DONI

SFOGLIANDO IL DIARIO…

26 dicembre 2008
Santo Stefano
ore 6:17.

“Chi persevererà fino alla fine sarà salvato.”(Mt 24,13)

Ieri sera ho concluso la giornata chiedendomi se il Natale era tutte quelle cose che erano successe, quei no con i quali mi ero dovuta scontrare, se il Natale era il dolore la sofferenza, la percezione del mio limite e di quello degli altri.
Me lo sono chiesto anche se dentro avevo la pace e la serenità che può dare solo il Signore.
Mi meravigliavo che fosse così, perché non mi sentivo per niente brava, capace, ma Dio era dentro di me.
Lo sentivo che mi parlava, mi sosteneva, mi incoraggiava, mi consolava.
Lo sentivo che mi guardava come quando io guardo i bambini anche quando fanno i macelli, che mi viene di divorarli di baci.
Sentivo che avevo un Padre che si preoccupava di me, che vigilava sul mio cammino e continuava a ripetermi: “Non temere io ho vinto il mondo”.
Le sue parole di speranza risuonavano dentro il mio cuore, offuscando e coprendo le mie di autocommiserazione, di rivalsa e di lamento per le cose che avrei voluto dire, fare, pensare.
Perciò ieri sera mi chiedevo in cosa consistesse il Natale, ma non ho trovato risposta.
Avevo vissuto giorni di grande tensione verso questa che è la festa più bella dell’anno.
Il dolore mi aveva accompagnato, tormentato, logorato, schiacciata, schiantata.
Ho toccato l’apice la vigilia a sera, proprio come quando si partorisce che le forze di vengono meno e ti viene meno il respiro e non sai più che dire e non puoi più fare, perché la schiena ha detto basta.
Sono stata seduta, incollata alla sedia, la sera della vigilia, dopo aver fatto tutto, compreso togliere i frammenti delle uova sode cadute sul tappeto.
La Madonna stava per partorire nella grotta il Bambinello.
Ho pensato che stavo male, ma non ho associato il mio al suo dolore.
Mi sarebbe peraltro sembrato blasfemo.
Davanti agli occhi gli incarti dei troppi regali, le coccarde, i fiocchi, la confusione hanno contribuito a rendermi triste, perché in tutto quel ben di Dio riscontravo la nostra incapacità a vivere il Natale in modo autentico e vero.
Mi chiedevo perché il Natale dovesse essere per forza così, perché aumentare il numero delle portate a tavola o il numero delle cose inutili che siamo abituati a comperarci.
Perché aumentare il numero delle cose che abbiamo fino a farci venire la nausea?
Era quello il Natale?
Mangiare di più, comprare l’inutile, il superfluo per sé e per gli altri?
Perciò ero triste.
Ho detto alla fine della giornata di ieri, il 25. ” Il prossimo Natale voglio che vada liscio, senza supplemento di cibo o di regali, perché siamo già sazi di tutto. Perché abbuffarci per farci venire la nausea e stare male? Il prossimo anno voglio andare alla messa di mezzanotte come fossi una sposa fresca e pura a incontrare il mio Signore, a condividere la gioia di una rinascita dall’alto di cui sento tanto il bisogno”.
Era triste anche Giovanni quando ha visto quel ben di Dio.
Tanto che mi ha chiesto di andarcene in disparte a parlare un po’.
Il suo problema era come gestire il troppo che per lui non era tanto il cibo (ha mangiato solo quello che è abituato a mangiare. I dolci non gli piacciono e poi non è un mangione) quanto i regali.
Troppi!
Si sentiva smarrito Giovanni nel vederli e nel sentirsi tanto, troppo fortunato.
Così abbiamo parlato di felicità, di cosa rende felice un bambino.
