“Molti credettero nel Signore” (At 9,42)

L'immagine può contenere: 1 persona, spazio al chiuso
“Molti credettero nel Signore” (At 9,42)
 
Queste parole sono dette a commento e conclusione del racconto, negli Atti degli apostoli, della guarigione di un paralitico e di una resurrezione ad opera di Pietro.
Abbiamo bisogno di miracoli per credere, ma continuiamo a cercarli in fatti straordinari, che la scienza, la ragione non risce a spiegare.
Gli Atti degli apostoli sono stati scritti perchè fosse evidente che Gesù non mentiva quando parlava dello Spirito Santo attraverso il quale avrebbe comunicato ai suoi discepoli se stesso, la sua natura, i suoi poteri.
Questa esprienza di fede è donata a tutti attraverso il Battesimo ma bisogna crederci e a quanto pare sono pochi, pochissimi quelli che credono che Gesù continua attraverso i sacramenti ad operare miracoli nella storia nostra e in quella delle persone con le quali veniamo in contatto.
Gesù ci ha donato il suo corpo morendo in croce per i nostri peccati, ma continua a farlo attraverso l’Eucaristia che ci fa diventare con Lui una cosa sola, carne della sua carne ossa delle sue ossa.
Gesù doveva però salire al cielo perchè lo Spirito di vita, scendesse sulla Chiesa e la rendesse capace di parlare ed agire nel suo nome e ottenere gli stessi effetti della Sua predicazione trasformandoci in testimoni credibili del Dio invisibile.
“Chi è l’uomo perchè te ne curi, il figlio dell’uomo perchè te ne ricordi, eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato, tutto hai messo ai suoi piedi” recita un Salmo.
Ma con Cristo siamo diventati più degli angeli, perchè siamo come Lui, figli di un unico Padre, fratelli in Gesù.
Carne e Spirito connotano la natura di Cristo e la nostra.
Non possiamo prescindere da questa verità che ci accomuna a Dio.
La carne è debole, la carne è per noi fonte di ogni preoccupazione, perchè con l’esperienza vediamo che è destinata a morire in un progressivo processo di involuzione, per quanti sforzi facciamo per rallentane la corsa.
Gesù si pone come pane di vita prima di morire, pane che diventa corpo e carne nell’istituzione dell’Eucaristia.
Se guardiamo ai nostri bisogni sembrerebbe che del corpo e del sangue di Cristo non sappiamo che farcene, visto che le nostre preoccupazioni sono legate a ciò che vediamo, a ciò che ci serve oggi, ciò che ci esonera dalle morti a cui la vita ci chiama, che non sono poche.
Gesù ci dà il suo corpo con i segni della passione, un corpo glorioso, risuscitato, ci dà un corpo su cui lo Spirito ha soffiato la vita, in una nuova creazione.
Di cosa abbiamo paura? Cosa ci può turbare se Dio, re dell’universo ci vuole dare attraverso il Figlio, se stesso, tutto se stesso, carne e spirito perchè Gesù è vero Dio e vero uomo e come tale può vivificare la nostra carne, può dare vita eterna al nostro corpo fatto di terra?
Non voglio scandalizzarmi delle parole di Gesù ma accoglierle e mediarle nella mia preghiera mattutina per rendergli grazie e chiedergli di non permettere mai che mi separi da Lui, perchè solo con Lui questo corpo mortale potrà vivere la gioia di essere dono per Lui e per tutti quelli a cui Lui vorrà portarmi.
Annunci

“Sento compassione di questa folla”(Mc 8,2)

