“Il salario del peccato è la morte” (Rm 12,23)

SFOGLIANDO IL DIARIO…

22 ottobre 2015
Meditazioni sulla liturgia di
giovedì della XXIX settimana del T.O.
ore 7.13

“Il salario del peccato è la morte” (Rm 12,23)

A quanto pare non esiste libertà senza sacrificio, sottomissione, servizio.
Qualunque libertà ha un prezzo da pagare, anche la libertà di fare quello che ci pare e piace.
Sembrerebbe, leggendo il vangelo, che non abbiamo vie di scampo, anzi la libertà prospettataci da Gesù è ad un prezzo elevatissimo: la croce.
La croce divide, quella accettata e accolta per la salvezza di qualcun altro.
Sembra follia vivere in questo modo, per questo obiettivo.
Gesù dice che la verità ci farà liberi e liberi davvero.
Da quando ero piccola mi è pesato sottopormi alle leggi e ai divieti degli adulti e ho sempre sognato di svincolarmi da qualsiasi autorità per fare quello che più mi piaceva, quello che ritenevo giusto per me e per gli altri senza condizionamenti.
Per quanti sforzi abbia fatto non sono riuscita a svincolarmi dalla schiavitù, al padrone di turno, perchè in fondo ho solo cambiato azienda, padrone, ma mi sono sempre sentita schiava di qualcuno o di qualcosa.
Con il tempo ho capito che il più grande tiranno di me stessa ero io che pretendevo da me tutto e il contrario di tutto, vale a dire la botte piena e la moglie ubriaca.
E’ un miracolo che non sia impazzita alla ricerca della mia misura in un cimitero di bare vuote.
“Volere è potere”, mi dicevo, e così, con pazienza e determinazione, ho affilato i coltelli, ho cercato di scalare la montagna dell’autonomia, dell’indipendenza, ma mi sono ritrovata sempre a ruzzolare in basso, schiacciata dal masso che mi trascinavo sulle spalle, come Sisifo.
Mi chiedevo che senso avesse quell’assurdo gioco dell’oca che mi rimandava sempre al punto di partenza.
Poi ho incontrato il Signore, sollevando gli occhi ad un crocifisso, al Crocifisso.
“Pure tu!” gli dissi, pensando che anche lui era vittima della vana fatica di vivere.
Grazie a Dio che non mi fermai solo a guardarlo un momento, ma volli conoscere quella persona che aveva la mia stessa condizione di sofferenza.
Giorno e notte mi appassionai alla sua vicenda, perchè ero sola e avevo trovato un amico con cui condividere la mia pena.
Ringrazio il Signore che, man mano che procedevo, divorando letteralmente la Sua Parola, aumentava in me il desiderio di verificarla nella mia vita.
Cercavo la verità, anche a costo di perdere la presunta libertà che mi ero illusa di poter trovare con i miei espedienti di giocoliere e illusionista, ingannando me stessa.
L’amore cercato negli altri si trasformò in amore donato agli altri, l’amore che mi consegnò nelle sue braccia perchè solo Lui era capace di morire per me.
La sua signoria mi ha liberato da tante pastoie di morte e mi ha reso completamente libera di seguire ciò che mi fa bene, mi serve, mi piace.
Sembra un paradosso, ma è così.
Solo quando riesci a far felice un altro sei veramente felice.
E io oggi penso a Lui che mi ha dato consiglio e mi ha portato a godere dei frutti del suo sacrificio, facendomi desiderare di fare altrettanto per stargli vicino, il più vicino possibile, come lo sposo la sposa, Lui in me e io in Lui.
Come separarmi senza farmi del male?

SFOGLIANDO IL DIARIO…

29 giugno 2015
S.Pietro e Paolo

letture:At 12,1-11; salmo 33; 2 Tm 4,6-8.17-18; Mt 16,13-19
ore 6.54
“Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza”(2 Tm 4,17)

