“Donna sei liberata dalla tua malattia” (Lc 13,12)  

“Donna sei liberata dalla tua malattia” (Lc 13,12)
Gesù il giorno di sabato continua a scandalizzare con il suo comportamento contrario al dettato della legge che obbligava il riposo e l’astensione da qualsiasi attività produttiva.
Il riposo di Dio del settimo giorno della creazione aveva portato gli Ebrei a rendere sacro il sabato.
Ma Dio ha bisogno di riposarsi?,
Dio ha smesso di creare il settimo giorno?
A me pare di no perchè, se smettesse di agire, noi moriremmo tutti all’istante, in quanto la vita non dipende da noi ma da Lui, e da lui dipende l’equilibrio delle forze che regolano l’avvicendarsi delle stagioni, i movimenti delle stelle e delle galassie, il colore dei fiori e il loro profumo.
Come pensare ad un Dio che sta fermo?
A me sembra impossibile.
Basta pensare all’incarnazione del Figlio per convincerci che, da quando aveva completato la creazione, non è stato a guardare.
Come un ingegnere che è soddisfatto solo se vede realizzato il suo progetto, così Dio si è preso cura dell’esecuzione dei lavori, li ha diretti e continua a farlo, affidando ad ognuno il compito di realizzarli insieme a lui, sotto la sua guida.
Il Dio con noi e per noi c’è sempre stato e ha continuto a parlarci attraverso la natura, la cultura, i profeti, la storia, ha continuato ad accompagnarci e a salvarci.
Per questo gli Ebrei celebrano il sabato come memoria anche della loro liberazione dalla schiavitù degli Egiziani.
Cosa non ha fatto Dio dal giorno in cui ci ha creati?
Basta leggere la Bibbia perchè emerga il suo volto di misericordia, di compassione, volto di madrre e di padre, di fratello, di amico, di sposo.
Gesù, se non l’avevamo capito, è venuto a mostrarci il vero volto del padre, a rendercelo tangibile, a togliere il velo che ci impediva di vederlo faccia a faccia.
Gesù è morto ma è anche risorto, è vivo, presente e cammina con noi ed è uno di noi, è in ogni fratello che ha bisogno d’aiuto.
Che sia sabato o domenica o un giorno qualsiasi della settimana, non importa per il cristiano che è entrato nel riposo di Dio.
Ogni giorno, infatti, siamo chiamati ad incontrare il suo volto di carne, a perderci nei suoi occhi di sete e di fame, a porgere la mano e riscaldare chi ce l’ha tanto fredda da sembrare inaridita.
Voglio ringraziare il Signore per questo ottavo giorno che ci ha regalato, Lui Signore del tempo, l’unico che poteva moltiplicarlo e renderlo eterno.
Lo voglio benedire perchè nella vita impari con Lui che ogni giorno nasci a vita nuova quando l’altro, il tuo prossimo ti interpella e ti chiede di scaldargli la mano.
Il tempo diventa eterno se hai Dio nel cuore, se con Dio ami, combatti, speri.
Se con Dio ti chini sulle ferite del mondo e vi versi l’olio della Sua tenerezza.
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COMPASSIONE

” Il Signore fu preso da grande compassione” (Lc 7,13)

