Il Dio di Gesù Cristo

Meditazioni sulla liturgia di
giovedì II settimana tempo di Pasqua

” Di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo”(At 5,32)

Lo Sprito Santo , questo sconosciuto a cui non riusciamo a dare una sembianza di persona ricorrendo a simboli che ce lo facciano sentire vivo e operante nella nostra storia.
Eppure, anche se pensavo fosse un optional, quando Annamaria e Graziellina vennero ad annunciarne la potenza a casa mia, durante il mandato missionario a loro affidato nel 2000, mi sono dovuta ricredere non poco, come è accaduto per Gesù Cristo, altro optional, di cui avevo sentito parlare senza sentirmi minimamente coinvolta in quello che si diceva di lui.
La verità è che il vangelo non lo avevo mai neanche sfogliato, ad eccezione di quando dovetti fare gli esami di greco all’università, attenta alle regole, ma non ai contenuti.
Eppure, anche se il Dio che conoscevo, di cui mi avevano parlato era quello dell’Antico Testamento, un Dio giustiziere implacabile di chi trasgredisce le regole, pure nella ricerca di una religione personale e alternativa mi ero andata convincendo che se c’era un Dio era un Dio Amore, quell’amore che per quanto mi sforzassi non aveva trovato riscontri nella mia esperienza personale.
Più andavo avanti e più sentivo l’esigenza di essere amata per quello che ero, di essere capita, accettata, di essere guidata , consigliata in tutto quello che continuava a succedermi, senza peraltro essere esonerata dal fare, collaborare, condividere tutto con Lui.
Non so come mi sia nata questa idea, come sia maturata dentro di me.
Una cosa è certa: la solitudine, il non senso della vita senza punti di riferimento stabili, l’amore imperfetto degli uomini mi avevano fatto pensare che Dio era tutto quello che mancava alla mia vita.
Certo mi mancava la salute, ma non mi pesava questa situazione che si protrae ormai da tantissimi anni, quanto il portare il peso della croce ( allora non sapevo si chiamasse così) da sola, senza consolatori, senza nessuno che mi si sedesse accanto e parlasse al mio cuore.
Certo è che se mi sono intestardita sull’idea che Dio è amore, sicuramente non potevo inventare una cosa di cui non avevo fatto esperienza.
Come si può desiderare ciò che non si è mai conosciuto?
L’amore della madre, dello sposo, del figlio, delle amiche più care, avrebbero dovuto farmi desistere da questa idea, ma niente da fare.
Le esperienze mi mettevano sempre di fronte ad amori ingannevoli, imperfetti, amori incapaci di darmi gioia duratura.
“Chi mi vuol seguire prenda la sua croce, e mi segua”dice Gesù.
La croce intesa come capacità di amare l’ha suggerita don Carlino, profeta di Dio, che mi ha fatto riconciliare con tutte le mie malattie, perchè ho capito che la malattia più grande è quella di non essere capaci di amare.
Certo è che se uno cerca l’amore non si sogna di cercare qualcuno da amare, ma qualcuno che lo ami.
Così è successo a me che cercando l’amore come cosa da ricevere, ho trovato l’amore come cosa da dare.
E’ successo con mio fratello, segnato da una malattia incurabile, a cui pensavo poter dare scienza, intelligenza, consigli, ma poi alla fine ho capito che di fronte alla morte certa l’unica cosa che potevo dargli era il mio amore incondizionato, standogli accanto, attenta a tutti i suoi bisogni.
Il suo bisogno più grande, capii era non solo quello di non essere lasciato solo, ma soprattutto di non rimanere a digiuno dell’Eucaristia che lui aveva preso l’abitudine di ricevere ogni giorno, da quando il male lo aveva costretto a fermarsi.
La sua casa era vicina ad una chiesa.
Così l’ultimo gesto che feci per farlo contento fu quello di cercargli un sacerdote che gli portasse la Comunione, pur non essendo convinta che lì ci fosse Gesù, ero certa che per lui era importante e gli avrebbe fatto bene per la sua fede.
Mio fratello aveva smesso di alimentarsi quando padre Clemente gli portò la Comunione, e forse fu l’ultima cosa che riuscì ad ingoiare.
Ripensando a tutto questo non posso che affermare che non io ma lo Spirito di Dio ha agito sì da portarmi poi a cercare ancora l’amore, una volta morto mio fratello e a riconoscerlo in un crocifisso.