Mi ero ricordata di quando, alla domanda su cosa rendesse felici (dopo una giornata da incubo a scartare i regali del compleanno) rispose: “un bacio un abbraccio o qualcuno che ti voglia bene o quando ti mostra il paradiso” e lo disegnò.
Erano le mie braccia tese quando gli davo qualcosa o la mia mano quando stringeva la sua nel momento del dolore e della sofferenza.
Il paradiso Giovanni ha capito in cosa consiste.
Del resto quando cominciò a voler disegnare, il suo pallino era di essere aderente alla realtà, di non trascurare nessun particolare, di comunicare ciò che aveva dentro.
Mi chiese di Dio come era fatto, poi decise che era luce e usò sempre il giallo per indicarlo, poi cominciò a mettere raggi dorati intorno agli angeli o ai personaggi buoni che erano però sempre sollevati da terra.
Dio era in quel giallo, in quei raggi.
Dio lo espresse in azione, a portare grande pace e serenità.
Così anche la nave che toglie dalle acque i rifiuti e li sputa nell’aria, mostra un pezzo di paradiso, quello dei pesciolini contenti, come i fiori che escono dal fucile dell’uomo bionico, servo di Erode, per far felici gli uomini, o quando tutti vanno d’accordo.
Giovanni non fa che disegnare il paradiso che ha un’unica faccia: quella del bene che vince il male, dell’amore che vince l’odio, dell’unione tra le persone.
La notte di Natale sul grande lettone, quando Gianni se n’è andato alla messa con gli altri io e Giovanni abbiamo vissuto il paradiso, parlando di cosa rende felici, parlando di amore, di Gesù, di babbo Natale.
Giovanni per la prima volta mi ha chiesto di chi è figlio babbo Natale, da dove è venuto, dopo che io gli ho detto che ai miei tempi non c’era, che c’era solo la Befana.
Le letterine le scrivevamo a papà e le mettevamo sotto il suo tovagliolo di nascosto.
In quella letterina promettevamo di fare i buoni.
Il Natale era il momento dell’esame di coscienza, del pentimento e della promessa.
Eravamo in linea, adesso che ci penso, con ciò che la liturgia ci ha fatto vivere.
Il richiamo di Giovanni Battista al pentimento per preparare la via del signore.
Giovanni questo non l’ha capito, ma avrà tempo per farlo.
Io l’ho capito solo ora il senso di quanto facevo sessant’anni fa.
Non è mai tardi per ringraziare il Signore di quella povertà che ci faceva gustare il Natale come un dono speciale che viene dal cielo e che tangibilmente mi dava anche la percezione del buono, del bello, dell’abbondante dove ogni giorno combattevamo con la miseria più nera.
Come recuperare o far recuperare il senso del Natale?
Quest’anno è venuta la crisi e non a caso la storia si vendica e ci induce a riflettere su cosa sia essenziale.
Dicevo di questo Natale alla rovescia per poi imbattermi il giorno dopo nel martirio di Santo Stefano.
Allora ho detto che, se non ho fatto in tempo, non ho avuto modo di vivere il Natale autenticamente, non c’è speranza.
La festa è già finita.
Dalla capanna alla croce. Dalla speranza alla morte.
Un bel mistero!
Ma mi ha colpito il martirio di Stefano quando, mentre effondeva la vita diceva: “Ecco io contemplo i cieli aperti e il figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio”.
Dicevo del partorire nel dare vita, di quello che ho sentito la notte della vigilia.
Il Natale è un partorire, un dare vita. Ecco perché il martirio di Santo Stefano a continuare a celebrare il Natale, fare festa davanti al Signore, gioire con lui perché la morte e la resurrezione sono la faccia di una stessa medaglia.
“Una spada ti trafiggerà l’anima”.
Anche Maria nella notte fatata meditava tutte queste cose in silenzio quanto dicevano del suo Signore.

