Il regno di Dio è in mezzo a voi.

SFOGLIANDO IL DIARIO…

13 ottobre 2014
ore 6.15
giovedì della XXXII settimana del TO

VANGELO (Lc 17,20-25) In quel tempo, i farisei domandarono a Gesù: «Quando verrà il regno di Dio?». Egli rispose loro: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: “Eccolo qui”, oppure: “Eccolo là”. Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!».
Disse poi ai discepoli: «Verranno giorni in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, ma non lo vedrete. Vi diranno: “Eccolo là”, oppure: “Eccolo qui”; non andateci, non seguiteli. Perché come la folgore, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno. Ma prima è necessario che egli soffra molto e venga rifiutato da questa generazione».
Parola del Signore

Oggi la liturgia ci fa riflettere su cosa sia il regno di Dio, del quale abbiamo qualche idea, ma almeno io, spesso confusa.

Nel Padre nostro, Gesù ci invita a chiedere al Padre che venga il suo regno.
Noi nella nostra vita chissà quante volte abbiamo recitato la preghiera che ci ha insegnato Gesù, senza renderci conto di ciò che chiedevamo.
Molto spesso associamo la venuta del regno con la realizzazione dei nostri desideri, con l’esaudimento delle nostre preghiere di liberazione, di guarigione ecc ecc .
Forse, anzi sicuramente, è una delle preghiere che ci hanno insegnato da piccoli insieme all’Avemaria e all’Angelo di Dio.
Nella messa domenicale è d’obbligo dopo la consacrazione eucaristica.
Ma se penso a me, mi fermo più sull’ultima parte che sulla prima, quella dove si dice” Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” e ogni volta penso che quel “come” che io abolirei, perchè, se Dio mi trattasse come io tratto gli altri, certo la mia sorte sarebbe segnata.
Ma il Padrenostro comincia proprio con presentarci il regno come la cosa più importante da chiedere.
Ma cos’è il regno di Dio? Dove sta? Quando verrà?. Si vede, si tocca?
Il regno di Dio è forse l’ adesione a vivere nella libertà di figli di un unico padre, una libertà che ti porta a fare cose incomprensibili per il mondo ma infinitamente appaganti per chi sta dentro, chi ha come unico ed eterno riferimento Gesù.
Il regno di Dio quindi è una condizione, uno stato di dipendenza e di libertà, termini che per il mondo sono contrapposti, ma che il Signore nostro Gesù Cristo è venuto a conciliare sì da farne le facce di un unica medaglia.
Dipendenza e libertà sono per il mondo completamente opposte l’una all’altra.
Siamo creature, imperfette; come i bambini non possiamo fare nulla da soli, abbiamo bisogno di chi si prenda cura di noi, altrimenti moriremmo.
La nostra incompletezza, i nostri limiti mettono in evidenza l’amore di chi ci nutre, ci guida, ci aiuta a diventare grandi, autonomi, autosufficienti.
Ma se il diventare grandi nella nostra economia significa poter dimenticare chi si è preso cura di noi e metterlo in un ospizio quando non serve a niente, nell’economia di Dio il diventate grandi, significa essere in grado di prendersi cura gli uni degli altri, non per dovere, ma per amore.
Il regno di Dio è quando si instaurano all’interno della comunità umana rapporti, relazioni di gratuità totale, come se tutti fossero nostri figli, come figli siamo stati e continuiamo ad essere nei confronti di Dio.
Quando viviamo il regno di Dio, viviamo l’amore gratuito e scambievole, viviamo relazioni feconde e felici, viviamo la pace che tanto manca a questo mondo che si vuole svincolare da Dio e vuole ridurre in schiavitù gli uomini.
Allora oggi con più consapevolezza, forza, fede chiediamo al Signore” venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”
Chissà perchè mi viene in mente l’immagine dell’arcobaleno che, lungo la strada di ritorno dall’ultimo viaggio fatto, invano abbiamo cercato di catturare con la macchinetta fotografica, che congiungeva il cielo alla terra, partendo da una polla d’acqua su cui il sole si specchiava e dopo essere salita in alto toccava un’altra polla d’acqua qui su questa terra.
Il regno di Dio è come quell’arcobaleno che non si lasciava prendere, ma era possibile solo se due pozze d’acqua lasciavano che il sole vi affondasse i suoi raggi.

