Compleanno

9 marzo 2020
ore 6.42
Chiedete e vi sarà dato (Mt 7,7)

Chissà cosa stava chiedendo mia madre a quest’ora mentre io mi accingevo ad iniziare la mia avventura nel mondo!
Sicuramente dopo quei nove mesi di fuoco voleva sentirsi liberata di quel pesante fardello, che aveva dovuto portare nella pancia in un periodo di lupi, luci sinistre, fughe, paura, lotta per la sopravvivenza.
Costretta a traslocare tante volte dal sicuro rifugio, si era dovuta allontanare in estate quando i foschi bagliori di guerra minacciavano la città di Pescara.
Era riuscita con sacrificio e con tanto amore a trovarsi una camera ammobiliata dove vivere gli incontri con mio padre, quando tornava in licenza.
Il primo figlio era nato da poco, a gennaio, e finalmente potevano godersi un po’ di pace in una casa tutta loro.
Non si erano uniti il giorno delle nozze, perchè rimanesse illibata nel caso non fosse più tornato, godendo comunque della pensione di guerra.
Quello fu il primo di tanti atti d’amore perchè si accontentò solo di fare con lei, a cerimonia finita, una passeggiata per poi subito ripartire.
L’anno dopo decisero di mettere su casa e nacque mio fratello, ma intanto il cielo si faceva sempre più fosco per i venti minacciosi di guerra.
Così, dopo la sua nascita a gennaio del 1943, mamma si convinse a trasferirsi a Paglieta dove faceva scuola, portandosi dietro tutti quelli della famiglia d’origine che non aveano impegni lavorativi…ed erano tanti.
Mio padre le aveva lasciato un regalo a giugno, prima di ripartire, un piccolo seme che doveva custodire, alimentare e portare alla luce.
Furono mesi duri quelli che vennero dopo, per il piccolo seme, sottoposto a prove che lo fortificarono per reggere le dure battaglie della vita.
Cosa dire di quello che dentro l’antro buio dell’utero di mia madre io pensai, senza vedere e neanche immaginare?
Certo mia madre non poteva tenersi tutto per sè e a quel frugolino dentro la pancia non potè fare a meno di comunicargli la sua paura, quando un soldato gli puntò un fucile sul petto, mentre
prendevano mio padre per scavare trincee,
Non poteva non comunicarmi lo smarrimento e la fatica di scappare quando il banditore avvertì che il fronte stava avanzando, quando dormirono in 5000 dentro un teatro, quando papà si ripresentò dopo lo scioglimento dell’esercito, con i vestiti a brandelli e non solo, e tanti chilometri sulle spalle da La Spezia, la maggior parte percorsi a piedi.
Mi trasferì la fatica, i digiuni, le ansie ma soprattutto le preghiere che era solita rivolgere alla nostra Madre celeste.
Quelle sì che me le ricordo perchè tante volte mi ha raccontato del miracolo della supplica alla Madonna di Pompei, mentre in cento si sono ritrovati in un casolare preso di mira dalle bombe amiche o nemiche non so, che tacquero all’Amen finale.
Di tutti quei viaggi per scappare e per tornare mi è rimasta la forza e la speranza, la morte e la vita, ma soprattutto il sodalizio di due sposi che avevano fatto una scommessa sul loro amore…
Sono nata a cavallo, nel passaggio dalla notte al giorno, a cavallo della linea di demarcazione tra oppressori e liberatori, tra la guerra e la pace, tra la Quaresima e la Pasqua.
Sono nata proiettata in un futuro di speranza, ma sto ancora calpestando la sabbia del deserto.
Questa mattina non volevo mancare all’appuntamento della mia nascita e ci sono riuscita.
Mi sono collegata con mamma e papà e con loro ho detto grazie a Dio perchè non mi hanno abortita nè prima, nè dopo la mia nascita, stringendomi in vincoli d’amore, mostrandomi la tenerezza di Dio attraverso il loro sentimento che ha superato i confini del tempo e dello spazio, amore da cui ancora oggi mi sento garantita, perchè poggia sulla fedeltà, sulla promessa che non delude, un arcobaleno che affonda nella pozza rigenerata dallo spirito della nostra umanità imperfetta.
Grazie Signore della vita, grazie di questa straordinaria avventura fatta in tua compagnia, grazie per i genitori che mi hai dato, una madre e un padre responsabili, che non su loro ma su te hanno fondato la loro unione, grazie per la fede che in Maria li ha resi saldi e perseveranti nella speranza che non delude, grazie perchè a Maria hanno presentato sempre i loro progetti perchè li portasse a te.

