” Guardatevi dal lievito dei farisei ” (Mc 8,15)

Nessun testo alternativo automatico disponibile.
” Guardatevi dal lievito dei farisei ” (Mc 8,15)
Signore sono qui con il desiderio di incontrarti nella Parola che questa mattina hai pensato per me, con la difficoltà a fare ordine ai miei pensieri, a farti spazio perchè entri e mi nutra fin nelle midolla e mi guarisca e mi liberi da tutte le mie angosce.
“Non abbiamo che un solo pane! ” ti dicono i discepoli mentre tu li stai mettendo in guardia dal lievito dei farisei, dal pensare che tutto di pende da noi e che tu non c’entri con le nostre insignificanti, banali (per te, presumiamo) preoccupazioni quotidiane.
Avere la memoria corta dipende da quante cose ci sforziamo di metterci dentro, per pianificare, organizzare, acquisire, capire, sentirci forti, autonomi, autosufficienti, più bravi, più in gamba di tanti poveri scemi che non vedono al di là del proprio naso.
Eppure tu Gesù continui a darci credito, ad operare non servenoti di cose mirabolanti, straordinae, ma traendo il molto, il di più, dal poco, dall’insignificante, perchè si manifesti la potenza di Dio e non la nostra forza. Giovanni, quando ti cercava, da picclo ebbe l’intuizione che, per stringerti, abbracciarti, dormire con te, doveva farti spazio.
Un bambino ha le idee chiare su quello che serve per ciò che gli preme.
Allora per Giovanni tu eri l’irrangiugibile, l’imprendibile e così ci ha fatto la catechesi.
Ma anche quando ti facciamo salire sulla nostra barca o noi saliamo sulla tua, che è lo stesso, continuiamo a fare, pensare come se non ci fossi e ci preoccupiamo del pane che non ci siamo portati dietro, senza minimamente uscire fuori da noi stessi e vedere in te il pane di vita eterna.
Come i tuoi apostoli allora, anche noi Signore continuiamo a dare importanza al lievito dei farisei, lo usiamo per fare il nostro pane quotidiano, ignorando la tua Provvidenza, contando solo sulle nostre povere forze.
Eppure, quando partiamo, siamo animati dalle migliori intenzioni, ma ci perdiamo per strada
La mappa ce la scordiamo a casa e il percorso diventa un labirinto da cui non sappiamo sbrogliarci.
La memoria è la prima che va in tilt, quando la preoccupazione di morire di fame prende il sopravvento e tu puoi parlare all’infinito, ma ilnostro cuore si chiude a riccio, entriamo in confusione, ci viene il panico e stiamo male.
Gesù quanto vorrei che la porta del mio cuore fosse sempre aperta per te, che fosse in grado di riconoscerti, anche quando i tuoi connotati sono diversi da quelli che ci aspetteremmo.
Oggi è Carnevale e, anche se mai ho sentito il bisogno, il desiderio di mascherarmi, e mai l’ho fatto, forse perchè vivevo in maschera da quando non mi sono sentita ok per chi era addetto alla mia educazione e formazione.
Ho pensato però a fare maschere per i piccoli che mi erano affidati, immedesimandomi nel loro desiderio di vivere una giornata spensierata di gioco e di trasgressione.
Costruivo le maschere con quello che avevo, non riuscendo mai a renderli felici, perchè si sa che le maschere sono scomode, anche quelle più costose.
Ricordo le maschere di lana che confezionai appositamente perchè Franco prima e poi suo figlio Giovanni non avessero freddo e potessero il mese di febbraio farsi ammirare per le strade della città senza dover mettere il cappotto.
La maschera da clown, da Arlecchino, da cocher….
Tempi lontani di cui non ricordo il sorriso e la gratitudine dei piccoli, quanto la mia soddisfazione ad essere così brava ad inventare cose a cui nessuno aveva pensato.
Il mio orgoglio mi ha portato a fare tante cose inutili che non servivano a far felici ma ad autoincensarmi perchè ero brava, specialmente a creare con poco, con ciò che per gli altri era da buttare, cose utili, belle, uniche.
In questa mia storia di esaltazione personale dove non trovavo mai la misura tu sei entrato o mio Signore e mi hai preso per mano.
Nel deserto in cui mi hai portato io non volevo entrare e ho lottato con tutte le mie forze per trovare un pane diverso da quello che tu mi offrivi.
Sul corpo porto i segni di questa lotta titanica per non dare a te lo scettro della mia vita.
Ma tu Signore non hai desistito e hai continuato a picconare il mio cuore di pietra, a demolire le difese che nascondevano la mia fragilità, il mio peccato.
Tu Signore pian piano mi hai tolto tutte le maschere dietro le quali mi nascondevo a te e agli altri.
Mi hai amato di amore eterno, non hai permesso che il tuo santo vedesse la corruzione.
Per questo Signore ti ringrazio, ti lodo e ti benedico.
E’ il primo Carnevale che vivo senza preoccupazioni di cibo o di vestito, è il primo che vivo in modo autentico, perchè so che non ti scandalizzi di fronte alla mia nudità, anzi gioisci perchè puoi rivestirmi di luce e farmi segno della tua infinita misericordia.
Annunci

“Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5,8)  

L'immagine può contenere: pianta, fiore, sMS, natura e spazio all'aperto
 
MEDITAZIONI SULLA LITURGIA 
di mercoledì della V settimana del TO


VANGELO (Mc 7,14-23) 
Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. 
In quel tempo, Gesù, chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». 
Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola. E disse loro: «Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?». Così rendeva puri tutti gli alimenti. 
E diceva: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».
Parola del Signore 
Signore sono qui, come ogni mattina, a cercare in te l’interlocutore, l’amico, il padre, lo sposo che mi svela il mistero nascosto della mia persona.
Tu non hai bisogno di niente, né la tua identità, la tua verità, il tuo amore dipendono da quello che noi pensiamo di te mentre noi siamo sconosciuti a noi stessi e abbiamo bisogno di chi ci guidi a conoscere cosa siamo e a cosa siamo stati chiamati.
La nostra felicità la facciamo dipendere da ciò che gli altri pensano di noi.
Proiettiamo all’esterno le nostre brutture, i nostri peccati, vedendoli ingigantiti negli altri.
Tu Signore, nonostante la nostra incostanza, la nostra poca fede, continui ad essere sempre te stesso: Dio di amore e di misericordia, lento all’ira e grande nell’amore.
Tu ci insegni le vie della vita e ci apri gli occhi a ciò che è nascosto dentro di noi, un tesoro che vale la pena di scoprire perché è germe di vita eterna.
Ho fatto ricorso prima di incontrarti all’aiuto di psicoterapeuti per conoscere ciò che albergava dentro di me e per vincere la paura di stare sola.
Quella paura nasceva proprio dal temere la mia nudità, le cicatrici lasciate dai limiti miei e dei miei compagni di viaggio.
I percorsi terapeutici, durati lunghissimi anni, mi hanno aiutato a vedere il marcio che avevo dentro, ma non il bello, il buono e questo è stato fatale.
Ho cercato in me stessa ciò che potesse aiutarmi a vivere i miei limiti senza attribuire agli altri la responsabilità di tanti miei fallimenti ma l’impresa, portata avanti da sola, si è dimostrata del tutto fallimentare,.
Avevo bisogno di incontrare la tua parola per cambiare punto di vista e per cercare la gioia dentro di me dove tu hai nascosto la vera bellezza.
Essere tua figlia, essere amata da te dall’eternità è la più bella la più grande e più gioiosa scoperta che mi ha cambiato la vita.
Portando sopra le spalle le conseguenze della colpa originaria spesso dimentichiamo il nostro limite e attribuiamo gli altri e a te la causa di tanti fallimenti.
Signore perdonaci quando non ti ringraziamo per ciò che abbiamo, per ciò che ci doni ogni giorno e guardiamo sempre ciò che ci manca.
Siamo deboli, siamo fragili, figli della colpa, bisognosi di te.
La fede si accresce man mano che ci rendiamo conto di questo bisogno insopprimibile del tuo aiuto..
Grazie Signore perché dai lezioni di vita, grazie perché veramente i tuoi insegnamenti sono luce e nutrimento per non smarrirmi durante il cammino..
Il tuo comportamento nei confronti di quelli che ti osteggiavano è esemplare perché hai mostrato a noi cosa significa veramente essere liberi.
Penso a quanto tempo ho passato per guardarmi dentro senza il tuo aiuto, quanto tempo a prendere coscienza delle cose che non andavano di me per migliorarmi, se era possibile.
Penso poi al tempo passato a cantare le tue lodi, a comunicare a chi mi stava di fronte per curarmi delle malattie immaginarie che i medici pensavano avessi, quando sei buono, bello, grande quanto preziosa è la vita che ci hai donato, quanto è grande la tua misericordia.
È stato entusiasmante Signore, io la malata, parlare al medico incaricato di raddrizzarmi il cervello, del bello, del giusto che tu rendi possibile se noi a te ci affidiamo e in te confidiamo.
Con le parole del Salmo 8 voglio esprimerti tutta la mia riconoscenza.
O Signore, Signore nostro,
Quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!
Voglio innalzare sopra i cieli la tua magnificenza,
con la bocca di bambini e di lattanti:
hai posto una difesa contro i tuoi avversari,
per ridurre al silenzio nemici e ribelli.
Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissato,
che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi,
il figlio dell’uomo, perché te ne curi?
Davvero l’hai fatto poco meno di un dio,
di gloria e di onore lo hai coronato.
Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi:
tutte le greggi e gli armenti
e anche le bestie della campagna,
gli uccelli del cielo e i pesci del mare,
ogni essere che percorre le vie dei mari.
O Signore, Signore nostro,
quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!
 