Non sapete che siete tempio di Dio?(1Cor 3,16)

” Dedicazione della Basilica lateranense”.

” Io ti costruirò una casa.”(Sam2 6,11)

Cristo ha gettato le fondamenta, perché noi diventiamo la sua casa, impiegati come pietre vive per un sacerdozio regale.

La liturgia di oggi mi ha sempre affascinata perché parte da un fatto storicamente accaduto, la dedicazione della Basilica Lateranense, che evoca la costruzione del tempio del re Salomone.
Il re Salomone si chiede come possa Dio essere contenuto in uno spazio, anche se grande, delimitato da pietre, muri, opera di uomini.
Salomone è consapevole che il tempio fatto di muri ha valore solo se è luogo d’incontro, se lì ci si riunisce per pregare il Signore.
Tanto che dice alla fine della sua preghiera, ” Quando si riuniranno per pregare nel tuo nome in questo luogo, ascolta e perdona!”
Gesù dice: “Quando due o più si riuniscono nel mio nome io sono in mezzo a loro.”
Per essere Chiesa quindi, bisogna essere due o più di due a pregare, qualunque sia il luogo dell’incontro.
Ricordo quando io e Gianni pregavamo sulla pancia di mamma che stava morendo e mi sembrò che noi stavamo celebrando così l’Eucaristia, con le mani stese sul suo corpo.
Ma quello che in questo momento mi viene in mente è che spesso si prega da soli.
Allora dobbiamo pensare che Gesù non è presente nella chiesa?
Il tempio di Dio è il nostro corpo, per cui il nostro corpo assolve alla sua funzione sacerdotale quando prende offrendo, offre prendendo.
Penso a quante volte la preghiera è il frutto di esperienze traumatiche, dolorose, quando è uno sfogo personale, quando ci si rivolge a Dio perché venga in nostro soccorso, escludendo gli altri dalla sua benevolenza, dal suo aiuto.
Certo è che nel tempio di Dio non possiamo prescindere dagli altri.
Gesù, ogni volta che si accingeva a fare qualcosa, si ritirava a pregare.
La preghiera era sempre il presupposto di ogni azione.
Sembrerebbe che, perché Dio assista l’uomo, è necessario che quell’uomo si isoli, sia apparti, per entrare in intimità con Lui, per poterne ascoltare distintamente le parole.
Ma Gesù si rivolgeva alla sua famiglia d’origine che era composta non da una persona sola, (Dio è uno e trino) e si ritirava pregare solo per poter portare al mondo il frutto di quella preghiera.
In fondo eravamo in molti in quella chiesa non fatta di muri di cui Gesù stava gettando le fondamenta.
Quando ci incontriamo con il Signore, sicuramente è un’esperienza straordinaria, bellissima, paradisiaca(quando le cose vanno per il verso giusto).
Ma come per l’episodio della trasfigurazione, Gesù chiamò solo Pietro, Giacomo e Giovanni per farli assistere a qualcosa che avrebbe dato e rafforzato la loro fede, confermato la loro speranza.
Gli apostoli, chiamati prima del tempo ad assistere al miracolo, poi dovranno scendere a valle e anche Gesù, perché l’esperienza della croce lo aspettava, li aspettava.
Anche a Cana di Galilea Gesù anticipa quello che avverrà dopo la risurrezione.
È importante per noi che il Signore ci anticipi qualcosa, altrimenti brancoliamo nel buio.
Sono sprazzi di luce e solo per poco ci illuminano la Città Santa, ma servono a tenere desta la speranza, in base alla memoria di tanti benefici.
Ora dunque la liturgia ci ricorda che noi siamo tempio di Dio, impiegati come pietre vive.
Il tempio è Cristo, noi le pietre.
Il tempio già c’è, ma noi non possiamo starcene a guardare, perché ne siamo parte viva.
Questo ci serve per non tirarci fuori dalle responsabilità di collaborare a che la Chiesa si rafforzi e che non crolli.
Siamo collaboratori di Dio.
Ci è stato dato un corpo per comunicare, un corpo che deve comunicare l’amore effuso da Gesù sulla croce.
Se noi non usiamo il nostro corpo per questo fine, siamo destinati a morire, facciamo la fine di tanti templi crollati e ricostruiti nel tempo o definitivamente scomparsi anche dalla memoria.
Le pietre vive sono pezzi di carne, attraverso cui passa il sangue e l’acqua di Cristo, effuso dal suo costato.
Una pietra non può agganciarsi ad un’altra pietra se non c’è la malta.
I Romani, prima costruivano muri a secco, vale a dire senza malta e in questo sono stati maestri.
Ma l’edificio che noi dobbiamo costruire è un edificio spirituale, una casa di carne, è un cuore in cui battono altri cuori.
Il tempo distruggerà ogni cosa se al cuore di pietra non verrà sostituito un cuore di carne.