C’è ancora speranza?
Anzi adesso faccio come suggerisco alle coppie: “La fedeltà come il perdono sono doni dati, che ci toccano, non ce li può togliere nessuno. Allora Signore ti chiedo, pretendo (che brutta parola perdonami!) che tu mi dia ciò che già mi hai dato, ma che ho dimenticato come si usa, anche perché ho dato per scontato che avrei ricordato le istruzioni.
Signore ti prego non dimenticare il dono, ti prego aiutami a usarlo nel miglior modo possibile.

L’ arcoaleno

(Salmo 8,3)”
Con la bocca dei bimbi e dei lattanti affermi la tua potenza contro i tuoi nemici”

Quando Emanuele,in prossimità del Natale, mi disse che Gesù veniva a portarci l’arcobaleno, ho pensato che non avesse capito un granchè del Vangelo.
Del resto non era stato con me, come Giovanni.
A lui non avevo potuto raccontare prima di addormentarsi le storie di Gesù, nè sembrava interessato ad ascoltarle da chicchessia, amando stare in silenzio ed osservare.

Nei suoi disegni però avevo notato che non mancava mai un arcobaleno e un cuore.
Solo oggi, ascoltando le letture che la liturgia ci propone, mi sono resa conto che bisogna ridiventare bambini per vedere l’arcobaleno come la cosa più bella che Dio ci abbia donato.
Ricordo l’occasione in cui me lo disse.
Poichè aveva la varicella il mio lettone fu lo spettatore muto dei nostri discorsi che sfociarono in qualcosa di assolutamente inaspettato e inusuale.
QUI trovate le foto di quel Natale..

“Che cosa vuoi che ti porti Gesù? ” gli chiesi.
“L’arcobaleno, le coccole, gli abbracci, ti voglio bene, gli amici…”mi rispose.
Dopo un primo momento di meraviglia, mi convinsi che aveva ragione a pensarlo e mi diedi da fare per fargli un albero a sua misura, a misura di un bambino, con i poveri strumenti a mia disposizione.
Feci tanti piccoli sacchetti unendo ritagli di stoffe diverse, le imbottii con dell’ovatta , dopo avervi attaccato una striscia di panno lenci con su scritto il contenuto di ciascun dono, e le appesi ad un modesto albero finto.

Sono passati tanti anni da allora e la malinconia inevitabilmente si stava impadronendo di me, perchè siamo sempre di meno attorno al tavolo i giorni di festa e nessuno bussa più alla nostra porta.
Per chi e per cosa dovevo addobbare la casa ?
“Non faccio niente quest’anno perchè ormai siamo diventati vecchi e i giovani hanno altro a cui pensare”, dicevo.
Poi mi sono ricordata del sacco di ” SCINTILLANTI” riempito con tutti i grazie detti al Signore.
L’ho aperto ed ecco cosa ne è uscito, perchè quando smetti di lamentarti per ciò che ti manca escono fuori i doni di cui Dio ha ricolmato la tua vita.

“Non è sorto nessuno più grande di Giovanni Battista”. (Mt 11,11)