Dicevano infatti ” E’ fuori di sè” (Mc 3,21)

 
Dicevano infatti ” E’ fuori di sè” (Mc 3,21)
L’atteggiamento nei riguardi di Gesù è paradossale.
Mentre la folla si accalcava per vederlo, per toccarlo, per ascoltare quello che diceva, per essere guarita, investendo in Lui ogni speranza, attratta da tutto ciò che usciva dalla sua persona, i “suoi” lo volevano portare via, credendolo pazzo, uscito di senno.
Sembra assurdo che possa succedere una cosa simile, ma in fondo anche a noi spesso accade di essere capiti di più da quelli che ci conoscono di meno, da quelli che non hanno pregiudizi nei nostri confronti , nè formulano giudizi anticipati.
Per questo i bambini sono additati come quelli che più di tutti entrano nel mistero del Regno, in quanto vivono aperti al nuovo, scoprendo giorno per giorno ciò che serve alla loro maturazione, alla loro crescita personale.
I bambini non hanno idee precostituite e guardano le cose con sguardo innocente e puro.
I” suoi” credono che Gesù sia impazzito, perchè pensavano di conoscerlo bene e il nuovo non poteva che disorientarli, farli entrare in confusione.
I suoi di cui parla l’evangelista Marco, ci si chiede chi siano e quanto questa parola sia attuale oggi per noi che viviamo nel III millennio.
I suoi del vangelo possono essere i suoi famigliari, quelli che lo conoscono di più perchè lo hanno frequentato e li unisce il vincolo della carne.
Ma i suoi possono essere anche i suoi discepoli che sono stati chiamati da Gesù ieri, come abbiamo ascoltato nella messa di ieri, e non hanno ancora fatto in tempo a capire con chi hanno a che fare.
Per i discepoli è comprensibile un atteggiamento di stupore, sfiducia nei confronti di un Rabbì che, non loro, avevano scelto ma dal quale si erano sentiti chiamati, attratti a tal punto da lasciare tutto e seguirlo.
Ma oggi i suoi chi sono?
Sicuramente i personaggi del Vangelo no, perchè sono morti tutti, ma l’appartenenza a Gesù non ce la dà la storia, il tempo degli uomini, ma un beneficio, un dono di cui godiamo gli effetti: il Battesimo, che ci consacra figli di Dio e fratelli in Gesù.
Ecco allora che i suoi a distanza di tanti anni, siamo noi che ci professiamo cristiani, ma che passiamo il tempo a lamentarci perchè Dio non si converte alle nostre soluzioni più tempestive, caricatevoli, intelligenti e giuste.
Dio non fa mai quello che sarebbe il suo dovere,che è quello di non farci soffrire, ma abbiamo anche un altro difetto, noi cristiani, che, se da un lato vorremmo un Dio più manipolabile, dall’altro lo vorremmo in esclusiva.
Vale a dire che ci sentiamo depositari dei favori di Dio, depositari della grazia che non vogliamo riconoscere ai non cristiani, alle folle che si interrogano e cercano con sincerità e purezza del cuore il vero volto di Dio.
Siamo falsamente tolleranti, purtroppo, perchè non ci piace condividere con gli sconosciuti un bene che riteniamo nostro che però ci permettiamo di maltrattare a nostro piacimento.
Meno male che lo Spirito Santo non si formalizza e non rispetta le nostre categorie mentali, esce dagli schemi e soffia dove vuole.
Diremmo anche di Lui che è fuori di sè, se dovessimo definirlo.
Ma se andiamo a riflettere sull’agire di Dio mai parole come queste gli stanno a pennello.
Perchè per fare quello che ha fatto, Dio è dovuto uscire fuori di sè, come comanda l’amore, come fu ordinato ad Abramo, quando Dio gli disse di uscire dalla sua terra.
Dio ci ha dato l’esempio.
Siamo noi capaci di uscire fuori da noi stessi per andare verso l’altro senza scandalizzarci, ma amandolo fino a morire per lui?

