Ricerca

SFOGLIANDO IL DIARIO…
23 marzo 2008.
Domenica di resurrezione.
5:00 54.

“Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio”(Gv 20,1)

Anche per me, Signore è ancora buio, non sfolgora nel mio cuore il sole di Pasqua, il giorno è cominciato come al solito con un risveglio doloroso.
La casa è immersa nel silenzio e la luce non filtra dalle tapparelle abbassate.
E’ un giorno come tanti, con la casa in disordine, il pranzo da preparare, il dolore alle spalle, alle braccia, alla schiena, la messa che mi aspetta, anche se non posso decidere come e quando parteciparvi, dovendo tener conto del fatto che Gianni ha partecipato ieri sera alla veglia pasquale e non so quanto voglia abbia di sentirsi un’altra messa.
Un giorno come tanti con qualche cosa in meno, perché oggi Franco con la sua famiglia non mangerà con noi.
La cosa se da un lato può farmi piacere perché mi riposo, dall’altro mi dispiace perché lo stare insieme dà un senso alla fatica.
È una domenica in cui manca la comunione con il mio sposo perché lui ce l’ha fatta a venire alla veglia e io no, nonostante me lo sono imposto come obiettivo.
Avevo detto: “quest’anno non accadrà come gli altri anni che arrivo alla sera del sabato santo piegata in due dal dolore.”
Invece è successo ancora una volta. E quest’anno non c’era la scusa di mamma per la quale avrei dovuto preparare il pranzo e la cena, non c’era la scusa dei bimbi da tenere, visto che la madre venerdì è stata casa dal lavoro, non c’erano scuse che potessero distogliermi dal non venire in chiesa e aspettare che la luce si accendesse dopo che le candele l’avevano attinta dal cero pasquale.
Non ho potuto Signore e mi dispiace.
Sono qui a pensare che Maria di Magdala venne al sepolcro che era ancora buio a cercarti.
Anche io avrei voluto fare così e sentirmi il cuore scoppiare alla vista del sepolcro vuoto, sussultando al suono della tua voce.
“Rabbuni!”
Te l’avrei voluto dire anche io Signore e abbracciarti e adorarti, bagnarti e lavarti i piedi con le mie lacrime, profumatissimo Nardo, merce preziosa perché non riesco a piangere e mi piacerebbe poterlo fare e asciugarti i piedi con i miei capelli e stringerli sovrastata dalla tua persona, avvolta dal tuo calore.
È uno squallido lunedì qualsiasi quello che oggi sento avvicendarsi, quello di una Pasqua anzi tempo, che non mostra fiori perché ci sono state le gelate e sono tutti caduti.
Una Pasqua sui generis quella di quest’anno, dove il pensiero non riesce a fermarsi.
Il pensiero è fermo al prima, alla via Crucis, al Calvario, alla morte, il pensiero va alle tante vie Crucis, ai calvari di tante persone che si trovano a vivere una vita priva di colpi di scena, come lo fu quel mattino di Pasqua di tanti anni fa.
A Pasqua dovrebbe cambiare qualcosa invece ti accorgi che non cambia niente e che la sveglia è sempre alle quattro, qualunque sia l’ora in cui vai a dormire, che il dolore è sempre lo stesso, quello che mi sveglia, aggiungendosi a quello preesistente della sera prima.
Il lunedì è come la domenica e la domenica come gli altri giorni da quando sono andata in pensione.
I giorni sono tutti uguali, sono tutti scanditi dalla tua Parola con la quale dai senso a questa vita sempre più dolorosa.
Oggi viene a mangiare con noi mia sorella.
Ecco la cosa nuova.
Ho voluto fare qualcosa per far star bene qualcun altro, visto che Franco non c’è.
Occuparsi di chi ha bisogno.
Mi viene in mente Sergio, il cugino barbone, che sta solo. Forse sarebbe bene portargli da mangiare.
Chissà se per lui questo giorno è più triste degli altri, perché lo svago delle passeggiate non può permetterselo, visto che fa freddo e piove.
Dicevo Signore che non è cambiato niente dal giorno prima, dalla settimana prima, salvo che siamo più vecchi e abbiamo più fatica sulle spalle.
Come vivere questa Pasqua, come cercare la luce in eventi che tristemente e monotonamente si ripetono?
Giovanni, 6 anni, non sta nella pelle perché può aprire le uova e cercarvi la sorpresa… lui almeno aspetta qualcosa.
Emanuele, 2 anni, non sa e non si pone il problema, anche se ieri sera si è riproposto il problema della febbre che gli è ritornata.
Dove celebrerai la Pasqua Signore?
È proprio vero che vuoi celebrarla con me?
Signore è vero che non sono riuscita a stare sveglia mentre tu pativi, so che ti ho guardato da lontano mentre salivi sull monte, so Signore che non sono stata capace di perdonare fino in fondo le persone che mi fanno del male, molto probabilmente non ancora riesco a perdonare te per le prove che ogni giorno mi mandi.
