dare l’esempio è Gesù.
“Lo spirito del Signore è sopra di me: per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato ad annunciare ai poveri il lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vita: per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore”.
Dio è amore.
Rimanete nel mio amore.
Lo spirito agisce in quelli che amano i propri fratelli.
Dove c’è l’amore è presente Dio.
Del resto se Dio non lo ha mai visto nessuno, come si fa a darne i connotati?
Giovanni spesso, poiché ama disegnare, mi ha chiesto come è fatto Dio, che faccia avesse.
Mi ha chiesto anche dov’era, dove trovarlo, perché voleva abbracciarlo e non lo vedeva.
Il primo disegno che ha fatto su Dio raffigura tre persone che si tengono per mano, un papà una mamma e un figlio, sotto il quale ha scritto: “Dio è amore”.
Quando deve disegnare Dio, la maggior parte delle volte, mette due o più persone che si vogliono bene, contornate da raggi dorati, come se dalla loro relazione, dal bene che si vogliono uscisse la luce.
Una volta ci mise un cuore come raccordo di raggi rossi che univano le persone di una stessa famiglia.
Dio, Giovanni lo rappresenta quindi come luce che si sprigiona da quelli che si amano.
Ma anche luce che dal cielo scende sulla terra, quando deve illustrare un dialogo tra Dio che non si vede e un personaggio di cui sta raccontando la storia.
Si serve anche degli angeli per parlare di Dio, angeli che sprizzano luce, i suoi messaggeri.
Spesso, come ieri, Dio gli parla di festa, di gioia.
Ha raffigurato l’ultima cena mettendo in mano agli apostoli palloncini e aggiungendo il tredicesimo apostolo che è lui, più piccolo, con un palloncino anche lui in mano, per partecipare alla testa.
In alto ci ha messo due personaggi, uno grande e uno piccolo, un maschio e una femmina, per indicare che alla festa siamo chiamati tutti.
Ha disegnato una casa grande e ce l’ha anche scritto: CASA GRANDE forse perché non poteva accettare che Gesù si limitasse a mangiare solo con 12 persone.
Man mano che faceva il disegno lo arricchiva di simboli e i 12 apostoli ad un certo punto sono diventati tredici e poi erano maschi e femmine, anche se avevano tutti i pantaloni.
Perché l’ultima cena è una festa e nessuno ne è escluso.
Del resto Giovanni ha ben chiaro cosa significa avere Dio nel cuore e si rende conto che in questi ultimi tempi lui dà ascolto al diavoletto.
Ma nessuno gli parla più di Gesù, di Dio, nessuno gli fa fare il segno di croce, e lui se lo dimentica.
Ieri è venuto con la punizione che non doveva né poteva vedere la televisione fino a domenica.
In un primo momento ho pensato che la punizione era per le nonne che poi si dovevano inventare come tenerlo a freno, ma poi sono stata contenta perché abbiamo passato un pomeriggio a fare gli esploratori dell’amore di Dio.
Che bello tornare a parlare con Giò di tutte le cose belle che porta nel cuore, delle sue esperienze, le sue paure, ma anche delle sue certezze!
È stato un bel pomeriggio, come quando per due ore abbiamo vagato per la città a fare gli esploratori.
E dire che l’altro ieri ero caduta in depressione, quando mi aveva detto che preferiva andare da nonna Rita perché ha la casa più grande e ci si può fare rumore e perché non c’è nessuno che si lamenta.
La zia Adelina che abita accanto è sorda e non ci sono problemi.
Ho pensato ai nostri anni di sodalizio, intimità, a tutte le cose che ci siamo detti, al legame profondissimo che abbiamo, infranto da una casa più grande e una vicina sorda.
La sordità del vicino, la larghezza della casa, la possibilità di fare il comodo proprio, possono cancellare l’amore?
Ho pensato all’amore di Dio che non ci perde di vista.
Ieri il Vangelo di questo parlava, quando ha fatto riferimento a Gesù che era salito sul monte per pregare e aveva detto ai suoi discepoli di precederlo sull’altra riva.
Ho pensato a mercoledì, quando Giovanni mi ha preceduto, quando l’ ho accompagnato a basket e poi si è scordato completamente di aspettarmi, come gli avevo detto.
Io non lo avevo perso di vista, anche se al buio della strada poco illuminata, coperto dalle macchine, non sono riuscita a distinguerne la sagoma, mentre guadagnava la porta della palestra.
Ma poi l’ho raggiunto e l’ho riportato a casa, senza fargli fare l’allenamento, perché capisse che non deve dimenticare che è ancora piccolo e che è stato a me affidato.
Ho pensato allo sguardo di Dio che non si stacca mai da noi, lo sguardo puntato lontano che ti segue, ti abbraccia, ti prende.
Poi se te ne sei dimenticato e appare all’improvviso, pensi che sia un fantasma, specie se stai lottando contro il vento contrario.
Ho pensato che nessuna casa grande può togliermi Giovanni, perché ogni casa diventa grande dove c’è Gesù e c’è posto per tutti.
Per questo forse ieri ha disegnato una casa grande dove si poteva fare festa, dove c’erano grandi e piccini, dove Gesù spezzava il pane dava il vino a tutti.
Ecco a cosa porta un pomeriggio senza televisione.
Che non sia provvidenziale il fatto che Giovanni di tanto in tanto decida di fare il cattivo?.
È stato il suo modo di dire che è stufo della balia elettronica e che ha bisogno, ha voglia di qualcuno che gli parli di Dio, mettendosi in una relazione più profonda e più vera con lui.