L'immagine può contenere: una o più persone e spazio al chiuso
“Sento compassione di questa folla”(Mc 8,2)
Oggi la liturgia ci parla del miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, un miracolo riportato dai quattro evangelisti perchè è il più importante e significativo.
Parte da un sentimento, quello della compassione di Gesù per la folla che da tre giorni lo seguiva e pendeva dalle sue labbra.
L’iniziativa è sempre di Dio che sa di cosa abbiamo bisogno e guarda il cuore.
La folla seguiva Gesù per quello che diceva e per quello che faceva.
Orecchi e occhi coinvolti nella sequela di Cristo.
Ci sono persone che lo fanno ma distrattamente di corsa, non sono disposte a fermarsi, a sedersi, per gustare quanto è buono il Signore.
Dovere di sedersi, di fermarsi.
Facile a dirsi, impossibile a farsi.
Abbiamo troppe cose importanti che ci occupano la mente e come prestigiatori riusciamo a fare una miriade di cose contemporaneamente.
I telefonini o i tablet, conquista della nostra civiltà consumistica dove tutto e subito è portato su un piatto d’argento ci aiutano a spaziare con gli occhi e con la mente su un universo di informazioni..
Collegati con il mondo intero non ci accorgiamo che stiamo morendo di fame e che c’è Chi quella fame la potrebbe saziare, senza denaro.
Incontriamo ogni giorno sul nostro cammino chi offre a Dio la sua povertà, il suo pane e il suo companatico povero, semplice perché Gesù lo benedica e lo moltiplichi per darlo a noi.
Ma noi siamo distratti, abbiamo tutto e niente, il mondo in mano e niente che ci nutra veramente e ci sazi davvero.
Dio ha compassione di noi e aspetta che ce ne accorgiamo, che ci rendiamo conto che quello che ci serve solo lui lo può dare perché siamo suoi figli e conosce quali sono i nostri veri bisogni.
Penso a Giovanni, il nipotino che ho allevato a preghiere che non ha più tempo neanche per venirmi a dare un saluto, pur abitando di fronte a casa mia, sullo stesso pianerottolo.
Non ha tempo Giovanni perché frequenta il liceo, studia musica perché ha talento, si allena in una squadra di pallavolo per mantenersi in forma , e partecipa con interesse alle attività scoutistiche ogni settimana, con profitto studia e s’impegna in tutte le discipline, riempiendo i vuoti da un impegno all’altro chattando con il telefonino o con lo stesso ascoltando musica e guardando i video dei suoi beniamini.
Giovanni fa tutte le cose bene, ci tiene a non far brutta figura ed è dotato, grazie a Dio di una bella intelligenza, spirito creativo e insaziabile ricercatore di ciò che non conosce.
Così Giovanni, un ragazzo ok da tutti i punti di vista non ha tempo per dire buongiorno a chi gli abita di fronte e che guarda caso è la nonna che lo ha cresciuto e che ora sta ancorata ad una sedia.
Ricordo quando era piccolo e non esistevano queste diavolerie che passavamo il tempo a raccontarci una storia vera, una lui e una io.
Quante cose ci siamo inventate, quante scoperte, quanti scintillanti abbiamo colto nello snodarsi delle ore e dei giorni passati insieme!
So che Giovanni mi vuole bene e se non mi cerca è perché sa dove trovarmi quando gli serve qualcosa, senza cercare la connessione, visto che io ho una rete protetta e salvata garantita da qualsiasi evento distruttivo.
Riflettendo sul miracolo dei pani e dei pesci la mia attenzione non può non andare a chi non riesce a fermarsi, a sedersi per mangiare del pane dei figli.
Non a caso mi vengono in mente, alll’approssimarsi dell’11 febbraio, tutte le occasioni che il Signore mi ha messo davanti per fermarmi e ascoltare la sua voce.
All’inizio ho presunto che si può camminare, viaggiare anche stando fermi, prima ancora che inventassero tablet e telefonini.
Quando 45 anni fa successe la prima volta che mi fermò la malattia, me la cavai alla grande, come in seguito scoprendo in me inesauribili risorse per non soccombere ai colpi inclementi della sorte che mi riportava immabcabilmente a fare i conti con i miei limiti, ricorrendo a interventi, tutori gessi di ogni tipo e per tutte le parti del corpo.
L’11 febbraio del 1998 un tamponamento mandò in frantumi con le lenti multifocali le mie speranze, le mie certezze, tutto.
Fui costretta a fermarmi di brutto allora e per sempre, perché a causa di quell’incidente mi fu tolta la possibilità di continuare a svolgere il mio lavoro d’insegnante.
Mi convertii il 5 gennaio dell 2000 quando entrai in una chiesa per cercare una sedia e trovai il Signore ad aspettarmi nella Sua Parola di vita.
Dall’ascolto nacque anche il desiderio di partecipare alla mensa eucaristica dove il poco viene benedetto, moltiplicato, distribuito.
Non so se sarebbe accaduta la stessa cosa se avessi avuto a disposizione un telefonino o un tablet con cui riempire il vuoto dei giorni.
Grazie a Dio il mio nulla ha veicolato il Suo Tutto e per questo lo lodo, lo benedico e lo ringrazio.
Prego per tutti quelli che non hanno tempo di fermarsi, per quelli che rimangono a digiuno rincorrendo sogni, fantasie e desideri il cui appagamento dà soddisfazioni effimere e spesso delusioni cocenti.
Maria operi oggi e sempre perchè attraverso di lei ci venga il desiderio di sintonizzarci sulle frequenze dell’amore di Dio, in Lui trovando pace, gioia e vita senza fine.