“Il salario del peccato è la morte” (Rm 12,23)

SFOGLIANDO IL DIARIO…

22 ottobre 2015
Meditazioni sulla liturgia di
giovedì della XXIX settimana del T.O.
ore 7.13

“Il salario del peccato è la morte” (Rm 12,23)

A quanto pare non esiste libertà senza sacrificio, sottomissione, servizio.
Qualunque libertà ha un prezzo da pagare, anche la libertà di fare quello che ci pare e piace.
Sembrerebbe, leggendo il vangelo, che non abbiamo vie di scampo, anzi la libertà prospettataci da Gesù è ad un prezzo elevatissimo: la croce.
La croce divide, quella accettata e accolta per la salvezza di qualcun altro.
Sembra follia vivere in questo modo, per questo obiettivo.
Gesù dice che la verità ci farà liberi e liberi davvero.
Da quando ero piccola mi è pesato sottopormi alle leggi e ai divieti degli adulti e ho sempre sognato di svincolarmi da qualsiasi autorità per fare quello che più mi piaceva, quello che ritenevo giusto per me e per gli altri senza condizionamenti.
Per quanti sforzi abbia fatto non sono riuscita a svincolarmi dalla schiavitù, al padrone di turno, perchè in fondo ho solo cambiato azienda, padrone, ma mi sono sempre sentita schiava di qualcuno o di qualcosa.
Con il tempo ho capito che il più grande tiranno di me stessa ero io che pretendevo da me tutto e il contrario di tutto, vale a dire la botte piena e la moglie ubriaca.
E’ un miracolo che non sia impazzita alla ricerca della mia misura in un cimitero di bare vuote.
“Volere è potere”, mi dicevo, e così, con pazienza e determinazione, ho affilato i coltelli, ho cercato di scalare la montagna dell’autonomia, dell’indipendenza, ma mi sono ritrovata sempre a ruzzolare in basso, schiacciata dal masso che mi trascinavo sulle spalle, come Sisifo.
Mi chiedevo che senso avesse quell’assurdo gioco dell’oca che mi rimandava sempre al punto di partenza.
Poi ho incontrato il Signore, sollevando gli occhi ad un crocifisso, al Crocifisso.
“Pure tu!” gli dissi, pensando che anche lui era vittima della vana fatica di vivere.
Grazie a Dio che non mi fermai solo a guardarlo un momento, ma volli conoscere quella persona che aveva la mia stessa condizione di sofferenza.
Giorno e notte mi appassionai alla sua vicenda, perchè ero sola e avevo trovato un amico con cui condividere la mia pena.
Ringrazio il Signore che, man mano che procedevo, divorando letteralmente la Sua Parola, aumentava in me il desiderio di verificarla nella mia vita.
Cercavo la verità, anche a costo di perdere la presunta libertà che mi ero illusa di poter trovare con i miei espedienti di giocoliere e illusionista, ingannando me stessa.
L’amore cercato negli altri si trasformò in amore donato agli altri, l’amore che mi consegnò nelle sue braccia perchè solo Lui era capace di morire per me.
La sua signoria mi ha liberato da tante pastoie di morte e mi ha reso completamente libera di seguire ciò che mi fa bene, mi serve, mi piace.
Sembra un paradosso, ma è così.
Solo quando riesci a far felice un altro sei veramente felice.
E io oggi penso a Lui che mi ha dato consiglio e mi ha portato a godere dei frutti del suo sacrificio, facendomi desiderare di fare altrettanto per stargli vicino, il più vicino possibile, come lo sposo la sposa, Lui in me e io in Lui.
Come separarmi senza farmi del male?

“Si diventa eredi per la fede.”(Rm 4,16)

Meditazioni sulla liturgia di
sabato della XXVIII settimana del Tempo Ordinario

“Si diventa eredi per la fede.”(Rm 4,16)

