” Se mi amate, osserverete i miei comandamenti” (Gv 14,15)

” Se mi amate, osserverete i miei comandamenti” (Gv 14,15)

Volevo partire dalla gioia su cui da ieri mi sono soffermata come condizione essenziale, presupposto e conseguenza di una festa che non deve finire.
Meditando i misteri del rosario mi è venuto in mente che Gesù dalla madre è sollecitata ad intervenire perchè a Cana, durante un banchetto di nozze il vino era finito.
Il vino è ciò che manca , quel vino speciale che il sacerdote , ripetendo le parole del Maestro consacra e trasforma nel sangue, nella vita di Cristo. Così aveva fatto lui e aveva invitato gli apostoli a fare altrettanto in memoria di lui.
Se manca Cristo, la nostra vita si spegne, perchè è lui che ci dona la vita e non una vita qualunque ma una vita da figli di Dio, che è una cosa non straordinaria, ma impensabile e inimmaginabile, incredibile, se non sei dentro, se non ne fai esperienza.
Ebbene ieri pregando il rosario mi è uscita dal cuore una richiesta di aiuto, a Maria, una preghiera forte, gridata, urlata,non perchè il vino fosse finito, ma era agli sgoccioli.
I dolori erano sempre più invasivi e paralizzanti perchè il busto ortopedico nuovo, comprimendo lo stomaco che si era dilatato, mi stava deviando la colonna vertebrale, che di suo ha già tanti e annosi problemi.
Il dolore è il mio scomodo compagno di viaggio da sempre, si può dire, un compagno ingombrante, irrispettoso e sempre più invadente.
C’è stato un tempo che il problema lo vivevo come se dipendesse da me e dai medici e dai rimedi che la medicina mi proponeva.
Poi ho incontrato il Signore, attaccato, appeso ad un legno, innocente crocifisso per i nostri peccati e gli ho detto” Pure tu!”
All’inizio con Lui si è stabilita un’amicizia basata sulla condivisione di uno stato di estrema sofferenza, anche se a volte ho pensato che io da una vita stavo male e lui un lasso di tempo molto più limitato.
Dio mi perdoni se ho pensato questo, se la mia presunzione, anche dopo averlo concretamente incontrato, continuava a farmi credere che con Dio si parte alla pari.
” Pregherò quando sarò guarita” dicevo prima della conversione, non sembrandomi conveniente e rispettoso approfittare quando avevo bisogno, avendolo di fatto cancellato dalla mia vita nel tempo delle vacche grasse.
Mi ha salvato la mia sete di conoscenza, mi hanno sempre più affascinato le sue parole, le uniche da cui potevo capire chi fosse.
Con Gianni, nel periodo di fidanzamento, non abbiamo pensato fosse tanto importante conoscerci e abbiamo solo pensato a divertirci. Ma poi l’abbiamo scontata e ancora ci stiamo lavorando, lasciandoci illuminare dalla luce di Cristo.
Il dolore notturno ha favorito la conoscenza di Colui che credevo uguale a me, il dolore è stato lo strumento per scendere da quella torre che mi ero costruita su cui era scritto”Volere è potere”.
Quante cose di notte lo Spirito mi ha comunicato, aprendo i sigilli del segreto, del mistero che si cela dietro le parabole della vita.
E ora sono ai piedi di quella croce su cui impudentemente ero salita e mi ero arroccata, ai piedi con Maria, insieme al discepolo che Gesù amava.
Ero io, sono io oggi la discepola che si sente amata da Dio e che non si allontana perchè venga lavata e rigenerata ogni momento dal sangue e dall’acqua che sgorga dal Suo costato.
Ogni notte diventiamo più intimi, ogni notte, quando il dolore viene a visitarmi dico: “Sei venuto a trovarmi di nuovo, mio Signore? Sei sceso per portarmi questo strumento di salvezza e associarmi al tuo sacrificio?”
Quante volte ho pensato che fosse lui a mandarmi questo dolore, i cani che dilaniano la carne, il magma infuocato che mi percorre la schiena, i lacci che si stringono in modo disordinato attorno alle mie membra, le ossa che si spezzano e gemono chiedendo aiuto.
” Sei tu mio Signore?”, dicevo ogni volta che accadeva.
” Ti serve anche questo dolore? E anche questo e questo e questo?”
” Tu sai cosa farne, io no.
II mio corpo è il tuo corpo, il mio dolore è il tuo dolore, sicuramente sarà una cosa buona, è una cosa buona, diventa una cosa buona nelle tue mani.”
Ho quindi attribuito a lui tutto quello che mi accadeva anche se non capivo perchè a me chiedeva tanto di più.
Questa notte lo Spirito del Signore si è posato su di me, mentre invocavo Maria perchè il vino stava per finire e il dolore di tante notti insonni e dolorose non mi faceva godere dell’amicizia e delle attenzioni dello Sposo.
Come un lampo il pensiero mi ha squarciato la nube che mi impediva di vivere in pienezza di gioia la sofferenza che mi stava massacrando e ho detto:” Sei venuto a salvarmi mio Signore.
Non sei tu che mi mandi questo dolore, non sei tu il mio dolore, ma sei venuto a combattere insieme a me l’attacco del nemico.
So che averti come alleato è come aver già vinto, perchè tu hai vinto il mondo. Di cosa devo avere paura?
Vieni Signore Gesù e fa che non ti scambi mai più con il mio persecutore, ma ti accolga sempre come il mio Salvatore”.
Grazie Maria, perchè con te è bello vivere e rimanere nell’amore di Dio”.

” Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri”.

” Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri”.(Gv 15,12)

Nella vita ho avuto molti amici, molte amiche, me le andavo a cercare, mettevo davanti a loro ponti d’oro, per loro non mi sono mai risparmiata.
Il bisogno di condividere con qualcuno gioie e dolori, speranze, emozioni, progetti e percorsi, mi ha fatto sempre essere amica di tutti, mi ha portato ad invitare a pranzo, a cena o anche solo per una merenda chiunque fosse disponibile a stare con me.
Mi sentivo appagata da tutti gli amici che mi facevano sentire importante, e davano un senso alle mie giornate sempre più dolorose.
Quelle amicizie ora sono scomparse per vari motivi, e oggi mi trovo spesso sola a sfogliare la rubrica telefonica per cercare qualcuno che abbia voglia di raccontarsi o a cui raccontare.
Spesso non trovo nessuno e mi prende una grande angoscia.
Ricordo però che ho avuto sempre difficoltà a condividere il letto, tanto che in casa era previsto solo un letto di fortuna per giunta scomodo per un ospite improvviso.
Ricordo che il padre di Gianni mi fece notare che non avevamo pensato alla stanza degli ospiti, quando vide la casa la prima volta, ma io gli risposi che l’avevo fatto apposta per evitare che gli venissero brutte idee.
Non avevo nessuna voglia di ospitarlo, quando sarebbe venuta l’ora di accudirlo perchè vecchio.
Con il tempo cambiai il cuore di pietra in cuore di carne per grazia sì che accolsi una parente lontana e l’ospitai, quando la sua situazione di malattia era problematica perchè comportava un disagio fisico e psichico non indifferente.
Ci sono stati scontri e dissapori in quell’occasione, ma Maria ci unisce.
A Natale timidamente mi ha mandato un rosario, senza dire nulla di più.
Non devo dimenticarlo.
Maria, la madre che Gesù ci ha lasciato, regalato, perchè non ci smarriamo e non perdiamo la rotta, con il tempo è diventata così tanto intima a me che la notte dorme con me, ma anche di giorno è disposta a seguirmi, accompagnarmi, consigliarmi, dovunque decida di andare.
Questa è vera amicizia, con la differenza che non io ho scelto lei, ma Qualcuno ha scelto per me ciò di cui avevo bisogno.
Gesù si è accorto che mi trovo a mio agio con le persone semplici più che con quelle che se la credono.
Non vorrei e non voglio fargli torto e sempre mi ripeto che Maria è un tramite per non perderlo di vista e capire di più e meglio i suoi comandamenti e osservarli in modo fecondo.
Gesù oggi parla dell’amicizia e non a caso io ho pensato a Maria che ha soppiantato tutte le mie amicizie perdute, ci chiama amici perchè ha scelto di amarci sempre, a prescindere, ha scelto di ospitarci nel suo cuore, anche se non ne siamo degni.
Maria è sua madre, è la sposa dello Spirito, è la perfetta figlia del Padre, a lei posso rivolgermi con assoluta fiducia, perchè l’amico è colui che non trae vantaggio dal tuo amore ma ti sceglie per renderti capace di amare e di essere felice.
Maria creatura ci è riuscita, perchè non dovrebbe essere possibile anche a noi?
Intanto voglio ringraziare il Signore perchè mi ha donato strumenti impensabili per non sentirmi mai sola, i suoi amici che sono diventati anche miei e sono tanti!
Grazie Signore!

Riconoscere, toccare, guarire

Meditazioni sulla liturgia di
lunedì della V settimana del Tempo Ordinario

“La gente subito lo riconobbe”(Mc 6.54)
“Lo pregavano potergli toccare almeno la frangia del suo mantello…quanti lo toccavano guarivano”.(Mc 6,56)

Un Dio che si fa toccare, un Dio che si fa trovare prima di tutto, un Dio che a quanti credono dona la vita.
Guarire è tornare a vivere.
Il peccato ha rotto il legame tra la creatura e il suo Creatore.
La creatura senza le cure amorevoli di chi l’ha messo al mondo muore.
È necessario ritrovare Dio, ristabilire il contatto con Lui, perché il sangue torni a circolare nelle nostre vene.
Il Dio che salva non può che essere Colui che ci ha creato, un Dio creatore, perché la salvezza viene dal passaggio dalla morte alla vita, dalla schiavitù alla liberazione.
Quando ci sentiamo dimenticati da Dio, nell’attraversamento dello sconfinato deserto che ci separa dalla terra promessa, ricordiamoci che Dio è padre e per questo ci ha salvato.
Ci ha salvato perché siamo suoi figli, ci ha salvato attraverso il Figlio.
La terra promessa è ciò che il figlio Gesù ci ha lasciato perché potessimo diventare noi collaboratori del Dio Creatore, potessimo dare alla luce lo Sposo, portandolo alla luce.
Quando sto tanto male, mi rivolgo a Dio così:
“Padre, Padre nostro, tu sei mio padre, tu ti occuperai di me, tu hai cura di me sempre, specialmente in questo momento di tribolazione, di grande afflizione.
Solo tu Signore mio Dio, mi salverai dalla fossa, perché non permetti che il tuo santo veda la corruzione.
Il tuo Spirito mi guidi terra piana, il tuo Spirito apra il sepolcro del mio cuore e lo porti a nuova ed eterna vita.
Maria so che tu già stai godendo dei frutti della nuova creazione, so che però non ancora hai cessato di piangere e di patire con noi, pellegrini su questa terra.

