” Gli corse incontro gli si gettò al collo e lo baciò.”(Lc 15,20)

Meditazioni sulla IV domenica di Quaresima
anno C

” Gli corse incontro gli si gettò al collo e lo baciò.”(Lc 15,20)

Non basta mai rileggere e meditare quanto è scritto in questa parabola specie ora che siamo in Quaresima e viviamo in funzione di questo abbraccio che Dio riserva a ciascun uomo quando decide di lasciarsi riconciliare con Lui.
Noi siamo abituati a lamentarci di tutto, perchè ci manca sempre qualcosa per sentirci pienamente sazi, soddisfatti, magari senza spostarci più di tanto.
Quando eravamo bambini molto piccoli vivevamo sereni perchè accanto sapevamo che c’era chi si prendeva cura di noi, prevenendo spesso il nostro pianto o asciugando con una carezza e un abbraccio le nostre lacrime.
I bambini sono i nostri maestri, l’ha detto Gesù e addirittura se vogliamo vivere nella pace e nella gioia e nell’amore di una casa dove non manca mai niente, bisogna rinascere dall’alto, come dice Gesù a Nicodemo.
La Bibbia ci parla dell’esodo come la più importante e significativa esperienza dell’uomo alla volta della terra promessa.
Abbiamo tanta paura della morte e cerchiamo in ogni modo di esorcizzarla.
Ma come si può chiamare la nascita, la prima nascita nella carne se non una morte a ciò che prima eravamo?
La permanenza nell’utero della madre dura nove mesi poi è tempo
espatriare, di uscire, di attrezzarci a respirare da soli, con i polmoni, anche se l’aria quando entra la prima volta fa male, molto male. Perciò piangiamo.
Il pianto è il segno che siamo vivi e sani e se qualcuno tarda interviene subito qualcuno a darci uno sculaccione perchè i nostri polmoni incomincino a funzionare.
Abramo obbedì al Signore quando gli disse di lasciare la propria terra e incamminarsi per un paese sconosciuto di cui Lui dava garanzia di prosperità e di vita.
Se Abramo disse sì a Dio per fede a noi non è chiesto il permesso di farci uscire dal grembo materno in cui eravamo tranquilli, al buio, ma provvisti di tutto.
Come ad Adamo non fu chiesto se era disposto a togliersi una costola per partorire Eva, così a noi non è chiesto se vogliamo o non vogliamo uscire allo scoperto, se vogliamo rinunciare ai vantaggi di stare in un ambiente protetto e sicuro.
Ma pare che sia importante avere consapevolezza di ciò che ci viene gratuitamente dato ed oltremodo più importante sapere che il bene, la felicità, la pace ha un prezzo.
Il prezzo più alto perché noi riavessimo tutto questo l’ha pagato Gesù, ma non basta a farti felice, se non ritorni nella sua casa.
E quando ci entri ti accorgi che sei tornato dentro un utero più grande dove non vivi solo tu, dove Lui provvede a che tu viva dell’opera delle tue mani, sapendo che chi fa piovere e fa crescere è sempre e solo Lui.
Non ci fa l’anestesia per farci partorire l’altro, il tu , la terra in cui Lui si è inchiodato, l’albero della vita che porta frutto a chiunque se ne voglia cibare, accettando di imparare da Lui la difficile ma non impossibile arte del contadino.

“Venite, è pronto”(Lc 14,17)