Lo Spirito di Dio ha guidato i miei passi, mi ha fatto proclamare ciò che ancora dovevo sperimentare, a Champoluc, dove il prete scomunicato s’indignò fortemente quando osai contraddirlo sull’identità di Dio.
Amore e mistero a confronto in quella discussione che mise fine ai miei pellegrinaggi quotidiani alla baita dove celebrava la messa mischiando la Parola di Dio con quella degli uomini saggi.

Il mistero dell’amore di Dio lo svela Gesù Cristo, che è venuto a mostrarcelo e a darne testimonianza morendo sulla croce per noi.
Con Gesù il mistero è svelato e, se gli crediamo fino in fondo, attraverso lo Spirito effuso sulla chiesa risaliamo al Padre, rinasciamo con il Battesimo dall’alto, sì da fare esperienza piena di un amore che genera figli amanti perchè amati.

Grazie Gesù che ci hai mostrato il mistero della nostra identità, perchè quello che importa ad un Padre non è la sua felicità, ma la felicità dei suoi figli, qualunque sia il prezzo. E tu sei Dio, come lo è lo Spirito Santo che ci guida alla verità tutta intera, come lo è il Padre, creatore e Signore di tutto il creato, il Figlio, il Verbo incarnato, lo Spirito Santo l’amore fecondo.

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“Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui”.( Lc 20,38)

VANGELO (Lc 20,27-40)
In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». 
Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».
Dissero allora alcuni scribi: «Maestro, hai parlato bene». E non osavano più rivolgergli alcuna domanda.
Parola del Signore
Il Vangelo di oggi ci invita a riflettere sulla funzione del corpo che non è quella di prendere o lasciare, ma di accogliere.
Dopo la morte il corpo non avrà bisogno di nessun accessorio per funzionare, vale a dire amare, perchè tutto il corpo sarà capace di esprimere e comunicare l’amore, senza occhi, braccia, mani …altro.
Il corpo il Signore ce lo ha dato come strumento di comunicazione e la sfida è nel riuscire a mettersi in contatto con l’altro senza fili… una rete gratuita e illimitata che il Padreterno ci dà verso tutti, per sempre.
Il Web forse non a caso è stato inventato per mettere in comunicazione le persone anche se non si vedono, non si conoscono, usando non tutto ciò che normalmente serve per una relazione giusta, corretta, completa.
Ebbene io oggi uso solo le dita e quella parte di vista che mi rimane per comunicare con gli amici virtuali di Internet, ma un giorno non avrò bisogno neanche di questo.

” Come può un uomo aver ragione davanti a Dio? (Gb 9,2)