COMPASSIONE

” Il Signore fu preso da grande compassione” (Lc 7,13)

La compassione è virtù divina, è lasciarsi toccare, penetrare fin nelle più profonde viscere dal seme della vita, è un anelito che sfocia nella vita di un’altra persona che ti entra dentro attraverso questo sentimento di luce e che poi esce fuori da te formato e vitale, miracolo di Dio che ogni volta ci sorprende con i fiori che continua a far spuntare nel nostro giardino.
Ho pensato a quante donne hanno la grazia di poter dare vita ad un bambino, e non sono consapevoli del miracolo di cui si fanno strumento e segno.
Oggi la liturgia ci fa assistere a due funerali, quelli a cui mai vorremmo partecipare, perché quando una madre perde un figlio non ci sono parole che consolano, presenze che attenuano la pena, a meno che non sia quella di nostro Signore che ci risuscita ogni volta che andiamo dietro ad una bara, ogni volta che ci portiamo in chiesa il nostro bagaglio di morte, i nostri fallimenti, il nostro orgoglio, le nostre divisioni, la nostra incapacità di commuoverci e perdonare.
Gesù ci aspetta anche oggi nella mensa eucaristica per darci ciò che ci serve per rialzarci, camminare spediti, per annunciare che eterna è la sua misericordia.
Ci sono morti chiusi in casse di legno e morti che camminano, morti di cui incrociamo lo sguardo triste, sconsolato, arrabbiato, sfiduciato, morti con gli occhi spenti, che da noi aspettano la resurrezione e la vita.
Ma che possiamo fare noi, poveri cristi, con tutti i problemi che ci affliggono a questa gente, tanti, troppi in verità, che ha perso la gioia di vivere isolandosi dal mondo, tagliando la rete di comunicazioni vitali per evitare il peggio?
Sono arrabbiati con gli uomini e con Dio queste persone che dimorano nei cimiteri.
Sicuramente se in chiesa ci vanno, non trovano quello che vogliono, non cercano quello che c’è, arrivano in ritardo e saltano la parte iniziale, la più importante, quella in cui si chiede perdono a Dio e ai fratelli per i propri peccati.
Perché la messa non è valida, ma meglio dire non porta frutto, se arrivi in ritardo e ne perdi un pezzo.
Contrariamente a quanto ci avevano fatto credere, che il precetto era assolto e non facevi peccato, se arrivavi prima che si scoprisse il calice.
Dicevo della messa e dei funerali.
“Annunciamo la tua morte o Signore e proclamiamo la tua resurrezione in attesa della tua venuta” lo dice il sacerdote insieme all’assemblea dopo la consacrazione.
In ogni celebrazione eucaristica ci confrontiamo con la morte, anche se non c’è un carro funebre.
Ma il Signore ha compassione di noi, del nostro pianto dietro le bare in cui abbiamo rinchiuso le cose inutili che ci sono venute a mancare.
Ci fa sedere e non ci chiede cosa ci manca ma cosa abbiamo. E’ quello che dobbiamo offrire, mettere nelle sue mani perché lo benedica.
Si può benedire la morte, la perdita del lavoro, un tradimento, la malattia, la solitudine?
Sembra impossibile, ma se lo fa Dio,( ci ha salvato attraverso il suo sacrifici), ci renderà capaci di fare altrettanto se mettiamo in comune quel poco che abbiamo, provando compassione per chi ha la morte nel cuore.
La chiesa anche durante funerali si trasformerà in una straordinaria festa di nozze dove da invitati scopriamo di essere i festeggiati, i risorti, sposi di Cristo che non smette mai di farci proposte d’amore. .