La compassione è virtù divina, è lasciarsi toccare, penetrare fin nelle più profonde viscere dal seme della vita, è un anelito che sfocia nella vita di un’altra persona che ti entra dentro attraverso questo sentimento di luce e che poi esce fuori da te formato e vitale, miracolo di Dio che ogni volta ci sorprende con i fiori che continua a far spuntare nel nostro giardino.
Ho pensato a quante donne hanno la grazia di poter dare vita ad un bambino, e non sono consapevoli del miracolo di cui si fanno strumento e segno.
Oggi la liturgia ci fa assistere a due funerali, quelli a cui mai vorremmo partecipare, perché quando una madre perde un figlio non ci sono parole che consolano, presenze che attenuano la pena, a meno che non sia quella di nostro Signore che ci risuscita ogni volta che andiamo dietro ad una bara, ogni volta che ci portiamo in chiesa il nostro bagaglio di morte, i nostri fallimenti, il nostro orgoglio, le nostre divisioni, la nostra incapacità di commuoverci e perdonare.
Gesù ci aspetta anche oggi nella mensa eucaristica per darci ciò che ci serve per rialzarci, camminare spediti, per annunciare che eterna è la sua misericordia.
Ci sono morti chiusi in casse di legno e morti che camminano, morti di cui incrociamo lo sguardo triste, sconsolato, arrabbiato, sfiduciato, morti con gli occhi spenti, che da noi aspettano la resurrezione e la vita.
Ma che possiamo fare noi, poveri cristi, con tutti i problemi che ci affliggono a questa gente, tanti, troppi in verità, che ha perso la gioia di vivere isolandosi dal mondo, tagliando la rete di comunicazioni vitali per evitare il peggio?
Sono arrabbiati con gli uomini e con Dio queste persone che dimorano nei cimiteri.
Sicuramente se in chiesa ci vanno, non trovano quello che vogliono, non cercano quello che c’è, arrivano in ritardo e saltano la parte iniziale, la più importante, quella in cui si chiede perdono a Dio e ai fratelli per i propri peccati.
Perché la messa non è valida, ma meglio dire non porta frutto, se arrivi in ritardo e ne perdi un pezzo.
Contrariamente a quanto ci avevano fatto credere, che il precetto era assolto e non facevi peccato, se arrivavi prima che si scoprisse il calice.
Dicevo della messa e dei funerali.
“Annunciamo la tua morte o Signore e proclamiamo la tua resurrezione in attesa della tua venuta” lo dice il sacerdote insieme all’assemblea dopo la consacrazione.
In ogni celebrazione eucaristica ci confrontiamo con la morte, anche se non c’è un carro funebre.
Ma il Signore ha compassione di noi, del nostro pianto dietro le bare in cui abbiamo rinchiuso le cose inutili che ci sono venute a mancare.
Ci fa sedere e non ci chiede cosa ci manca ma cosa abbiamo. E’ quello che dobbiamo offrire, mettere nelle sue mani perché lo benedica.
Si può benedire la morte, la perdita del lavoro, un tradimento, la malattia, la solitudine?
Sembra impossibile, ma se lo fa Dio,( ci ha salvato attraverso il suo sacrifici), ci renderà capaci di fare altrettanto se mettiamo in comune quel poco che abbiamo, provando compassione per chi ha la morte nel cuore.
La chiesa anche durante funerali si trasformerà in una straordinaria festa di nozze dove da invitati scopriamo di essere i festeggiati, i risorti, sposi di Cristo che non smette mai di farci proposte d’amore. .

Testimonianza

Meditazioni sulla liturgia di giovedì
della seconda settimana di Pasqua
 

“Di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo ” (At 5,32)