Purezza

“Per voi tutto sarà puro”.(Lc 11,41)
Questo passo del Vangelo di Luca sembra molto simile ad altri passi paralleli dei sinottici in cui si parla del formalismo dei riti che finiscono per essere scambiati per il fine e non visti come mezzo per entrare nel mistero, essere traghettati nell’oltre di Dio e renderlo quindi visibile.
La lettera di San Paolo ai Romani parla della ricerca dell’uomo di Dio, che passa attraverso le meraviglie del creato che sono un veicolo potente per arrivare ad affermare l’esistenza, la potenza, la gloria del nostro Creatore.
Ma anche il creato può essere scambiato come fine della ricerca e non come strumento di conoscenza.
L’uomo quando non fa il salto della fede, molto spesso diventa il protagonista della ricerca, il Dio di se stesso, perché ciò che scopre lo conferma nella sua capacità di scoprire, quindi ne rafforza l’autostima.
Senza la fede l’uomo rischia di mettere sul piedistallo se stesso o un idolo muto.
La fede è dono e viene concessa a chi, consapevole dei propri limiti, si rivolge e tende a ciò che non conosce ma che sa essere più grande, migliore di lui.
Scambiare il mezzo (il creato, l’intelligenza) per il fine, crea il contrario della fede.
Così come i riti svuotati di senso finiscono per seppellirci nelle nostre tombe imbiancate.
Gesù dice che noi (farisei) ci preoccupiamo di pulire (apparire belli, buoni, bravi) ma poi agiamo come ladri del bene comune.
Infatti se invece di pulire l’esterno, dessimo in elemosina ciò che è contenuto dentro noi stessi, il nostro cuore, le nostre capacità, la nostra intelligenza, ecc.. e lo condividessimo con i nostri fratelli più bisognosi, sicuramente saremmo bianchi come la neve, del tutto mondi, puliti.
Quanto è difficile Signore liberarsi dalle scorie del dover essere, dell’apparire, quanto più facile lavarsi la coscienza con una messa o con un rosario!
Quanto ci costa Signore espropriarci delle cose che sono frutto di rapina (ciò che non ci serve non ci appartiene), ricchezza disonesta, perché attribuiamo a noi sempre il merito di essere avveduti e di saper accumulare e mettere da parte per vivere sicuri nella nostra vecchiaia.
Quanto siamo pigri Signore a donare agli altri anche solo un po’ del nostro tempo! Un tempo non inquinato da altri pensieri, un tempo di ascolto, di compassione, di condivisione!
Quanto ci costa Signore aprire il cuore all’altro, specie se non è amabile o ci ha fatto un affronto o solo ci giudica meno di quello che pensiamo di valere!
Signore insegnami a perdonare, insegnami ad amare, a condividere, a non aver paura di scoprire il petto e allargare le braccia per dire: “Mi fido di te!”.
Ma prima di potermi fidare degli altri Signore devo imparare a fidarmi di te e non sempre ne sono capace.
La fiducia che tu riponi in me è dono della tua eterna misericordia e non la ritiri mai, neanche quando non la merito, perché mi comporto come se tutto dipendesse da me.
Se riuscissi a farlo Signore, tutte le mie malattie scomparirebbero.
Ma io continuo ad essere legata al giudizio degli altri.
Liberami Signore dalle catene del dover essere!

