“Benedetto colui che viene nel nome del Signore”.(Lc 19,38)

Meditazione sulla liturgia di
giovedì della XXX settimana del T.O.

“Benedetto colui che viene nel nome del Signore”.(Lc 19,38)

Sono le parole con cui la folla accompagnò l’ingresso di Gesù a Gerusalemme.
Benedetto colui che viene nel nome del Signore dovremmo dirlo tutti, dovremmo esultare quando Dio manda qualcuno a parlarci, a spronarci, a scuoterci perché vuole la nostra salvezza.
Tutti quelli che il Signore manda ad annunciare la liberazione dei prigionieri, un’era di salvezza, di gioia, di pace, di prosperità, nella giustizia e nella verità, sono veramente benedetti perché attraverso di loro Dio ci rassicura, ci conferma che ci vuole bene e ci vuole salvi.
A Gerusalemme Gesù dovette constatare come la sua missione profetica non potesse essere realizzata nei confronti delle persone a cui era stato mandato, se non morendo.
Nessuno è profeta in patria.
I suoi lo dichiararono pazzo e lo rifiutarono, il popolo d’Israele rappresentato dagli uomini della legge, scribi e farisei, lo osteggiarono con ogni mezzo, lo ridussero al silenzio, condannandolo a morte.
Il piccolo resto era molto piccolo sotto la croce, un resto tanto piccolo da far pensare ad un completo fallimento dell’opera di Dio.
La madre e un discepolo, il discepolo che Gesù amava, quello che non aveva mai avuto dubbi sull’amore di Gesù.
Due personaggi che per grazia, per fede, per vincolo di sangue, dovevano raccogliere il dono dello Spirito e portarlo al mondo.
L’amore legava la madre al figlio e l’amore legava il maestro al discepolo.
A loro Gesù affida il compito di distribuire la sua eredità a quelli che aspettavano la salvezza.
Quali armi, quali strumenti avevano i primi cristiani per convincere chi non aveva conosciuto, incontrato Gesù, chi non ne aveva mai sentito parlare?
Non c’erano né la radio né televisione né giornali, eppure il cristianesimo si estese a macchia d’olio accendendo di entusiasmo tanti affamati, assetati, nudi, perseguitati.
Perché il cristianesimo prese così fortemente piede?
Perché molti erano quelli che sentivano il bisogno di qualcosa che desse senso alla vita di povertà, di sottomissione, di persecuzione,vita avara di beni materiali, di pace, di giustizia, di verità.
Così l’oppio dei popoli trasformò tutti i diseredati in gente gioiosa che imparò a mettere in comune con gli altri quel poco che aveva, che imparò a collaborare, che trovò una nuova e incredibile forza nell’appartenere alla famiglia dei figli di Dio.
Cosa poteva fare uno Stato potente ma oppressore insaziabile, cosa poteva fare un governante straniero ad un popolo di salvati che aveva come signore e maestro Gesù, figlio di Dio morto e risorto per noi?
“Benedetto chi viene nel nome del Signore”.
Dio dà la grazia a chi la cerca, a chi la chiede, a chi l’accoglie con cuore sincero.
Perché tanta gente non è portata a credere?
Perché Dio è visto come un optional, un elemento di disturbo, come ingombro inutile?
Cosa impedisce agli uomini di inchinarsi di fronte a lui?
Forse la mancata percezione del proprio limite, l’illusione che a tutto c’è rimedio e che, se non è a portata di mano, sicuramente con qualche imbroglio, artificio, possiamo sperare di cavarcela, senza dovergli dire grazie.
La cultura del nostro tempo tende a soddisfare i nostri bisogni non reali ma indotti dai mass media.
Ci bombardano con tanta pubblicità su ciò che possiamo ottenere con il minimo sforzo e ci convincono che la felicità è nelle cose, non nelle persone.
Prodotti sempre più appetibili e sofisticati ci sono presentati come panacea, come rimedio a tutti i nostri mali.
Così perdiamo di vista ciò che ci manca realmente e non cerchiamo ciò che ci rende felici.
Per tanto tempo le conquiste per me ritenute importanti, quelle che pensavo mi dessero la felicità, non sono state altro che terremoti, che hanno intaccato fortemente le mie sicurezze.
L’amore non si può comprare.
Quando per tutta la vita ti sei sentito solo a combattere con chi attentava alla tua autonomia e ti usava, certo che pensavi potesse darti la felicità le cose che l’altro possedeva per esercitare su di te il suo potere.
Così per sfuggire dal potere degli altri hai cercato ciò che agli altri dava potere per esercitarlo a tua volta e sentirti forte.
Solitudini diverse ma sempre solitudini sono quelle in cui il rapporto è con le cose e non con le persone.
Anzi quando il potere è nelle tue mani, perché possiedi gli strumenti per esercitarlo, ti senti più solo di quando qualcuno lo esercitava su di te, perché almeno ti faceva esistere, perché gli servivi.
La casa, il figlio, il lavoro, lo sposo, la sicurezza economica la giovinezza, la salute, la posizione sociale, sembravano gli ingredienti giusti per uscire fuori da un’era di sfruttamento e di buio, per vivere la piena felicità del dominio sulle cose e sulle persone.
Ahimè quanto è fallace la vita, quanto è doloroso constatare che la maschera che volevo togliere al mondo l’hai indossata tu per manipolare il mondo!
Quanta strada per riconoscere ciò di cui avevo veramente bisogno! Quanta sofferenza! Anni, anni di lotta, di ricerca, di purificazione del desiderio, anni in cui deserto è stato il maestro di vita, il deserto che diventava sempre più esteso e sconfinato man mano che cercavo ciò che avevo perduto.
Dipendere era la cosa che più mi faceva star male.
Ho avuto tutte malattie che mi costringevano ad una dipendenza frustrante, inaccettabile.
Ora è ufficiale.
Ho bisogno di chi mi accompagni.
Un certificato che oggi mi parla di Dio, dell’accompagnatore di cui non posso più fare a meno, di colui che mi ha rapito il cuore, si è impadronito di me e mi ha riempito di tutto ciò che non conoscevo ma che sento di fa vivere.
Il suo amore mi sostiene, mi dà la serenità, mi dà la pace di scegliere di morire ogni giorno un poco per essere riempita ogni giorno di Lui.
Benedetto colui che viene nel nome del Signore ora e sempre.
Grazie Maria perché non mi hai lasciato la mano e perché non te la prendi quando non ti saluto, quando non mi accorgo che ci sei.
Grazie perché so che una madre non dimentica mai di vigilare sui suoi figli.