Non hai mai cessato di pregare per noi e continui a farlo nel nome di Dio Padre, Dio Figlio, Dio Spirito Santo.”

” Maria custodiva tutte queste cose, meditandole nel cuore”( Lc 2,19)

” Maria custodiva tutte queste cose, meditandole nel cuore”( Lc 2,19)

Maria madre di Dio e madre nostra insegnaci a rimanere in silenzio quando non capiamo quello che ci succede, quando non capiamo gli altri, quando siamo immersi nell’oscurità più profonda e vorremmo fare luce con i nostri ragionamenti.
Aiutaci Maria ad aprire il cuore al mistero di Cristo, a dare la possibilità a Dio di scriverci un poema d’amore che noi possiamo leggere e fare nostro.
Tu sei la lettera d’amore che Dio ci ha mandato perchè, attraverso di te, conoscessimo il Figlio, lo incontrassimo e nella verità e nella giustizia, lo amassimo con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutto noi stessi.
Tu hai potuto reggere le contraddizioni palesi di una realtà che s’infrangeva con il buon senso, le tradizioni, il rispetto per il tuo ruolo di madre.
Tu, Maria, hai confrontato sempre ciò che dall’infanzia avevi imparato a conoscere, parole di speranza e di vita, parole senza prezzo che si possa misurare, Parola che doveva farsi carne per rendere visibile al mondo l’amore di chi l’aveva pronunciata.
Il mio pensiero va a te ogni volta che mi sento schiacciata da prove più grandi di me, ogni volta che ho la pazienza di attendere e di gioire nel constatare che Dio è qui e non lo sapevo!
Quante volte, Madre penso di essere abbandonata da Dio, abbandonata al mio destino, quante mi sento schiacciata dai denti d’acciaio di una macina che mi stritola le ossa senza pietà!
Quante la mia preghiera è solo un gemito, un sospiro, una ricerca ad occhi chiusi di un bagliore che fenda la notte per dare un senso al mio dolore!
Quante volte, troppe forse, ti chiamo in aiuto stringendo tra le dita il rosario perchè insieme ci mettiamo ai piedi della croce in silenzio, aspettando che quell’acqua e quel sangue inondi anche me e mi diano la pace del cuore.
Ti chiedo di starmi vicina, di meditare con me i misteri del regno, di adorare la Parola prima di capirla e di interpretarla, perchè sappia aspettare il tempo in cui siano aperti i sigilli e la verità non abbia più veli!
Quante volte Maria ti ho chiesto di metterti in viaggio per venirmi in aiuto come facesti per tua cugina Elisabetta, sapendo che mi avresti portato Gesù!
Quante volte ho sperato che tu dicessi a tuo figlio ” Non hanno più vino” quando la casa diventava un cimitero, senza fiori e senza custode, luogo di rimpianti e di lacrime amare, di rabbia e di solitudine protratta nel tempo!
Quante volte, tante volte che non riesco a contarle, ho invocato te, la madre che Dio ci ha consegnata, regalata, affidata, la cosa sua più preziosa, il dono dei doni, perchè niente delle cose che nel silenzio del cuore hai meditato, andasse perduto!
Tu, Madre, consegnata ad ogni figlio desideroso di tornare.

DONI

SFOGLIANDO IL DIARIO…

26 dicembre 2008
Santo Stefano
ore 6:17.

“Chi persevererà fino alla fine sarà salvato.”(Mt 24,13)