Fede vuol dire fiducia.
In chi?
In Dio ci verrebbe da rispondere.
Ma quale Dio?
L’uomo da sempre ha riconosciuto la dipendenza, l’autorità, la superiorità di forze, persone superiori da temere e a cui sacrificare.
Il Dio creatore, Dio all’origine di tutte le cose unico è proprio dei popoli del libro: ebrei, musulmani e cristiani.
I popoli del libro.
C’è qualcosa che accomuna chi crede: la rivelazione di Dio attraverso la storia.
E questa è una cosa bellissima.
Un Dio che si preoccupa dell’uomo, che non pensa a se stesso, ma al bene dei suoi figli, un Dio che accompagna il suo popolo dandogli parole di speranza e di vita.
Un Dio da temere è quello dell’Antico Testamento, perché grande è la sua ira per quelli che non l’ascoltano.
Un Dio geloso delle sue creature, che ama in modo speciale le persone che si è scelto e solo a quelle riserba misericordia e amore.
Gesù è venuto a mostrarci il vero volto di Dio: l’amore.
Gesù è venuto a lasciarci lo Spirito di Dio.
Gesù è il postino, e colui a cui il Padre ha affidato il compito di mostrare la suprema armonia che regna nel cielo e che desidera estendere su questa terra.
Gesù che porta i doni è stato ribattezzato Babbo Natale ma a me viene da pensare che e più giusto chiamarlo Babbo Pasquale, perché il dono è operante solo nella Pasqua del Signore, quando il passaggio su questa terra è compiuto.
Gesù questo dono non ha aspettato di morire o di salire al cielo per lasciarne trapelare la luce, la straordinaria bellezza, la novità assoluta.
È un pacco bucato quello che ci ha consegnato Gesù sotto la croce, il Suo Corpo che non è a tenuta stagna, per cui pian piano che le gocce di sangue e acqua toccano terra danno vita ai semi sparsi sul suo percorso.
Aiutiamoli a crescere con il suo aiuto senza preoccuparci di quello che diremo e come lo diremo perché lo Spirito di Dio ci suggerirà ogni cosa al momento opportuno.
Gesù è venuto a mostrarci la relazione che lo unisce al Padre.
L’amore del figlio è la risposta all’amore del Padre.
In questa famiglia celeste non esiste nulla che sia pensato e che non venga all’esistenza.
Così se il padre ama il figlio il figlio il padre, il loro amore diventa una persona.
Lo Spirito Santo.
Come potrebbe chiamarsi Padre un dio senza figli?.
Un Dio solo è un Dio triste, ha bisogno di un tu che gli risponda.
Dio parla e la sua parola diventa, è, una persona.
Il Verbo
Ecco il figlio.
Tutto questo accade perché nella natura del padre c’è una forza insopprimibile, un’esigenza fondamentale che è quella di relazione.
Un Dio che non si relaziona è destinato a morire per autocombustione.
Perché la vita viene dalla relazione di un io e un tu da cui può nascere la vita.
Lo Spirito Santo è il dono che Gesù ci ha lasciato.
E il regalo di Pasqua.
Oggi il Vangelo ci parla di un peccato inescusabile..
La bestemmia contro lo Spirito Santo.
La bestemmia non è tanto rifiutare, rinnegare Dio padre o Dio figlio, quanto negare il dono, rifiutare il regalo che Dio attraverso il Figlio ci ha fatto per ridonarci la vita, renderci immortali.
Negare l’amore di Dio che si manifesta attraverso i Sacramenti, negare che Dio ci perdona, non credere nella misericordia di Dio. porta alla morte.
Giuda andò ad impiccarsi perché non credette alla misericordia di Dio.
Il più grande peccato, inescusabile, è non accogliere l’amore di Dio.
Gesù dice che possiamo rinnegarlo, come possiamo rinnegare il Padre, ma non possiamo rinnegare lo Spirito perché è l’unica fonte di vita.
Per questo la bestemmia contro lo Spirito è imperdonabile, non perché Dio sia cattivo, ma perché l’uomo deliberatamente sceglie di non vivere, di separarsi dalla fonte della vita, dalla luce che lo fa risplendere, come fece Satana quando decise che poteva fare a meno di Dio, separandosi a lui.
La divisione, la rottura del rapporto è conseguenza di una bestemmia contro lo Spirito.

Signore grazie perché mi hai fatto uscire dalla solitudine e mi hai fatto entrare nella tua casa che è casa di luce, di gioia, casa sempre in festa.
Grazie Signore perché ho tanto desiderato tornare a casa quando ero piccola e sognavo sempre la luce, lo spazio, la libertà che vi si godeva nel giardino dove abitava la mia famiglia, dove potevo giocare con i miei fratelli, dove i disegni sui muri, il glicine, la casetta di nonna Annina e nonno Giustino, la vigilanza delle zie tali per amore e non per legami di sangue, i fiori delle aiuole,i nascondigli e il pozzo pieno di mistero, pericolo e attrazione, il cancello mai chiuso con il catenaccio aperto ad ogni visitatore o pellegrino, il carretto dei nonni, la fatica e la gioia, il pianto e le risate, la vita che pulsava in ogni più piccola fibra di quel luogo del cuore e della fantasia.
Grazie Signore perché oggi ho capito il motivo per cui ho avuto sempre tanta nostalgia e desiderio di tornare in quel luogo.
La la vita scorreva tra le persone e le cose e te che le mettevi in relazione.
Il tuo Spirito li era presente, anche se in modo imperfetto, perchè tutti si volevano bene.
Oggi che nulla di quanto desideravo e mi rendeva felice è sopravvissuto nel tempo, sento che finalmente sono tornata a casa, nella casa della mia famiglia d’origine, la casa dove tu ti prendi cura di tutti i tuoi figli attraverso l’Amore che unisce il cielo alla terra.