La porta

SFOGLIANDO IL DIARIO…
29 ottobre 2008
Meditazioni sulla liturgia di
mercoledì della XXX settimana del T.O.
ore 4.40

“Sforzatevi di entrare per la porta stretta”.(Lc13,24)

Nella Bibbia si parla spesso di porte, una stretta e una larga.
Quella per entrare nel regno di Dio è stretta, quella che ci porta all’inferno è larga.
Nella parabola del buon pastore, Gesù indica qual è la porta e quale sia lo strumento per entrare nell’ovile.
Lui è la porta ma anche il guardiano delle pecore, per cui in Lui, via, verità, vita, si identificano.
In Lui troviamo tutto ciò che serve quindi per vivere.
Quando Gesù parla di vita, allude a una condizione esistenziale che prescinde dal tempo, e anzi lo annulla, trasformando il κρόνος in καιρός.
Il καιρός è il tempo delle occasioni favorevoli, il tempo dell’incontro con l’infinito di Dio.
Quando incontri Dio, esci fuori dal tempo per fare un’esperienza di vita totale, completa, profonda, eterna, trascendente.
La porta è Gesù, la porta stretta attraverso la quale passare per entrare nel grande mistero dell’amore infinito di Dio e naufragare dolcemente nel suo mare.
Ma perché troviamo scritto: “Io sto alla porta e busso?”
Che ci sia un’altra porta diversa da quella già qui citata?
Certamente.
La porta dell’uomo.
Non si può entrare nel regno di Dio se prima non abbiamo aperto la porta del nostro cuore a Lui, una porta che si apre dall’interno e che ci permette di fare conoscenza di Chi ci renderà capaci di diventare tanto piccoli da poter sperare di passare definitivamente dall’altra parte.
Già aprire il cuore.
“Aprite le porte a Cristo”, le parole del papa.
Gesù è l’unico dietologo che ci può far fare la cura dimagrante, insegnandoci e abilitandoci a fare a meno di tanti cibi dannosi per la nostra salute, cibi che ci portano alla morte.
Gesù, attraverso l’Eucaristia ci nutrirà con un pane speciale, il suo corpo che non provoca intolleranze, ma sicuramente ci depura da ogni scoria cattiva, dannosa, velenosa.
È questo un tempo in cui vanno di moda le medicine alternative per curare le intolleranze alimentari.
Siamo diventati tutti intolleranti e siamo disposti a venderci anche l’anima per trovare nei negozi addetti, farine alternative con cui impastare un pane che non ci intossichi.
Strano che tutto questo capiti oggi in cui il crocifisso è oggetto di discussione e causa di scandalo per molti che lo sentono come un attentato alla propria libertà.
Comunque la si veda la cosa, certo è che, se vogliamo dimagrire, per entrare nella casa di Dio e rimanerci per sempre, è necessario aprire la porta al medico alternativo, Gesù Cristo, che verrà se uno lo ama, insieme con il Padre e lo Spirito Santo, a dimorare presso di noi.
Le ricette sono pronte, basta leggerle e poi fare ciò che c’è scritto da 2000 anni a questa parte per capire il principio attivo, le indicazioni terapeutiche e gli effetti collaterali, che potrebbero turbare e far decidere di usare altri farmaci.
La porta stretta del Vangelo mi fa pensare oggi ad un’energica cura dimagrante che posso e devo fare, aprendo la mia porta a Cristo.