A volte mi sembri come i miei familiari che danno per scontato che io riesca a sopravvivere e si aspettano da me sempre il massimo.
Signore forse non sono riuscita a seguirti proprio perché eri tu la persona dalla quale mi volevo tenere lontana per non soffrire ulteriormente.
Non so.
Certo è che il dolore caratterizza questa mia vita e non c’è Pasqua o Natale che tenga.
I giorni sono caratterizzati dalla luce e la luce la accende la sveglia del dolore, quando non si dimentica di spegnerla la sera quando vado a letto.
Signore dove e quando celebrerai la Pasqua con me?
Sono stanca di rincorrerti, sono stanca di aspettare, sono stanca di vivere ogni cose in modo così tanto diverso dalla normalità.
Signore tu mi inviti a fare festa con te.
Non è un caso che sia stata capace di non perderti di vista per tutto il tempo di questa Quaresima, ma oggi che sei risorto non ti trovo, non so dove sei andato.
“Vi precederò in Galilea”, tu dici alle donne.
Devo venire in Galilea per incontrarti Signore?
Ancora strada da fare, polvere da mordere, fatica da affrontare?
Signore ma non è mai finita? Ma dov’è la Galilea?
Dove trovarti per riposarmi senza dover chiedere pietà?
Dove?
Signore mi fa male la schiena, mi fanno male le braccia e le gambe, mi fa male tutto, come ogni mattina, come ogni giorno, come ogni lunedì, dopo la domenica passata a servire la famiglia che si allarga, mi fanno male tutte le ossa, pigolo come una rondine, sono stanche le mie braccia di essere levate in alto e tu mi dici di camminare ancora, di precederti in Galilea.
Cosa troverò in Galilea?
Ti troverò Signore?
Potrò baciarti i piedi e le mani ferite dai chiodi?
Potrò riposare un po’ vicino a te?
O sarai ancora tanto indaffarato a portare la buona notizia che non avrai il tempo per fermarti un po’ a casa mia?
Dalle giunture degli infissi trapela un po’ di luce fioca, perché il cielo è coperto e neanche il sole questa mattina dice che è Pasqua.
Signore accendi la luce nel mio cuore, perché voglio anche io fare Pasqua con te.
Ore 8,30
Omelia della messa di Pasqua.
Siete contenti? Ci ha chiesto don Gino nell’omelia del giorno di Pasqua.
Fuori pioveva, la Chiesa era fredda, la temperatura non è sintonizzata sulla primavera che è entrata da poco, l’assemblea in ascolto era perlopiù formata da donne che si stavano rubando la messa per poter correre a casa a preparare il pranzo per tutti.
Molte di loro probabilmente non avranno tempo nè modo neanche di sedersi a tavola con i familiari che, approfittano oggi per dormire un po’ di più, visto che sono stati invitati e c’è qualcuno che ci pensa a preparare per tutti.
Per questo ci sono solo donne alla messa delle otto del mattino di Pasqua e non è un caso.
Sono le donne che l’hanno incontrato per prima il Risorto e sono loro che devono annunciarlo alla famiglia ancora immersa nel sonno.
Io non sono tra quelle donne, sto qui e penso che devo ancora andare in Galilea per annunciare la resurrezione, che non mi posso fermare a guardarlo ad abbracciarlo e ad adorarlo e a commuovermi.
I miei pensieri vanno al viaggio che devo ancora fare per raggiungere la Galilea, quanta gente aspetta l’annuncio, quanta gente aspetta che io porti ciò che ricevo gratuitamente tutti i giorni.
Meno male che c’è il Signore che provvede a prepararmi un cibo senza che faccia la fatica di cercarlo, di comprarlo, di digerirlo.
Già perché tutti i cibi ultimamente sono proibiti per me e per la maggior parte delle persone: intolleranze, pressione alta, colesterolo, trigliceridi e via dicendo.
Meno male che il cibo che ci dà il Signore non intossica e non ci fa ingrassare. si incontra dove ci aspetteremmo.
Il mattino di Pasqua è buio per tutti quelli che cercano Gesù dove non c’è, che si fanno un’idea personale della sua persona .
Anche io questa mattina non l’ho incontrato.
Questa mattina il buio e silenzio ha fatto da sfondo, come al solito, a questo dolore.
Ho pensato alla Galilea, che dovevo ancora camminare e la schiena mi fa ancora tanto male.
Cosa vuole il Signore da me?
Adesso Don Gino sta dicendo cosa noi dobbiamo fare, noi donne che siamo qui alla messa mattutina.
Andare in Galilea non per trovarlo ma per dire che l’abbiamo incontrato nel banchetto che lui ci ha anticipato di qualche ora prima che si apparecchi all’ora di pranzo per tutti.