“Benedetto colui che viene nel nome del Signore”.(Lc 19,38)

Meditazione sulla liturgia di
giovedì della XXX settimana del T.O.

“Benedetto colui che viene nel nome del Signore”.(Lc 19,38)

Sono le parole con cui la folla accompagnò l’ingresso di Gesù a Gerusalemme.
Benedetto colui che viene nel nome del Signore dovremmo dirlo tutti, dovremmo esultare quando Dio manda qualcuno a parlarci, a spronarci, a scuoterci perché vuole la nostra salvezza.
Tutti quelli che il Signore manda ad annunciare la liberazione dei prigionieri, un’era di salvezza, di gioia, di pace, di prosperità, nella giustizia e nella verità, sono veramente benedetti perché attraverso di loro Dio ci rassicura, ci conferma che ci vuole bene e ci vuole salvi.
A Gerusalemme Gesù dovette constatare come la sua missione profetica non potesse essere realizzata nei confronti delle persone a cui era stato mandato, se non morendo.
Nessuno è profeta in patria.
I suoi lo dichiararono pazzo e lo rifiutarono, il popolo d’Israele rappresentato dagli uomini della legge, scribi e farisei, lo osteggiarono con ogni mezzo, lo ridussero al silenzio, condannandolo a morte.
Il piccolo resto era molto piccolo sotto la croce, un resto tanto piccolo da far pensare ad un completo fallimento dell’opera di Dio.
La madre e un discepolo, il discepolo che Gesù amava, quello che non aveva mai avuto dubbi sull’amore di Gesù.
Due personaggi che per grazia, per fede, per vincolo di sangue, dovevano raccogliere il dono dello Spirito e portarlo al mondo.
L’amore legava la madre al figlio e l’amore legava il maestro al discepolo.
A loro Gesù affida il compito di distribuire la sua eredità a quelli che aspettavano la salvezza.
Quali armi, quali strumenti avevano i primi cristiani per convincere chi non aveva conosciuto, incontrato Gesù, chi non ne aveva mai sentito parlare?
Non c’erano né la radio né televisione né giornali, eppure il cristianesimo si estese a macchia d’olio accendendo di entusiasmo tanti affamati, assetati, nudi, perseguitati.
Perché il cristianesimo prese così fortemente piede?
Perché molti erano quelli che sentivano il bisogno di qualcosa che desse senso alla vita di povertà, di sottomissione, di persecuzione,vita avara di beni materiali, di pace, di giustizia, di verità.
Così l’oppio dei popoli trasformò tutti i diseredati in gente gioiosa che imparò a mettere in comune con gli altri quel poco che aveva, che imparò a collaborare, che trovò una nuova e incredibile forza nell’appartenere alla famiglia dei figli di Dio.
Cosa poteva fare uno Stato potente ma oppressore insaziabile, cosa poteva fare un governante straniero ad un popolo di salvati che aveva come signore e maestro Gesù, figlio di Dio morto e risorto per noi?
“Benedetto chi viene nel nome del Signore”.
Dio dà la grazia a chi la cerca, a chi la chiede, a chi l’accoglie con cuore sincero.
Perché tanta gente non è portata a credere?
Perché Dio è visto come un optional, un elemento di disturbo, come ingombro inutile?
Cosa impedisce agli uomini di inchinarsi di fronte a lui?