 “Venite, è pronto”(Lc 14,17)
Tu Signore oggi ci inviti, siamo gli operai dell’ultima ora, quelli che hai preso dai crocicchi delle strade, zoppi, ciechi, muti, sordi… Quanto tempo hai bussato alla mia porta!
Ma io non ti ho aperto perché non ti conoscevo, avevo tante cose da fare, tanti obiettivi da perseguire, tanti sogni da realizzare, non potevo permettermi di perdere tempo con uno sconosciuto.
Fin quando i sogni si sono retti in piedi, fino a quando il mio “volere è potere” mi ha garantito qualche effimero successo, non ho pensato di aver bisogno di te, perché bastavo a me stessa e la vita mi aveva insegnato che per esistere per gli altri dovevo compiacere, servire, essere brava, molto brava a cercare soluzioni per uscire dal panne e per insegnare a chi ne aveva bisogno  i trucchi che semplificano la vita.
Non ti ho aperto, non ti ho fatto entrare, ero troppo piena di me, perché tu trovassi uno spazio nel mio cuore di pietra.
La mia terra si era indurita, incapace di produrre fiori e frutti, per questo cercavo nella gratitudine degli altri quel nutrimento di cui avevo bisogno per restare in vita.
Signore questa mattina, leggendo il vangelo ho pensato che nella mia vita ho fatto tutto a rovescio, allontanandomi dalla fonte della vita, cercando il plauso delle persone, e fuggendo lontano da me stessa, dalla terra che tu mi avevi dato e cercando lontano ciò che avrei trovato se avessi scavato vicino, dentro.
Tu mi dici che mi riporterai nella mia terra, la terra che hai dato ai nostri padri, che cambierai il mio cuore di pietra in cuore di carne, perché possa tornare in vita e battere per te che sei il mio sposo e per tutti quelli per i quali ti sei sacrificato.
Penso a ieri sera quando Gianni mi ha portato l’Eucaristia, un frammento dell’ostia spezzata dal sacerdote nella consacrazione.
I margini irregolari e la forma imperfetta, il pezzo di un corpo donato per amore mi ha fatto trasalire e commuovere e non solo.
Mi è sembrato in quel momento di avere di fronte te crocifisso, le tue piaghe e le spine e la lancia e gli sputi e gli oltraggi, tutto mi è comparso davanti mentre guardavo la sacra particola che mi mostrava il prezzo del nostro riscatto.
Mi guardavi e mi chiedevi di fare altrettanto.
“Fate questo in memoria di me”.
Pensavo a questo periodo così burrascoso, alla devastazione del mio corpo, alle tempeste che si agitano nella mia mente  e nel mio cuore e mi sentivo fortemente chiamata in causa.
La paura ti gela le vene, ti paralizza le ossa e io non faccio che chiederti aiuto, pietà, misericordia, perché nessuno o nessuna cosa mi tolga la mia gioia.
Voglio morire cantando a te un inno di lode, voglio sentirmi da te amata fino all’ultimo respiro.
Oggi mi rinnovi l’invito.
Non posso venire al tuo banchetto, ma tu non ti formalizzi e ti sposti e vieni a casa mia.
Ti presenti sempre in modo imprevedibile e nuovo, come un re o un mendicante, ma sempre in  cerca dell’uomo per comunicargli il tuo amore.
Ti aspetto  o mio Signore, non tardare.