Gesù è risorto e abbiamo per questo festeggiato la Pasqua.
L’hanno fatto anche quelli che non credono, ma hanno fatto festa, senza il festeggiato.
Capita spesso, quando siamo invitati ad una cena o ad un pranzo, di ignorare le persone, intenti solo a godere di quello che gratuitamente ci viene offerto.
Gesù per farsi riconoscere non ha usato gli stessi strumenti, non ha seguito una modalità standard per tutti.
A Giovanni bastò vedere il sepolcro vuoto e i teli piegati per credere. ” Vide e credette”.
Alla Maddalena servì sentirsi chiamata per nome, ai discepoli di Emmaus servì rileggere la storia alla luce di Cristo, lo sconosciuto personaggio che, dopo essersi fatto loro compagno di viaggio, nel pane spezzato e condiviso si fece riconoscere.
Agli apostoli che si erano affaticati invano dopo una notte di pesca infruttuosa si aprirono gli occhi dopo aver visto il miracolo dell’ascolto della Sua Parola.
E poi Tommaso, grande Tommaso, che volle vedere le piaghe di Cristo, metterci il dito.
Non siamo tutti uguali quindi e ad ognuno Dio riserva un modo speciale, diverso, unico per rivelarsi.
Il denominatore comune di quanti hanno incontrato Gesù è la percezione che ti manca qualcosa, che non sei soddisfatto di quello che ti accade, che vedi il tuo limite e cerchi qualcuno o qualcosa che lo possa colmare.
I testimoni quindi sono quelli a cui manca qualcosa e che con cuore sincero lo cercano non in se stessi ma in un Tu che li rianimi, li rialzi, gli si faccia compagno, amico sposo.
In ognuno c’è la nostalgia di infinito, di eterno, di incorruttibile, di uno e distinto, di comunione, di amore vero, totale, assoluto.
Quando la nostra autosufficienza ci abbandona, quando ci rendiamo conto che non bastiamo a noi stessi, quando la vita ci chiama a riconsegnare i beni che credevamo scontati è il momento favorevole per incontrare il Signore, toccare le sue piaghe e riconoscerlo.morte
E’ il momento della resurrezione, la nostra, che è un evento non perduto nel tempo, una favola per poveri gonzi, ignoranti che si lasciano abbindolare facilmente.
A testimoniare che Gesù è risorto è la nostra resurrezione che avviene quando la croce diventa il nostro comune bagaglio, nostro e di Cristo.
Dio nessuno l’ha mai visto, ma lo Spirito di Dio effuso sulla Chiesa ci permette di vederlo con gli occhi del Figlio, di ascoltarlo con le orecchie el Figlio, di servirlo con il corpo del Figlio.
Grande è questo mistero, ma se noi moriamo con Lui, con Lui risorgeremo.
E’ questa la nostra speranza, è questa la nostra certezza, è questa la fede che ogni giorno ci fa rialzare e affrontare la vita con la forza prorompente di un Dio che ha tanto amato il mondo da metterci il Suo corpo tra le mani.