VASI DI ARGILLA

” Noi abbiamo un tesoro in vasi di argilla” ( 2 Cor 4,7)

Se penso a quanto sono fragili i vasi di argilla, quanto sono facili a rompersi specie se sono costretti a viaggiare con vasi di ferro, come don Abbondio de ” I promessi sposi”, non c’è speranza di arrivare sani e salvi alla meta.
Passiamo la vita a cercare di nascondere le crepe, a rattoppare, riattaccare, mettere insieme le parti rotte cercando con ogni mezzo di nascondere i danni con un sapiente maquillage.
Viviamo disgregati dentro, ma cerchiamo a tutti i costi di salvare l’apparenza fin quando ci riusciamo.
Le industrie cosmetiche fanno affari d’oro oggi più che mai, oggi in cui quello che conta è l’esterno del bicchiere da difendere ed esibire costi quel che costi.
Non posso dire che questa esperienza devastante non mi ha riguardato, anzi.
Ringrazio il Signore perché a Lui ho chiesto il restauro quando mi ha tirato fuori dalle viscere della terra e mi ha trovata a pezzi.
Come un anfora antica con la sua mano sapiente e con il fuoco e la colla dello Spirito ha ritrovato e messo al posto giusto le varie parti, rendendo visibile il disegno originario senza peraltro cancellare i segni delle fratture, le cicatrici che lo rendono come un oggetto antico ancora più prezioso.
Lo voglio ringraziare perché ha ridato valore a ciò che non l’aveva e mi ha restituito alla funzione per cui Lui mi ha creata, quella di distribuire la sua acqua a quanti la chiedono, acqua che continua a fornirmi man mano che mi svuota di me e mi riempio di Lui.
Mi piace pensarmi così, mi piace non sentirmi perfetta ma preziosa ai suoi occhi.
San Paolo dice che abbiamo un tesoro in vasi di creta, chissà perché questa mattina mi sono sentita io preziosa ai suoi occhi, io il suo tesoro.
E’ bello avere un Padre che ti fa sentire tanto importante da lasciarti anche la libertà di usare la sua parola per riflettere su di te lasciandolo in ombra.
Quando sei dentro, quando sei nelle sue braccia, quando senti le sue mani sfiorare e accarezzare le tue parti malate, le tue cicatrici, quando pian piano ti senti portata alla luce e vedi la luce, benedici e ringrazi chi ti ha dato consiglio e continua a dartene, Chi ha sentito il lamento dell’anima sepolto da strati di terra spazzatura e si è fermato e si è corciato le maniche per tirarti fuori dalla tua prigione non può non diventare il tuo tesoro, il tuo amico, alleato più caro, la Persona a cui non bastano tante vite per essergli riconoscente.
La mia gratitudine sale a Dio perché mi ha fatto come un prodigio, una meraviglia ai suoi occhi, con il sangue e l’acqua del suo costato mi ha reso una creatura nuova, creta docile nelle sue mani.
Mi chiedo come sia possibile che mi senta da un lato un vaso antico restaurato con sapienza, di grande valore, e nello stesso tempo argilla morbida nelle Sue mani.
Forte e debole nello stesso tempo purché in me si veda l’opera del Sommo creatore che ogni giorno mi dona la vita.

L’abbraccio

Nella bella cattedrale di Wùrzburg, in Germania, si trova una veneranda Croce del sec. XIV.
Il Signore ha le mani staccate dalla traversa e le tiene incrociate una sull’altra sul petto, avendo i chiodi ancora tra le dita.
Una leggenda racconta che un ladro incredulo, vista la corona d’oro sulla testa del Re crocifisso, stese la mano per prenderla.
In quel preciso istante il Signore staccò le mani e i chiodi dalla croce, s’inchinò in avanti, abbracciò il ladro e lo accostò al suo cuore. Quali furono i pensieri che attraversarono la mente di quell’uomo? Vergogna… pentimento… riconoscenza… desiderio di non staccarsi più da quell’abbraccio? Lo trovarono svenuto.
Da quel tempo Cristo non ha mai più riallargato le sue braccia, ma ha conti­nuato a tenerle cosi, come sono ora, come se volesse sempre stringere al cuore l’uomo peccatore, guardandolo profondamente negli occhi.
https://www.santateresaverona.it/?p=11799

“Io ho fatto conoscere loro il tuo nome” (Gv 17,26)

Sono qui davanti a te Signore mio Dio, sono qui con tua madre a cui ho chiesto di accompagnarmi in questa notte all’altra riva, per poterti ascoltare, per rivederti, per poter mangiare ancora del tuo pane di vita.
Ti ringrazio Signore perchè non hai ritenuto un tesoro geloso tua madre e ce l’hai donata, l’hai con noi condivisa perchè ci portasse a te ogni volta che smarriamo la strada o ti chiamasse lei in aiuto, e ti rendesse visibile ai nostri occhi attraverso la sua preghiera.
Ti ringrazio perchè sei venuto a dare un senso a tanta sofferenza, perchè mi hai mostrato che tu sei in ciò che ci manca, che siamo beati quando percepiamo i nostri limiti, quando ci sentiamo bisognosi di tutto, quando nessuna cosa al mondo ci può consolare, guarire, darci gioia e speranza di vita.
Grazie Signore perchè questa mattina mi hai dato la tua carne e il tuo sangue perchè diventassi una sola cosa con te.
Me l’hai data e io me ne sono nutrita, e la paura è svanita sostituita dalla gioia di appartenerti e di servirti con gli strumenti poveri e disprezzati che tu trasformi in armi invincibili contro le tentazioni del demonio.
Signore grazie perchè oggi comincio la giornata pensando che niente e nessuno potrà separarmi dal tuo amore, che questo amore è lo stesso che ti lega al Padre, un amore che lo Spirito Santo ci mostra e ci dona.
Mi viene in mente l’immagine con cui siamo soliti raffigurare lo Spirito Santo che arriva a noi come acqua, fuoco, colomba, soffio, vento…
Ma quella che più amo e che parla alle corde più profonde del mio essere è un abbraccio, un sentirsi stretti da un amore più grande che ci comprende tutti e che ci fa dire l’uno all’altro:”Io mi fido di te”.
Tu ci chiami all’unità e quale grande miracolo hai compiuto Signore inchiodando il tuo abbraccio alla croce?
Grazie Signore per i tuoi doni, grazie dell’abbraccio che riservi ad ogni uomo peccatore, perchè tu continui a morire per noi ogni volta che ti chiamiamo in aiuto.