Forse la mancata percezione del proprio limite, l’illusione che a tutto c’è rimedio e che, se non è a portata di mano, sicuramente con qualche imbroglio, artificio, possiamo sperare di cavarcela, senza dovergli dire grazie.
La cultura del nostro tempo tende a soddisfare i nostri bisogni non reali ma indotti dai mass media.
Ci bombardano con tanta pubblicità su ciò che possiamo ottenere con il minimo sforzo e ci convincono che la felicità è nelle cose, non nelle persone.
Prodotti sempre più appetibili e sofisticati ci sono presentati come panacea, come rimedio a tutti i nostri mali.
Così perdiamo di vista ciò che ci manca realmente e non cerchiamo ciò che ci rende felici.
Per tanto tempo le conquiste per me ritenute importanti, quelle che pensavo mi dessero la felicità, non sono state altro che terremoti, che hanno intaccato fortemente le mie sicurezze.
L’amore non si può comprare.
Quando per tutta la vita ti sei sentito solo a combattere con chi attentava alla tua autonomia e ti usava, certo che pensavi potesse darti la felicità le cose che l’altro possedeva per esercitare su di te il suo potere.
Così per sfuggire dal potere degli altri hai cercato ciò che agli altri dava potere per esercitarlo a tua volta e sentirti forte.
Solitudini diverse ma sempre solitudini sono quelle in cui il rapporto è con le cose e non con le persone.
Anzi quando il potere è nelle tue mani, perché possiedi gli strumenti per esercitarlo, ti senti più solo di quando qualcuno lo esercitava su di te, perché almeno ti faceva esistere, perché gli servivi.
La casa, il figlio, il lavoro, lo sposo, la sicurezza economica la giovinezza, la salute, la posizione sociale, sembravano gli ingredienti giusti per uscire fuori da un’era di sfruttamento e di buio, per vivere la piena felicità del dominio sulle cose e sulle persone.
Ahimè quanto è fallace la vita, quanto è doloroso constatare che la maschera che volevo togliere al mondo l’hai indossata tu per manipolare il mondo!
Quanta strada per riconoscere ciò di cui avevo veramente bisogno! Quanta sofferenza! Anni, anni di lotta, di ricerca, di purificazione del desiderio, anni in cui deserto è stato il maestro di vita, il deserto che diventava sempre più esteso e sconfinato man mano che cercavo ciò che avevo perduto.
Dipendere era la cosa che più mi faceva star male.
Ho avuto tutte malattie che mi costringevano ad una dipendenza frustrante, inaccettabile.
Ora è ufficiale.
Ho bisogno di chi mi accompagni.
Un certificato che oggi mi parla di Dio, dell’accompagnatore di cui non posso più fare a meno, di colui che mi ha rapito il cuore, si è impadronito di me e mi ha riempito di tutto ciò che non conoscevo ma che sento di fa vivere.
Il suo amore mi sostiene, mi dà la serenità, mi dà la pace di scegliere di morire ogni giorno un poco per essere riempita ogni giorno di Lui.
Benedetto colui che viene nel nome del Signore ora e sempre.
Grazie Maria perché non mi hai lasciato la mano e perché non te la prendi quando non ti saluto, quando non mi accorgo che ci sei.
Grazie perché so che una madre non dimentica mai di vigilare sui suoi figli.