Quante volte Signore, alla fine di una giornata sfibrante, vissuta nel tuo nome, mi ripeto queste parole.
Ne ho bisogno per trarre forza per il cammino che mi attende, per rinsaldare i miei piedi e riempire il cuore di speranza che tu non vieni mai meno alla tua alleanza.
Se penso alla giornata di ieri mi sembra di aver sognato, sognato tutto ciò che ho visto realizzato per amore del tuo nome.
Non pensavo di farcela dalle tre del mattino che il sofar ha rotto il silenzio con il suo messaggio di paura, di dolore, di morte.
Ieri mattina per la prima volta non ho cominciato dall’ascolto della tua Parola, ma dalla Tachipirina e poi dal busto di ferro e poi dal vestito adatto a coprirlo e contenerlo che non trovavo.
Mentre facevo queste cose pensavo a te, a Maria e, senza proferire parola, presentavo il mio corpo martirizzato da dolori sempre più forti.
Non riuscivo a pregare nel modo tradizionale, mi divincolavo come un animale preso in una tagliola e pensavo che la giornata era molto impegnativa e che non ce l’avrei fatta a portare a termine l’opera da me iniziata.
Aver deciso di disboscare la parte di terreno che si è inselvatichita attorno alla casa di campagna e aver coinvolto nell’impresa tante persone mi chiamava ad una responsabilità non solo formale, ma sostanziale, come l’andare, il rimanere, vigilare e non ultimo preparare il pranzo per tutti, operai e famigliari.
Già questa era impresa apparentemente impossibile, ma tu hai voluto inserire qualcosa di più e forse il meglio.
Partecipare in chiesa al matrimonio della coppia che abbiamo accompagnato durante il percorso per la preparazione alle nozze facendoci fisicamente portavoce di una lettera che tu hai scritto a loro.
Gli orari sono stati da te studiati sì che si incastrassero e non si sovrapponessero, né hai negato a mia sorella, che era nel dolore, il tuo conforto servendoti di noi che l’abbiamo invitata a stare con noi, lì sul monte santo, dove tu ti manifesti, nella casa dove è stata celebrata l’Eucaristia, quando fu inaugurata.
Dalla finestra, mentre bruciavano l’erba secca tagliata, è riemersa la croce che tre anni di abbandono avevano quasi totalmente nascosto, nel campo ai piedi degli abeti che svettano nel cielo.
Dalla camera non si vede più la Bella Addormentata, tanto sono cresciuti, ma io chiudo gli occhi, quando entro nel tuo santuario e vedo ciò che altri non vedono e ti lodo, ti benedico e ti ringrazio.
Ieri quindi è stato come attraversare un oceano, un mare agitato da fortissimi venti che nel momento opportuno smettevano di soffiare perché potessimo godere della tua pace, della tua presenza, del dono che ci hai fatto gli uni agli altri.
Se non ci fossi stato tu Signore con noi, non saremmo sopravvissuti a tanto stress, fatica, pensieri.
Se penso che, quando al mattino siamo arrivati, il pavimento era nero di insetti morti che abbiamo dovuto spazzar via.
Tutto è andato secondo giustizia e verità, tutto è stato fatto nel tuo nome Signore, per amore, per riconoscenza, per gratitudine, per responsabilità, animati da uno spirito di accoglienza e di perdono che non pensavamo poter essere capaci si avere.
Poi questa notte, che notte! una notte di streghe, di sofar che squillavano all’impazzata.
Dalle tre sono sveglia e sono qui a ripeterti le stesse parole di ieri.
Senza di te non posso fare nulla.
Signore aiutami in questa traversata che mi vede sola ad affrontare il nemico.
Maria sia la mia infermiera, la mia consigliera, sia sempre vicina a me perché nel suo seno porta te, Gesù, e io ho bisogno di sapere che non mi abbandonerai mai.

PERFEZIONE

SFOGLIANDO IL DIARIO…

15 giugno 2010
Meditazioni sulla liturgia di
martedì dell’XI settimana del Tempo Ordinario

“Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli. ..Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori”.(Mt 5,43-48)