Ieri sera ho concluso la giornata chiedendomi se il Natale era tutte quelle cose che erano successe, quei no con i quali mi ero dovuta scontrare, se il Natale era il dolore la sofferenza, la percezione del mio limite e di quello degli altri.
Me lo sono chiesto anche se dentro avevo la pace e la serenità che può dare solo il Signore.
Mi meravigliavo che fosse così, perché non mi sentivo per niente brava, capace, ma Dio era dentro di me.
Lo sentivo che mi parlava, mi sosteneva, mi incoraggiava, mi consolava.
Lo sentivo che mi guardava come quando io guardo i bambini anche quando fanno i macelli, che mi viene di divorarli di baci.
Sentivo che avevo un Padre che si preoccupava di me, che vigilava sul mio cammino e continuava a ripetermi: “Non temere io ho vinto il mondo”.
Le sue parole di speranza risuonavano dentro il mio cuore, offuscando e coprendo le mie di autocommiserazione, di rivalsa e di lamento per le cose che avrei voluto dire, fare, pensare.
Perciò ieri sera mi chiedevo in cosa consistesse il Natale, ma non ho trovato risposta.
Avevo vissuto giorni di grande tensione verso questa che è la festa più bella dell’anno.
Il dolore mi aveva accompagnato, tormentato, logorato, schiacciata, schiantata.
Ho toccato l’apice la vigilia a sera, proprio come quando si partorisce che le forze di vengono meno e ti viene meno il respiro e non sai più che dire e non puoi più fare, perché la schiena ha detto basta.
Sono stata seduta, incollata alla sedia, la sera della vigilia, dopo aver fatto tutto, compreso togliere i frammenti delle uova sode cadute sul tappeto.
La Madonna stava per partorire nella grotta il Bambinello.
Ho pensato che stavo male, ma non ho associato il mio al suo dolore.
Mi sarebbe peraltro sembrato blasfemo.
Davanti agli occhi gli incarti dei troppi regali, le coccarde, i fiocchi, la confusione hanno contribuito a rendermi triste, perché in tutto quel ben di Dio riscontravo la nostra incapacità a vivere il Natale in modo autentico e vero.
Mi chiedevo perché il Natale dovesse essere per forza così, perché aumentare il numero delle portate a tavola o il numero delle cose inutili che siamo abituati a comperarci.
Perché aumentare il numero delle cose che abbiamo fino a farci venire la nausea?
Era quello il Natale?
Mangiare di più, comprare l’inutile, il superfluo per sé e per gli altri?
Perciò ero triste.
Ho detto alla fine della giornata di ieri, il 25. ” Il prossimo Natale voglio che vada liscio, senza supplemento di cibo o di regali, perché siamo già sazi di tutto. Perché abbuffarci per farci venire la nausea e stare male? Il prossimo anno voglio andare alla messa di mezzanotte come fossi una sposa fresca e pura a incontrare il mio Signore, a condividere la gioia di una rinascita dall’alto di cui sento tanto il bisogno”.
Era triste anche Giovanni quando ha visto quel ben di Dio.
Tanto che mi ha chiesto di andarcene in disparte a parlare un po’.
Il suo problema era come gestire il troppo che per lui non era tanto il cibo (ha mangiato solo quello che è abituato a mangiare. I dolci non gli piacciono e poi non è un mangione) quanto i regali.
Troppi!
Si sentiva smarrito Giovanni nel vederli e nel sentirsi tanto, troppo fortunato.
Così abbiamo parlato di felicità, di cosa rende felice un bambino.
Mi ero ricordata di quando, alla domanda su cosa rendesse felici (dopo una giornata da incubo a scartare i regali del compleanno) rispose: “un bacio un abbraccio o qualcuno che ti voglia bene o quando ti mostra il paradiso” e lo disegnò.
Erano le mie braccia tese quando gli davo qualcosa o la mia mano quando stringeva la sua nel momento del dolore e della sofferenza.
Il paradiso Giovanni ha capito in cosa consiste.
Del resto quando cominciò a voler disegnare, il suo pallino era di essere aderente alla realtà, di non trascurare nessun particolare, di comunicare ciò che aveva dentro.
Mi chiese di Dio come era fatto, poi decise che era luce e usò sempre il giallo per indicarlo, poi cominciò a mettere raggi dorati intorno agli angeli o ai personaggi buoni che erano però sempre sollevati da terra.
Dio era in quel giallo, in quei raggi.
Dio lo espresse in azione, a portare grande pace e serenità.
Così anche la nave che toglie dalle acque i rifiuti e li sputa nell’aria, mostra un pezzo di paradiso, quello dei pesciolini contenti, come i fiori che escono dal fucile dell’uomo bionico, servo di Erode, per far felici gli uomini, o quando tutti vanno d’accordo.
Giovanni non fa che disegnare il paradiso che ha un’unica faccia: quella del bene che vince il male, dell’amore che vince l’odio, dell’unione tra le persone.
La notte di Natale sul grande lettone, quando Gianni se n’è andato alla messa con gli altri io e Giovanni abbiamo vissuto il paradiso, parlando di cosa rende felici, parlando di amore, di Gesù, di babbo Natale.
Giovanni per la prima volta mi ha chiesto di chi è figlio babbo Natale, da dove è venuto, dopo che io gli ho detto che ai miei tempi non c’era, che c’era solo la Befana.
Le letterine le scrivevamo a papà e le mettevamo sotto il suo tovagliolo di nascosto.
In quella letterina promettevamo di fare i buoni.
Il Natale era il momento dell’esame di coscienza, del pentimento e della promessa.
Eravamo in linea, adesso che ci penso, con ciò che la liturgia ci ha fatto vivere.
Il richiamo di Giovanni Battista al pentimento per preparare la via del signore.
Giovanni questo non l’ha capito, ma avrà tempo per farlo.
Io l’ho capito solo ora il senso di quanto facevo sessant’anni fa.
Non è mai tardi per ringraziare il Signore di quella povertà che ci faceva gustare il Natale come un dono speciale che viene dal cielo e che tangibilmente mi dava anche la percezione del buono, del bello, dell’abbondante dove ogni giorno combattevamo con la miseria più nera.
Come recuperare o far recuperare il senso del Natale?
Quest’anno è venuta la crisi e non a caso la storia si vendica e ci induce a riflettere su cosa sia essenziale.
Dicevo di questo Natale alla rovescia per poi imbattermi il giorno dopo nel martirio di Santo Stefano.
Allora ho detto che, se non ho fatto in tempo, non ho avuto modo di vivere il Natale autenticamente, non c’è speranza.
La festa è già finita.
Dalla capanna alla croce. Dalla speranza alla morte.
Un bel mistero!
Ma mi ha colpito il martirio di Stefano quando, mentre effondeva la vita diceva: “Ecco io contemplo i cieli aperti e il figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio”.
Dicevo del partorire nel dare vita, di quello che ho sentito la notte della vigilia.
Il Natale è un partorire, un dare vita. Ecco perché il martirio di Santo Stefano a continuare a celebrare il Natale, fare festa davanti al Signore, gioire con lui perché la morte e la resurrezione sono la faccia di una stessa medaglia.
“Una spada ti trafiggerà l’anima”.
Anche Maria nella notte fatata meditava tutte queste cose in silenzio quanto dicevano del suo Signore.