“Pienezza della Legge è la carità.”(Rm 13,10)

SFOGLIANDO IL DIARIO…
“Pienezza della Legge è la carità.”(Rm 13,10)
“Dio è amore” scrisse Giovanni, il mio nipotino, all’età di 4 anni, sotto un disegno che raffigurava un papà, una mamma e un bambino. Non sapeva ancora scrivere Giovanni, o almeno io lo pensavo. Grande fu la mia sorpresa nel constatare che con linee incerte aveva scritto l’essenza del nostro credo.
Intorno ci aveva disegnato dei raggi gialli, come a indicare che il sole, la luce si sprigiona da una famiglia costituita da un padre, da una madre, da un figlio che si tengono per mano. Mi stupì allora anche il fatto che il bambino non era messo in mezzo non staccando la coppia.
Quanta scienza, quanta intelligenza in un bambino, mi trovai a pensare, un bambino profeta a cui lo Spirito aveva suggerito ciò che aveva trovato scritto dentro di sè, la meraviglia dell’inizio, l’immagine che Dio in lui aveva stampato, come in ogni uomo del resto.
Giovanni aveva scritto il sogno, la nostalgia di un amore tutto per lui, aveva pensato che Solo Dio poteva rimettere le cose al posto giusto, visto che gli era nato da qualche mese un fratellino che gli aveva tolto il posto d’onore, il primato.
Si sentiva minacciato da quel fratello che gli era venuto a togliere o almeno diminuire l’affetto e le attenzioni dei genitori, dei nonni e degli zii, essendo stato lui il primo di altri figli, nati nell’ambito della famiglia di cui faceva parte, da parte del padre, nostro figlio e della madre.
Quel disegno allora mi sembrò perfetto, perchè non mi soffermai su ciò che mancava, ma su ciò che c’era.
Oggi, riflettendo sulle letture mi è tornato in mente quel disegno, dove c’è nascosta una verità inconfutabile. Per Dio siamo tutti figli unici, amati allo stesso modo, destinati tutti a ricevere da Lui lo stesso indivisibile premio: il suo amore infinito, eterno, gratuito. L’essere figli di Dio ci dà l’opportunità di ripensare ai nostri rapporti umani, ai nostri piccoli e grandi amori, amore di madre, di padre, di figlio di sposo, di amico.. amori con la graduatoria, amori a termine, troppo spesso, amori che ci tolgono la pace e ci fanno vivere male.
” fate questo in memoria di me” dice Gesù dopo aver benedetto il pane e il vino nell’ultima cena, segno del suo corpo offerto e spezzato per noi, del suo dangue versato per la nostra salvezza.
A chi pensava Gesù quando ha fatto questo straordinario segno di comunione, seguito dal suo sacrificio reale, indiscusso, consumato sopra la croce?
Nel suo cuore di carne, dilatato all’infinito dallo Spirito divino c’eravamo tutti, presenti, passati e futuri figli di re.
Sotto la croce c’era Maria, la madre e Giovanni, il discepolo che Gesù amava, o meglio il discepolo che più degli altri si sentiva amato da Gesù, c’era una coppia, quindi e il terzo che non era generato ma stava generando la Chiesa era Gesù sulla croce.
Il disegno di Giovanni non è che un capitolo di un racconto, il cui titolo non è da cambiare, un racconto, una storia vera dove un figlio non deve temere che ci siano altri fratelli a mangiare alla stessa mensa perchè ce n’è per tutti, in quanto l’amore di Dio non si misura e la sua casa è così grande da accoglierci tutti comodamente.
Giovanni il mio nipotino che ora è cresciuto, sta rivalutando la straordinaria opportunità di avere un fratello con cui condividere lo spazio, il tempo e l’amore dei suoi genitori che lungi dal diminuire, si moltiplica quanto più viene spezzato.
Ma quand’anche l’amore umano venisse meno, l’amore di Dio dura in eterno e su questa consapevolezza noi dobbiamo fondare ogni relazione. Perchè solo lui ci rende capaci di amare come Lui ci ha amati. Da soli non andiamo molto lontano.