Guarigioni

” Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva.”(Lc 4,40)
Gesù comincia il suo ministero di evangelizzazione, cacciando i demoni, guarendo i malati, annunciando il vangelo.
La sua opera sembra frenetica, un cammino senza sosta, senza trattenere nulla per sé, guidato dallo Spirito, in connessione con la volontà del Padre ritagliandosi momenti di intimità e di comunione con Lui, quando ancora era notte o ritirandosi in luoghi solitari rubati alla pressione delle folle che lo cercavano per farsi guarire.
Gesù non è venuto per strabiliare l’uditorio come un mago, un giocoliere o un santone, non opera per raggiungere la fama, per ottenere prestigio, ma perché l’amore di Dio si manifesti attraverso di lui, per compiere la missione per la quale è stato mandato sulla terra.
Nella prima lettera di San Paolo ai Corinzi 3,1-9 si parla chiaramente del fatto che, chiunque annuncia il regno di Dio, chiunque battezza (Apollo Paolo) è un semplice ministro perché né chi pianta né chi irriga è qualche cosa ma Dio che fa crescere.
Gesù è Dio ma nel compimento della sua missione nel mondo è un intermediario, è un uomo vero, perfetto, che svolge la sua funzione per cui è stato mandato: :
guadagnare al Padre quanti più figli, quanti più fratelli, pellegrini nel mondo, sbandati, oppressi, bisognosi di aiuto.
Gesù fa miracoli perché la gente creda a quello che dice, ma si nasconde e impone il silenzio perché non vuole che la sequela sia un colpo di fulmine, una nube che svanisce al mattino.
Non si può diventare discepoli di Cristo se non ti sei sentito toccato, guardato, risollevato da lui, risuscitato, guarito.
Non sono le belle parole, i discorsi coerenti e ben articolati che convincono le persone, quando un evento che ti cambia la vita, nel quale riconosci la sua presenza e ti viene da dire: “Il signore è qui e non lo sapevo!”
Ma lo devi cercare Gesù, devi cercare la sua parola, la sua mano benedicente, cercare quale sia la sua vera identità, cercare, cercare…
Le folle lo cercavano.
Non tutti quelli che cercano lo trovano, quando in Lui cercano la soluzione ai propri problemi ovvero lo trovano ma non lo riconoscono o lo trovano e poi, tratto il beneficio cercato, lo perdono di vista e tornano alle occupazioni abituali.
La suocera di Pietro guarita dalla febbre, si mise a servire.
La guarigione è quando cominci a funzionare, quando assolvi alla funzione per la quale sei stato creato.
Quando ci si guasta la macchina o facciamo un incidente, portiamo la macchina dal meccanico o dal carrozziere.
Questo non vuol dire che siamo da quel momento esenti da qualsiasi altro guaio.
La macchina si può fermare di nuovo se non usiamo le dovute precauzioni, se non stiamo attenti.
Non si viaggia più come prima se si è sfiorata la morte.
Si diventa più prudenti.
Sono gli scriteriati continuano a pigiare l’acceleratore incuranti dei divieti e si sa la fine che fanno.
Gesù per farsi seguire, aveva bisogno di rimettere le macchine a nuovo, rimetterle su strada, fare il tagliando, ma di quelle folle osannanti sotto la croce nemmeno l’ombra