” Come può un uomo aver ragione davanti a Dio? (Gb 9,2)
Ci sono cose che non capiamo Signore. Il dolore innocente, la radicalità del vangelo.
Oggi vorrei esprimerti quello che sento nel profondo del cuore, lasciandomi illuminare da te, non coprendo nulla di ciò che svela la mia identità.
Sono tua figlia, bisognosa di aiuto, in tutto dipendente da te che sei mio Padre, un Padre speciale, unico, un Padre nel quale siamo compresi e dal quale siamo attratti, ma che non riusciamo ad abbracciare, perchè sei infinitamente più grande di noi.
Tu hai creato il cielo e la terra, hai dato ordine e leggi all’universo…
Signore e maestro del tempo e della storia noi ci sentiamo polvere sulla tua bilancia.
La nostra vita è un soffio, un soffio gli anni della giovinezza, un soffio tutto ciò che un tempo ritenevamo importante, imprescindibile.
E’ proprio vero che le cose si apprezzano quando le perdiamo e più non ritornano come i tuoi doni che man mano ci chiami a riconsegnare.
La croce che sembra schiacciarci con te è più sopportabile, a volte addirittura è grazia, quando riusciamo a percepire il tuo respiro, e il tuo cuore sul nostro stesso giaciglio.
Tu compagno di viaggio, mite e umile di cuore, nella nostra quotidiana battaglia ti nascondi nelle pieghe sgualcite della nostra storia e a volte, anzi troppo spesso non ti riconosciamo, perchè di te ci siamo fatti un’idea sbagliata.
Così se incontriamo un salvatore, un aiutante, uno che ci solleva dai problemi, pensiamo che sei tu o un angelo mandato da te per salvarci.
E’ più difficile trovarti, quando la prova si prolunga nel tempo , quando non ci sono samaritani che si prendano cura di noi, quando il silenzio della nostra casa diventa assordante e nessuno più bussa alla nostra porta.
La preghiera diventa un lamento, una flebile richiesta d’aiuto, quando siamo soli e nessuno ci può sentire.
E’ in quell’abisso di straziante dolore che tornano in mente le parole della Sacra Scrittura, tante volte lette e meditate, frammenti di luce nella notte.
A te salgono smozzicati pensieri, padre nostri e avemarie di cui tu solo percepisci il senso, o almeno questo speriamo.
Sei tu il nostro unico conforto, non c’è padre, fratello, sorella, figli, impegni di lavoro, casa, sedia o letto che ci attirino, che ci distolgano dal cercarti .
Scopriamo quanto sei importante per noi solo se siamo sulla croce.
E’ quello il momento in cui ti fai piccolo e vieni a visitarci.
Ogni volta che un uomo ti invoca, ti chiama, ogni volta che la nostra debolezza chiede aiuto alla tua misericordia, avviene il miracolo di essere portati come il buon ladrone in paradiso.
Quante volte Signore ti lasci crocifiggere per noi, quante volte rinnovi il tuo sacrificio per sollevarci dalla polvere e liberarci dai lacci di morte!
Le ragioni del Signore chi può scrutarle?
Tu sei morto per me e questa è l’unica ragione per cui continuo a cercarti.