San Matteo

“Seguimi!” (Mt 9,9)
“Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto” (Ef 4,1)
Oggi il Vangelo ci interpella perché Gesù non invita solo Matteo a seguirlo, ma ognuno di noi che sta arroccato sul suo scranno ad aspettare che gli altri gli diano il giusto tributo di onore e di gloria.
Sentirsi chiamati a seguire Gesù non è cosa che capita tutti i giorni, non perché Gesù non ci chiami, ma perché le nostre orecchie sono occupate ad ascoltare altro e non ci accorgiamo neanche che c’è qualcuno che passa e ci guarda con compassione.
Chi non avanza qualcosa da qualcuno, chi non si sente trascurato, abbandonato, giudicato delle persone a cui tiene di più?
Chi non si sente emarginato, messo in un angolo se fa un brutto mestiere, maledetto mestiere, come quello di esattore delle imposte e collaboratore di ingiustizia?
Ma ci sono altri che non si pongono nessun problema, perché si sentono a posto, perché non fanno del male a nessuno, almeno così credono, ma sicuramente si lamentano e sono oppressi se non viene dato loro il giusto tributo.
Chi ha orecchie da intendere intenda, dice il Signore.
Bisogna avere le orecchie e Dio ce le ha date per ascoltare, non per tapparcele con gli auricolari collegati allo smartfhone.
“ Ascolta Israele, se tu mi ascoltassi!” troviamo scritto.
Ascoltare viene dal verbo “audire” (ascoltare), parente stretto di “oboedire” (obbedire, ascoltare agendo di conseguenza) e Dio vuole che noi apriamo le orecchie al suo messaggio e agiamo di conseguenza.
“Seguimi!”
Non è così facile seguirti Signore, anche se subito siamo affascinati dalla tua figura, dall’autorevolezza delle tue parole, da quello che si dice di te e decidiamo di spostarci, di cambiare posizione.
Ma quando vediamo cosa comporta la tua sequela ci allontaniamo da te.
“Sulla tua parola getteremo le reti” risposero gli apostoli a te che consigliavi di fare una cosa impensabile, addirittura da pazzi, quella di andare a pescare al mattino.
Tutti sanno che i pesci di giorno non li trovi in superficie, specie i pescatori.
“Seguimi!” dicesti a Matteo che da subito si trovò a doversi confrontare con il giudizio malevolo di coloro che ti criticavano.
“Non sono venuto a chiamare i giusti. ma i peccatori” rispondi ai tuoi detrattori.
Chissà come si deve essere sentito Matteo che comunque era consapevole di essere stato graziato nel momento in cui ha deciso di rispondere al tuo invito.
Quanti di noi accettano di sentirsi peccatori, sentirsi bisognosi di perdono! Ci sentiamo tutti i giusti, perché non facciamo male a nessuno e certe volte, quando decidiamo di andarci a confessare, facciamo una grande fatica a fare un esame di coscienza e a trovare qualche peccato da dire al sacerdote.
Molto spesso le nostre confessioni consistono nel raccontare i peccati degli altri, perché noi non ne abbiamo o, se ne abbiamo, sono pochi e di lieve entità.
I peccati di giudizio sono quelli che ci accomunano un po’ tutti, perché il cervello lo usiamo in genere per giudicare gli altri, ma molto raramente noi stessi.
“Misericordia voglio e non sacrificio”.
Quante cose facciamo con sacrificio ma senza amore, spendendoci in maniera forte per qualcuno o qualcosa, ma sempre lamentandoci se non ci corrispondono e non apprezzano i nostri sforzi.
“Fate poche cose ma quello che fate, fatelo con amore” ha detto Madre Teresa di Calcutta, perché è l’amore che salva, è l’amore che ti dà la pace, è l’amore che crea relazioni profonde.
Matteo è diventato santo perché è partito dalla consapevolezza di non essere nel giusto e di avere bisogno di qualcuno che lo rimettesse in piedi, che lo mettesse in un circolo di relazioni feconde e durevoli.
Leggendo il brano del Vangelo ho pensato che potevo essere Matteo, chiamato da Gesù, ma che potevo anche essere quella parte di gente che criticava il maestro per le sue frequentazioni, i puritani.
Certo che noi non possiamo dirci esenti da questo peccato, quando vediamo che persone che hanno commesso ogni genere di malefatte poi vengono da Dio perdonate.
Saremmo noi capaci di fare lo stesso nei confronti di chi ci ha fatto del male?
Perdonare non sette ma settanta volte sette sembra impossibile.
Ma niente è impossibile a Dio perché lui ci renderà capaci se ci fidiamo di lui.
Proviamo a metterci nei panni di Gesù e vedere come si comporta, perché dobbiamo imitare lui e non c’è da scandalizzarsi che si mischi con della gente poco per bene.
Basta guardare il luogo dove nacque e dove fu deposto, sicuramente un luogo dove nessuno si sognerebbe di far nascere un bambino, a meno che non vi sia costretto.
Dio per incarnarsi poteva scegliere una reggia, una clinica altamente qualificata ma da subito ci ha fatto capire quali sono le sue preferenze.
Alla fine non possiamo che dire come il centurione “Domine non sum dignus”.
Non siamo degni Signore di tanta grazia, di tanto amore perché siamo sporchi dentro e fuori, perché siamo cattivi, perché siamo gente di dura cervice, maleodoranti.
Eppure tu non ti schifi, non ti sei schifato perché ”tutto è puro per i puri” e il male non viene da fuori ma da dentro.
Niente può cambiare la naturale immagine che hai scolpito nel nostro cuore.
Impresse nella mente e nel cuore conservo e adoro le tue parole.
“ Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza, maschio e femmina li creò”.
Signore voglio somigliarti, voglio essere come te, voglio stare dentro di te, non mi voglio mai allontanare da te.
La meditazione di questa mattina ha rinforzato il desiderio di farmi ammaestrare da te, perché sono sempre più consapevole che giudizi e pregiudizi minano il nostro rapporto.
Aiutami Signore a guardare sempre te, ad aprire le orecchie alla tua parola, a metterla in pratica con il tuo aiuto.