“Sono io non abbiate paura”(Gv 6,20)

MEDITAZIONE sulla liturgia di
sabato della II settimana del tempo di Pasqua
18 aprile 2015
ore 6.45
letture: At 6,1-7; Salmo 32; Gv 6, 16-21
“Sono io non abbiate paura”(Gv 6,20)
Ti presenti Signore nei momenti più impensati, difficili, quando le acque si agitano e il vento fa traballare la nostra barca.
Tu cammini sulle acque agitate del male, tu domini le forze ostili che ci impediscono di fare la traversata e di giungere al porto sicuro.
Oggi, quando ho letto il vangelo, erano le 3, ho pensato che non avevi nulla di nuovo da dirmi, un vangelo, una storia che ho letto e commentato e meditato tante volte.
Cosa potevo apprendere di più di quanto già non sapessi?
Così ho rinunciato a scrivere la mia meditazione notturna e ho cercato una posizione per riprendere sonno, con il rosario tra le dita e il desiderio di unirmi a te e a Maria nella contemplazione dei misteri del dolore anche se oggi è sabato.
Ieri sera ero rimasta ferma al primo, quello in cui tu schiacciato dal peso dei nostri peccati, solo, preghi e soffri, sudi sangue, tanto grande è l’angoscia che ti opprime.
Così questa notte ho preso sonno dimenticando il resto della tua passione salvo poi svegliarmi con un tremendo dolore alla spalla, il solito da qualche mese che mi perseguita, costringendomi ad indossare il busto che attenua le fitte dolorose dei nervi schiacciati dai recenti crolli vertebrali.
Ho affidato a Maria il compito di traghettarmi fino al mattino con la preghiera a lei tanto cara, perchè ci stringe insieme a te, suo figlio e nostro fratello, in un unico e grande abbraccio.
Il tuo dolore è diventato il mio dolore attraverso Maria, il senso di quelle fitte spaventose mi si è andato man mano chiarendo e mi sono riappisolata mentre ti contemplavo Signore, vittima innocente, incenso purissimo sull’altare di Dio.
Il mio dolore è diventato il tuo dolore e ho trovato la pace pensando che solo tu potevi trasformarlo in offerta di soave odore per liberare i prigionieri e portare la luce a quelli che vivono incatenati dal peccato.
“Sono io non avere paura” mi sono sentita dire questa mattina, quando una fitta più dolorosa mi ha scosso dalla posizione a fatica cercata per non soffrire.
Sei tu Signore che vieni a visitarmi ogni volta che sto male.
Ti ringrazio perchè fughi le mie paure, perchè ogni giorno, ogni notte mi getti una scala dal cielo perchè io vi salga e mi trovi in paradiso.
Con Maria tutto questo sta divenendo possibile, reale, perchè con lei non posso sbagliare direzione, non posso che avvicinarmi sempre più a te.

Un bicchiere di acqua fresca.