La vita Signore sembra, a leggere il Vangelo, ridursi solo ad uno scambio reciproco di favori, un donare agli altri ciò che hai di più caro, un perdersi per ritrovarsi, uno sciogliersi come il sale nell’acqua, un disperdersi e diffondersi come la luce, un morire, un annientamento graduale di sé stessi per far spazio all’altro e all’Oltre.
Sono parole belle Signore, parole che sento, sperimento vere.
Quante volte un gesto gratuito di amore mi ha fatto risorgere, ha dato senso al mio andare, senso alla fatica, senso al dolore, al sacrificio, mi ha riempito di gioia, di gratitudine, di luce, di eternità.
Eppure Signore molto spesso l’amore non sembra essere tanto importante, specie quando il dolore, la sofferenza fisica non dà tregua come questa notte, come questa mattina.
Un dolore che non è di un momento ma dura per ore, per giorni una malattia che mi impedisce di fare sempre meno cose, una malattia che sembra una carica ad orologeria, che più passa il tempo e più percepisci la fine.
Tu continui a parlare di amore, perfezione e io voglio ascoltarti, pendo dalle tue labbra Signore.
In questo tempo sei solo tu che ti prendi cura di me totalmente.
Sei tu che mi fai esistere e mi sembra che tu sia il mio unico interlocutore.
Non c’è più nessuno che mi chieda come sto, che mi faccia gli auguri il giorno dell’onomastico, del compleanno con accadeva un tempo, non c’è nessuno che si ponga il problema della mia salute perché è scontato che stia male, è scontato che di questo male non si muore e che io me la so cavare benissimo da sola.
Alla gente interesserebbe solo se questa malattia portasse alla morte.
Ci si preoccupa solo di questo oggi, perché la morte fa paura.
Ogni notte tu mi chiami a morire Signore, cedere, consegnare un pezzetto di me, della mia agilità, efficienza, intelligenza, memoria, funzione.
Ogni notte.
A volte mi rispondi con un segno che mi conforta e mi rassicura che tu sei con me, che non mi hai mai lasciata.
A volte la mia preghiera torna con l’eco e batte su un muro che rimanda indietro le mie parole.
Mi chiedo, quando me lo chiedo, cosa serva pregare se poi il dolore è sempre così grande..
Come ieri notte… Come questa notte…
Tu parli oggi di perdono, di amore per i nemici e io sono qui a combattere con un dolore alle mani, alle dita che mi perseguita.
Ma non è solo questo, lo sai.
Giovanni quando prega dice: “Lo vedi Signore che c’è questo e quest’altro.”
“Lo vedi”.
Non dice: “Lo sai” ma “Lo vedi”.
E quando sto così male le parole del perdono, della perfezione sembrano dirette più alla mia intelligenza che al cuore, perché mi interrogo su cosa devo ancora capire, cosa meditare, cosa fare rispetto a ieri.
Il dolore mi annebbia la mente, mi intorpidisce i muscoli e non mi viene da pensare ad altro se non a come affrontare questa giornata.
Giovanni dice che non è una cosa normale che io con il mal di schiena (che ne può sapere del resto?) possa averlo portato, al mare, come è stato.
Non è normale, ma io gli ho spiegato che ho chiesto a te l’aiuto.
Ma l’amore che è alla base dei miei comportamenti nei confronti di Giovanni ed Emanuele, i miei nipotini, come faccio a donarlo ad altri se non mi reggo in piedi, se la preghiera sale stentata al cielo?
Non ho più parole Signore e vivo una vita errabonda, una vita segnata dalle tempeste di sabbia, dai tornadi e dagli tsunami.
“Di questa città non è rimasto qualche brandello di muro, di tanti che mi corrispondevano non è rimasto neppure tanto. E ‘il mio cuore il paese più straziato”.
Chi o cosa devo amare Signore?
Il mio dolore?

“Figlia la tua fede ti ha salvata”(Mc10,52)