“E voi chi dite che io sia?”(Mc 8,29)

SFOGLIANDO IL DIARIO…
13 settembre 2009
Domenica della XXIV settimana del T.O. anno B
“E voi chi dite che io sia?”(Mc 8,29)
Oggi  Signore mi riproponi la domanda che esige una risposta chiara e convinta.
I tuoi discepoli fecero fatica a capire fino a quando non scese lo Spirito Santo sopra di loro.
Dovevi morire, Signore, perché la tua identità fosse svelata e non ci fossero dubbi su Chi ti aveva mandato e su cosa eri venuto a mostrare.
Le letture di oggi parlano dell’agire conseguente all’essere, della fede che, senza le opere, non vale a nulla, perché, se uno ama, agisce di conseguenza.
La conseguenza dell’amore, la testimonianza di quanto tu tenevi e tieni a noi l’hai data, offrendoti in sacrificio per la nostra salvezza Dovevi patire e morire, perché potesse scendere lo Spirito Santo a illuminarci.
Trentotto anni fa io e Gianni ci siamo sposati con la testa piena di sogni, ignari di quanto la vita matrimoniale fosse impegnativa, di quanto l’amore fosse  intransigente.
Abbiamo camminato, lottato fianco a fianco per tanti anni, da soli, vicini nel corpo, ma non uniti nello spirito, contro le avversità della vita.
Non noi , la nostra relazione di coppia, ma la mia malattia è stata la protagonista del nostro matrimonio.
Tu ci portavi in braccio in quegli anni bui, quando tutte le illusioni man mano cadevano, ma noi non ce ne siamo accorti.
Oggi sei diventato il nostro punto di riferimento, Signore , che ci sforziamo di non perdere mai di vista.
Ti vogliamo lodare, benedire e ringraziare, perché tu sei la ragione della nostra speranza.
Tu doni pace al tumulto del cuore, tu ci togli la paura e riannodi i fili spezzati della nostra comunicazione ancora tanto faticosa da sembrare a volte impossibile.
Tu Signore sei stato la nostra salvezza, tu la roccia che non crolla, dai senso al nostro soffrire, forza alle nostre braccia stanche.
Tu rinnovi ogni giorno il nostro cuore, rendendolo capace di amare.
Signore grazie per questo tirocinio costante, questa lotta a cui tu ci stai abituando, perché possiamo gustare già da adesso un frammento di paradiso e dire agli smarriti di cuore:” Coraggio, il Signore è con te!”
Signore non so come e dove saremmo oggi se non ti avessimo incontrato.
Certo che il nostro cuore sarebbe in subbuglio, forse ci avremmo messo un catenaccio perchè non andasse in frantumi.
Saldamente legati, vincolati con doveri di reciproco amore, tu hai riscritto la nostra storia perché ti rendessimo gloria e mostrassimo al mondo quanto è grande la tua misericordia.