C’è ancora speranza?
Anzi adesso faccio come suggerisco alle coppie: “La fedeltà come il perdono sono doni dati, che ci toccano, non ce li può togliere nessuno. Allora Signore ti chiedo, pretendo (che brutta parola perdonami!) che tu mi dia ciò che già mi hai dato, ma che ho dimenticato come si usa, anche perché ho dato per scontato che avrei ricordato le istruzioni.
Signore ti prego non dimenticare il dono, ti prego aiutami a usarlo nel miglior modo possibile.

“Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo” (Lc 1,42)

(Sof 3,14)
Rallégrati, figlia di Sion,
grida di gioia, Israele,
esulta e acclama con tutto il cuore,
figlia di Gerusalemme!

La tua delizia Signore è Maria, messaggera di buoni annunci, la tua gioia Signore si irradia su tutta la terra, quando il sole si alza nel cielo, quando scompare tingendo di rosso le creste dei monti, quando spuntano le stelle, quando appare la luna, quando il vento muove le foglie degli alberi, quando il mare si increspa al suo soffio leggero, quando immilla la tua luce in migliaia di piccole stelle.
Tu hai posto le tue delizie tra gli uomini Signore, quando un fiore spunta nel prato, quando un bimbo ci tende la le braccia, quando un vecchio ci stringe la mano, quando il mondo si trasferisce nel cuore.
Tu Signore hai riempito il nostro calice fino a farlo traboccare, il calice della vertigine, la bellezza senza fine, la pienezza di ogni cosa buona.
Signore quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!

Oggi la liturgia ci fa assistere al miracolo della gioia che scaturisce non da quello che si vede con gli occhi, ma da quello che si percepisce con il cuore.
L’ incontro non è tra Maria ed Elisabetta ma tra Gesù e Giovanni Battista, legati strettamente nella testimonianza dell’amore di Dio.
La scena si impernia su ciò che accade nel grembo di due madri.
La vita che hai dentro porta a gioire e a comunicare la gioia.
La gioia di cui parla il libro dei proverbi al capitolo otto è nascosta e si rivela solo agli occhi di chi ha fede.
Giovanni è quello che prima di ogni altra persona riconosce Gesù e fa un balzo nel ventre della madre
La voce di colui che griderà nel deserto ha incontrato la Parola e l’ha trasmessa a sua madre.
La madre comunica a Maria quanto, attraverso il figlio, ha percepito.
Maria che già conosceva il frutto del suo seno non può che aprire il cuore al Magnificat, alla preghiera di lode e di ringraziamento a Dio che non solo si è chinato sull’umiltà della sua serva, ma ha agito nella storia del popolo sempre in funzione di una salvezza che, attraverso di lei, sta portando a compimento.
In un’epoca in cui i bambini sono scelti nel tempo e nel numero e possibilmente nel sesso e nella condizione fisica ottimale, in un secolo in cui la vita nel grembo della madre è affidata all’arbitrio di chi pensa di esserne padrone, la festa di oggi parla un linguaggio mai sentito.
Ci sono cose che si vedono, ma non sono vere, ci sono cose che non si vedono e hanno un autenticità, una bellezza, una forza una perfezione che non riusciremmo mai a immaginare.

“Beata te che hai creduto senza vedere, hai creduto alle parole del Signore” dice Elisabetta a Maria.
La beatitudine è credere in ciò che Dio dice, promette.
La fede è la beatitudine somma che non dipende da noi ma da Dio, come non dipende da noi il fatto che il sole ogni mattina si alzi nel cielo e illumini la terra.
Da noi dipende solo la volontà di lasciarci illuminare, aprendo le finestre della nostra casa di carne.
Che grande dono è la fede!.

Grazie Gesù che non ci hai lasciati soli a combattere una battaglia così ardua e difficile, grazie perché fai sussultare il mio cuore ogni volta che vedo incontrarsi la mia volontà con la tua.
Grazie Signore perché mi trasporti in un mondo che non conoscevo, ma che avevi nascosto nel mio cuore.
La nostalgia dell’infinito, dell’eterno, dell’uno e distinto, della trascendenza è nostalgia di qualcosa che si è sperimentato quando eravamo racchiusi nel tuo grembo di padre e di madre.
Rientrare nel tuo utero è è ritrovare le radici, la fonte della gioia, della felicità senza confini, rientrare nel tuo utero è sussultare di gioia ogni volta che la tua grazia si manifesta, la tua parola si incarna e prende vita.
Grazie Signore di questi squarci di luce che ci rimandano a quel sole che mai tramonta anche quando scoppiano le tempeste.