Terra promessa

Meditazioni sulla liturgia 
di sabato della V settimana di Quaresima
 
” Sapranno che io sono il Signore”(Ez 37,28)
(Ez 37,21-28)
Così dice il Signore Dio: Ecco, io prenderò i figli d’Israele dalle nazioni fra le quali sono andati e li radunerò da ogni parte e li ricondurrò nella loro terra: farò di loro un solo popolo nella mia terra, sui monti d’Israele; un solo re regnerà su tutti loro e non saranno più due popoli, né saranno più divisi in due regni.
Non si contamineranno più con i loro ìdoli, con i loro abomìni e con tutte le loro iniquità; li libererò da tutte le ribellioni con cui hanno peccato, li purificherò e saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio.Abiteranno nella terra che ho dato al mio servo Giacobbe
Il mio servo Davide regnerà su di loro e vi sarà un unico pastore per tutti; seguiranno le mie norme, osserveranno le mie leggi e le metteranno in pratica. . In quella terra su cui abitarono i loro padri, abiteranno essi, i loro figli e i figli dei loro figli, per sempre; il mio servo Davide sarà loro re per sempre.
Farò con loro un’alleanza di pace; sarà un’alleanza eterna con loro. Li stabilirò e li moltiplicherò e porrò il mio santuario in mezzo a loro per sempre. In mezzo a loro sarà la mia dimora: io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo.
Le nazioni sapranno che io sono il Signore che santifico Israele, quando il mio santuario sarà in mezzo a loro per sempre.
Parola di Dio
Gesù sta per realizzare la promessa fatta ai nostri padri.
Il popolo d’Israele è sempre andato vagando alla ricerca di una terra, di un luogo dove potersi stabilire e vivere in pace nell’abbondaza dei frutti promessi da Dio.
Domani Gesù entrerà in Gerusalemme non per esservi proclamato re dell’universo, ma per offrirsi come agnello immolato al Padre ed espiare una volta per tutte i nostri peccati.
La terra che i nostri progenitori non hanno saputo coltivare ma hanno pensato solo a sfruttare a proprio ed esclusivo vantaggio, il giardino originario dato ad Adamo ed Eva, aspettava il nuovo Adamo, Dio in persona, per imparare l’arte del contadino e consegnarla ai suoi figli ovunque dispersi.
La storia della salvezza si gioca tutta su una terra da abbandonare e una da cercare, una terra dove tornare insieme con i fratelli.
Gli Ebrei subirono tante deportazioni, tante speranze e tante delusioni accompagnarono i vari spostamenti, con defezioni, mormorazioni, poca fede in Dio che sembrava non mantenere le promesse.
Gesù sarà condannato a morte.
A ridosso della Pasqua quanti cristiani sono consapevoli deI Battesimo della terra che Dio ci ha promesso, dove i popoli si raduneranno e saranno uniti dall’unica fede in Dio?
Gesù sulla croce ci dona la terra dove noi dobbiamo approdare, la terra che nessuno ci potrà togliere, la terra da cui sgorga la linfa che ci fa vivere.
Ma come Abramo prima dobbiamo uscire da noi stessi, abbandonare le nostre sicurezze, i nostri
beni e fidarci di Dio per andare in un luogo sconosciuto.
La fede di Abramo ci fa da battistrada. Egli non entrò nella terra promessa ma fece un viaggio alla ricerca di ciò che vide solo da lontano.
La nostra vita è un viaggio alla ricerca di un bene più grande che sta dentro di noi se riusciamo ad uscire fuori di noi stessi.
Sembra paradossale pensare che per prendere possesso della tua terra devi uscire a cercare con chi coltivarla, metterti in relazione con gli altri, i tuoi fratelli.
Ci dimentichiamo troppo spesso che solo nella relazione feconda, nell’amore donato la nostra terra diventa bene comune e diventerà moltiplicata da quella dei nostri fratelli la dimora di Dio.
“Amatevi come io vi ho amato” è la consegna.”
Gesù prepara il suolo, ci mette la sua carne perchè la dura lama del piccone e dell’aratro lo rovesci tutto, lo sconvolga, lo condanni alla morte dell’inverno al silenzio e al freddo di questa stagione inclemente perchè il seme marcisca e muoia e a primavera vediamo spuntare la vita.
“Rimanete nel mio amore dice Gesù” Rimanete nella mia terra , nel mio corpo,  dove ognuno è custode dell’altro, ognuno risponde, corrisponde e definisce il fratello, dove ognuno mette nelle mani di Dio quel poco o quel tanto che sa fare perchè Lui porti a perfezione l’amore.
Allora veramente non sentiremo più parlare di divisioni, lotte e carestie perchè Uno è in tutti e noi siamo suoi. gregge del suo pascolo.
Gesù oggi ci vuole offrire la sua terra purificata dal suo sacrificio, vuole che permettiamo che il sangue e l’acqua che sgorgano dal suo costato irrighi la nostre zolle riarse sì che non più divisi possiamo usufruire dell’Unico vero Bene cantando l’alleluia pasquale.
Se accendiamo la televisione ci accorgiamo di quanti cerchino di unire, compattare la volontà delle persone, per andare al potere.
E’ storia di tutti i giorni.
Ma le alleanze umane sono destinate a fallire.
Solo Cristo è garanzia di unità eterna e feconda.

Trasfigurazione

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” Maestro è bello per noi stare qui” (Lc 9,33)