“Signore ricordati che ho camminato davanti a te con fedeltà ( Is 38, 3)

Ricordati

“Signore ricordati che ho camminato davanti a te con fedeltà ( Is 38, 3)
Sono qui, Signore, alla tua presenza, a ricordarti che ho camminato davanti a te con fedeltà da tanto tempo ormai.
Non mi sono risparmiata, ho dato tutto quello che potevo.
Sicuramente con il tuo aiuto ho fatto tante più cose di quelle che avrei pensato di poter fare da sola, ma adesso sono stremata.
Questa vita è diventata un martirio, una salita al monte Calvario di cui non si riesce a vedere la vetta.
Signore tu lo sai, tu lo vedi.
I miei piedi sono gonfi sono malati, non c’è più nessuno che mi spinga, che mi porti in braccio,  perché le forze sono venute meno  anche a quelli che mi accompagnavano fisicamente.
Signore perché non mi ascolti, perché te ne stai in silenzio, perché devo essere così triste fino alla morte?
Tu sei il mio Dio. Tu mi hai creato. Io sono tua. Finora ho pensato che tu eri un padre e che non avresti permesso che un figlio soffrisse così tanto.
L’ho sempre detto e  l’ho sempre proclamato ad alta voce davanti alla tua assemblea.
Ho sempre creduto che i miei tempi non erano i tuoi tempi, che dovevo aspettare con pazienza, con perseveranza e continuare a pregare.
Ma adesso Signore perché questo martirio si prolunga così tanto, perché devo soffrire così, perché Signore non hai pietà di me?
Qual è il tuo progetto su di me?
Qual è la strada che io posso seguire, che sia una strada di speranza,di gioia,di stupore, di condivisione e non di solitudine, di aria pura da respirare, una strada di libertà, di verità, di vita?
Signore tu lo vedi, tu lo sai; non ho più parole per dirti la mia pena, nè per cantare le tue lodi.
“Mi si attacchi la lingua al palato se ti dimentico Gerusalemme!”
 In questi giorni sto pensando che forse mi sono sbagliata e che forse tu non esisti, che tu sei il frutto di un mio desiderio, una mia proiezione, perché avevo bisogno di qualcuno che mi ascoltasse, mi desse consigli, avevo bisogno di qualcuno che mi facesse sentire meno sola… ma è vero che ci sei?
Dammi un segno Signore della tua grazia, della tua misericordia, del tuo amore.
Non è possibile che io ogni giorno sia distesa sul lettino di qualche medico, di qualche operatore sanitario per sottopormi ad indagini o trattamenti di ogni tipo più o meno  invasivi, dolorosi,dannosi, mai risolutivi.
Io non ti chiedo di guarire, perchè troppi danni ha subito la mia casa per i ripetuti terremoti, per l’incuria e l’incompetenza degli addetti ai lavori e anche, non posso negarlo per  mia colpa.
Ti chiedo una pausa, una vacanza dal dolore.
Io ormai non posso neanche pensarle le vacanze, che non sia la messa quotidiana dove ti cerco e spesso non ti trovo.
E anche quando riesco a farmi accompagnare, tu sai che non mento, i dolori non cessano di tormentarmi.
Signore voglio andare in vacanza da questo corpo che da anni mi fa così tanto soffrire, un corpo all’apparenza sano che non giustifica, neanche attraverso le analisi, i” casini” che racconto.
Signore abbi pietà di me!