“Venite, è pronto”(Lc 14,17)

 “Venite, è pronto”(Lc 14,17)
Tu Signore oggi ci inviti, siamo gli operai dell’ultima ora, quelli che hai preso dai crocicchi delle strade, zoppi, ciechi, muti, sordi… Quanto tempo hai bussato alla mia porta!
Ma io non ti ho aperto perché non ti conoscevo, avevo tante cose da fare, tanti obiettivi da perseguire, tanti sogni da realizzare, non potevo permettermi di perdere tempo con uno sconosciuto.
Fin quando i sogni si sono retti in piedi, fino a quando il mio “volere è potere” mi ha garantito qualche effimero successo, non ho pensato di aver bisogno di te, perché bastavo a me stessa e la vita mi aveva insegnato che per esistere per gli altri dovevo compiacere, servire, essere brava, molto brava a cercare soluzioni per uscire dal panne e per insegnare a chi ne aveva bisogno  i trucchi che semplificano la vita.
Non ti ho aperto, non ti ho fatto entrare, ero troppo piena di me, perché tu trovassi uno spazio nel mio cuore di pietra.
La mia terra si era indurita, incapace di produrre fiori e frutti, per questo cercavo nella gratitudine degli altri quel nutrimento di cui avevo bisogno per restare in vita.
Signore questa mattina, leggendo il vangelo ho pensato che nella mia vita ho fatto tutto a rovescio, allontanandomi dalla fonte della vita, cercando il plauso delle persone, e fuggendo lontano da me stessa, dalla terra che tu mi avevi dato e cercando lontano ciò che avrei trovato se avessi scavato vicino, dentro.
Tu mi dici che mi riporterai nella mia terra, la terra che hai dato ai nostri padri, che cambierai il mio cuore di pietra in cuore di carne, perché possa tornare in vita e battere per te che sei il mio sposo e per tutti quelli per i quali ti sei sacrificato.
Penso a ieri sera quando Gianni mi ha portato l’Eucaristia, un frammento dell’ostia spezzata dal sacerdote nella consacrazione.
I margini irregolari e la forma imperfetta, il pezzo di un corpo donato per amore mi ha fatto trasalire e commuovere e non solo.
Mi è sembrato in quel momento di avere di fronte te crocifisso, le tue piaghe e le spine e la lancia e gli sputi e gli oltraggi, tutto mi è comparso davanti mentre guardavo la sacra particola che mi mostrava il prezzo del nostro riscatto.
Mi guardavi e mi chiedevi di fare altrettanto.
“Fate questo in memoria di me”.
Pensavo a questo periodo così burrascoso, alla devastazione del mio corpo, alle tempeste che si agitano nella mia mente  e nel mio cuore e mi sentivo fortemente chiamata in causa.
La paura ti gela le vene, ti paralizza le ossa e io non faccio che chiederti aiuto, pietà, misericordia, perché nessuno o nessuna cosa mi tolga la mia gioia.
Voglio morire cantando a te un inno di lode, voglio sentirmi da te amata fino all’ultimo respiro.
Oggi mi rinnovi l’invito.
Non posso venire al tuo banchetto, ma tu non ti formalizzi e ti sposti e vieni a casa mia.
Ti presenti sempre in modo imprevedibile e nuovo, come un re o un mendicante, ma sempre in  cerca dell’uomo per comunicargli il tuo amore.
Ti aspetto  o mio Signore, non tardare.

“Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?” (Mt 22-12).

“Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?” (Mt 22-12).
Gesù con le sue parabole ci spiazza sempre, perché sembra impensabile pretendere che delle persone chiamate agli angoli delle strade, buoni e cattivi, non preparate, che non se l’aspettavano, che non se lo potevano permettere, indossassero un abito adatto alla cerimonia.
Una massa di poveri disgraziati, che magari hanno visto in quell’invito l’occasione per sbarcare il lunario è’ tanto che abbiano accettato.
Quando ci invitano al matrimonio la prima cosa che ci viene in mente è: “Che vestito mi metto?” Che regalo di faccio?”.
E se non abbiamo soldi per un vestito nuovo, se non l’abbiamo nell’armadio e se non siamo in grado comperare un regalo adeguato, decliniamo l’invito.
Molto spesso sono proprio questi obblighi che gli fanno decidere di dire no ad un invito.
Ricordo quello che Giovanni mi disse quando vide gli invitati in chiesa vestiti in un modo del tutto inusuale.
“Nonna ma si sono travestiti da matrimonio?” Che la dice lunga quanto si spende, quanto ci si tiene ad apparire in queste occasioni.
Ritornando al passo del Vangelo, la chiave per capire la reazione del re contro l’invitato che non aveva la veste giusta, è data dal fatto che nell’antico oriente c’era la consuetudine ai tempi di Gesù di dare agli invitati alle nozze il vestito per partecipare alla festa, un vestito uguale per tutti, bello e decoroso.
Se questa usanza fosse arrivata ai nostri giorni ci avrebbe tolto dagli impicci, almeno avrebbe tolto dagli impicci molta gente povera, ma non so quanto sarebbero stati contenti quelli che aspettano queste occasioni per sfoggiare gusto, eleganza, posizione sociale, condizione economica.
Per fortuna che hanno deciso in quasi tutte le chiese di far vestire i bimbi della prima Comunione tutti allo stesso modo, con un saio bianco di tipo monacale.
Ma questo non esonera i parenti a fare sfoggio di eleganza.
Il re della parabola si indigna perché l’uomo che non aveva la veste aveva voluto distinguersi e non si era voluto mischiare con la folla anonima dei buoni e dei cattivi, con gente con cui non aveva niente da spartire e della quale si sentiva superiore.
C’è da chiedersi quando Dio ci invita al banchetto eucaristico se cerchiamo delle scuse per non andare oppure, se andiamo, ci sentiamo diversi, migliori, superiori agli altri come i farisei contro i quali Gesù polemizza più di una volta.
Quale vestito indossare? Viene da chiedersi.
Una veste che ci piace, che ci distingue, la veste della nostra vita ordinaria ma sempre nostra… oppure lasciamo che Dio ci rivesta della sua luce, della sua pace, del suo splendore, della sua bellezza, della sua grazia?
“Guardate a lui e sarete raggianti”.
È proprio vero che se hai Dio nel cuore il resto scompare, perché i tuoi occhi riflettono la Sua immagine e rendono inutile qualunque travestimento, anche fatto in buona fede.

“Quanti sperano nel Signore riacquistano forza” (Is 40,31)

VANGELO (Mt 11,28-30)
In quel tempo, Gesù disse:
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».Parola del Signore

Imparate da me, questa è la chiave perchè si realizzi ciò che promette il Signore.
Ma noi nasciamo imparati, come si dice dalle nostre parti, e abbiamo la presunzione di sapere e capire tutto prima ancora che uno apra la bocca.
Io sono una di quelle che non aspettava che l’altro finisse di parlare per dire la mia, prima di cominciare un serio cammino di conversione.
Perchè le parole del vangelo di oggi sono molto allettanti e ci catturano.
Chi non si sente stanco e oppresso? Chi non si sente manipolato, schiavizzato, usato?
Incominciano i figli a fare di noi polpette e noi ci arrendiamo subito alle loro esigenze prioritarie per farli contenti, per non starli a sentire, per guadagnarci la loro riconoscenza, il loro amore.
Spesso la fatica è proprio quella di mettere a tacere le persone, di tappargli la bocca, di impedire loro di farci del male per non rischiare quel poco di tranquillità che abbiamo acquisito con i nostri silenzi, con la nostra acquiescenza.
Ma il prezzo pagato è altissimo, perchè diventiamo schiavi delle buone maniere, del dovere, del nostro tornaconto, schiavi e infelici.
Gesù ci invita ad andare da lui e ci promette tutto ciò che ci dona la vita, senza compromessi.
Gli effetti del nostro agire egoistico si vedono accendendo la televisione o aprendo i giornali.
La violenza impazza, violenza dentro e fuori le case, un abisso di odio e di rancore represso che sta facendo esplodere il mondo.
E noi ci sentiamo sempre meno al sicuro e vorremmo ma non possiamo frenare la furia omicida.
Prendiamo precauzioni, limitando il numero degli amici, dei luoghi da frequentare, anteponendo la nostra sicurezza ai valori in cui abbiamo sempre creduto.
Vediamo nemici dappertutto, viviamo con il cuore blindato e l’aria si fa sempre più rarefatta….per tutti. Perchè il mondo è dall’altra parte del muro e noi siamo qui in tanti asserragliati dalle nostre paure.
“Imparate da me che sono mite e umile di cuore”.
La risposta non è nell’alzare muri, scavare trincee per difenderci dall’ira assassina ma è in quell’essere umili e miti di cuore, andando alla sua scuola.

 

Nessun testo alternativo automatico disponibile.