Oggi Signore ci ricordi la bellezza del nostro corpo, mostrando il tuo trasfigurato come apparve dopo che fosti sfigurato e crocifisso.
E’ un anticipo di paradiso quello che oggi, ci fai pregustare ed è bene che questo accada.
Spesso ci dimentichiamo a cosa siamo chiamati, da dove veniamo e dove andiamo, ci dimentichiamo che questa vita che stiamo vivendo nella carne è il seme che darà frutto a suo tempo.
Le pagine che la liturgia oggi sottopone alla nostra meditazione, il pane che oggi ci doni non possono non farmi pensare a quale speranza siamo chiamati e cosa concretamente ci sarà dato dopo la fine di questo viaggio, da quando abbiamo lasciato la nostra terra e ci siamo incamminati su una strada che non conoscevamo, fidandoci di te, come Abramo..
Tu Signore ci prometti una terra dove scorre latte e miele, dove tu hai preparato un banchetto di grasse vivande dove tutti i popoli confluiranno per godere della tua gloria in eterno, per sempre.
Bisogna salire sul monte per contemplare la bellezza della terra che tu hai promesso ai nostri padri e che hai dato a noi attraverso il Battesimo.
Mosè la vide da lontano, non gli fu permesso entrarvi perchè doveva aspettare te che negli Inferi che saresti andato a liberarlo, mentre i tuoi piangevano la tua morte, insieme con tutti quelli che in vita non vi entrarono, ma che credettero alla tua promessa.
Il nostro corpo che tu hai impastato con la terra e su cui hai alitato il tuo Spirito è destinato alla corruzione da quando quella terra abbiamo deciso di usarla per trarne un piacere personale, infischiandocene dei tuoi consigli di progettista e di padre, di te che sei Dio Creatore e Signore di tutte le cose e che se di tutte hai detto che era cosa buona, solo dell’uomo maschio e femmina hai detto che era cosa molto buona.
A tua immagine e somiglianza ci hai ceato per l’eternità. Ma noi siamo un popolo di dura cervice e abbiamo voluto fare di testa nostra, perciò ci ritroviamo in questa valle di lacrime.
Penso alla terra e al corpo a cui tu hai dato forma e vita, penso all’uso che di questo corpo ho fatto nella mia vita e sono presa da grande angoscia e afflizione.
Certo raramente, prima di incontrarti l’ho messo al tuo servizio, vale a dire a servizio dell’amore.
Il mio corpo ha cominciato a parlare, a gridare più forte, a urlare il suo dolore perchè non lo usavo per ciò per cui tu l’avevi creato.
Il mio corpo si è ammalato, è diventata una macchina incidentata che perde i pezzi per strada. Ma oggi che ti ho fatto salire, sei il mio navigatore che mi porta dove è necessario.
A spinta, in riparazione, a tre cilindri, con la carrozzeria che va a pezzi non ho mai fatto tanta strada e spesso mi sembra di essere entrata nella terra promessa.
Peccato che queste incursioni dello spirito durino giusto il tempo per non farmi dimenticare tanti tuoi benefici.
Bisogna scendere a valle e fidarsi di te, come di te mi fido quando mi chiedi di accompagnarti sul monte.
Tu hai restituito alla mia terra la dignità perduta, gli hai dato e rinnovato la sua funzione di essere luogo in cui germoglia la vita.
Tu Signore mi hai fatto attraversare il deserto per farmi convincere che non di solo pane vive l’uomo e che mai mi farai rimanere a digiuno.
Ti ringrazio Signore del corpo che tu mi dai nell’Eucaristia, ti ringrazio di quello che oggi moltiplicherai sugli altari del mondo, non guardando all’entità dell’offerta, ma a quel poco che riusciamo a darti, non sempre le primizie del nostro raccolto, nè gli animali migliori dei nostri allevamenti, che tu non ti stanchi di benedire.
Tu Signore ci renderai capaci, ne sono certa, di offrirti tutto, man mano che procediamo in questo esodo, su questa terra piena di spine.
Sono certa che tu ci farai dire: ” Un corpo mi hai dato, e io ho detto -Eccomi! Sul rotolo del libro è scritto di fare il tuo volere-”
So Signore che saremmo raggianti guardando te, adorando te, specchiandoci in te.
Credo che trasformerai il nostro corpo, la terra che ci hai promesso in un luogo di delizie come hai fatto per Maria.
Perchè tu sei la nostra terra promessa , tu sei il luogo del nostro riposo, tu la pianta in cui innestare il nostro pugno di terra, il nostro corpo mortale perchè diventi cuore di carne, fonte di grazia per tutti gli affamati del mondo.

IL TEMPIO

 VANGELO (Gv 2, 13-22)
Parlava del tempio del suo corpo.