La porta

SFOGLIANDO IL DIARIO…
29 ottobre 2008
Meditazioni sulla liturgia di
mercoledì della XXX settimana del T.O.
ore 4.40

“Sforzatevi di entrare per la porta stretta”.(Lc13,24)

Nella Bibbia si parla spesso di porte, una stretta e una larga.
Quella per entrare nel regno di Dio è stretta, quella che ci porta all’inferno è larga.
Nella parabola del buon pastore, Gesù indica qual è la porta e quale sia lo strumento per entrare nell’ovile.
Lui è la porta ma anche il guardiano delle pecore, per cui in Lui, via, verità, vita, si identificano.
In Lui troviamo tutto ciò che serve quindi per vivere.
Quando Gesù parla di vita, allude a una condizione esistenziale che prescinde dal tempo, e anzi lo annulla, trasformando il κρόνος in καιρός.
Il καιρός è il tempo delle occasioni favorevoli, il tempo dell’incontro con l’infinito di Dio.
Quando incontri Dio, esci fuori dal tempo per fare un’esperienza di vita totale, completa, profonda, eterna, trascendente.
La porta è Gesù, la porta stretta attraverso la quale passare per entrare nel grande mistero dell’amore infinito di Dio e naufragare dolcemente nel suo mare.
Ma perché troviamo scritto: “Io sto alla porta e busso?”
Che ci sia un’altra porta diversa da quella già qui citata?
Certamente.
La porta dell’uomo.
Non si può entrare nel regno di Dio se prima non abbiamo aperto la porta del nostro cuore a Lui, una porta che si apre dall’interno e che ci permette di fare conoscenza di Chi ci renderà capaci di diventare tanto piccoli da poter sperare di passare definitivamente dall’altra parte.
Già aprire il cuore.
“Aprite le porte a Cristo”, le parole del papa.
Gesù è l’unico dietologo che ci può far fare la cura dimagrante, insegnandoci e abilitandoci a fare a meno di tanti cibi dannosi per la nostra salute, cibi che ci portano alla morte.
Gesù, attraverso l’Eucaristia ci nutrirà con un pane speciale, il suo corpo che non provoca intolleranze, ma sicuramente ci depura da ogni scoria cattiva, dannosa, velenosa.
È questo un tempo in cui vanno di moda le medicine alternative per curare le intolleranze alimentari.
Siamo diventati tutti intolleranti e siamo disposti a venderci anche l’anima per trovare nei negozi addetti, farine alternative con cui impastare un pane che non ci intossichi.
Strano che tutto questo capiti oggi in cui il crocifisso è oggetto di discussione e causa di scandalo per molti che lo sentono come un attentato alla propria libertà.
Comunque la si veda la cosa, certo è che, se vogliamo dimagrire, per entrare nella casa di Dio e rimanerci per sempre, è necessario aprire la porta al medico alternativo, Gesù Cristo, che verrà se uno lo ama, insieme con il Padre e lo Spirito Santo, a dimorare presso di noi.
Le ricette sono pronte, basta leggerle e poi fare ciò che c’è scritto da 2000 anni a questa parte per capire il principio attivo, le indicazioni terapeutiche e gli effetti collaterali, che potrebbero turbare e far decidere di usare altri farmaci.
La porta stretta del Vangelo mi fa pensare oggi ad un’energica cura dimagrante che posso e devo fare, aprendo la mia porta a Cristo.

” Da Lui usciva una forza che guariva tutti” (Lc 6,19)

SFOGLIANDO IL DIARIO…

28 ottobre 2016
Meditazione sulla liturgia di
venerdì della XXX settimana del T.O.