Umiltà

“Chi si esalta sarà umiliato”. (Lc 18,14)

Ieri ho bruciato quattro volte quello che avevo messo a cuocere: carciofi, piselli, zucchine, acqua con il bicarbonato che sarebbe servita per staccare le incrostazioni del tegame.
Non c’è che dire un bel bilancio per una che si credeva un asso in cucina.
Franco, quando era piccolo, diceva:”Quando sarò grande voglio fare il cuoco per superare mamma almeno in qualche cosa.”
Sono sempre apparsa gli occhi di chi mi stava vicino brava, migliore di quello che in effetti ero e questo da un lato mi consolava, mi appagava, dall’altro mi portava a esibire la mia bravura, nascondendo con grande maestria gli errori che inevitabilmente facevo.
Mamma, quand’ero piccola, mi diceva sempre che ero brava prima di darmi una commissione.
La bravura era un sistema collaudato per farmi lavorare, ma era anche l’unica via per affermare la mia esistenza.
Ho sempre saputo di non valere molto, ma mi sono sempre vantata di riuscire a trarre vantaggio dal poco, dall’errore, dall’inadeguatezza attraverso una straordinaria abilità di copertura, di ironia, di distacco tra me e la cosa sbagliata.

Quanto più vado avanti nella conoscenza di Dio, attraverso la Sua parola, tanto più capisco me, i miei errori, la mia vulnerabilità, il mio limite.
La parola di Dio non aumenta tanto la Sua conoscenza come Essere perfetto, sommo Creatore, Signore del cielo e della terra, quanto la conoscenza del mio peccato.
La luce che viene dalla parola mette infatti in risalto sempre più il mio limite contrapposto a ciò che solo Dio può fare.

Tu gradisci, Signore, gli umili di cuore.
Ho sempre pensato che il peccato fosse separarsi da Te, vivere lontano dalla tua casa, non riconoscerti come fonte di vita.
Leggendo oggi la Tua parola mi è saltato davanti agli occhi l’atteggiamento del fariseo che pregava ringraziandoti della sua capacità di essere giusto e di osservare la legge.
Il fariseo in fondo ti riconosce il merito per tutto quello che hai fatto per lui sì da renderlo giusto.

I paragoni non mi sono mai piaciuti, specie nella fede, anche se sicuramente il giudizio sul comportamento degli altri mi ha molto condizionato nella progressione verso la comprensione del mistero.
Beato è chi si riconosce peccatore, incapace da solo di realizzare in pienezza la sua umanità.
“Io sono tu che mi fai” ho trovato scritto, parole che mi hanno evocato l’immagine della creta molle nelle mani del vasaio.
E quando sembra che il vaso abbia preso una forma, il vasaio può decidere di cambiarla, rimodellando a suo piacimento l’opera delle sue mani, per aumentarne la bellezza e l’armonia.
Lasciamoci plasmare da Dio, diventiamo creta molle nelle sue mani con l’ascolto e la preghiera, apriamoci alla sua opera creatrice che continua nella storia, che è l’unica che ci garantisce la vita.