Scintillanti

lunedì 21 maggio 2012

 
 
 

Ieri Giovanni ha festeggiato la sua prima Comunione.
Con questa lettera abbiamo accompagnato il regalo. 

Caro Giovanni,
 
cosa dirti in questo giorno in cui ci chiami condividere la gioia di aver trovato finalmente lo SCINTILLANTE, la fonte, quella che illumina il mare increspato del mattino, riempiendo di luce le piccole gocce d’acqua, che ti fecero sgranare gli occhi quando eri piccino?
L’hai visto, l’hai sentito, l’hai toccato Gesù!
Ti sei emozionato, commosso quando i vostri sguardi si sono incrociati.
La Sua tenerezza ti ha percorso la schiena.
L’amico, il fratello, il padre, quello che ti ama anche se fai i capricci, anche se sbagli un rigore…
Non c’erano, il 5 aprile, Giovedì santo,il giorno della tua prima Comunione, fotografi nè invitati, ma solo voi bambini, gli amici intimi di Gesù, quelli a cui non ha nascosto i misteri più grandi del regno.
In quell’occasione hai visto realizzato finalmente il desiderio che anni fa avevi espresso in un disegno che tenevamo gelosamente custodito in un cassetto.
 
Essere il tredicesimo apostolo.
 
 
 
Ricordi quando chiedevi dove potevi trovare Gesù? E quando ti venne l’idea della sedia vuota da mettere a tavola perchè ci si sedesse, dello spazio che gli hai fatto nel letto così che te lo sei abbracciato?
Ricordi quando eri triste e ti bastava un caro caro, una canzone, una storia, la luna, le stelle, un fiore, una formica, per tornare a sorridere?
Ricordi quanto ti rendeva felice, dopo aver deciso di fare il buono, scoprire gli scintillanti, quando cercavi di cacciare l’angioletto cattivo, forzando con le dita le palpebre, per aprire gli occhi e farci uscire la luce?
 
Gli scintillanti, ricordi?
 
Era un gioco, ma anche un cammino alla ricerca di ciò che ci rende felici.
Un giorno facesti un disegno in cui, contornati da raggi di luce, tu piangevi e io ti stringevo la mano.
Mi dicesti, porgendomi il foglio “Ecco nonna il paradiso: quando tu mi accarezzi e mi consoli.”
 
 
Un’altra volta, dopo aver constatato che tutti giochi che ti avevano regalato al compleanno, ti avevano solo fatto venire il nervoso, perché erano tanti, perché ci mancavano le pile, perché ci voleva qualcuno che ti spiegasse e giocasse con te, esclamasti che quelle cose non servivano a rendere felice un bambino.
Serviva un bacio, un abbraccio, uno che gli volesse bene.
 