Meditazioni sulla liturgia di
giovedì della II settimana di  Avvento
Letture: Is 41,13-20; Sal 144;  Mt 11,11-15
“Non è sorto nessuno più grande di Giovanni Battista”. (Mt 11,11)
Delle letture di oggi mi ha colpito la graduatoria di Dio, dove gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi.
E’ consolante comunque, per chi non è abituato a stare sulla cresta dell’onda, ad essere riverito e rispettato, applaudito e sicuro, sapere che ci sarà o è già in atto un capovolgimento delle sorti, e arriverà per tutti il giorno del giudizio, dove non contano le monete contraffatte o anche solo le monete che non portano impressa l’immagine e la somiglianza di Dio.
Sembra un’impresa impossibile quella di somigliargli, di fargli da specchio, sembra impossibile che la sporcizia non ci si attacchi addosso sì da rimandare all’esterno un’immagine deformata di Lui.
Ma nella Bibbia 365 volte, tanti quanti sono i giorni è ripetuta la frase”Non temere!”, frasi di incoraggiamento, di speranza, per tutti gli affaticati, stanchi, depressi, sfiduciati, tutti noi, che faticosamente portiamo sulle spalle bagagli troppo pesanti a prescindere se li abbiamo noi scelti o qualcuno gode a metterceli addosso e a renderceli più pesanti.
Ebbene nell’Antico e nel Nuovo Testamento Dio non fa che ripetere che non dobbiamo avere paura perchè Lui ha fatto un patto con noi che non dimenticherà mai.
I suoi incoraggiamenti passano attraverso la bocca dei profeti o la vita di quelli che si sono fidati di Lui fino in fondo e ne hanno visto i frutti.
Giovanni Battista di cui oggi Gesù fa l’elogio, non è stato tenero con i suoi , ma ha predicato fino a morire per questo la necessità di pentirsi, di convertirsi al Signore.
Giovanni Battista ci ha rimesso la testa solo perchè ha segnalato al potente di turno che non gli era lecito tenersi la moglie di suo fratello.
Le parole del precursore a Gesù fanno dire di lui che tra i nati di donna non è mai sorto uno più grande di lui, ma da chi si è sentito giudicato, scomodato, irritato dalle sue parole è stato condannato a morte.
Molti pensano che  la morte a cui condanniamo le persone scomode ci  restituisca la libertà di fare quello che ci pare e piace.
Ma purtroppo non è così perchè  da  morti le parole incidono sulla coscienza molto di più e alla colpa si aggiunge altra colpa con conseguente appesantimento della soma che portiamo sopra le spalle.
Alla fine dei conti moriamo tutti, buoni e cattivi e la differenza la fa proprio la coscienza pulita o sporca, quella che ci salva o ci condanna.
Giovanni Battista rispetto agli altri profeti ha avuto la grazia di conoscere Gesù quando era nella pancia di sua madre e di annunciarlo con  la vita.
La conversione è il primo passo, ineludibile per incontrare il Signore.
In questo tempo di Avvento da un lato si moltiplicano le parole di speranza, dall’altro parole di incoraggiamento e di invito a costruire le strade per arrivare alla grotta.
Quante cose ci dici Signore in questo periodo forte dell’anno, in cui siamo tutti presi da pensieri che con te hanno poca o nessuna attinenza!
Anzi  (cosa che a me come a molti succede), il Natale è fonte di angoscia per via dei regali da fare, per i soldi, per il traffico e la confusione delle idee, per gli inviti, per tutto ciò che ci toglie dalla routine e ci stressa.
Ci piacerebbe riposarci Signore, non pensare a nessuno se non a te, a noi stessi, da te amati, consolati, rassicurati, guariti.
Mi piacerebbe che il Natale fosse confuso tra altre feste, venisse in sordina, arrivasse inaspettato, mi piacerebbe poterti ospitare Signore nella mia povera e disadorna casa, nella mia stalla, nella mia mangiatoia, senza preoccuparmi di nulla che non sia accoglierti e prendermi cura di te.
Da tempo non riesco a fare inviti che presuppongano un preavviso, perchè tutto mi mette ansia, ma gradisco enormemente le improvvisate.
Perciò il mio frigorifero è sempre pronto per soddisfare le necessità di chi bussa inaspettato alla mia porta.
Consapevole dei miei limiti, ho sperimentato che quando il protagonista della festa è la persona godo più profondamente il senso del tuo Vangelo.
Ti chiedo quindi di poter perseverare in questa gimkana di luci, di addobbi, di circolazione caotica, di mancanze fisiche e spirituali nella fede che tu verrai lo stesso a visitarmi anche questo Natale, come hai sempre fatto, so che tra un pacco, un impegnativa, una visita, il dolore, la stanchezza, i ricalcoli continui, busserai alla mia porta per cercare un luogo dove venire alla luce.
San Giovanni non ti aveva preparato regali splendidamente confezionati, ma ti riconobbe attraverso la gioia che la madre Elisabetta gli trasmise quando vide Maria che ti portava in grembo.
Quanta semplicità e quanta gioia in questo incontro di cui Luca ci parla!
Ecco vorrei un Natale così, un Natale che riconosco dal trasalimento del cuore.
Gesù dice di Giovanni che è il più grande nati prima di lui, ma nel regno dei cieli non si seguono le graduatorie del mondo e il più grande su questa terra non è detto che lo sia anche in cielo.
A me non piace essere la prima, come un tempo, lo sai Signore. Vorrei solo la perseveranza di aspettarti con i fianchi cinti e i calzari ai piedi, perchè non voglio perdere l’occasione di ospitarti in casa mia.