+ Dal Vangelo secondo Giovanni

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.
Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete.
Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».
I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Parola del Signore

Certo che se non ci si abitua al linguaggio di Gesù, è difficile capire quello che dice.
Gli apostoli, i discepoli, rispetto a noi erano svantaggiati, perchè  la sua missione su questa terra doveva trovare compimento con la sua morte e resurrezione.
Ma anche oggi che tutto quello che Gesù, il Figlio di Dio ha detto si è avverato, non sembra che siano in tanti quelli che credono alla sua parola, che la comprendono, che ne fanno un alimento vitale.
Per capire una persona non basta parlare la stessa lingua, quando questa non è collegata con il cuore.
Le parole fluttuano nel vuoto e non si aggregano se non c’è un catalizzatore, un verbo che dia loro senso e compimento.
Gesù è questo catalizzatore in un mondo di bla…bla…bla…, rumori, suoni senza senso, disarmonie senza vita.
Ebbene per capire Gesù bisogna frequentarlo, e più lo frequenti e più lo capisci.
Quando il mio nipotino Emanuele mi venne affidato per la prima volta, io non capivo i suoni scomposti e disarticolati dei suoi lunghi discorsi misti a pianto.
Poi , a forza di stargli vicino, di prendermi cura di lui, le cose cambiarono a tal punto che lui scriveva pagine di scarabocchi, poi me le dava da leggere.
Io, cercando di entrare nel suo mondo, gliele leggevo e lui era sempre affascinato da ciò che emergeva da quei fogli.
” Ma nonna, mi diceva, tutte queste cose ho scritto?” meravigliandosi non poco di aver imparato a farsi capire senza neanche andare a scuola, come il fratello più grande.
Questi sono i miracoli dell’amore di cui possiamo fare esperienza, pur non essendo maestri  ufficialmente riconosciuti.
Oggi il protagonista è il tempio come luogo in cui Dio può entrare, uscire, rimanere, a seconda di come è costruito.
Un tempio, una Chiesa noi ce la immaginiamo sempre fatta di mattoni, un luogo dove riunirsi per dare a Dio quello che è di Dio e prendere da lui quello che ci manca.
Mi ha colpito l’immagine della prima lettura in cui dal tempio esce acqua che va a irrigare terre lontane dando vita a tutto ciò che incontra sul suo percorso.
Inevitabile l’accostamento alla ferita inferta al fianco di Gesù dalla lancia del soldato, da dove uscì sangue e acqua, simbolo dello Spirito Santo effuso su tutta la Chiesa.
Quella Casa di carne ci ha dato la vita e mi viene da chiedermi se continua a darcela nelle case di pietra costruite per contenerlo e distribuirlo a chi vi si reca.
Dello Spirito non si fa mercato, questo è ciò che ho capito.
Lo Spirito, l’amore non si compra, ma si accoglie unendo le mani e chiedendo pietà e misericordia per i nostri peccati.
L’indegnità è caratteristica di chi va in chiesa, ma non ne siamo mai abbastanza consapevoli.
Perciò ogni celebrazione eucaristica comincia con il Confiteor.
Siamo piccoli, siamo fragili, siamo bisognosi di tutto e in chiesa ci andiamo per attingere alla fonte quell’acqua che ci risuscita, ci ridà la vita.
“Quante cose possiamo fare con Gesù!” sono le parole di un bimbo che rispondeva così alla domanda rivoltagli dalla maestra di religione  sull’idea che si era fatta di Gesù.
Sembrerebbe risposta non pertinente ma a me piace ricordarla perchè mi ridimensiona, quando penso che la salvezza del mondo dipenda da me, dai miei meriti, dalle preghiere, le sofferenze, le messe, i rosari, i pellegrinaggi e via dicendo.
Senza di Lui non possiamo fare niente, questo è un punto fermo.
Con Lui tutto è possibile, anche trasformare queste nostre chiese  dove  si sta così larghi da permetterci di inginocchiarci a debita distanza dalle persone che non conosciamo.
E per darsi il segno della pace poi si fanno dei veri e propri pellegrinaggi, creando scompiglio in tutta la celebrazione.
Per questo i vescovi hanno detto che il segno della pace deve essere circoscritto a chi ci è vicino. Penso al cuore e ai lontani dal nostro cuore a cui va il mio pensiero quando il sacerdote ci invita a fare un segno di riconciliazione.
E’ allora che devo fare i conti con le distanze e mettermi in viaggio per sentirmi un cuor solo e un’anima sola con i lontani da me, ma in Cristo tutti uniti.
E’ bello che oggi la Chiesa romana ricordi la sua prima chiesa, simbolo dell’unità dei cristiani di quel tempo
E’ bello che ci parli di tempio, luogo dove due o più si riuniscono nel suo nome, ma anche  della casa di carne in cui ogni nostra casa può affondare le fondamenta.
Penso a quanta responsabilità abbiamo a far sì che la Chiesa diventi la sposa di Cristo, carne della sua carne, ossa delle sue ossa.
Che la gratitudine per tutto ciò che riceviamo da Lui, attraverso la chiesa non ci faccia inorgoglire e non ci induca nella tentazione di farne commercio.
Signore perdonaci quando ci dimentichiamo che ognuno di noi è tempio dello Spirito e fa’ che mai lo trasformiamo in una spelonca di ladri.
Aiutaci a credere che siamo stati creati per accoglierti nella nostra vita personale, nel nostro corpo di carne, nelle relazioni che fanno della nostra casa una piccola chiesa domestica.
Aiutaci a colmare le distanze affidando a te il compito di saldare, colmare i vuoti che ci separano. Fa’ Signore che le nostre piccole chiese diventino il tempio luminoso dell’Amore condiviso con i fratelli.

