SFOGLIANDO IL DIARIO…

17 luglio 2015
venerdì XV TO
ore 6.43
Letture: Es 11,10-12.14; Sal 115; Mt 12,1-8

” Lo mangerete in fretta. E’ la Pasqua del Signore!”( Es 11,11)

Gesù ci libera ,Gesù ci ama, Gesù ci vuole tutti per sé.
Sembra paradossale che uno che ti vuole tutto per sé ti liberi.
Noi siamo abituati a pensare che la libertà consiste nel fare ciò che più ci piace, ciò che ci conviene, senza che nessuno ci metta il becco.
Come è possibile che Gesù sia venuto a liberarci dalle catene del dover essere, quando poi rivendica a se la signoria, quando ci mette davanti due strade, quella che porta all’inferno e quella che porta al Paradiso?
L’essere cristiani comporta molte rinunce e molti sacrifici e anche se continuano a ripeterci che Dio ci ama, anche se non siamo buoni e bravi e osservanti, pure ci sentiamo in colpa se non facciamo tutto quello che ci dice.
Nella mia vita non mi sono mai sentita libera di fare quello che volevo e di fatto ne ero impedita fisicamente e materialmente dalle persone con cui vivevo.
A cominciare dalla mia famiglia d’origine o da quelle della nonna o della zia che a turno si occupavano della mia educazione, per non parlare degli spazi angusti in cui dovevo muovermi, il poco di tutto da condividere, il tempo del riposo e dello svago dato con il contagocce.
Che dire poi del supremo e terribile giudice che incombeva sulla mia testa pronto a mandarmi all’inferno per il più piccolo sgarro alle regole?
Le suore, dove avevo passato 16 anni della mia formazione, così mi avevano presentato Dio.
Quando mi sono sposata non ho neanche avuto la gioia di comperarmi l’abito che mi piaceva, tanto fece pressione mia madre da vincere anche su questo legittimo desiderio.
Eppure da quando mi ero laureata, erano ormai passati 5 anni, portavo a casa un discreto stipendio d’insegnante che consegnavo quasi completamente nelle mani bucate di mia madre.
Fatto sta che non mi sentivo libera per niente, anzi sentivo sempre più stringersi attorno a me le catene dei doveri sottratti ai piaceri, rubati, per lo più, vissuti con notevoli complessi di colpa.
Mi sentivo imprigionata e colpevole e desideravo la libertà.
Ho studiato, rinunciando a tante cose, con determinazione, costanza, impegno, ma di malavoglia.
I libri, i professori, la scuola, tutto avrei buttato dalla finestra come questo busto di ferro che ora mi tiene imprigionata, per un crollo vertebrale e per una compressione del midollo.
C’è chi dice di toglierlo, chi no, chi mi ha messo in lista per una prima e poi una seconda operazione sulla colonna, per rimediare alle precedenti che hanno creato i macelli.
Non mi sento costretta a fare niente ora, s’intende, perchè sono diventata grande e grazie a Dio, se faccio una cosa, cerco sempre di confrontare il mio desiderio con il Suo, quello di Dio, che è diventato il mio punto di riferimento stabile, unico, sicuro.
Dicevo della libertà che ho sognato per tanti anni, libertà per la quale ho lottato con le unghie e con i denti, libertà di mangiare quello che più mi piaceva, per esempio e quando lo volevo io, non quando lo dicevano le suore, gettandomi nella spazzatura il panino con la mortadella che mamma inavvertitamente il venerdì mi metteva nella cartella.
Libertà di mangiare senza dover aspettare che mamma tornasse da scuola e mettesse a bollire l’acqua della pasta, dimenticandosene poi, perchè doveva in fretta riordinare la casa su cui erano impresse le tracce del passaggio di noi 4 figli, compressi in piccoli spazi.
Papà mi chiamava ” Ho fame” perchè era la prima e unica cosa che pronunciavo, tornando da scuola.
Da quando a 7 anni feci ritorno nella casa dei miei, dopo tante peregrinazioni in quelle dei parenti, non facevo che gridare la mia fame e mangiare anche di nascosto.
A 14 anni pesavo 100 chili, che non è uno scherzo.
Così mi misi in pasto, io che avevo fame, al ludibrio, beffeggiamento dei ragazzi del vicinato che mi chiamavano ” vacca, cicciabomba ecc ecc”.
Le letture di oggi parlano di cibo, del cibo che era lecito o no mangiare nei giorni di festa.
Nell’Antico Testamento ci sono delle regole imposte, finalizzate a definire un’appartenenza, nel vangelo Gesù giustifica il comportamento di chi per necessità le infrange.
Certo che se mi metto a pensare a quanta fatica ho fatto per sottrarmi alle regole mi gira la testa, mentre il mio cuore si apre alla gratitudine e trova pace pensando che oggi faccio molti più sacrifici di un tempo, sacrifici impensabili, rinunce, fatiche, lotte, e tanta preghiera senza che nessuno mi obblighi.
Mi sento veramente libera finalmente di perseguire il bene perchè lo Spirito mi suggerisce di volta in volta la strada, dandomi le indicazioni giuste per non perdermi, attraverso Maria, una strada di luce, di pace, ma soprattutto di misericordia da parte di Dio che mi ama anche quando non riesco ad amarlo e a corrispondergli.
Grazie Gesù che sei venuto a liberarmi dagli obblighi, dai giudizi e dai pregiudizi e mi hai mostrato te, la verità che rende liberi davvero.

2 Cor 12, 9b-10
Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte.

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” Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli.” (Gv8,31)

Meditazioni sulla liturgia di
mercoledì dell V settimana di Quaresima
letture: Dn 3,14-20.46-50.91-92.95; Dn 3,52-56; Gv 8,32-42

” Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli.” (Gv8,31)

Poche riflessioni sulle letture che la liturgia oggi ci propone
La prima è l’interrogativo che mi suscita la testimonianza di fede dei tre giovani che pur di non rinnegare Dio affrontarono la morte sicura.
Sarei io capace di tanto?
Quanto mi fido di Dio e della sua salvezza? Quanto mi sento libera da ciò che mi tiene ancorata alle sicurezze del mondo?
A Gesù do la possibilità di entrare nella mia casa, di occupare i miei spazi, ma gli impedisco di interferire in ciò che ritengo mio, guadagnato con la fatica, la rinuncia, la pazienza e l’asservimento ai dettati della nostra odierna cultura?
Gli lascio la libertà di muoversi liberamente in tutti gli ambienti, quelli dove non facciamo entrare nessuno, chiudendo a doppia mandata quelle porte che nascondono il nostro disordine o custodiscono la nostra intimità?
Oppure cerco di fare un vero e proprio trasloco andando ad abitare da lui, lasciando la mia terra, come fece Abramo, le mie sicurezze, alla volta della terra promessa, che è Lui, disposta a coltivarla a trarne il cibo per me e tutti quelli che mi sono affidati?
“Rimanete nel mio amore, dice Gesù, Rimanete nella mia casa e sarete liberi davvero.”
La libertà ha un prezzo, quella dell’esodo, dell’attraversamento del deserto, quello di investire tutto in una speranza di vita che non si consuma che è inattaccabile dal fuoco di una fornace, dagli artigli di fiere affamate, perchè in noi è il germe di vita, in noi c’è la sorgente che fa piovere e fa crescere e niente e nessuno può cancellare, annullare l’eterno indistruttibile amore che ci abita quando abbiamo deciso di diventare suoi sposi per sempre, rispondendo alla sua chiamata.