Miracoli

” Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva.”(Lc 4,40)
Gesù comincia il suo ministero di evangelizzazione, cacciando i demoni, guarendo i malati, annunciando il vangelo.
La sua opera sembra frenetica, un cammino senza sosta, senza trattenere nulla per sé, guidato dallo Spirito, in connessione con la volontà del Padre ritagliandosi momenti di intimità e di comunione con Lui, quando ancora era notte o ritirandosi in luoghi solitari rubati alla pressione delle folle che lo cercavano per farsi guarire.
Gesù non è venuto per strabiliare l’uditorio come un mago, un giocoliere o un santone, non opera per raggiungere la fama, per ottenere prestigio, ma perché l’amore di Dio si manifesti attraverso di lui, per compiere la missione per la quale è stato mandato sulla terra.
Nella prima lettera di San Paolo ai Corinzi 3,1-9 si parla chiaramente del fatto che, chiunque annuncia il regno di Dio, chiunque battezza (Apollo Paolo) è un semplice ministro perché né chi pianta né chi irriga è qualche cosa ma Dio che fa crescere.
Gesù è Dio ma nel compimento della sua missione nel mondo è un intermediario, è un uomo vero, perfetto, che svolge la sua funzione per cui è stato mandato: :
guadagnare al Padre quanti più figli, quanti più fratelli, pellegrini nel mondo, sbandati, oppressi, bisognosi di aiuto.
Gesù fa miracoli perché la gente creda a quello che dice, ma si nasconde e impone il silenzio perché non vuole che la sequela sia un colpo di fulmine, una nube che svanisce al mattino.
Non si può diventare discepoli di Cristo se non ti sei sentito toccato, guardato, risollevato da lui, risuscitato, guarito.
Non sono le belle parole, i discorsi coerenti e ben articolati che convincono le persone, quando un evento che ti cambia la vita, nel quale riconosci la sua presenza e ti viene da dire: “Il signore è qui e non lo sapevo!”
Ma lo devi cercare Gesù, devi cercare la sua parola, la sua mano benedicente, cercare quale sia la sua vera identità, cercare, cercare…
Le folle lo cercavano.
Non tutti quelli che cercano lo trovano, quando in Lui cercano la soluzione ai propri problemi ovvero lo trovano ma non lo riconoscono o lo trovano e poi, tratto il beneficio cercato, lo perdono di vista e tornano alle occupazioni abituali.
La suocera di Pietro guarita dalla febbre, si mise a servire.
La guarigione è quando cominci a funzionare, quando assolvi alla funzione per la quale sei stato creato.
Quando ci si guasta la macchina o facciamo un incidente, portiamo la macchina dal meccanico o dal carrozziere.
Questo non vuol dire che siamo da quel momento esenti da qualsiasi altro guaio.
La macchina si può fermare di nuovo se non usiamo le dovute precauzioni, se non stiamo attenti.
Non si viaggia più come prima se si è sfiorata la morte.
Si diventa più prudenti.
Sono gli scriteriati continuano a pigiare l’acceleratore incuranti dei divieti e si sa la fine che fanno.
Gesù per farsi seguire, aveva bisogno di rimettere le macchine a nuovo, rimetterle su strada, fare il tagliando, ma di quelle folle osannanti sotto la croce nemmeno l’ombra

Benedizione

“Mosè udì il popolo che
piangeva in tutte le famiglie(Nm 11,10)
Il miracolo della moltiplicazione dei pani, caratterizzata dalla benedizione che Gesù fa su quello che c’era, ci viene riproposto più volte nell’arco dell’anno.
Certo che Gesù avrebbe potuto dal niente far comparire montagne di cibo, ma il suo stile non è quello di fare miracoli per esaltare la sua onnipotenza, per acquisire credito e ricevere applausi .
Dio ci educa attraverso gli eventi, le prove della vita, la storia.
Invece di lamentarci per quello che non abbiamo, cominciamo a benedire ciò che abbiamo, ma soprattutto a vederlo, a chiedere a Dio di aprire gli occhi su ciò che c’è non su ciò che ci manca.
E’ una nostra abitudine lamentarci per tutto, rattristando lo Spirito.
San Paolo ci ricorda (1Tessalonicesi 5:16-18).
“Abbiate sempre gioia;
non cessate mai di pregare;
in ogni cosa rendete grazie,
perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.”
Certo che non è facile benedire sempre quello che abbiamo, tuttavia per arrivarci bisogna fare un continuo cammino attraverso il deserto dove scopri cos’è essenziale e impari a fare a meno di tutto eccetto che di Dio.
Mosè di fronte alle lamentele del popolo non fa come Gesù, ma si rivolge a Dio con la confidenza di un figlio e gli apre il cuore.
Ma ciò che mi piace del nostro Dio è che da’ il cibo a tempo opportuno e, se si fa attendere, è perchè ha un progetto più grande su di noi.
Mosè intercede per il popolo che gli è stato affidato non proprio con le buone maniere.
Ma Dio non si formalizza, a Lui interessa che il cibo o l’aiuto lo cerchiamo solo da Lui.
Benedire e non maledire è un punto di arrivo, è l’eterna contemplazione dell’amore di Dio, la pace e la gioia di chi ha capito che non di solo pane vive l’uomo.
Mosè porterà il popolo nella terra promessa, ma chi ci insegnerà a coltivarla è Gesù che da un piccolo seme fa nascere alberi frondosi e ricchi di frutti.
Il divino seminatore diventa il giardiniere perchè quel paradiso perduto ci sia restituito in tutta la sua primitiva bellezza.
E allora lodiamo, benediciamo e ringraziamo il Signore ogni momento, nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia, perchè tutto concorre al bene di chi teme il Signore.