Chi si vanta, si vanti nel Signore ( 1Cor 31)

“Il Signore è qui e non lo sapevo!”(Gen 28,16)

“Il Signore è qui e non lo sapevo!”(Gen 28,16)

Da quando don Cristiano ci commentò questa pagina della scrittura durante un ritiro dal titolo” Riconciliarsi con la propria storia” non posso fare a meno di cercare Dio nei momenti più bui della mia vita, certa che è in quel luogo, in quella situazione, in quello smarrimento, nel dubbio, nella paura, nella sconfitta, nell’abbandono, nella solitudine, nel tradimento e in tutto quello che ci sembra insuperabile e sconvolgente.
Lo cerco e lo trovo, anche se non in automatico, come all’inizio pensavo o pretendevo.
Mi ha aiutata la parola di Dio a ripercorrere la mia storia e a cercare le tracce della sua presenza anche e soprattutto quando ne ero inconsapevole. E il libro di ricordi si è colorato di foto luminose, a colori, sviluppando tutti i negativi che avevo ammassati nelll’angolo più nascosto del mio cassetto.
Non c’è che dire, Dio ci sorprende sempre, perchè lo vedi dopo che è passato, perchè non vuole che lo imprigioniamo in idee e schemi preconcetti, perchè ci fidiamo di lui e teniamo sempre occhi e orecchi e cuore aperti alle sue improvvisate, alle sue incursioni d’amore.
Per la mia esperienza personale ciò che ha tagliato in due il prima e il dopo è stata proprio una notte oscura come quella di Giacobbe, una notte di silenzio e di disperazione, una notte dalla quale mi sentivo risucchiata.
Se non avessi avuto il bisogno, l’esigenza di uscire fuori di casa all’alba, di cambiare abitudini e posizione, se non fossi stata animata dal desiderio di trovare uno che mi rispondesse, cosa che mio marito aveva cessato di fare, che si accorgesse della mia assenza e si chiedesse la ragione, non sarei uscita ad un’ora improbabile per una passeggiata.
Era l’alba e il nostro matrimonio era naufragato in un silenzio mortale, le parole erano pietre che facevano solo male.
Così ci ignoravamo nel quotidiano, separati in casa, soffrivamo in silenzio per qualcosa a cui non sapevamo nè potevamo porre rimedio.
E poi il lavoro che mi era stato tolto per motivi di salute e la morte di mio fratello, inaspettata anche se avevamo avuto sei mesi per prepararci.
Quei sei mesi erano diventati il banco di prova per porre rimedio ad un evento ineluttabile.
Ma i tentativi per indorare la pillola furono vani e le cose andarono come andarono.
Dal pulpito, pur non conoscendo Dio, il giorno del funerale gridai che non era morto, che anzi era più vivo che mai da quando la sua malattia ci aveva ricompattati e riuniti in una gara di solidarietà per assisterlo, per stargli vicino, per venire incontro ai suoi bisogni.
Era vivo perchè la sua malattia aveva messo a fuoco quello che mancava ai nostri legami famigliari, alle nostre relazioni malate.
Gli portai la Comunione, perchè sapevo che gli avrebbe fatto piacere, mentre stava morendo, non perchè io credessi, ma perchè lui credeva e ne avrebbe tratto un beneficio.
In quel gesto disinteressato, in quell’ora suprema, Dio si è fatto presente e ha aperto una fessura perchè la sua acqua scavasse la mia roccia.
I rapporti con Gianni divennero insostenibili man mano che mi venivano meno motivazioni per vivere.
Malata, senza interlocutori che avessero riempito il vuoto del prepensionamento e attutito le conseguenze negative dell’handicap che aveva determinato la mia messa a riposo, un matrimonio in rovina, un figlio che ormai grande era tutto proteso per la sua futura sposa e aveva scambiato la casa per un albergo dove tutto è dovuto, un disagio sempre crescente, un vuoto, una paura, un senso di annientamento….mi sentivo impazzire.
Fu allora che nel fondo della mia disperazione trovai la forza di fare un estremo tentativo per trovare un tu che mi stesse di fronte e mi rispondesse.
“Il signore è qui e non lo sapevo!”
Parole sante, parole profetiche che il 5 gennaio del 2000 non conoscevo.
Quel giorno avevo bisogno di chi mi ridesse la speranza che la gioia esiste e che devi solo cercarla.
Quel giorno la trovai nella natura in festa, nei fiumi che battevano le mani della liturgia delle ore.
Ero entrata nella chiesa che non sapevo fosse la mia parrocchia, calpestando cacche di piccioni di cui era cosparso il sagrato, attraversando porte scrostate e cadenti, alla ricerca di una sedia.
Cercavo una sedia e ho trovato Dio.
Incredibile solo a pensarci.
Spesso non ci sentiamo ascoltati nelle nostre preghiere e pretendiamo di dare consigli al Padreterno, come se fosse un vecchio rincitrullito che non vede e non sente.
Attraverso una sedia, che era il mio limite, l’incapacità di stare in piedi da quando mi ammalai , Dio mi ha dato l’opportunità di fermarmi e di mettermi in ascolto di chi mi stava parlando.
Il mio limite è diventato la mia forza, la possibilità di mangiare il cibo che Dio moltiplica su tutti gli altari del mondo e fa distribuire dagli apostoli a quelli che stanno seduti.
Quante volte ho pensato che questa malattia che la scienza non ancora è riuscita a spiegare era la mia condanna, la mia croce che volentieri avrei rimandato al mittente.
“Il tempo è nelle nostre mani, nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori”.
Ma ti devi sedere, ti devi fermare, per poter esclamare: ” il Signore è qui e non lo sapevo!”.