“Combatti la buona battaglia della fede” (1Tm 6,12)

Meditazione sulla liturgia di
venerdì della XXIV settimana del TO

“Combatti la buona battaglia della fede” (1Tm 6,12)

Quante battaglie, quanti sacrifici, quante veglie, quanti scontri, quanti sforzi per cose che non contano Signore!
Passiamo la vita a rincorrere miraggi, a cercare di raggiungere obbiettivi che non ci danno quello che ci aspettavamo e così ci deprimiamo o ci arrabbiamo, certo non stiamo bene, perché vorremmo che i nostri sforzi fossero premiati o almeno riconosciuti.
E invece neanche questo accade e, se qualcosa che ci piace, accade davvero, dopo un impegno prolungato nel tempo e tanta perseveranza, accanimento, sopportazione dei sacrifici, pure non riusciamo a godere del frutto dei nostri sforzi solo per un breve o brevissimo lasso di tempo.
Quando le battaglie non sono buone ad aspettarci c’è il vuoto che si apre dopo che non abbiamo più niente per cui lottare e quello che abbiamo conquistato lo abbiamo balordamente sciupato e disperso.
Come neve al sole si scioglie ciò che stringiamo tra le mani se non ha in sè il riflesso della luce di un amore più grande, un amore che garantisce la durata di ogni nostro sforzo, un amore che ci chiarifica il desiderio sì da farci desiderare ciò che ti è più gradito perchè fa bene a noi, non a te.
Tu Signore non hai bisogno di niente, nè delle nostre preghiere, nè dei nostri sacrifici, nè di rosari, nè di processioni.
Non saresti Dio se ti mancasse qualcosa. Ma tu hai scelto di dare a noi il tuo amore che in te sovrabbonda, un amore incontenibile che ci avrebbe resi felici per sempre.
Tu non hai considerato un tesoro geloso essere figlio di Dio, ma hai spogliato te stesso, assumendo la condizione di servo perchè fossimo resi capaci di servire, di tornare ad avere un posto importante nel tuo giardino.
La nostra vita dovrebbe essere un rendimento di grazie continuo, perchè tutto viene da te, anche se noi continuiamo a pensare il contrario e a dare alle nostre azioni un valore assoluto.
Tutto dipende da te, la morte e la vita, perchè non ci verrà tolto un capello che tu non voglia o non permetti.
Ci sono tante cose nella mia vita che non sono andate come avrei voluto, ci sono tante situazioni che mi hanno portato a pensare che dovevo difendermi da sola e da sola trovare soluzioni per affrontare il nemico.
Da sola.
Ho pensato che, se riuscivo a trovare vie percorribili meno faticose, vie garantite di felicità sicura non potevo tenermele per me ma dovevo farne partecipi tutti quelli che da soli non ce la facevano.
Mi sono sostituita a te Signore, perchè non ti conoscevo come alleato e consigliere, non sapevo che mi amavi a prescindere, che non dovevo coprirmi, ricorrere ai trucchi più inauditi, agli espedienti più farraginosi e complicati per ingannarti.
Eri allora il mio nemico, così ti pensavo, un dio che sta con il fucile puntato per colpirti in fallo e mandarti all’inferno.
Mi dispiace, e tu sai quanto, non aver capito tante cose da subito, mi dispiace non aver avuto te per amico, mi dispiace aver vissuto così male la mia vita, tanto da ammalare la mente e il corpo.
Ora ci sono dei danni irreversibili a cui nessuno se non tu puoi, se vuoi, porre rimedio, ma ci sono altri danni che con il tuo aiuto potrei limitare, danni del poco amore, di amori sbagliati, colpevoli, amori d’uso, d’interesse, amori che non vengono da te.
Di tutto questo sto pagando le spese nel corpo che porta i segni di una passione non finalizzata alla redenzione di nessuno, ma all’affermazione della mia autonomia, autosufficienza, del mio “fai da te”.
Signore oggi ti chiedo di poter combattere con te la buona battaglia della fede.
Stammi vicino, non abbandonarmi e perdonami quando non faccio ciò che a te piace perchè realizzi il tuo progetto d’amore.
A Maria chiedo di insegnarmi a seguirti come le donne del vangelo che ti affiancavano nell’opera evangelizzatrice, contribuendo anche con i loro beni.
Ad una donna hai dato l’onore e il compito di portarti in grembo e a lei hai consegnato un mandato ancora più oneroso quando a lei hai affidato sulla croce tutti i tuoi figli.
Tua madre, ora tua sposa, continua ad assisterti per portarti ad ogni uomo, perchè ognuno impari a distinguere il bene dal male, la buona dalla cattiva battaglia.
Io sono una combattente, una guerriera, lo sai.
Ho lottato per me e contro di te troppo a lungo.
Aiutami Signore a vivere la fede sentendoti alleato con Maria per portare al mondo la buona novella dell’amore che salva.

“Il figlio dell’uomo è signore del sabato”(Lc 6,5)

SFOGLIANDO IL DIARIO…

5 settembre 2015
sabato XXII sett TO anno dispari
letture:Col 1,21-23; Salmo 53; Lc 6,1-5
ore 7.06

“Il figlio dell’uomo è signore del sabato”(Lc 6,5)

Meditazioni sulla liturgia di sabato della XXII settimana del tempo Ordinario e sulla lettura breve delle lodi di sabato II settimana del salterio.

” Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. (Rm 12, 14-16a )”

Ho passato queste ultime ore della notte pregando intensamente, tu lo sai.
Ho pregato perchè ne avevo bisogno, perchè tu ti muovessi a pietà dei miei dolori, della mia continua tribolazione.
Ho cercato nella preghiera a Maria l’aiuto per intercedere presso di te Signore, perchè la mia preghiera giungesse più presto alle tue orecchie e tu provvedessi a togliermi la spina dal fianco.
Maria non si è fatta attendere e così ho potuto riprendere sonno anche se per poco e non dopo aver pubblicato la preghiera che ieri mi aveva suscitato la tua parola sul digiuno e sulla presenza- assenza dello Sposo.