Vanità delle vanità

Meditazioni sulla liturgia di

giovedì della XXV settimana del Tempo Ordinario
“Non c’è niente di nuovo sotto il sole”(Qo 1,9)
Vanità delle vanità
Tutto ciò che cade sotto i nostri occhi, tutto ciò di cui facciamo esperienza, è soggetto alla legge del tempo, è vanità.
Non c’è cosa che rimanga in eterno, per sempre, uguale, ferma, posseduta, niente che possa darci la sicurezza dell’eternità.
Tutto muta sotto i nostri occhi, anche se assistiamo impotenti al ripetersi di fenomeni rovinosi che non possiamo cambiare.
Tutto è vanità, dice il Qoelet e veramente lo scetticismo prende l’uomo, ma anche la disperazione del non senso, quando riflette sul tempo come suo nemico, il tempo che gli toglie ogni giorno qualcosa, il tempo contro il quale non può fare nulla, perché ci sono processi che possono essere rallentati, migliorati, ma la morte è per tutti.
Niente di nuovo sotto il sole, dice Qoelet, riflettendo sull’acqua che dal cielo scende sulla terra e poi risale in cielo, sul sole che sorge e tramonta, sulle stagioni che continuano ad avvicendarsi.
Un creato quindi spettatore impassibile della tragedia che ogni uomo vorrebbe evitare per non essere risucchiato nel nulla, per non tornare in polvere, per non essere dimenticato, non esistere più.
Tutto è sottoposto alla legge della corruttibilità anche se sembra eterno rispetto all’uomo, perché il sole, la pioggia, il vento, il mare non hanno la possibilità, la capacità di raccontare, tramandare, esprimere, direi gioire o piangere, perché non sono dotati di anima.
Giovanni quando era piccolo animava tutti gli elementi della natura, li disegnava due a due, perché si facessero compagnia.
Quando non poteva farlo, come per il sole, disegnava nuvole amiche che gli facevano tornare il sorriso, quando era triste o arrabbiato.
Ora ha scoperto i mostri e le battaglie cruente per far prevalere la verità e la giustizia e i suoi disegni hanno perso della freschezza e bellezza proprie dei piccoli.
Un triste destino ci accomuna tutti, perché se un bambino risolve con la fantasia i problemi del male, del dolore del mondo ricorrendo a superpoteri di mostri, personaggi dotati di superpoteri, nella realtà però viviamo l’incapacità di opporci al degrado, alla cattiveria, al limite che è dato alla natura e all’uomo.
Erode cercava di vedere Gesù perchè era incuriosito da quello che si diceva di lui, che gli ricordava la figura di Giovanni Battista decapitato per un assurdo capriccio di chi da lui si voleva difendere.
Gesù gli faceva pensare a qualcosa che già conosceva, come accade ad ognuno di noi che non siamo tranquilli fino a quando non mettiamo le nostre paure nel recinto, fino a quando non cataloghiamo, etichettiamo, riponiamo nello scaffale l’esperienza nuova e la associamo nello stessa cartella di altre.
Il nuovo non trova spazio nella nostra credenza, il nuovo ha bisogno di nuovi contenitori che in questo caso sembra non esistere, perché l’incorruttibile non può essere compreso dal corruttibile, l’eterno dalla carne.
Così Erode cercava di vedere il Gesù, cercava di capire chi fosse.
Il passo del Qoelet ci fa piombare nel non senso di questa nostra esistenza, ci mostra una verità che ci fa paura.
Il Vangelo ci pone di fronte a qualcosa che sfugge alla comprensione umana, perché nuovo e noi abbiamo finito per credere solo alle cose che conosciamo.
La straordinarietà di Gesù è che lui è solo lui può dare all’uomo la risposta ai suoi tanti interrogativi, dubbi, relativi al senso da dare a ciò che scorre sotto i nostri occhi, a ciò che viviamo nella nostra personale esperienza cognitiva e relazionale.
Gesù è risorto e vive, il suo corpo abbraccia il prima e il dopo e il durante, il suo corpo dà vita a quelli che non ci sono più, speranza di eternità a noi che stiamo qui a combattere la nostra insensata battaglia con il tempo che fugge.
È lui che abbraccia il tempo, è lui che ci trasporta nella dimensione di una vita che non si interrompe, ma che interagisce con le altre vite, ieri oggi sempre.
Il corpo di Cristo, la sua Chiesa.
Questa consapevolezza mi dà molta consolazione, mi appaga la mente e lo spirito e apre la mia bocca alla lode perché ci sentiamo veramente persone nuove.
Questo mistero ci risucchia e ci immerge nelle acque limpide e chiare dell’amore di Dio.
Gesù ha inaugurato un nuovo giorno, lui il sole che non tramonta, ha fermato il tempo e ci ha messo nella sua eternità, l’ottavo giorno, il giorno dopo il sabato, il giorno della sua resurrezione.

“Voi siete il corpo di Cristo”(1Cor 12,27)