“Cristo è morto per noi”

NELL’IMMAGINE DEL VOLTO DELLA SACRA SINDONE DI TORINO SONO RINTRACCIABILI LE PIEGHE DEL TELO DEL VOLTO SANTO DI MANOPPELLO.
http://sindonevoltosanto.blogspot.it
Oggi, Commemorazione dei defunti, la Chiesa propone alla nostra riflessione molti passi della scrittura relativi alla morte come fonte di vita.
I passi ci introducono in ciò che ci aspetta, in ciò che già ci è stato preparato attraverso il sacrificio di Gesù. Se per il peccato di uno solo abbiamo ricevuto la morte per la morte di uno solo, Gesù, abbiamo ricevuto la vita.
Bisogna imparare a morire ogni giorno un poco perchè la morte non ci colga impreparati.
Che significa morire?
Certo per chi rimane la morte di un a persona cara è una perdita, un dolore e fonte di grande angoscia e a volte di disperazione.
Penso che la gente dovrebbero frequentare più spesso le chiese quando c’è un funerale, perchè le più belle e consolanti parole si leggono proprio in occasione di un rito funebre.
Ma ciò che più mi ha colpito, la prima volta che ci ho fatto caso, è quell’incenso sparso sulla bara al termine della funzione, incenso che solo a Dio si può bruciare.
Per questo il mio cuore si dilata in un inno di grazie perchè povero e ricco che tu sia, quel tributo della comunità dei cedenti ti spetta perchè sei figlio di Dio, sei re anche se accattone, malato, vecchio, dimenticato da tutti.
Figli di Dio, figli di re. Te lo ricorda Dio attraverso la sua Parola che oggi in abbondanza ci elargisce.
Oggi veramente siamo chiamati ad un banchetto speciale dove il Padrone di casa, nostro Padre ci chiama per comunicarci cose importanti per la nostra vita, istruzioni per lottare e sperare, per vincere la tentazione di pensare che tutto finisce e che non c’è rimedio a nulla.
Oggi voglio prendere in considerazione la medicina di cui parla il testo di S.Agostino nell’Ufficio delle letture.
A quelle che prendo abitualmente al mattino che sono tante, voglio anteporre questa che penso sia la più efficace.
Ci sono cose che ti fanno paura se tu ti rifiuti di guardarle, e spesso ci priviamo dei suoi effetti benefici se solo le assaggiassimo.
Morire è una brutta parola e noi la contrapponiamo al vivere come se fossero antitetiche.
Quando abbiamo in mano una moneta il suo valore è identico da entrambe le facce.
Gesù è venuto a toglierci la paura della morte per farci riconciliare con la vita e con tutte le cose belle che in essa sono contenute.
“Invece di piangere perchè ce l’ha tolto, ringraziamo Dio perchè ce l’ha donato” suole dire un prete durante l’omelia dei funerali.
Noi non ci pensiamo a ringraziare mai per quello che gratuitamente ci viene dato, ma siamo pronti a ribellarci quando ciò che diamo per scontato ci viene tolto.
La morte serve a farci uscire dallo scontato e a dare valore al prezzo pieno pagato da Cristo per aprirci gli occhi alla verità del Suo amore.
Dal libro «Sulla morte del fratello Satiro» di sant’Ambrogio, vescovo
(Lib. 2, 40. 41. 46. 47. 132. 133; CSEL 73, 270-274, 323-324)
Moriamo insieme a Cristo, per vivere con lui
    Dobbiamo riconoscere che anche la morte può essere un guadagno e la vita un castigo. Perciò anche san Paolo dice: «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1, 21). E come ci si può trasformare completamente nel Cristo, che è spirito di vita, se non dopo la morte corporale?