Ora sono qui Signore e vorrei non dimenticare quello che la tua Parola ha mosso in me, cominciando dall’ultima che ho letto.
” benedite coloro che vi perseguitano e non maledite”
Non è facile Signore fare quello che tu dici, anche se ci sto provando, da quando mi hanno detto che le maledizioni dei miei antenati sono ricadute su di me e che, solo se cambio la maledizione in benedizione, sarò liberata da questa condanna, dai lacci invisibili ma poderosi con cui il mio corpo è messo a tacere, o viene ostacolato ad agire.
Ogni giorno m’interrogo su chi siano i miei nemici per perdonarli, per benedirli.
Ma ora che ci penso non ho mai preso in considerazione che la più grande nemica di Antonietta sono io, che devo benedire tutto ciò che di me non mi piace, tutto ciò che mi manca e consegnarlo a te perchè tu lo moltiplichi e lo renda cibo per gli affamati della tua parola.
Hai ragione Signore ad insistere, perchè non ancora assolvo Antonietta, non ancora mi fido completamente di te e metto la mia benedizione nelle tue mani, rendendo efficace il Sacramento del Battesimo.
Signore aiutami ad accettare i miei limiti, aiutami a lasciarmi andare, aiutami a non legarti le mani per sciogliermi dai lacci di morte.
A Maria chiedo soccorso, aiuto e benedizioni, a Lei, che è tua madre, affido la mia causa.

Solo tu Signore puoi guarirmi dal peccato che fu dei miei padri: l’invidia, l’orgoglio, il giudizio e tutto quello che ne consegue.
E poi voglio fare una breve sosta sul vangelo di oggi che mi ricorda quante cose faccio non per amore ma per dovere.
Come vorrei Signore sentirmi libera da tante compulsioni ossessive, libera di appartenerti fino in fondo, libera da tanti lacci che oggi legano i miei antenati e che si ripercuotono su di me e sul mio agire e sulla mia qualità di vita.
Aiutami Signore a vivere l’amore che tu ci hai donato una volta per sempre e che continui a rinnovarci ogni giorno, ogni ora, ogni momento.
Aiutami a non pensare mai che tu sei un dio ingiusto e lontano.
Fammi sentire il calore del tuo sguardo, la dolcezza dei tuoi baci sulla mia bocca.
Oggi durante la messa mi hai dato un’ altra possibilità per riflettere su cosa mi impedisce di lasciarmi andare e su come il poco amore dei miei antenati si sia trasformato in limite, malattia del corpo.
“Quante volte, vantandomi, ho detto che avevo allevato i miei due nipoti senza prenderli mai in braccio!”.
Pensavo così di esibire l’ennesima vittoria su un handicap che cerco di dimenticare e che trasformo in strumento di vittoria, di esaltazione dell’io, anche se non tralascio mai di aggiungere che sei tu che operi in me e ne sono convinta.
Ma la superbia della fede fa sempre capolino in certe affermazioni, in cui è in gioco la mia capacità di superare gli ostacoli, abbattere i limiti, inventarmi strade alternative per raggiungere lo scopo.
Così mi sono guardata dentro e ho aperto la piaga che non guarisce, perchè ho sempre avuto vergogna a mostrarla anche me stessa.
Per questo no ho mai pregato per me, ma mi sono sempre fatta carico dei pesi degli altri, perchè inconsciamente non volevo riconoscere il mio bisogno.
Ti voglio ringraziare Signore perchè non deludi mai le aspettative e, man mano che procediamo, ci dai la luce per guardarci dentro e riconoscerci peccatori amati e salvati da te.

“Sono io non abbiate paura”(Gv 6,20)

MEDITAZIONE sulla liturgia di
sabato della II settimana del tempo di Pasqua
18 aprile 2015
ore 6.45
letture: At 6,1-7; Salmo 32; Gv 6, 16-21
“Sono io non abbiate paura”(Gv 6,20)
Ti presenti Signore nei momenti più impensati, difficili, quando le acque si agitano e il vento fa traballare la nostra barca.
Tu cammini sulle acque agitate del male, tu domini le forze ostili che ci impediscono di fare la traversata e di giungere al porto sicuro.
Oggi, quando ho letto il vangelo, erano le 3, ho pensato che non avevi nulla di nuovo da dirmi, un vangelo, una storia che ho letto e commentato e meditato tante volte.
Cosa potevo apprendere di più di quanto già non sapessi?
Così ho rinunciato a scrivere la mia meditazione notturna e ho cercato una posizione per riprendere sonno, con il rosario tra le dita e il desiderio di unirmi a te e a Maria nella contemplazione dei misteri del dolore anche se oggi è sabato.
Ieri sera ero rimasta ferma al primo, quello in cui tu schiacciato dal peso dei nostri peccati, solo, preghi e soffri, sudi sangue, tanto grande è l’angoscia che ti opprime.
Così questa notte ho preso sonno dimenticando il resto della tua passione salvo poi svegliarmi con un tremendo dolore alla spalla, il solito da qualche mese che mi perseguita, costringendomi ad indossare il busto che attenua le fitte dolorose dei nervi schiacciati dai recenti crolli vertebrali.
Ho affidato a Maria il compito di traghettarmi fino al mattino con la preghiera a lei tanto cara, perchè ci stringe insieme a te, suo figlio e nostro fratello, in un unico e grande abbraccio.
Il tuo dolore è diventato il mio dolore attraverso Maria, il senso di quelle fitte spaventose mi si è andato man mano chiarendo e mi sono riappisolata mentre ti contemplavo Signore, vittima innocente, incenso purissimo sull’altare di Dio.
Il mio dolore è diventato il tuo dolore e ho trovato la pace pensando che solo tu potevi trasformarlo in offerta di soave odore per liberare i prigionieri e portare la luce a quelli che vivono incatenati dal peccato.
“Sono io non avere paura” mi sono sentita dire questa mattina, quando una fitta più dolorosa mi ha scosso dalla posizione a fatica cercata per non soffrire.
Sei tu Signore che vieni a visitarmi ogni volta che sto male.
Ti ringrazio perchè fughi le mie paure, perchè ogni giorno, ogni notte mi getti una scala dal cielo perchè io vi salga e mi trovi in paradiso.
Con Maria tutto questo sta divenendo possibile, reale, perchè con lei non posso sbagliare direzione, non posso che avvicinarmi sempre più a te.