SFOGLIANDO IL DIARIO…

29 giugno 2015
S.Pietro e Paolo

letture:At 12,1-11; salmo 33; 2 Tm 4,6-8.17-18; Mt 16,13-19
ore 6.54
“Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza”(2 Tm 4,17)

Quante volte Signore, alla fine di una giornata sfibrante, vissuta nel tuo nome, mi ripeto queste parole.
Ne ho bisogno per trarre forza per il cammino che mi attende, per rinsaldare i miei piedi e riempire il cuore di speranza che tu non vieni mai meno alla tua alleanza.
Se penso alla giornata di ieri mi sembra di aver sognato, sognato tutto ciò che ho visto realizzato per amore del tuo nome.
Non pensavo di farcela dalle tre del mattino che il sofar ha rotto il silenzio con il suo messaggio di paura, di dolore, di morte.
Ieri mattina per la prima volta non ho cominciato dall’ascolto della tua Parola, ma dalla Tachipirina e poi dal busto di ferro e poi dal vestito adatto a coprirlo e contenerlo che non trovavo.
Mentre facevo queste cose pensavo a te, a Maria e, senza proferire parola, presentavo il mio corpo martirizzato da dolori sempre più forti.
Non riuscivo a pregare nel modo tradizionale, mi divincolavo come un animale preso in una tagliola e pensavo che la giornata era molto impegnativa e che non ce l’avrei fatta a portare a termine l’opera da me iniziata.
Aver deciso di disboscare la parte di terreno che si è inselvatichita attorno alla casa di campagna e aver coinvolto nell’impresa tante persone mi chiamava ad una responsabilità non solo formale, ma sostanziale, come l’andare, il rimanere, vigilare e non ultimo preparare il pranzo per tutti, operai e famigliari.
Già questa era impresa apparentemente impossibile, ma tu hai voluto inserire qualcosa di più e forse il meglio.
Partecipare in chiesa al matrimonio della coppia che abbiamo accompagnato durante il percorso per la preparazione alle nozze facendoci fisicamente portavoce di una lettera che tu hai scritto a loro.
Gli orari sono stati da te studiati sì che si incastrassero e non si sovrapponessero, né hai negato a mia sorella, che era nel dolore, il tuo conforto servendoti di noi che l’abbiamo invitata a stare con noi, lì sul monte santo, dove tu ti manifesti, nella casa dove è stata celebrata l’Eucaristia, quando fu inaugurata.
Dalla finestra, mentre bruciavano l’erba secca tagliata, è riemersa la croce che tre anni di abbandono avevano quasi totalmente nascosto, nel campo ai piedi degli abeti che svettano nel cielo.
Dalla camera non si vede più la Bella Addormentata, tanto sono cresciuti, ma io chiudo gli occhi, quando entro nel tuo santuario e vedo ciò che altri non vedono e ti lodo, ti benedico e ti ringrazio.
Ieri quindi è stato come attraversare un oceano, un mare agitato da fortissimi venti che nel momento opportuno smettevano di soffiare perché potessimo godere della tua pace, della tua presenza, del dono che ci hai fatto gli uni agli altri.
Se non ci fossi stato tu Signore con noi, non saremmo sopravvissuti a tanto stress, fatica, pensieri.
Se penso che, quando al mattino siamo arrivati, il pavimento era nero di insetti morti che abbiamo dovuto spazzar via.
Tutto è andato secondo giustizia e verità, tutto è stato fatto nel tuo nome Signore, per amore, per riconoscenza, per gratitudine, per responsabilità, animati da uno spirito di accoglienza e di perdono che non pensavamo poter essere capaci si avere.
Poi questa notte, che notte! una notte di streghe, di sofar che squillavano all’impazzata.
Dalle tre sono sveglia e sono qui a ripeterti le stesse parole di ieri.
Senza di te non posso fare nulla.
Signore aiutami in questa traversata che mi vede sola ad affrontare il nemico.
Maria sia la mia infermiera, la mia consigliera, sia sempre vicina a me perché nel suo seno porta te, Gesù, e io ho bisogno di sapere che non mi abbandonerai mai.