“Un bicchiere di acqua fresca”.
L’omelia di Don Carlino a Radio Mater si è soffermata su quel bicchiere d’acqua fresca che ognuno di noi deve dare all’orfano, alla vedova, a chi non ha nessuno che si prenda cura di di noi, che lo assista, che lo curi, che paghi per lui.
Un bicchiere di acqua fresca.
Tutti siamo più o meno capaci di dare un po’ di acqua a chi ha sete e ce lo chiede.
L’acqua costa poco, la cosa che almeno nei nostri paesi industrializzati scorre nei tubi e arriva ai rubinetti delle case, depurata, limpida, potabile.
Dei servizi che ci fornisce lo Stato, il Comune, la Regione, il Quartiere, è quello più a buon mercato.
Per questo, quando pensiamo all’acqua da dare non ci sembra che il Padreterno ci chieda un grande sforzo.
Ma non è così per tutti gli uomini.
Ci sono quelli che l’acqua se la devono conquistare scavando con le mani nella sabbia, rompendo la roccia, aspettando che dal cielo arrivino aiuti umanitari o succhiandola attraverso cannucce dai pantani di piogge rade che di tanto in tanto scendono come manna dal cielo.
Ricordo il Sahel e il e il Kalahari, luoghi studiati sui libri, quando non c’era la televisione a mostrarceli nei documentari.
Un’acqua che anch’io mi sono dovuta sudare, quando appena finita la guerra, le condutture erano rotte e arrivava solo la notte qualche ora, seppure… a fare la veglia, stare di sentinella, aspettando il gorgoglio festoso che ci riempiva di gioia.
Noi eravamo piccoli e non eravamo addetti ai lavori pesanti, però ricordo il razionamento dell’acqua di giorno, specie quando faceva caldo e volentieri ci avremmo sguazzato nell’acqua, come oggi fanno Giovanni ed Emanuele nella piscina in campagna.
Un bicchiere d’acqua fresca.
Se uno ti dà un po’ d’acqua fresca capisci che si è preoccupato di te, che ti ha dato di più di quello che tu gli hai chiesto e di più di quello che speravi e lì riconosci il Signore che si sta chinando su di te, che ti sta curando le ferite e ci sta versando l’olio della sua tenerezza.
“Sono sazio degli olocausti di montoni
e del grasso di pingui vitelli.
Il sangue di tori e di agnelli e di capri
io non lo gradisco…”
lo detesto, come detesto ciò che mi dai senza metterci il cuore, senza che quell’offerta risponda, corrisponda ad un sacrificio reale e non virtuale, un sacrificio che impegni e coinvolga tutta la tua persona….
“La sera in cui fu tradito prese il pane, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: prendete e mangiate… Prendete e bevete…”
Gesù ci dà il suo sangue che non è limpido, nè fresco, quello di una persona sgozzata come un agnello condotto al macello.
Eppure quel sangue ci toglie la sete e ci rigenera e ci dà vita.
Un bicchiere di acqua fresca.
È quello che detti a Nuccio mio fratello negli ultimi tempi della sua malattia, negli ultimi tempi della sua vita, è quello che detti a papà quando lo andavo a trovare e parlavamo di Dio e della Madonna e della pianta che, man mano che cresce, va travasata in un vaso più grande per poi tornare nel grande Giardino, lì dove può espandersi e crescere e fare ombra e dare frutti dolci e maturi.
Acqua fresca.
Nuccio me ne dette quando cominciò ad accorgersi che io cucivo e che mi avrebbe fatto piacere avere dei fili ( che gli avanzavano dal campionario di rappresentante di filati), ma l’acqua più fresca me la diede comprandomi ( nella sua ultima uscita, prima di morire) una sedia reclinabile perchè stessi più comoda quando andavo a trovarlo.
A volte, anzi sempre non ci accorgiamo che quello che abbiamo dagli altri è fresco ed è anche buono, perché siamo voraci, perché siamo sempre proiettati sul dopo e non siamo abituati a ringraziare.

“Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome… non perderà la sua ricompensa.”(Mc 9,41)

“Chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno”(Mc 3,30)

“Chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno”(Mc 3,30) 

Oggi il Vangelo ci parla di un peccato inescusabile..
La bestemmia contro lo Spirito Santo.
La bestemmia non è tanto rifiutare, rinnegare Dio padre o Dio figlio, quanto negare il dono, rifiutare il regalo che Dio attraverso il Figlio ci ha fatto per ridonarci la vita, renderci immortali.
Negare l’amore di Dio che si manifesta attraverso i Sacramenti, negare che Dio ci perdona, non credere nella misericordia di Dio. porta alla morte.
Giuda andò ad impiccarsi perché non credette alla misericordia di Dio.
Il più grande peccato, inescusabile, è non accogliere l’amore di Dio.
Gesù dice che possiamo rinnegarlo, come possiamo rinnegare il Padre, ma non possiamo rinnegare lo Spirito perché è l’unica fonte di vita.
Per questo la bestemmia contro lo Spirito è imperdonabile, non perché Dio sia cattivo, ma perché l’uomo deliberatamente sceglie di non vivere, di separarsi dalla fonte della vita, dalla luce che lo fa risplendere, come fece Satana quando decise che poteva fare a meno di Dio, separandosi a lui.
La divisione, la rottura del rapporto è conseguenza di una bestemmia contro lo Spirito.
Signore grazie perché mi hai fatto uscire dalla solitudine e mi hai fatto entrare nella tua casa che è casa di luce, di gioia, casa sempre in festa.
Grazie Signore perché ho tanto desiderato tornare a casa quando ero piccola e sognavo sempre la luce, lo spazio, la libertà che vi si godeva nel giardino dove abitava la mia famiglia, dove potevo giocare con i miei fratelli, dove i disegni sui muri, il glicine, la casetta di nonna Annina e nonno Giustino, la vigilanza delle zie tali per amore e non per legami di sangue, i fiori delle aiuole,i nascondigli e il pozzo pieno di mistero, pericolo e attrazione, il cancello mai chiuso con il catenaccio aperto ad ogni visitatore o pellegrino, il carretto dei nonni, la fatica e la gioia, il pianto e le risate, la vita che pulsava in ogni più piccola fibra di quel luogo del cuore e della fantasia.
Grazie Signore perché oggi ho capito il motivo per cui ho avuto sempre tanta nostalgia e desiderio di tornare in quel luogo.
La la vita scorreva tra le persone e le cose e te che le mettevi in relazione.
Il tuo Spirito li era presente, anche se in modo imperfetto, perchè tutti si volevano bene.
Oggi che nulla di quanto desideravo e mi rendeva felice è sopravvissuto nel tempo, sento che finalmente sono tornata a casa, nella casa della mia famiglia d’origine, la casa dove tu ti prendi cura di tutti i tuoi figli attraverso l’Amore che unisce il cielo alla terra.