Rimandi

“Chi ama me sarà amato dal Padre mio.”(Gv14,21)
Le letture rimandano tutte a qualcuno che non vediamo, non sentiamo, che fisicamente non c’è.
C’è un prima e un dopo, una memoria che diventa garanzia e promessa di un dono più grande.
Ma Dio dov’è, dove trovarlo?
Invano cerchiamo di catturarlo, imprigionandolo nei nostri schemi mentali, usando categorie umane.
Quando però ancoriamo Dio ad un luogo e ad un tempo definito, quando lo incaselliamo in un comportamento, una modalità conosciuta e sperimentata, ci paralizziamo e siamo incapaci di vederlo operare qui e ora nella nostra banale, insignificante e ripetitiva quotidianità chiusa alle incursioni dello Spirito.
Lo Spirito soffia dove vuole e non sai da dove viene nè dove va.
Nessuno può ritenersi depositario della verità se non Gesù Cristo figlio di Dio, che rimanda al Padre che gliela rivela, come accade a coloro a cui Lui la voglia rivelare, come accade a Paolo che opera il miracolo sul paralitico ma non se ne prende la gloria, rimandando tutto a Qualcuno che è sopra di lui, più grande di lui.
Le letture di oggi sembrano tutte improntate a dei rimandi, vale a dire ci inducono a guardare oltre le persone, oltre lo spazio e il tempo. Tutte ci dicono che Dio è l’inafferrabile e lo vedi solo dopo che ha lasciato il segno del suo passaggio.
Straordinario questo Dio che non si lascia fotografare, che si manifesta nei modi più impensati, con modalità sempre diverse.
C’è allora da chiedersi come essere certi di averlo incontrato, come essere certi che è proprio lui quando ci accadono cose straordinarie, quando assistiamo al miracolo di guarigioni, di resurrezioni, e ad altri eventi inspiegabili per la scienza.
E come possiamo credere che Lui ci sia quando un terremoto sconvolge un paese, facendo migliaia di vittime, o quando un barcone affonda portandosi dietro centinaia di disperati, quando i suoi nemici imperversano e si accaniscono contro chi porta il suo nome?
Dio è lì è qui, è in ogni luogo, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, c’è sempre anche se non lo vedi.
Tanti non credono, perchè permette tragedie a cui assistiamo ogni giorno, non credono pechè Dio dovrebbe solo evitare la morte, la fame, la malattia, la sofferenza, ecc ecc.
Un dio a nostra immagine e somiglianza farebbe le cose certamente meglio di come le fa lui.
Mi viene in mente quanto male mi ha fatto vedere gli ulivi potati dalla cooperativa della “Caritas”, a cui abbiamo dato gratuitamente in gestione la nostra terra, a cui non eravamo più in grado di provvedere.
Gli operai, povera gente che si deve inventare il mestiere, senza guida, invece di pensare ai frutti futuri hanno provveduto solo a far legna, tagliando i rami bassi e lasciando i fischioni alti infruttiferi.
Ma noi cosa avevamo fatto dell’oliveto?
In questi ultimi anni neanche la legna ci abbiamo preso.
Così ho ringraziato il Signore perchè era passato di lì, suscitando in noi il desiderio di dare a chi ne ha bisogno ciò che non ci serviva e offrendo la possibilità ad altri di ricavarne un beneficio.

Dio è in quegli ulivi smostrati, era in quelli carichi di frutti, era e sarà in ogni cosa che vive o che muore