I sepolcri imbiancati

“ Vi abbiamo incoraggiato a comportarvi in maniera degna di Dio” (1Ts 2,12)
C’è un lavoro materiale e uno spirituale non meno impegnativo e sfiancante.
Sono stata messa in pensione, mio malgrado,prima del tempo, per incapacità di deambulare ( come se per insegnare italiano, latino, greco, storia e geografia servissero le gambe!) e oggi sono per il mondo una “una che non lavora”.
Da quella che ritenni una iattura, la fine di ogni attività utile e proficua, cominciò un travaglio doloroso che mi portò a scoprire un altro modo di servire gli altri, lasciandomi addomesticare da Dio.
Il Vangelo di oggi parla dei sepolcri imbiancati, dei farisei di tutti i tempi, che curano l’immagine esteriore e coprono il putridume che è dentro di loro.
In effetti questo tipo di lavoro lo facciamo tutti, la cosiddetta arte della rimozione, del nascondere prima di tutto a noi stessi le cose che non vanno e che non ci piacciono di noi.
Per anni ho lavorato alla mia immagine perché chi mi vedeva non fosse scandalizzato e non mi giudicasse negativamente.
Un’operazione di maquillage continua che oggi è di moda, dai più grandi ai più piccoli.
La paura di stare sola con la vera Antonietta mi ha provocato sofferenze inaudite e un faticoso viaggio nelle mie viscere per conoscere la verità che mi faceva paura.
La morte di mio fratello mi mise di fronte all’irrimediabile, a ciò che non potei evitare, aggiustare.
È stata dura riconoscere che ci sono cose che non si possono coprire con una mano di vernice.
Ma la sete di verità non mi ha abbandonato, una sete che man mano che procedevo, diventava sempre più grande.
La ricerca dell’acqua per scrostare, pulire, purificare, per dissetarmi, dopo un interminabile cammino nel deserto delle relazioni interrotte, nel silenzio degli uomini e di Dio che non rispondeva al mio disperato grido d’aiuto, si è fermata davanti ad un Crocifisso.
Voglio ringraziare il Signore che non mi ha ingannato indorandomi la pillola, ma mi ha parlato con un linguaggio adulto, fermo, vero della morte prima che della resurrezione.
Se non accetti la realtà della morte non puoi entrare nel mistero della vita.
Ci sono cose destinate naturalmente a morire, ma che noi volutamente censuriamo per paura di perdere la nostra identità, quando la facciamo coincidere con il lato esteriore: il nome, la posizione sociale, il ruolo, l’età, la salute e quant’altro.
Se c’è qualcosa, che continua a vivere e che dobbiamo cercare di custodire e usare in tempo di fame, è la memoria.
La memoria di tanti Suoi benefici rende immortali gli uomini, tutti, non solo quelli famosi.
Perché se gli uomini dimenticano chi non ha compiuto grandi imprese o fatto cose straordinarie, Dio non dimentica.
“Può una madre dimenticare suo figlio? Quand’anche se ne dimenticasse, io non ti dimenticherò mai!”è scritto.
La madre è l’unica persona che ha dimestichezza, familiarità con la nostra nudità, specie quando siamo piccoli, l’unica autorizzata a pulirci quando ci sporchiamo, l’unica che si rende conto che lo sporco non ci fa stare tranquilli.
Dio è padre e madre e come tale non ci costruisce bare, sepolcri per non sentire il cattivo odore, ma apre i nostri sepolcri e dà vita alle nostre ossa inaridite.
Dio è amore.
È l’amore che apre i sepolcri e ci fa risuscitare.
Oggi che sono in pensione per il mondo, dovrei stare a riposo, ma mai nella mia vita ho lavorato tanto di notte e di giorno per qualcosa che non è mio, per qualcuno che visibilmente e tangibilmente non mi dà uno stipendio .
Dico questo perché la retribuzione è dentro il fare, è dentro la vita che continuamente si rinnova attraverso di Lui.
“Io sono tu che mi fai”.
Esistere è opera sua. Per esistere è necessario mi faccia plasmare da Lui, che affini le orecchie e mi metta in ascolto di quello che dice.
Se ci mettiamo in autentico ascolto impareremo a distinguere i veri dai falsi profeti e cesseremo di mandare a morte l’unico vero Profeta che è Cristo Gesù figlio di Dio, venuto a svelarci chi siamo.