“Voi siete il corpo di Cristo”(1Cor 12,27)
Gesù risuscita il figlio della vedova di Naim perché è mosso a compassione delle lacrime della madre.
La morte non lo tocca, non è per lui un problema, perché l’ha vinta per sempre, offrendosi in sacrificio per noi.
Gesù in questo passo viene chiamato il Signore per la prima volta dall’evangelista Luca che gli dà il titolo che gli spetta, nel momento in cui mostra il suo potere sulla morte
Sant’Ambrogio ha visto nel pianto della donna prefigurato il pianto della Chiesa per la morte di Cristo.
Quel “Non piangere!” ci fa venire in mente il “Donna perchè piangi?”, parole rivolte da Gesù alla Maddalena che lo cercava in un cimitero.
“Non cercare tra i morti colui che è vivo “dicono i due angeli alle donne sconcertate davanti al sepolcro vuoto.
 Gesù è Signore della vita.
Luca mette questi due miracoli, quello della resurrezione del giovanetto e quello della guarigione del servo del centurione, a sostegno della risposta di Gesù sulla sua identità, agli inviati di Giovanni Battista.
«Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona notizia. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».
“Sei tu quello che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?” gli avevano chiesto.
I discepoli di Giovanni Battista non so se ne furono convinti fino in fondo e certe volte viene pure a noi il desiderio di sapere se è vero che Gesù è Cristo, il padrone della morte o se ne dobbiamo aspettarne un altro, visto che a morire continuiamo a morire tutti e nessuno è tornato a dirci il contrario
Ciò che affligge l’uomo di tutti i tempi è proprio il pensiero di dover morire, per cui si cerca in tutti i modi di anestetizzarsi perché non si accetta di dover lasciare prima o poi la propria vita con tutto ciò a cui si è legati.
La vita è un dono, ma  non tutti la ritengono tale, quando la malattia o la morte vengono a visitarci.
“Donna ecco tuo figlio!”
Lo dice Gesù sulla croce alla madre consegnandogli Giovanni un altro figlio da amare e a cui trasmettere tutto ciò che lui aveva insegnato,
“Figlio ecco tua madre!”
Lo dice al discepolo perché si prenda cura di lei, della Chiesa  di tutti i fratelli che la costituiscono, che formano il Suo Corpo mistico.
Tanti Gesù a cui dare vita..questo è il compito di ogni cristiano.
In punto di morte Gesù si preoccupa della sua Chiesa che non può reggersi se non c’è chi si prenda cura l’uno dell’altro
Noi siamo corpo di Cristo con il Battesimo, siamo innestati in Lui e da Lui attingiamo la fede, la speranza e l’amore, vale a dire quella predisposizione dell’anima ad anteporre ai nostri interessi gli interessi dell’altro.
Come  serbatoi veniamo riempiti dalla Sua linfa vitale e ci svuotiamo per irrigare le terre deserte e infruttuose di tanti fratelli lontani.

“Donna ecco tuo figlio!”. (Gv 19,26)

“E anche a te una spada trafiggerà l’anima.” (Lc 2,35)
“Donna ecco tuo figlio!”. (Gv 19,26)
 Nel momento in cui Maria perde il figlio, Gesù gliene consegna un altro, glielo affida, perché si prenda cura di lui e lui di lei.
Bellissimo questo momento che la liturgia ci propone e che la Scrittura ci impone come fondamento della nostra fede.
La morte come passaggio del testimone, come momento di comunione tra chi se ne va e chi resta.
“Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.”(Mt 28,20)
 Bisogna credere che qualunque sia il compito a noi affidato, Lui c’è sempre.
 È lui che trasforma i nostri pani raffermi, i nostri pochi e non proprio freschi pesci in cibo che sfama le folle.
Gesù è il maestro, è stato il maestro di Maria, colui che il Padre ha mandato perché della Scrittura sperimentasse appieno il complimento, la gioia di essere salvata e salvare.
Ecco il mistero che oggi si svela nella salvezza dell’altro, di coloro che si sono affidati a noi.
Oggi sperimentiamo e godiamo appieno della nostra salvezza che è liberazione dalla schiavitù del peccato, liberazione da tutte le sovrastrutture, gli involucri, i travestimenti che ci impediscono di muoverci liberamente e di presentarci a Dio completamente nudi, senza vergogna e agli altri, mostrando le nostre inadeguatezze, i nostri limiti, come luoghi dove lo spirito opera e si manifesta.
Grazie Signore di questa festa grande che tu ci hai dato di contemplare e di vivere, davanti o te ieri, nella croce innalzata, crocifisso dagli uomini, innalzato dal Padre nella gloria.
“Guarderanno a colui che hanno trafitto”(Zc 12,10)
A te Signore vogliamo guardare, da te vogliamo sentire le parole estreme, quella sete che ancora si placa dell’amore che vuoi dare ad ogni uomo, di quella sete che hai affidato a Maria e a Giovanni di colmare attraverso le parole, i segni che ti hanno contraddistinto durante la vita.
Grazie Signore perché ci hai dato Maria come madre, grazie perché ci hai dato persone che si sono presi la briga di raccontare cosa è successo, la storia che li ha coinvolti e ammaliati, grazie per tutti quelli che ci hanno trasmesso la fede.