Meditazione sulla liturgia di
martedì della IV settimana del Tempo Ordinario.
“Figlia la tua fede ti ha salvata”(Mc10,52)
Il brano del Vangelo di oggi ci presenta due miracoli di Gesù incastonati l’uno nell’altro, miracoli che hanno alla base la fede dei postulanti.
Giairo intercede per la figlia, che sta morendo.
Fa effetto che a rivolgersi a Gesù sia uno dei capi della sinagoga, un personaggio che si distingue tra quelli che erano al potere e che manderanno a morte Gesù.
Giairo si sposta, non aspetta che Gesù vada da lui, lo raggiunge lì dove pensa sia, vista la folla che gli si era radunata attorno.
E’ un padre angosciato, ha bisogno di aiuto, è disposto a tutto, specialmente è disposto ad aspettare, cosa che non tutti siamo capaci di fare.
Quando siamo in difficoltà, nel bisogno, ci rivolgiamo a Dio chiedendogli aiuto, ma non siamo mai disposti ad aspettare più di tanto, specie se qualcuno ci passa avanti, come accade nelle cose del mondo, quando il”c’ero prima io!” è la reazione irritata di chi si sente scavalcato e messo da parte.
Giairo ci commuove con la sua mitezza, la sua umiltà che fa da contrasto al tumulto del cuore, per una figlia che sta morendo, per qualcosa davanti a cui sente tutta la sua impotenza.
Giairo prega prima e durante l’attesa, ha fiducia in Gesù e la sua fede risuscita la figlia che tutti credevano ormai morta.
Attraverso la fede l’emorroissa si vede liberata dai mali del corpo e dell’anima.
La donna viene guarita due volte e la seconda è un resuscitare dai morti attraverso la potenza salvifica di Gesù.
In entrambi i personaggi notiamo due momenti, quello della ricerca di aiuto nella persona di Gesù, e quella delle conseguenze di una perseveranza che passa attraverso una riflessione su quanto accaduto(l’emorroissa) o una perseveranza nell’attesa che premia chi chiede.
Gesù trasmette la vita, una vita che si manifesta in uno svegliarsi dal sonno( Svegliati, svegliati Sion, metti le vesti più belle…) o un cessare di perdere la vita attraverso un sangue che fuoriesce dalla persona e non nutre le cellule del corpo.
Molti di noi vivono addormentati o fiaccati, indeboliti dalla perdita di energie usate in modo sbagliato.
I personaggi descritti dal vangelo di oggi ci portano a fare delle riflessioni sul nostro rapporto con gli uomini e con Dio.
Il capo della sinagoga è nel bisogno, lo riconosce e, nonostante ricopra un incarico importante, non si avvale di raccomandazioni, non pretende che Gesù si sposti, ma gli va incontro con umiltà e lo invita a casa sua perchè imponga le mani sulla figlia che sta morendo, la tocchi perchè il soffio di vita passi da Gesù alla piccola.
Ma Giairo fa di più. E’ un uomo che sa aspettare e non si indigna del contrattempo che ritarda l’intervento del “Maestro”, perchè si fida di lui e confida in lui.
Quanti di noi sarebbero stati capaci di fare altrettanto nelle stesse condizioni in cui si trovava quel padre disperato?
E poi c’è una povera donna, mischiata alla folla, una donna che pensa di passare inosservata toccando il mantello di Gesù. Ma si sbaglia.
Gesù vede quello che altri non vedono, scruta i cuori, percepisce la fede che guarisce qualsiasi sia lo strumento di cui ci si serve per arrivare a lui.
Una donna che perde sangue non è in grado di dare vita a nessuno.
Gesù non la vede ma sente che quel tocco alla veste ha sprigionato un’energia che risuscita.
La donna viene guarita dal male fisico per la sua fede semplice, primordiale, poi però viene immessa nel fiume di grazia che rende capaci di vita chi, spogliandosi di tutto, consegna al Signore il suo cuore.

” Il Dio del cielo farà sorgere un regno che non sarà mai distrutto ” (Dn 2,4)

Meditazione sulla liturgia di
martedì della XXXIV settimana del TO dispari
Letture: Dn 2,31-45; cfr Dn 3;Lc 21,5-11
VANGELO (Lc 21,5-11)
In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Parola del Signore
“Il Dio del cielo farà sorgere un regno che non sarà mai distrutto ” (Dn 2,4)
Voglio imprimermele bene nella mente le parole della liturgia di questo ultimo scampolo dell’anno liturgico, per non dimenticare che tutto finisce delle cose del mondo e che non dobbiamo attaccarci a niente se non a Gesù.
Perchè lui rimane nell’alternanza delle stagioni, nel tempo dell’attesa e nel tempo della resa definitiva, rimane nella quotidiana battaglia, nelle notti oscure e dolorose come nelle giornate di festa , rimane con noi e non si stanca di vegliare e pregare per noi.
Fervono i preparativi per Natale.
Tra un mese questo sarà l’ultimo giorno dell’attesa perchè nasce di nuovo. E’ Natale.
“I cieli e la terra passeranno ma la mia parola non passerà” è scritto.
Quante cose mi sono persa per strada, cose e persone, non per volontà mia; ma non ci sono più e questo è un fatto innegabile.
Io mi glorio di essere una perfetta restauratrice, sì che passo il tempo a rattoppare strappi, chiudere buchi , mimetizzare le crepe della mia casa, casa di mattoni e casa di carne.
Posso dire di essere maestra nell’arte del mimetizzare ciò che il tempo corrode, rompe, distrugge.
Continuo con entusiasmo a provvedere a che la casa non mi crolli addosso e continui a servire me e la mia famiglia e gli amici e chiunque bussa alla mia porta.
A volte mi guardo intorno e non posso che constatare quanti interventi ci siano su tutto ciò che fa parte della mia quotidianità.
Ieri Giovanni mi ha detto:”Nonna quanto sei bianca, non me n’ero mai accorto!”
Sul mio corpo ho fatto i migliori e più riusciti restauri, attraverso non bisturi ma coperture di vestiti e di gioielli e di acconciature sì da sembrare quella che non ero.
Non malata, non alta, non grassa, non ignorante, non brutta.
Poi un giorno mi sono specchiata e ho passato in rassegna le mie protesi. Davvero tante! Agli occhi, alle orecchie, alla bocca, alla schiena, alle gambe…
Mi sono guardata i capelli tinti e ho pensato che una cosa sola mi mancava: gettare l’ultima maschera e lasciare alla natura il suo corso.
Così mentre penso a tutto ciò che passa, alle cose che sono riuscita a tenere in vita, grazie ai miei sapienti restauri, alle coperture che si accorciano e si ritirano man mano che mi avvicino alla fine, a tutto ciò che attraverso la morte mi ha riportato in vita, rendo lode a Dio che mi ha fatto riconciliare con la Verità che sta oltre le cose, la via maestra per poterlo incontrare attraverso ciò che mi manca.

“Ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo” (Qo 3,1)

Meditazioni sulla liturgia di
venerdì della XXV settimana del TO
“Ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo” (Qo 3,1)
Le riflessioni del Qoelet in questi ultimi giorni mi hanno sempre più toccato e coinvolto, perché, quando più vai avanti negli anni, tanto più ti rendi conto di quante cose ti vengono meno.
Quanti ricordi, quanti rimpianti!
Quante occasioni che ti sei lasciato sfuggire, quante opportunità che non hai saputo cogliere, apprezzare e per le quali non hai ringraziato nessuno!
E ti sembra molto molto più ricca di attrattive la vita passata, rispetto a quella che oggi vivi nel depauperamento progressivo di ciò che ti sembrava scontato e indispensabile.
Inevitabile il rimpianto per ciò che non è più, il desiderio di ritornare indietro nel tempo, ma anche un po’ la rabbia per non aver saputo apprezzare a tempo debito ciò che gratuitamente ti era stato donato.
Ancora adesso mi fa male il ricordo di un rifiuto, da parte mia, di un pezzo di torta che mio padre mi offriva perchè ritenuto troppo piccolo.
La torta finì nella bocca di mio padre che non scherzava quando era in ballo l’educazione dei figli.
Quel dolce non tornò più, mentre l’amore di mio padre non venne mai meno, che mostrò specie quando mi ammalai e con mamma si fece carico di me e della mia famiglia.
Dicono che l’idea che ci facciamo di Dio è influenzata dall’immagine che abbiamo del padre.
Ma nessun padre nella carne può competere con Dio, il papà di tutti i papà, come lo chiamava Giovanni quando era piccolo.
“ C’è un tempo per piangere un tempo per ridere… un tempo per nascere un tempo per morire… un tempo degli abbracci e un tempo per astenersi dagli abbracci…”
“Ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo”trovo scritto sul calendario liturgico nella giornata di oggi.
Tutto quello che dice il Qoelet è estremamente vero ma angoscioso se non lo leggiamo alla luce di Cristo.
“Il tempo è nelle nostre mani nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori” parole che ho sentito pronunciare dalla bocca di una mamma mentre teneva in braccio il figlio molto malato.
Mi colpì la serenità del suo volto, la tenerezza dello sguardo posato sul piccolo che mi fecero intendere che quelle parole lei le sperimentava ogni giorno, ogni momento nel rapporto con la sua storia.
Il dolore innocente è ciò che tocca le persone e spesso le allontana da Dio, che non dovrebbe permettere che i buoni, i giusti, i piccoli, soffrano senza averne colpa.
Ma Dio è Padre e Madre e, come tale vuole, solo il bene dei suoi figli.
Questa sera nell’omelia che il sacerdote ha fatto in occasione dell’anniversario di nozze di una coppia, guardando i figli presenti alla cerimonia, ha detto che per capire quanto i genitori ci hanno voluto bene bisogna che muoiano.
E non è forse quello che nella fede crediamo?
“ «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».
La morte ci fa paura, non possiamo negarlo e facciamo di tutto per esorcizzarla, evitarla almeno come ipotesi lontana.
Noi per poter veramente fare il salto e vivere nella dimensione dello Spirito, dobbiamo attraversare fino in fondo la nostra umanità che purtroppo cerchiamo di evitare proprio perché ci ricorda la nostra impotenza di fronte all’ineluttabilità della morte.
Guardiamo a Cristo che sperimentò fino in fondo i limiti della carne, condividendo con noi tutto, ma proprio tutto, persino la morte che trasformò in via di salvezza.
Infatti chi è venuto a togliere all’uomo la paura di perdere qualcosa, la paura di finire nel nulla, lo smarrimento del non senso è Cristo il quale, attraverso la sua umanità, ci ha portati in un’altra dimensione, ci ha traghettati, morendo, nell’ottavo giorno, il giorno delle occasioni favorevoli, il giorno eterno, incorruttibile della misericordia di Dio.