E’ NATO?

 Sfogliando il diario…
25 dicembre 2015

NATALE del SIGNORE
“Veniva nel mondo la luce vera, che illumina ogni uomo”(Gv 1,9)
2015 anni fa nascevi, Signore mio Dio. Non c’era posto per te negli alberghi, nelle case, in luoghi comodi e accoglienti, ma tu ti sei accontentato di una mangiatoia, di una stalla, in un paese piccolo e sperduto, Betlemme che, guarda caso, significa casa del pane.
“Io sono il cibo di vita eterna” dirai, una volta diventato grande e nell’ultima cena, dopo aver benedetto il pane e il vino, “prendete e mangiatene tutti questo è il mio corpo, questo è il mio sangue…fate questo in memoria di me”.
Diventare pane, diventare cibo per tutti quelli che si lasciano ammaliare dagli incarti, dalle etichette, dalle promesse del cibo facile e a buon mercato.
Non potevi che nascere nella casa del pane e non potevi mascherare ciò che in effetti noi siamo: stalle maleodoranti e sporche, destinate ad ospitare animali non uomini fatti a tua immagine e somiglianza.
Rifletto su questo tuo non scandalizzarti per quello che siamo, su dove viviamo e come viviamo, rifletto e mi vergogno.
La casa è ancora immersa nel silenzio , perchè ieri si è fatto tardi per il cenone della vigilia.
Alla veglia di mezzanotte non siamo venuti perchè eravamo stanchi, troppo stanchi dopo l’orgia consuistica che ci ha fatto dimenticare chi stavamo aspettando.
Di presepi e di Gesù bambini e angioletti ho riempito gli scaffali, i tavoli, le librerie per contestare quelli che non hanno voluto che quest’anno nelle scuole si festeggiasse il tuo compleanno.
Mi sono indignata per questo, ma in questa pace e in questa quiete mi interrogo se anche io ti ti ho trattato alla stessa maniera.
C’è posto per te in questa casa così grande che mi ci perdo, c’è posto per ospitare chi è al freddo e al gelo, chi non ha dove posare il capo, chi sotto i cartoni si è costruito un rifugio alla stazione e lì ha passato la notte?
C’è posto per te in questa mia casa comoda e calda, con tante stanze e tante poltrone?
Tutto e niente parla di te in questo mio albergo, dove l’ingresso è riservato ai più stretti congiunti che non creano problemi.
Non posso dire che non sapevo con chi, oltre la famiglia di mio figlio avrei potuto condividere il cibo abbondante compresso nel frigo o sistemato al fresco sul balcone, dove la temperatura è più bassa.
Spesso penso alla persona che mi abita sotto che vive sola e che forse avrebbe piacere a ricevere un nostro invito.
Peccato che abbia un brutto carattere.
Non ho avuto coraggio, forza, determinazione a invitarla, ho avuto paura che avrebbe portato scompiglio nella nostra calma e collaudata routine.
Non mi sono fidata di te e ho fatto appello solo alle mie forze. Per questo ho taciuto e ho fatto finta di niente.
Signore aumenta la mia fede, in te, non in me, perchè chi dà valore e importanza al piatto è solo il suo contenuto.

“Non è sorto nessuno più grande di Giovanni Battista”. (Cfr Mt 11,11-15)

“Non è sorto nessuno più grande di Giovanni Battista”. (Cfr Mt 11,11-15)