Ss.Simone e Giuda Apostoli
ore 17.37

” Da Lui usciva una forza che guariva tutti” (Lc 6,19)

Mi piacerebbe approfittarne, accorrere come la gente del vangelo per ascoltarti ed essere guarita.
Guarivi tutti, c’è scritto, bastava toccarti.
Ma io sono qui, ancorata ad una sedia, con tanta stanchezza sulle spalle, alla fine di una giornata di servizio alla famiglia e di ricerca di un antidoto a tanto dolore.
La notte è stata lunga, buia e tormentata.
Il corpo straziato dalle corde impazzite dei nervi non ha trovato riposo. ù
Il rosario avvolto sul braccio è rimasto come segno di una fede paralizzata nell’attesa che tutto finisse.
La vita, non il dolore.
Tu Signore di notte ti ritiravi a pregare, prima di prendere qualsiasi decisione, pregavi per chiedere consiglio, per ringraziare, per benedire, per comunicare gioie e dolori di una vita donata a Dio Padre e agli uomini, anche a quelli che ti hanno tradito e continuano a farlo ancora oggi con più tenacia, perversione, malignità.
Hai pregato specialmente quando hai sentito l’impotenza della tua natura umana, la fragilità del tuo corpo, lo smarrimento dello spirito, hai sudato sangue nell’Orto degli Ulivi, mentre i tuoi più intimi amici dormivano.
Tu Signore eri certo che Dio ti stava ascoltando e hai detto, nel momento supremo “Dio mio, Dio mio perchè mi hai abbandonato?”
Anche io questa notte l’ho detto.
E’ l’unica preghiera che ho fatto.
Non c’erano altre parole che potessi rivolgerti nel vuoto e nel buio di un’angoscia senza fine.
Tante volte ti ho benedetto, lodato e ringraziato, tante volte la tua parola è stata un balsamo per suscitare in me altre parole di vita.
Il senso a tante notti passate insonni ormai da 40 anni l’ha dato la preghiera, la meditazione su quanto tu mi suggerivi giorno per giorno.
Questa notte, nel deserto,nel buio, nel tempo fermo sul dolore con un corpo che non sentivo più appartenermi, preda di uccelli rapaci e di bestie avide di preda, cosa potevo dirti che già non ti avevo detto?
Cosa chiederti che non ti abbia già chiesto e che tu conosci meglio di me?
Mi hai lasciato senza parole, senza strumenti per dirti ancora sì.
Hai permesso che di me facessero scempio le bestie feroci, hai permesso che mi fosse tolta anche la speranza di morire al più presto per porre fine al martirio.
Ora sono qui a chiedermi dove ho sbagliato, perchè non sono riuscita a toccare il tuo mantello.

Umiltà

“Chi si esalta sarà umiliato”. (Lc 18,14)

Ieri ho bruciato quattro volte quello che avevo messo a cuocere: carciofi, piselli, zucchine, acqua con il bicarbonato che sarebbe servita per staccare le incrostazioni del tegame.
Non c’è che dire un bel bilancio per una che si credeva un asso in cucina.
Franco, quando era piccolo, diceva:”Quando sarò grande voglio fare il cuoco per superare mamma almeno in qualche cosa.”
Sono sempre apparsa gli occhi di chi mi stava vicino brava, migliore di quello che in effetti ero e questo da un lato mi consolava, mi appagava, dall’altro mi portava a esibire la mia bravura, nascondendo con grande maestria gli errori che inevitabilmente facevo.
Mamma, quand’ero piccola, mi diceva sempre che ero brava prima di darmi una commissione.
La bravura era un sistema collaudato per farmi lavorare, ma era anche l’unica via per affermare la mia esistenza.
Ho sempre saputo di non valere molto, ma mi sono sempre vantata di riuscire a trarre vantaggio dal poco, dall’errore, dall’inadeguatezza attraverso una straordinaria abilità di copertura, di ironia, di distacco tra me e la cosa sbagliata.