Un bicchiere di acqua fresca

 
SFOGLIANDO IL DIARIO…
12 luglio 2010
lunedì della XIV settimana del Tempo ordinario
ore 9:00
“Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli … non perderà la sua ricompensa”(Mt 10,42).
Al mare.
“Un bicchiere di acqua fresca”.
L’omelia di Don Carlino a Radio Mater si è soffermata su quel bicchiere d’acqua fresca che ognuno di noi deve dare all’orfano, alla vedova, a chi non ha nessuno che si prenda cura di di noi, che lo assista, che lo curi, che paghi per lui.
Un bicchiere di acqua fresca.
Tutti siamo più o meno capaci di dare un po’ di acqua a chi ha sete e ce lo chiede.
L’acqua costa poco, la cosa che almeno nei nostri paesi industrializzati scorre nei tubi e arriva ai rubinetti delle case, depurata, limpida, potabile.
Dei servizi che ci fornisce lo Stato, il Comune, la Regione, il Quartiere è quello più a buon mercato.
Per questo, quando pensiamo all’acqua da dare non ci sembra che il Padreterno ci chieda un grande sforzo.
Ma non è così per tutti gli uomini.
Ci sono quelli che l’acqua se la devono conquistare scavando con le mani nella sabbia, rompendo la roccia, aspettando che dal cielo arrivino aiuti umanitari o succhiandola attraverso cannucce dai pantani di piogge rade che di tanto in tanto scendono come manna dal cielo.
Ricordo il Sahel e il e il Kalahari, luoghi studiati sui libri, quando non c’era la televisione a mostrarceli nei documentari.
Un’acqua che anch’io mi sono dovuta sudare, quando appena finita la guerra, le condutture erano rotte e arrivava solo la notte qualche ora, seppure… a fare la veglia, stare di sentinella, aspettando il gorgoglio festoso che ci riempiva di gioia.
Noi eravamo piccoli e non eravamo addetti ai lavori pesanti, però ricordo il razionamento dell’acqua di giorno, specie quando faceva caldo e volentieri ci avremmo sguazzato nell’acqua, come oggi fanno Giovanni ed Emanuele nella piscina in campagna.
Un bicchiere d’acqua fresca.
Se uno ti dà un po’ d’acqua fresca capisci che si è preoccupato di te, che ti ha dato di più di quello che tu gli hai chiesto e di più di quello che speravi e lì riconosci il Signore che si sta chinando su di te, che ti sta curando le ferite e ci sta versando l’olio della sua tenerezza.
“Sono sazio degli olocausti di montoni
e del grasso di pingui vitelli.
Il sangue di tori e di agnelli e di capri
io non lo gradisco…” lo detesto, come detesto ciò che mi dai senza metterci il cuore, senza che quell’offerta risponda, corrisponda ad un sacrificio reale e non virtuale, un sacrificio che impegni e coinvolga tutta la tua persona….
“La sera in cui fu tradito prese il pane, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: prendete e mangiate… Prendete e bevete…”
Gesù ci dà il suo sangue che non è limpido, nè fresco, quello di una persona sgozzata come un agnello condotto al macello.
Eppure quel sangue ci toglie la sete e ci rigenera e ci dà vita.
Un bicchiere di acqua fresca.
È quello che detti a Nuccio mio fratello negli ultimi tempi della sua malattia, negli ultimi tempi della sua vita, è quello che detti a papà quando lo andavo a trovare e parlavamo di Dio e della Madonna e della pianta che, man mano che cresce, va travasata in un vaso più grande per poi tornare nel grande Giardino, lì dove può espandersi e crescere e fare ombra e dare frutti dolci e maturi.
Acqua fresca.
Nuccio me ne dette quando cominciò ad accorgersi che io cucivo e che mi avrebbe fatto piacere avere dei fili ( che gli avanzavano dal campionario di rappresentante di filati), ma l’acqua più fresca me la diede comprandomi ( nella sua ultima uscita, prima di morire) una sedia reclinabile perchè stessi più comoda quando andavo a trovarlo.
A volte, anzi sempre non ci accorgiamo che quello che abbiamo dagli altri è fresco ed è anche buono, perché siamo voraci, perché siamo sempre proiettati sul dopo e non siamo abituati a ringraziare

“Abbiamo peccato contro di te”(Dn 9,8)