Quante cose ci dici Signore in questo periodo forte dell’anno, in cui siamo tutti presi da pensieri che con te hanno poca o nessuna attinenza!
Anzi (cosa che a me come a molti succede), il Natale è fonte di angoscia per via dei regali da fare, per i soldi, per il traffico e la confusione delle idee, per gli inviti, per tutto ciò che ci toglie dalla routine e ci stressa.
Ci piacerebbe riposarci Signore, non pensare a nessuno se non a te, a noi stessi, da te amati, consolati, rassicurati, guariti.
Mi piacerebbe che il Natale fosse confuso tra altre feste, venisse in sordina, arrivasse inaspettato, mi piacerebbe poterti ospitare Signore nella mia povera e disadorna casa, nella mia stalla, nella mia mangiatoia, senza preoccuparmi di nulla che non sia accoglierti e prendermi curadi te.
Da tempo non riesco a fare inviti che presuppongano un preavviso, perchè tutto mi mette ansia, ma gradisco enormemente le improvvisate.
Perciò il mio frigorifero è sempre pronto per soddisfarele necessità di chi bussa inaspettato alla mia porta.
Consapevole dei miei limiti, ho sperimentato che quando il protagonista della festa è la persona godo più profondamente il senso del tuo Vangelo.
Ti chiedo quindi di poter perseverare in questa gimkana di luci, di addobbi, di circolazione caotica, di mancanze fisiche e spirituali nella fede che tu verrai lo stesso a visitarmi anche questo Natale, come hai sempre fatto, so che tra un pacco, un impegnativa, una visita, il dolore, la stanchezza, i ricalcoli continui, busserai alla mia porta per cercare un luogo dove venire alla luce.
San Giovanni non ti aveva preparato regali splendidamente confezionati, ma ti riconobbe attraverso la gioia che la madre Elisabetta gli trasmise quando vide Maria che ti portava in grembo.
Quanta semplicità e quanta gioia in questo incontro di cui Luca ci parla!
Ecco vorrei un Natale così, un Natale che riconosco dal trasalimento del cuore.
Gesù dice di Giovanni che è il più grande nati prima di lui, ma nel regno dei cieli non si seguono le graduatorie del mondo e il più grande su questa terra non è detto cher lo sia anche in cielo.
A me non piace essere la prima, come un tempo, lo sai Signore. Vorrei solo la perseveranza di aspettarti con i fianchi cinti e i calzari ai piedi, perchè non voglio perdere l’occasione di ospitarti in casa mia.

BUON NATALE

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Guardando il mio presepe in attesa di metterci il Bambinello a mezzanotte, ho pensato a quanti natali passano inosservati, quante volte mettiamo nella mangiatoia un gesù senza cuore, finto, di porcellana, di plastica o di qualsiasi altro materiale inerte e ci dimentichiamo di quello vero, quello di carne.
In chiesa si benedicono le piccole statuine la III domenica di Avvento.
Mi sono chiesta che senso abbia questo rito, se coviamo tanti rancori nel cuore, se ci teniamo soffocati tanti Gesù che ci rifiutiamo di accogliere, persone con le quali viviamo non riconciliati, persone che ci hanno fatto del male o alle quali più o meno consapevolmente anche noi abbiamo fatto del male.
Questo Natale ho deciso che voglio mantenere il mio presepe così come l’ho preparato all’inizio di questo Avvento.
Una culla con un libro aperto… la Sua Parola che non scade e che ci guida tutti i giorni a venire.
” Sono stato con te dovunque sei andato”(2 Sam 7,9)
BUON NATALE
Antonietta e Gianni

Non lasciarti cadere le braccia

filo-spinato

” Non temere Sion, non lasciarti cadere le braccia” (Sof 3,16)