VASI DI ARGILLA

” Noi abbiamo un tesoro in vasi di argilla” ( 2 Cor 4,7)

Se penso a quanto sono fragili i vasi di argilla, quanto sono facili a rompersi specie se sono costretti a viaggiare con vasi di ferro, come don Abbondio de ” I promessi sposi”, non c’è speranza di arrivare sani e salvi alla meta.
Passiamo la vita a cercare di nascondere le crepe, a rattoppare, riattaccare, mettere insieme le parti rotte cercando con ogni mezzo di nascondere i danni con un sapiente maquillage.
Viviamo disgregati dentro, ma cerchiamo a tutti i costi di salvare l’apparenza fin quando ci riusciamo.
Le industrie cosmetiche fanno affari d’oro oggi più che mai, oggi in cui quello che conta è l’esterno del bicchiere da difendere ed esibire costi quel che costi.
Non posso dire che questa esperienza devastante non mi ha riguardato, anzi.
Ringrazio il Signore perché a Lui ho chiesto il restauro quando mi ha tirato fuori dalle viscere della terra e mi ha trovata a pezzi.
Come un anfora antica con la sua mano sapiente e con il fuoco e la colla dello Spirito ha ritrovato e messo al posto giusto le varie parti, rendendo visibile il disegno originario senza peraltro cancellare i segni delle fratture, le cicatrici che lo rendono come un oggetto antico ancora più prezioso.
Lo voglio ringraziare perché ha ridato valore a ciò che non l’aveva e mi ha restituito alla funzione per cui Lui mi ha creata, quella di distribuire la sua acqua a quanti la chiedono, acqua che continua a fornirmi man mano che mi svuota di me e mi riempio di Lui.
Mi piace pensarmi così, mi piace non sentirmi perfetta ma preziosa ai suoi occhi.
San Paolo dice che abbiamo un tesoro in vasi di creta, chissà perché questa mattina mi sono sentita io preziosa ai suoi occhi, io il suo tesoro.
E’ bello avere un Padre che ti fa sentire tanto importante da lasciarti anche la libertà di usare la sua parola per riflettere su di te lasciandolo in ombra.
Quando sei dentro, quando sei nelle sue braccia, quando senti le sue mani sfiorare e accarezzare le tue parti malate, le tue cicatrici, quando pian piano ti senti portata alla luce e vedi la luce, benedici e ringrazi chi ti ha dato consiglio e continua a dartene, Chi ha sentito il lamento dell’anima sepolto da strati di terra spazzatura e si è fermato e si è corciato le maniche per tirarti fuori dalla tua prigione non può non diventare il tuo tesoro, il tuo amico, alleato più caro, la Persona a cui non bastano tante vite per essergli riconoscente.
La mia gratitudine sale a Dio perché mi ha fatto come un prodigio, una meraviglia ai suoi occhi, con il sangue e l’acqua del suo costato mi ha reso una creatura nuova, creta docile nelle sue mani.
Mi chiedo come sia possibile che mi senta da un lato un vaso antico restaurato con sapienza, di grande valore, e nello stesso tempo argilla morbida nelle Sue mani.
Forte e debole nello stesso tempo purché in me si veda l’opera del Sommo creatore che ogni giorno mi dona la vita.