“In mezzo a voi c’è uno che non conoscete”.(Gv 1,26)

SFOGLIANDO IL DIARIO…
Dal 2 al 5 Gennaio 2011, presso la Fraterna Domus, a Sacrofano (Roma), si terrà il Convegno di approfondimento teologico ed esperienziale della grazia sacramentale per la famiglia sul tema “La Grazia del Sacramento delle Nozze”, promosso dalla Fondazione “Famiglia dono grande”. Relatore mons. Renzo Bonetti.
2 gennaio 2011
ore 5,34
“In mezzo a voi c’è uno che non conoscete”.(Gv 1,26)
Cercarti, scoprirti, a riconoscerti, che fatica Signore!
In mezzo agli escrementi di questa nostra società consumistica, tra il secco residuo, l’umido, la carta che in questi giorni si è accumulata per la nostra ingordigia, i nostri pranzi, i nostri cenoni a base di lasagne, porchette, brodi imbottiti e tutto il resto.
Cercarti tra gli avanzi di questo Natale che si trascina nei nostri frigoriferi e che, se non li mangi in tempo, vanno a finire nella spazzatura, ma che comunque, anche se li mangi, vanno a finire nel gabinetto, perché sicuramente ti fanno male.
È tempo di fare un’energica cura dimagrante.
Ogni Natale ci ritroviamo più grassi, ogni Natale piangiamo sul latte versato, facciamo buoni propositi di non caderci più, di non lasciarci andare a compere, spese dissennate, di pensarci un po’ prima di spendere soldi senza criterio per il cibo e per i regali.
Del resto a farci fare la cura dimagrante, se non ci sei riuscito tu con il Natale, ci pensa il governo che ci ha preparato un piatto succulento di tasse e bollette da pagare, rincari di ogni genere, per cui, volenti o nolenti ci ritroveremo alla fine dell’anno più magri.
Oggi 2 gennaio la liturgia ripresenta Giovanni Battista che faceva sul serio e il digiuno è andato a farlo nel deserto sì che non poteva cadere in tentazione.
“In mezzo a voi c’è uno che non conoscete”…in una tavola imbandita o in un cassonetto della spazzatura dove gli avanzi aspettano di essere smaltiti, mischiato alla gente che frequentiamo o anche soprattutto con quella che ci sta sullo stomaco e che non abbiamo neanche chiamato a Natale, perché non se la meritano, in casa nostra o per strada o in un ospedale o tra i barboni della stazione o negli alberghi di lusso…
Chissà!
Eppure tu sei in mezzo a noi Signore, ne sono certa, uno che non finisco mai di conoscere, dalla cui bocca aspetto sempre la parola che mi indichi la strada da seguire, una strada di amore, di pace, di gioia, di serenità, di chiamata fiduciosa nelle tue braccia.
Ieri ti ho incontrato nel ricalcolo dei miei programmi, e delle mie aspettative.
Ti ho incontrato nella pace che mi ha dato la telefonata fatta ad una persona alla quale non riuscivo a perdonare il silenzio e poi nel desiderio di andare a Roma per pregare insieme ad altre coppie (ho pensato alle lodi, all’eucaristia quotidiana, al desiderio di Gianni che anche il mio di riscoprire la bellezza del Sacramento che ci unisce e uscire dal grigiore e dalla stanchezza di questo cammino tribolato degli ultimi tempi, al fatto che per la prima volta non sentivo l’orgoglio di distinguermi, di affermare che siamo più bravi, diversi dagli altri, ma quello di confondermi amalgamare all’altra farina dell’impasto che il tuo lievito farà aumentare di volume fino ad esplodere.
Ti ho trovato nel desiderio di fare felice un’altra persona e anche nella constatazione dei miei limiti, nell’impotenza di poter provvedere a tutti e nella voce di mia cugina che a Capodanno ha avuto il permesso di mangiare il torrone e il panettone, dopo un lungo periodo in cui erano solo le sonde a nutrirla, e poi nelle voci del coro della nostra Chiesa la sera del 31, un’opera d’arte, la tua Signore, che trasformi i nostri sì sofferti, stentati, in grazia su grazia.
Ti ho trovato nella telefonata di una coppia che grazie a te ha trovato la gioia di appartenerti e testimoniarti.
Io non so Signore se riusciremo a partire, né se riusciremo a rimanere a Sacrofano, non so nulla Signore.
Oggi sei tu il regista e anche i prossimi giorni.
Signore rendici docili strumenti nelle tue mani, tenera argilla, perché la forma sia la tua e non la nostra.
Liberaci dal male Signore, liberaci dalla tentazione di attribuire a te i nostri mali, liberaci Madre dal demonio che continuamente chiude le sbarre della nostra prigione.
Madre a te affidiamo la  nostra preghiera.
Pomeriggio.
Sacrofano (Roma)
ore 15
Siamo qui, siamo arrivati.
Ho chiesto dov’era l’accettazione.
Mi hanno risposto sorridendo che il posto cercato lo chiamano “accoglienza”.
Siamo abituati, a forza di frequentare ospedali, di cercare più che accoglienza i luoghi dell’accettazione.
Sono qui e voglio alzare un altare, fare memoria di questo incontro con l’imponderabile tua provvidenza e previdenza.
Sono qui, sono arrivata, siamo arrivati, contro ogni più rosea previsione.
“Il Signore è qui e non lo sapevo!”
Ancora una volta mi stupisce il mistero della tua presenza  in mezzo a noi.
Questa mattina nella meditazione pensavo al motivo per cui mi mi stavo sforzando, dando da fare per partire.
Apparentemente ero solo un desiderio di forzare la mano al destino che mi aveva relegato in un letto.
Non so cosa mi aspetta qui.
Ma ho sentito la nostalgia della preghiera comune, delle lodi di quando stavamo a Nocera Umbra dove la voce profonda e grave degli uomini si alternava a quella cristallina e penetrante delle donne.
“Maschio e femmina Dio li creò… a Sua immagine somiglianza.”
Ho sentito l’odore dell’acqua, dell’oceano in cui mi volevo tuffare, ho sentito il desiderio di unirmi piccola goccia alle altre gocce che formano il mare,  scintille di luce, quelle che rimandano le famiglie riunite, specchio della grazia che qui abbondante scende dal cielo.