” Vuoi guarire?” (Gv 5,6)

Meditazioni sulla liturgia di
martedì della IV settimana di Quaresima
Letture: Ez 47,1-9; salmo 45; Gv 5, 1-16

” Ogni essere vivente che si muove dove arriva il torrente vivrà”(Ez 47,9)

Signore sono qui, sono venuta per adorarti, ringraziarti e benedirti per tutto quello che gratuitamente mi hai donato e continui a donarmi ogni giorno della mia vita.
Ti chiedo perdono per tutte le volte che l’ho dato per scontato, per tutte le volte che mi è sembrata un’ingiustizia esserne privata, per tutte le volte che non ti ho fatto esistere.
Sono qui Signore , mi vedi, mi senti, non ho bisogno di dirti come sto.
Ho bisogno di te, della tua acqua per continuare il cammino, ho bisogno di sentirmi una cosa sola con te, altrimenti non ce la faccio.
L’immagine della Madonnina che sul comodino continua a pregare anche quando io non ci sono con il fisico, con la mente, anche quando le mie priorità sono futili e vane, con le sue mani giunte mi rassicura che c’è chi intercede per me.
Signore, mia forza, mio canto, mio liberatore aiutami a vivere sempre alla tua presenza, nella tua casa, a muovermi con spirito di servizio e con la fiducia illimitata in te che sovrintendi ogni cosa
Spesso mi lamento che non c’è nessuno che si prenda cura di me e il pensiero mi rende triste, mi angoscia.
Anche il paralitico del vangelo di oggi diceva che non c’era nessuno che lo aiutasse a gettarsi nell’acqua quando si muoveva per tuffarvisi.
Come mi riconosco Signore in questo personaggio che tu guarisci attraverso lo strumento potente della tua parola, senza farlo immergere nella piscina!
Sei tu e solo tu Signore che ti prendi cura di ognuno di noi, in modo perfetto, totale e fuori dagli schemi.
Perchè me lo dimentico?
Perchè Signore passo il tempo a lamentarmi del fatto che nè ieri, nè oggi c’è qualcuno che provveda in modo esauriente ai miei bisogni?
Oggi voglio farmi un serio esame di coscienza per guardare non le inadempienze altrui ma le mie, perchè il mio più grande peccato emerga e io te ne chieda perdono.
Guariscimi Signore dalla cecità di aver negato le tante opportunità che tu mi hai dato, per dire grazie a chi mi ha teso la mano, a chi si è fatto carico della mia malattia e delle conseguenze sulla mia famiglia e sul mio lavoro, a chi è venuto incontro ai miei desideri anvche futili, per donarmi un sorriso .
Aiutami a liberare la memoria da tante ingiustizie di cui penso essere stata vittima e a riempire il mio cuore di gratitudine per tutti quelli che mi hanno amato anche se in modo imperfetto.
Signore l’ingratitudine non mi ha fatto godere dei beni che avevo e mi ha reso scontrosa, insoddisfatta, infelice.
Oggi che tante cose che avevo te le sei riprese ripenso con nostalgia a tutto ciò che ha reso bella la mia vita, ricca di senso, proiettata verso un futuro di speranza e di gioia.
Grazie Signore perchè quello che manca oggi vedo che ce lo metti tu come un tempo che non ti conoscevo.
Grazie perchè questa mattina che volevo per l’ennesima volta lamentarmi di questa vita tribolata, la preghiera , dopo aver letto la tua Parola, è diventata un inno di lode a te che sei il mio unico punto di riferimento, la mia casa, il mio amore, il mio unico bene.
Un tempo, quando avevo paura di allontanarmi da casa, avevo pensato che, se potevo portarmela dietro come una roulotte, sarei stata felice.
Giovanni a quattro anni disegnò profeticamente tutta la nostra famiglia in una roulotte che veniva portata a Gesù.
Oggi sento che sei dentro di me che non ho bisogno di comprare nulla, ma di accogliere il dono che gratuitamente mi fai di stare con me.
Al paralitico guarito tu comandi di prendere sopra le spalle la sua barella, la sua infermità, il suo limite, come lo chiedi ad ognuno di noi quando ci dici di sollevare sulle spalle la nostra croce e seguirti.
La nostra croce Signore pian piano diventa più leggera, come la barella del paralitico, perchè sperimentiamo che il peso è leggero se confidiamo in te, se guardiamo non a quello che ci manca ma a quello che abbiamo.
Benedici Signore il nostro pane quotidiano, anche se è impastato di lacrime e trasformalo nel tuo corpo e nel tuo sangue offerto per amore.