” A chi posso paragonare questa generazione?” (Mt 11,16)

” A chi posso paragonare questa generazione?”  (Mt 11,16) 
C’è gente a cui non va niente bene, vale a dire che è sempre scontenta, ha sempre qualcosa da dire sul comportamento degli altri ergendosi a giudice della storia sia che riguardi una singola persona, sia un gruppo, una nazione, l’intera umanità.
E’ l’esercito degli scontenti, quello che anche oggi continua ad animare le dispute più o meno dotte sui talk show televisivi, sui giornali, o semplicemente negli ambiti in cui vive.
Se c’è una cosa che non sopporta Gesù è la gente che giudica, che si mette su un
piedistallo, il piedistallo del giusto e si erge a misura di tutte le cose.
Di gente di questo tipo ne incontro sempre più spesso, ma la prima con cui mi sono scontrata e confrontata sono io che, pur stando in silenzio, giudicavo e prendevo le distanze da tutto ciò che avrebbe potuto farmi soffrire.
Ci ho messo del tempo, tanto tempo a prendere coscienza che non io ero la misura di tutte le cose e se volevo trovare la gioia di vivere dovevo accettarne gioie e dolori, salute e malattia.
Quando neghi, rifiuti ciò che non ti piace e non ti appaga  e guardi non quello che hai ma quello che ti manca diventi un infelice.
Questo criterio poi lo applichi anche a tutte le persone che hanno a che fare con te, che incontri, che osservi, che magari sono i tuoi educatori o i tuoi datori di lavoro per finire al coniuge con cui con convinzione hai pensato di vivere la tua vita senza traumi.
Perchè lo sposo te lo scegli, non come la madre il padre, i fratelli, gli educatori e chiaramente ti illudi di trovare finalmente uno che è come te, che la pensa come te, che fa le cose che piacciono a te.
Adamo disse, quando partorì nel sonno Eva (nel sonno, notare) e la vide, pensando di conoscerla” Questa è carne della mia carne, osso delle mie ossa!”  salvo poi accorgersi che non la conosceva affatto quando gli diede il frutto della condanna.
“Prometto di esserti fedele nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia” era la formula del matrimonio quando mi sono sposata.
“Con la grazia di Cristo” l’hanno messo dopo ed è ciò che fa la differenza.
Chissà perchè questo passo del vangelo mi ha fatto pensare al matrimonio, quando finisce l’innamoramento e comincia la scelta di amare cercando nell’altro il buono che ha in sè, quel germe divino che te lo fa sentire carne della tua carne ossa delle tue ossa.
E’ la grazia di Cristo che ti permette di vedere il bene al di là degli strumenti che usi per realizzarlo, è il Suo amore che potenzia la tua capacità di accogliere e fare tuoi gli insegnamenti, i moniti, i consigli di un eremita o di una persona che si mischia con la gente.
“Tra i nati di donna nessuno fu più grande di Giovanni, l’Immergitore” perchè aveva capito che per preparare la via del Signore bisognava entrare nel deserto, lontano da qualsiasi condizionamento e lasciarsi guidare dalla verità che hai dentro inscritta e che Dio vuole tu porti alla luce.
Un cammino di misericordia a partire da se stessi, quello che con questo anno liturgico dobbiamo intraprendere.
Perchè le più grandi colpe che imputiamo agli altri sono quelle che noi non vogliamo riconoscere in noi stessi.
Imparando a convivere con il grano e la zizzania che portiamo dentro.
Riconoscendoci quindi peccatori davanti a Dio non possiamo fare altro che unirci in coro per chiedere al Signore “pietà!” come siamo soliti fare all’inizio di ogni messa.