Quanto più vado avanti nella conoscenza di Dio, attraverso la Sua parola, tanto più capisco me, i miei errori, la mia vulnerabilità, il mio limite.
La parola di Dio non aumenta tanto la Sua conoscenza come Essere perfetto, sommo Creatore, Signore del cielo e della terra, quanto la conoscenza del mio peccato.
La luce che viene dalla parola mette infatti in risalto sempre più il mio limite contrapposto a ciò che solo Dio può fare.

Tu gradisci, Signore, gli umili di cuore.
Ho sempre pensato che il peccato fosse separarsi da Te, vivere lontano dalla tua casa, non riconoscerti come fonte di vita.
Leggendo oggi la Tua parola mi è saltato davanti agli occhi l’atteggiamento del fariseo che pregava ringraziandoti della sua capacità di essere giusto e di osservare la legge.
Il fariseo in fondo ti riconosce il merito per tutto quello che hai fatto per lui sì da renderlo giusto.

I paragoni non mi sono mai piaciuti, specie nella fede, anche se sicuramente il giudizio sul comportamento degli altri mi ha molto condizionato nella progressione verso la comprensione del mistero.
Beato è chi si riconosce peccatore, incapace da solo di realizzare in pienezza la sua umanità.
“Io sono tu che mi fai” ho trovato scritto, parole che mi hanno evocato l’immagine della creta molle nelle mani del vasaio.
E quando sembra che il vaso abbia preso una forma, il vasaio può decidere di cambiarla, rimodellando a suo piacimento l’opera delle sue mani, per aumentarne la bellezza e l’armonia.
Lasciamoci plasmare da Dio, diventiamo creta molle nelle sue mani con l’ascolto e la preghiera, apriamoci alla sua opera creatrice che continua nella storia, che è l’unica che ci garantisce la vita.

Chi si vanta, si vanti nel Signore ( 1Cor 31)

“Si diventa eredi per la fede.”(Rm 4,16)

Meditazioni sulla liturgia di
sabato della XXVIII settimana del Tempo Ordinario

“Si diventa eredi per la fede.”(Rm 4,16)