Per carnevale comprasti la maschera dell’eroe buono, il Sommo Luminescente, perché credevi che c’è sempre uno che riporta la pace, la salvezza, la gioia, aggiusta tutte le cose, ripara le ingiustizie.
Il robot che, uscito dal castello di Erode, sparava fiori sulla strada, per riportare la pace, i robot che catturavano la polvere di stelle per ridare luce ai fiori e vita ai pesci, i disegni della luna e del sole che ballavano insieme, delle nuvole che si erano messe d’accordo per far smettere di piangere un sole bambino, parlavano della tua sete di pace, di amore, di vita.
 
Avevi imparato a dire grazie per tutto: per i fiori, per gli uccellini, grazie per il parcheggio, grazie per una persona adulta che ti facesse fare il bagno al mare, grazie per un bambino che giocasse con te … grazie per la luna, per il sole, per le patate, per i colori…
 
Dio amore, scrivesti sotto le tre persone disegnate che si tenevano per mano: una mamma, un papà e un bimbo.
 
Avevi 4 anni e non sapevi ancora scrivere. Chissà dove avevi imparato!
La tua famiglia ideale.
Quando l’hai fatto pensammo fossi diventato un profeta e non ci soffermammo sul fatto che mancava Emanuele.
Perché Emanuele era nato da quattro mesi, ma tu, solo l’anno successivo, lo hai messo con te ad aspettare Babbo Natale, nel disegno attaccato alla porta d’ingresso.
 
Se te ne ricordavi gli davi i connotati di una bimba, la “sorellina che avresti voluto sposare”.
In un disegno la mettesti accanto alla mamma, che ti separava da lei, nella casa roulotte dove tutti si volevano bene e tutti volevano bene a Gesù.
 
 
Però i raggi che riunivano le persone nell’amore erano quattro, papà e la nonna, la sorellina e la mamma divisi da una scala, su cui tu piccino ti accingevi a salire per vedere cosa stava facendo il nonno al piano di sopra.
Eravate gli unici che non salutavano dalla finestra della roulotte, gli unici per conto vostro.
 
In te c’era la tensione a cercare un aggancio nella persona che sentivi più amica, più disponibile ad accettarti per come eri e a giocare con te, dimenticando le regole.
 
Ma dovevi uscire dal guscio e scontrarti con un mondo diverso da quello ovattato della tua casa.
L’anno dopo comprasti la maschera da scheletro per fare paura
e eri ansioso di vedere se i tuoi amici si sarebbero spaventati davvero, se finalmente, indossando una maschera potevi stare tranquillo, difeso dalle loro aggressioni.
 
I mostri si erano sostituiti ai Tele-tubbies, a Byron, il tuo peluche di carne che ci aveva lasciato, alle braccia accoglienti dei nonni, quando mamma e papà erano al lavoro, alla curiosità sempre soddisfatta di scoprire il bello e il buono di ogni cosa.
 
Giovanni, in questa ricerca di ciò che ti rende felice sei arrivato a pensare che forse bisognava fare paura per non essere sopraffatti dagli altri, messi da parte, presi per il cravattino… la temuta cerniera, le sciarpe, perché qualcuno se ne potrebbe servire per catturarti e farti morire strozzato.
Ora con fierezza porti senza problemi il fazzolettone, simbolo che sei un lupetto legato ad un branco che ti protegge e che devi proteggere con l’aiuto di Dio.
Sei diventato anche portiere e hai imparato a parare i colpi degli avversari.
La preghiera è diventata per te lo strumento per allontanare la paura.
 
Oggi ci hai invitato a fare festa con te, per condividere la gioia di stare con la Persona che ti ha cambiato la vita.
 
Per tutto quello che attraverso di te abbiamo capito del mistero di Dio, GRAZIE.
Gesù, lo Scintillante, sia sempre la luce che fa brillare i tuoi occhi.
 
Perché bisogna ridiventare bambini per capire il senso delle parabole.

nonna Etta e nonno Gianni

 
Salmo 8
Con la bocca di bambini e di lattanti:
hai posto una difesa contro i tuoi avversari,
per ridurre al silenzio nemici e ribelli.

Le bomboniere