Veramente Signore ho bisogno che qualcuno mi sollevi da terra, che asciughi le mie lacrime, che mi rialzi da questo stato di sconforto, di desolazione, di sofferenza, di stanchezza, di non sonno, non gioia, non natale.
Ho bisogno Signore di stringere tra le mani qualcosa che non sia una medicina, di bere qualcosa che non sia un veleno che si aggiunge ad altri veleni, di qualcuno che non mi si avvicini con un ago, una macchina, un catetere, un martelletto, un letto che non sia una lettiga, un auto che non sia un ambulanza, di amici, che vengono a visitarmi, non chiamati per scrivere ricette, riempire moduli, consigliare o sconsigliare una cura.
Ho bisogno Signore di qualcosa che non mi ricordi la malattia, di un sonno che mi faccia andare in vacanza da questo inferno di dolore e di sofferenza.
La scorsa notte mi sono messa ai tuoi piedi, come un cane mi ti sono aggrappata, mi sono tenuta vicino a te, il mio padrone, che mi fa sentire al sicuro.
Un cane, mi sentivo un cane in cerca di un padrone da cui sentirsi protetto. Tu l’hai permesso e io ho trovato la pace.
Ho ripensato a quella donna che ti chiedeva non so cosa e che al tuo diniego ti ricordava che anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole che cadono dal tavolo dei loro padroni.
Non ti chiedo più nulla, perchè già tanto, tutto ti ho chiesto fino ad arrivare all’essenziale.
Ora è arrivato il tempo di chiudere la bocca e aspettare che tu decida di me, della vita o della morte, non della disperazione.
Sono qui Signore ad aspettare che la tua mano tocchi la mia, che il tuo sguardo incroci il mio, che mi senta amata da te ancora, per sempre, perchè tu sei il mio Signore, il mio Salvatore, perchè non mi sono sbagliata, è solo questione di tempo.
“Il tempo è nelle nostre mani, nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori.”
L’ho trovato e l’ho tenuto stretto l’infinito, ho cercato con tutte le mie forze, con tutta me stessa di non smarrirlo.
Ma mi è scivolato dalle mani, senza che me ne accorgessi, come quel piccolo Gesù, il mio tesoro, che, quando ero bambina, non trovai più nel pugno dove lo custodivo.
La ferita di quella perdita non si è ancora rimarginata, perchè ero sola e quel bambino era il mio unico compagno di giochi.
Tu Signore sei altro, lo so. Sono diventata grande e lo capisco, almeno questo.
In fondo non è tanto quello che uno perde ma il vuoto che lascia, quel vuoto che ti fa soffrire.
Io so che mi stai ascoltando, che un giorno ti vedrò, non necessariamente questo natale, e mi chiedo quanto ancora dovrò aspettare.
Un Natale senza luci, quello di quest’anno, un natale dove nel mio piccolo presepe Gesù è già nato, perchè per non fare fatica e correre il rischio di perdere i pezzi, lo scorso anno, il presepe non l’ho messo in cantina, ma sul mobile della sala, perchè fosse natale ogni giorno dell’anno.
Mi chiedo se ho fatto la scelta giusta, se anche solo cambiando posizione agli oggetti ogni tanto, la vita cambia, cambia il punto di vista.
Sicuramente sì, ma arriva il tempo in cui non hai nessuno che ti aiuti a fare certi traslochi e ti devi arrangiare da sola.
Su suggerimento di Emanuele ho messo al posto del bambinello la Bibbia, Emanuele a cui non sfugge nulla e che si è ricordato la sana abitudine di questa casa, di attendere il Natale con la Parola messa tra la paglia.
Grandiosi i bambini che ti rinfrescano la mente, diventando la tua memoria quando diventi vecchio!
Ed io mi sento vecchia, tanto vecchia da chiedermi il senso di questo natale.
“Non lasciarti cadere le braccia” le parole che mi hanno colpita.
Ieri ho chiamato M. l’angelo che mi accompagna, perchè facesse sotto la mia guida le cartellate, il dolce simbolo dei natali della mia infanzia, il profumo di mio padre e delle sue tradizioni che si portò dietro quando si sposò e che trasferì a mia madre e a noi figli.
Ho desiderato mettermi in contatto con i miei cari attraverso quel profumo di mosto cotto misto a cannella, quel segno di festa nella nostra povera casa dove la cosa più dolce era il pane raffermo tagliato con cura a dadini da papà, che immergevamo nel latte, quando riuniti al mattino facevamo la colazione.
Nostalgia di profumi, nostalgia di sapori, nostalgia di presenze, nostalgia di un calore che solo tu oggi Signore mi puoi dare in questo natale senza suoni che non sia la parola che esce della tua bocca.
“Una voce, il mio diletto!”
La liturgia oggi parla di voci che si odono, che fanno sussultare, che riempiono di guoia, che ti portano a danzare come fece Davide davanti all’arca santa.
La gioia è il distintivo del cristiano e io non voglio perderla Signore.
Donami la gioia di accorgermi che tu stai arrivando anche se non ti vedo.