” Chi semina nelle lacrime, mieterà con giubilo”(Sal 126,5)

SAN LORENZO
” Chi semina nelle lacrime, mieterà con giubilo”(Sal 126,5)
Oggi la tua paola Signore non è consolante, ogni versetto che ho letto da quando ho aperto gli occhi parla di morte, di croce, di rinnegamento, di lacrime.
Ho cercato di fare mie le parole di San Paolo che ho trovato nella liturgia delle ore, In cui si parla di consolazione ricevuta e data in ogni tribolazione.
Certo è che man mano che proseguivo la lettura di quello che oggi tu volevi dirmi, il tuo volto lo vedevo severo e accigliato, esigente in ogni cosa, e mi riusciva difficile percepirne la tenerezza e l’amore di cui sento oggi, in questo periodo della mia vita particolare, bisogno.
Ti ho sentito e continuo a sentirti un Dio intransigente e severo, anche se per il nostro bene.
Anche io sono stata intransigente e severa nei confronti delle persone che mi sono state affidate, di cui mi sono fatta carico, ma le ho accompagnate con le regole più che con gesti d’amore e di tenerezza.
Un’educazione anaffettiva non poteva fare più disastri e tanto è stato, perchè il disastro più grande l’ho fatto a me stessa, disprezzando il mio corpo, vergognandomi di come ero e cercando tutti i modi possibili per coprirne le storture.
Ho usato di tutto per nascondere, mimetizzare agli occhi estranei ciò che di me non era bello per paura delle critiche e così ho preso le distanze da me e dagli altri per paura di soffrire.
Ho eretto muri, ho lavorato indefessamente per non sentirmi dire ciò che io dentro sapevo essere vero, che non volevo venisse alla luce.
Ora che esibisco le mie infermità, che mi faccio vanto della mia debolezza, per dare gloria te Signore, certo non vivo tranquilla. E mi dispiace.
Mi chiedo perchè proprio a me, perchè per così lungo tempo devo pagare le colpe non solo mie ma anche quelle che mi sono state trasmesse, perchè la tua scelta è caduta su di me e non mi togli gli occhi di dosso,perchè devo soffrire sempre come una bestia e non avere neanche un momento di tregua, di pace del corpo oltre che dello spirito.
Per questo oggi sono polemica nei tuoi confronti Signore e mi viene in mente l’atteggiamento di Elia perseguitato che si voleva lasciare morire perchè non ce la faceva più.
Tu non hai permesso che morisse di fame, ma lo hai supportato per tutti i quaranta giorni che gli ci vollero per uscire dal deserto.
Ma quanto durano questi quarant’anni?
Perchè hai messo davanti ai miei occhi tante cose belle e poi te le sei riprese e continui a riprendertele, man mano che passano gli anni?
Perchè non mi prendi sulle spalle, come il buon pastore con l’agnellino appena nato, come un padre il figlio che non sa camminare… perchè Signore a me sono negate carezze e tenerezze e abbracci di cui io non sono capace?
Perchè questa paralisi del cuore che si è trasferita al mio corpo legato con cento funi di ferro e quando non bastano con busti, gessi, tutori, protesi di ogni tipo?
Un giorno certo capirò, un giorno ti vedrò, un giorno ti abbraccerò perchè ti vedrò faccia a faccia e più non ti nasconderai nelle tue benedizioni che entrano rompendo i vetri.
“se il chicco di grano non muore…Va vendi tutto….rinnega te stesso….prendi la croce e seguimi….beati gli afflitti…i perseguitati..”
Il tuo Signore oggi mi sembra proprio un linguaggio duro e impietoso.
Per questo ho chiamato in mio soccorso Maria, la madre che ci hai donato, che ci ha adottato, a cui mi sono consacrata, perchè mi faccia fare l’esperienza della gioia, di quel “Kaire!”, “Rallegrati!” che l’angelo le disse, perchè tu Signore eri con lei, sei con lei.
Voglio anch’io rallegrarmi, ritrovare la gioia di essere salvata qualunque sia il prezzo da pagare.