    Esercitiamoci, perciò, quotidianamente a morire e alimentiamo in noi una sincera disponibilità alla morte. Sarà per l’anima un utile allenamento alla liberazione dalle cupidigie sensuali, sarà un librarsi verso posizioni inaccessibili alle basse voglie animalesche, che tendono sempre a invischiare lo spirito. Così, accettando di esprimere già ora nella nostra vita il simbolo della morte, non subiremo poi la morte quale castigo. Infatti la legge della carne lotta contro la legge dello spirito e consegna l’anima stessa alla legge del peccato. Ma quale sarà il rimedio? Lo domandava già san Paolo, dandone anche la risposta: «Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?» (Rm 7, 24). La grazia di Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore (cfr. Rm 7, 25 ss.).
    Abbiamo il medico, accettiamo la medicina. La nostra medicina è la grazia di Cristo, e il corpo mortale è il corpo nostro. Dunque andiamo esuli dal corpo per non andare esuli dal Cristo. Anche se siamo nel corpo cerchiamo di non seguire le voglie del corpo.
    Non dobbiamo, è vero, rinnegare i legittimi diritti della natura, ma dobbiamo però dar sempre la preferenza ai doni della grazia.
    Il mondo è stato redento con la morte di uno solo. Se Cristo non avesse voluto morire, poteva farlo. Invece egli non ritenne di dover fuggire la morte quasi fosse una debolezza, né ci avrebbe salvati meglio che con la morte. Pertanto la sua morte è la vita di tutti. Noi portiamo il sigillo della sua morte; quando preghiamo la annunziamo; offrendo il sacrificio la proclamiamo; la sua morte è vittoria, la sua morte è sacramento, la sua morte è l’annuale solennità del mondo.
    E che cosa dire ancora della sua morte, mentre possiamo dimostrare con l’esempio divino che la morte sola ha conseguito l’immortalità e che la morte stessa si è redenta da sé? La morte allora, causa di salvezza universale, non è da piangere. La morte che il Figlio di Dio non disdegnò e non fuggì, non è da schivare.
    A dire il vero, la morte non era insita nella natura, ma divenne connaturale solo dopo. Dio infatti non ha stabilito la morte da principio, ma la diede come rimedio. Fu per la condanna del primo peccato che cominciò la condizione miseranda del genere umano nella fatica continua, fra dolori e avversità. Ma si doveva porre fine a questi mali perché la morte restituisse quello che la vita aveva perduto, altrimenti, senza la grazia, l’immortalità sarebbe stata più di peso che di vantaggio.
    L’anima nostra dovrà uscire dalle strettezze di questa vita, liberarsi delle pesantezze della materia e muovere verso le assemblee eterne.
    Arrivarvi è proprio dei santi. Là canteremo a Dio quella lode che, come ci dice la lettura profetica, cantano i celesti sonatori d’arpa: «Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente; giuste e veraci le tue vie, o Re delle genti. Chi non temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo. Tutte le genti verranno e si prostreranno dinanzi a te» (Ap 15, 3-4).
    L’anima dovrà uscire anche per contemplare le tue nozze, o Gesù, nelle quali, al canto gioioso di tutti, la sposa è accompagnata dalla terra al cielo, non più soggetta al mondo, ma unita allo spirito: «A te viene ogni mortale» (Sal 64, 3).
    Davide santo sospirò, più di ogni altro, di contemplare e vedere questo giorno. Infatti disse: «Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore» (Sal 26, 4).