“Abbiamo peccato contro di te”(Dn 9,8)
“Siate santi perchè io sono santo…. sarete perfetti com’è perfetto il Padre vostro che è nei cieli…siate misericordiosi com’è misericordioso il Padre vostro..”
La santità, la perfezione, la misericordia sono attributi di Dio. Come possiamo pensare di essere come Lui?
Eppure Gesù ci invita a fare ciò che sembra impossibile ad ogni uomo che abbia un po’ di senno.
Come si può imitare Dio?
L’uomo crede di essere Dio ma non è Dio. Da qui la tragedia del peccato e le sue conseguenze su tutto il genere umano.
Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza, c’è scritto.
Cosa vuole dirci la scritta , quando parla del progetto di Dio e del limite dell’uomo?
Infatti se siamo dei come un salmo recita, pure ci scontriamo ad ogni piè sospinto con la nostra fragilità, incompetenza, limite, arroganza, orgoglio, peccato.
Dio ci dice una cosa e noi riscontriamo quanto sia difficile realizzarla, difficile conciliare la contraddizione del nostro essere creature e l’aspirazione a diventare come Dio.
Chi è Dio? Ci chiedevano all’esame che ci faceva il vescovo prima di darci la Comunione e la Cresima.
“Dio è l’essere perfettissimo, creatore e Signore del cielo e della terra”
Fin qui nulla da eccepire anche se l’immagine che Di Dio ci veniva trasmessa era distante anni luce dalla nostra capacità di farla nostra e di entrare in una relazione profonda, efficace e gioiosa con Lui.
Dio era lontano e noi speravamo sempre che fosse distratto quando razzolavamo male.
Non ricordo preghiere che mi abbiano fatto sentire il suo cuore battere sul mio, non ricordo nulla che mi abbia fatto sentire partecipe delle sue decisioni, dei suoi precetti imposti con autorità e senza discussione.
Ma la Scrittura non mente e se allora non sapevo neanche che Dio aveva parlato, nè sapevo dove trovare quanto aveva lasciato scritto, adesso lo so e cerco con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta me stessa, un incontro che mi apra sempre più cuore e mente alla sua infinita misericordia.
L’onnipotenza di Dio è onnipotenza di amore. Come possiamo noi raggiungere una meta così alta?
Oggi la liturgia ci propone la confessione dei peccati riportata dal libro di Daniele.
“A te la misericordia, a noi la vergogna sul volto, perchè abbiamo peccato contro di te”
La santità, la perfezione, la misericordia di Dio si possono acquisire solo se ci riconosciamo peccatori, bisognosi di santità, di perfezione, di misericordia.
Spesso non ci sembra di aver molto peccato e le parole che leggiamo ci sembrano esagerate, ma questo accade perchè siamo molto superficiali nel guardare le nostre colpe, molto più puntuali e oggettivi nel giudicare qulle altrui.
Saremmo bravissimi se l’atto di dolore lo dovessimo suggerire noi agli altri, perchè non ci sfugge niente di quello che di sbagliato gli altri fanno, mentre siamo estremamente tolleranti nei nostri cofronti.
Come Signore superare questo che è il problema di ogni uomo?
Come riuscire ad essere imparziali e confessare solo ciò che riguarda il nostro comportamento, le nostre passioni, inclinazioni cattive, la nostra indifferenza nei riguardi del tuo corpo sofferente?
Ci aiuti la tua Parola, Signore, a farti spazio, a lasciarci illuminare dal tuo fascio di luce, a lasciare che tu guardi e ti prenda cura delle nostre lacerazioni, che tu Signore ci trasfiguri, ci renda belli come il sole, ci rivesta degli abiti lavati nell’acqua al fonte battesimale.
Che la tua luce Signore ci faccia desiderare di essere da te purificati, che il nostro peccato ci aiuti a non giudicare gli errori degli altri ma aumenti la nostra capacità di amare, divenendo così tuoi collaboratori di giustizia.
Salvaci dall’indifferenza Signore mio Dio, Maria Santissima non lasciare che ci perdiamo per strada, incapaci di accogliere tanto amore.