” Il Dio del cielo farà sorgere un regno che non sarà mai distrutto ” (Dn 2,4)

Meditazione sulla liturgia di
martedì della XXXIV settimana del TO dispari
Letture: Dn 2,31-45; cfr Dn 3;Lc 21,5-11
VANGELO (Lc 21,5-11)
In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Parola del Signore
“Il Dio del cielo farà sorgere un regno che non sarà mai distrutto ” (Dn 2,4)
Voglio imprimermele bene nella mente le parole della liturgia di questo ultimo scampolo dell’anno liturgico, per non dimenticare che tutto finisce delle cose del mondo e che non dobbiamo attaccarci a niente se non a Gesù.
Perchè lui rimane nell’alternanza delle stagioni, nel tempo dell’attesa e nel tempo della resa definitiva, rimane nella quotidiana battaglia, nelle notti oscure e dolorose come nelle giornate di festa , rimane con noi e non si stanca di vegliare e pregare per noi.
Fervono i preparativi per Natale.
Tra un mese questo sarà l’ultimo giorno dell’attesa perchè nasce di nuovo. E’ Natale.
“I cieli e la terra passeranno ma la mia parola non passerà” è scritto.
Quante cose mi sono persa per strada, cose e persone, non per volontà mia; ma non ci sono più e questo è un fatto innegabile.
Io mi glorio di essere una perfetta restauratrice, sì che passo il tempo a rattoppare strappi, chiudere buchi , mimetizzare le crepe della mia casa, casa di mattoni e casa di carne.
Posso dire di essere maestra nell’arte del mimetizzare ciò che il tempo corrode, rompe, distrugge.
Continuo con entusiasmo a provvedere a che la casa non mi crolli addosso e continui a servire me e la mia famiglia e gli amici e chiunque bussa alla mia porta.
A volte mi guardo intorno e non posso che constatare quanti interventi ci siano su tutto ciò che fa parte della mia quotidianità.
Ieri Giovanni mi ha detto:”Nonna quanto sei bianca, non me n’ero mai accorto!”
Sul mio corpo ho fatto i migliori e più riusciti restauri, attraverso non bisturi ma coperture di vestiti e di gioielli e di acconciature sì da sembrare quella che non ero.
Non malata, non alta, non grassa, non ignorante, non brutta.
Poi un giorno mi sono specchiata e ho passato in rassegna le mie protesi. Davvero tante! Agli occhi, alle orecchie, alla bocca, alla schiena, alle gambe…
Mi sono guardata i capelli tinti e ho pensato che una cosa sola mi mancava: gettare l’ultima maschera e lasciare alla natura il suo corso.
Così mentre penso a tutto ciò che passa, alle cose che sono riuscita a tenere in vita, grazie ai miei sapienti restauri, alle coperture che si accorciano e si ritirano man mano che mi avvicino alla fine, a tutto ciò che attraverso la morte mi ha riportato in vita, rendo lode a Dio che mi ha fatto riconciliare con la Verità che sta oltre le cose, la via maestra per poterlo incontrare attraverso ciò che mi manca.