“Lasciarono tutto e lo seguirono” (Lc 5,1).

“Lasciarono tutto e lo seguirono” (Lc 5,1). 

Lasciare tutto e seguire Gesù.
Mi interrogo su quello che questa parola ha significato nel tempo per me, da quando l’ho incontrato e ho desiderato di seguirlo, di stargli accanto, di non perderlo mai di vista.
All’inizio ti sembra che tu per lui lasci tutto, perché non puoi vivere senza di lui.
Come quando nell’innamoramento lo sposo diventa la tua luce, la tua gioia, il tuo tutto e non hai più bisogno di niente, basta che stai con lui.
Poi il tempo dell’innamoramento finisce e comincia il tempo della scelta, quando l’altro ti si presenta così come egli è, nella verità che non è corrispondente all’idea che ti sei fatta di lui.
Con Gesù avviene la stessa cosa.
Dopo il primo colpo di fulmine  ti rendi conto che la sequela non è semplice e che lui non è quello che credevi, colui che ti avrebbe liberato da tutte le schiavitù, dai problemi, dalle malattie.
Ti accorgi che il suo linguaggio è difficile e che i sentieri che egli percorre sono accidentati, aspri, sconosciuti, apparentemente impercorribili.
Ma se stai con Lui non devi avere paura per quello che sono le conseguenze del tuo dire, del tuo fare, quando agisci nel suo nome.
Così, quel lasciare tutto emblematicamente riporta al progressivo spogliarti di tutto, perchè ti rendi conto che hai troppo e che forse quelle cose che hai ti appesantiscono e le devi pian piano lasciare.
Se ti lasci guidare dalla sua parola riesci a dare agli altri ciò che non ti serve e che quindi non ti appartiene.
Per portare la croce devi avere le mani libere e quindi devi gettare nel tesoro del tempio anche l’ultimo spicciolo.
Non sono solo le cose materiali che devi lasciare, perché c’è un’altra riconsegna più dolorosa, più difficile, che è quella degli affetti, come anche delle tue capacità di vedere, di sentire, di camminare, di pensare, di parlare, insieme al tempo che si accorcia e la vita  intorno a te continua.
Diventando vecchi sono sempre di più le cose che ti trovi a dover riconsegnare, senza rimpianti, con gioia, con gratitudine.
Gesù ci chiede tutto questo ma non è cosa facile, anche se non puoi fare a meno di lui, anche se sai che non c’è salvezza al di fuori di lui, senti sempre lo strazio ogni volta che ti viene a mancare una persona cara o un amico ti tradisce, oppure la malattia ti costringe a rinunciare pian piano alla tua autonomia e devi accettare di essere portata lì dove tu non vuoi, perché la veste te la cingeranno gli altri.
Ogni coppia di sposi deve percorrere questo calvario, dall’amore istintivo all’amore di scelta che con la grazia di Cristo non potrà mai finire.
Il Signore vuole che impariamo da lui che è mite e umile di cuore e non ha dove posare il capo, che segue la legge senza esserne schiavo, che va incontro alla morte nella certezza che solo l’amore salva e risuscita.
“Vi farò pescatori di uomini” dice Gesù.
Ma bisogna cambiare posizione, gettare le reti dall’altra parte e ascoltarlo anche quando ciò che ci dice ci sembra illogico, come andare a pescare al mattino, quando i pesci non li trovi, neanche a cercarli con il lanternino.
Ma ti devi fidare, a Lui devi affidare i tuoi progetti di vita e ascoltare cosa ogni giorno lo Spirito suggerisce al tuo cuore.
Gesù vuole trasformare le nostre vite di relazione in vite sante, vite gioiose, vite di chi ogni giorno dice di sì all’amore, ogni giorno perdona, ogni giorno accoglie, ogni giorno muore per far risorgere l’altro.