Fede vuol dire fiducia.
In chi?
In Dio ci verrebbe da rispondere.
Ma quale Dio?
L’uomo da sempre ha riconosciuto la dipendenza, l’autorità, la superiorità di forze, persone superiori da temere e a cui sacrificare.
Il Dio creatore, Dio all’origine di tutte le cose unico è proprio dei popoli del libro: ebrei, musulmani e cristiani.
I popoli del libro.
C’è qualcosa che accomuna chi crede: la rivelazione di Dio attraverso la storia.
E questa è una cosa bellissima.
Un Dio che si preoccupa dell’uomo, che non pensa a se stesso, ma al bene dei suoi figli, un Dio che accompagna il suo popolo dandogli parole di speranza e di vita.
Un Dio da temere è quello dell’Antico Testamento, perché grande è la sua ira per quelli che non l’ascoltano.
Un Dio geloso delle sue creature, che ama in modo speciale le persone che si è scelto e solo a quelle riserba misericordia e amore.
Gesù è venuto a mostrarci il vero volto di Dio: l’amore.
Gesù è venuto a lasciarci lo Spirito di Dio.
Gesù è il postino, e colui a cui il Padre ha affidato il compito di mostrare la suprema armonia che regna nel cielo e che desidera estendere su questa terra.
Gesù che porta i doni è stato ribattezzato Babbo Natale ma a me viene da pensare che e più giusto chiamarlo Babbo Pasquale, perché il dono è operante solo nella Pasqua del Signore, quando il passaggio su questa terra è compiuto.
Gesù questo dono non ha aspettato di morire o di salire al cielo per lasciarne trapelare la luce, la straordinaria bellezza, la novità assoluta.
È un pacco bucato quello che ci ha consegnato Gesù sotto la croce, il Suo Corpo che non è a tenuta stagna, per cui pian piano che le gocce di sangue e acqua toccano terra danno vita ai semi sparsi sul suo percorso.
Aiutiamoli a crescere con il suo aiuto senza preoccuparci di quello che diremo e come lo diremo perché lo Spirito di Dio ci suggerirà ogni cosa al momento opportuno.
Gesù è venuto a mostrarci la relazione che lo unisce al Padre.
L’amore del figlio è la risposta all’amore del Padre.
In questa famiglia celeste non esiste nulla che sia pensato e che non venga all’esistenza.
Così se il padre ama il figlio il figlio il padre, il loro amore diventa una persona.
Lo Spirito Santo.
Come potrebbe chiamarsi Padre un dio senza figli?.
Un Dio solo è un Dio triste, ha bisogno di un tu che gli risponda.
Dio parla e la sua parola diventa, è, una persona.
Il Verbo
Ecco il figlio.
Tutto questo accade perché nella natura del padre c’è una forza insopprimibile, un’esigenza fondamentale che è quella di relazione.
Un Dio che non si relaziona è destinato a morire per autocombustione.
Perché la vita viene dalla relazione di un io e un tu da cui può nascere la vita.
Lo Spirito Santo è il dono che Gesù ci ha lasciato.
E il regalo di Pasqua.
Oggi il Vangelo ci parla di un peccato inescusabile..
La bestemmia contro lo Spirito Santo.
La bestemmia non è tanto rifiutare, rinnegare Dio padre o Dio figlio, quanto negare il dono, rifiutare il regalo che Dio attraverso il Figlio ci ha fatto per ridonarci la vita, renderci immortali.
Negare l’amore di Dio che si manifesta attraverso i Sacramenti, negare che Dio ci perdona, non credere nella misericordia di Dio. porta alla morte.
Giuda andò ad impiccarsi perché non credette alla misericordia di Dio.
Il più grande peccato, inescusabile, è non accogliere l’amore di Dio.
Gesù dice che possiamo rinnegarlo, come possiamo rinnegare il Padre, ma non possiamo rinnegare lo Spirito perché è l’unica fonte di vita.
Per questo la bestemmia contro lo Spirito è imperdonabile, non perché Dio sia cattivo, ma perché l’uomo deliberatamente sceglie di non vivere, di separarsi dalla fonte della vita, dalla luce che lo fa risplendere, come fece Satana quando decise che poteva fare a meno di Dio, separandosi a lui.
La divisione, la rottura del rapporto è conseguenza di una bestemmia contro lo Spirito.

Signore grazie perché mi hai fatto uscire dalla solitudine e mi hai fatto entrare nella tua casa che è casa di luce, di gioia, casa sempre in festa.
Grazie Signore perché ho tanto desiderato tornare a casa quando ero piccola e sognavo sempre la luce, lo spazio, la libertà che vi si godeva nel giardino dove abitava la mia famiglia, dove potevo giocare con i miei fratelli, dove i disegni sui muri, il glicine, la casetta di nonna Annina e nonno Giustino, la vigilanza delle zie tali per amore e non per legami di sangue, i fiori delle aiuole,i nascondigli e il pozzo pieno di mistero, pericolo e attrazione, il cancello mai chiuso con il catenaccio aperto ad ogni visitatore o pellegrino, il carretto dei nonni, la fatica e la gioia, il pianto e le risate, la vita che pulsava in ogni più piccola fibra di quel luogo del cuore e della fantasia.
Grazie Signore perché oggi ho capito il motivo per cui ho avuto sempre tanta nostalgia e desiderio di tornare in quel luogo.
La la vita scorreva tra le persone e le cose e te che le mettevi in relazione.
Il tuo Spirito li era presente, anche se in modo imperfetto, perchè tutti si volevano bene.
Oggi che nulla di quanto desideravo e mi rendeva felice è sopravvissuto nel tempo, sento che finalmente sono tornata a casa, nella casa della mia famiglia d’origine, la casa dove tu ti prendi cura di tutti i tuoi figli attraverso l’Amore che unisce il cielo alla terra.