SFOGLIANDO IL DIARIO…

“lo Spirito del Signore è sopra di me”
 
Quando lo Spirito del Signore è sopra di me?.
Quando amo il fratello che vedo, quando così facendo rendo visibile il regno di Dio, quando divento profezia della sua salvezza per ogni uomo.
La profezia che Gesù legge sul rotolo di Isaia è estesa ad ogni battezzato.
Il primo a dare l’esempio è Gesù.
“Lo spirito del Signore è sopra di me: per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato ad annunciare ai poveri il lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vita: per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore”.
Dio è amore.
Rimanete nel mio amore.
Lo spirito agisce in quelli che amano i propri fratelli.
Dove c’è l’amore è presente Dio.
Del resto se Dio non lo ha mai visto nessuno, come si fa a darne i connotati?
Giovanni spesso, poiché ama disegnare, mi ha chiesto come è fatto Dio, che faccia avesse.
Mi ha chiesto anche dov’era, dove trovarlo, perché voleva abbracciarlo e non lo vedeva.
Il primo disegno che ha fatto su Dio raffigura tre persone che si tengono per mano, un papà una mamma e un figlio, sotto il quale ha scritto: “Dio è amore”.
Quando deve disegnare Dio, la maggior parte delle volte, mette due o più persone che si vogliono bene, contornate da raggi dorati, come se dalla loro relazione, dal bene che si vogliono uscisse la luce.
Una volta ci mise un cuore come raccordo di raggi rossi che univano le persone di una stessa famiglia.
Dio, Giovanni lo rappresenta quindi come luce che si sprigiona da quelli che si amano.
Ma anche luce che dal cielo scende sulla terra, quando deve illustrare un dialogo tra Dio che non si vede e un personaggio di cui sta raccontando la storia.
Si serve anche degli angeli per parlare di Dio, angeli che sprizzano luce, i suoi messaggeri.
Spesso, come ieri, Dio gli parla di festa, di gioia.
Ha raffigurato l’ultima cena mettendo in mano agli apostoli palloncini e aggiungendo il tredicesimo apostolo che è lui, più piccolo, con un palloncino anche lui in mano, per partecipare alla testa.
In alto ci ha messo due personaggi, uno grande e uno piccolo, un maschio e una femmina, per indicare che alla festa siamo chiamati tutti.
Ha disegnato una casa grande e ce l’ha anche scritto: CASA GRANDE forse perché non poteva accettare che Gesù si limitasse a mangiare solo con 12 persone.
Man mano che faceva il disegno lo arricchiva di simboli e i 12 apostoli ad un certo punto sono diventati tredici e poi erano maschi e femmine, anche se avevano tutti i pantaloni.
Perché l’ultima cena è una festa e nessuno ne è escluso.
Del resto Giovanni ha ben chiaro cosa significa avere Dio nel cuore e si rende conto che in questi ultimi tempi lui dà ascolto al diavoletto.
Ma nessuno gli parla più di Gesù, di Dio, nessuno gli fa fare il segno di croce, e lui se lo dimentica.
Ieri è venuto con la punizione che non doveva né poteva vedere la televisione fino a domenica.
In un primo momento ho pensato che la punizione era per le nonne che poi si dovevano inventare come tenerlo a freno, ma poi sono stata contenta perché abbiamo passato un pomeriggio a fare gli esploratori dell’amore di Dio.
Che bello tornare a parlare con Giò di tutte le cose belle che porta nel cuore, delle sue esperienze, le sue paure, ma anche delle sue certezze!
È stato un bel pomeriggio, come quando per due ore abbiamo vagato per la città a fare gli esploratori.
E dire che l’altro ieri ero caduta in depressione, quando mi aveva detto che preferiva andare da nonna Rita perché ha la casa più grande e ci si può fare rumore e perché non c’è nessuno che si lamenta.
La zia Adelina che abita accanto è sorda e non ci sono problemi.
Ho pensato ai nostri anni di sodalizio, intimità, a tutte le cose che ci siamo detti, al legame profondissimo che abbiamo, infranto da una casa più grande e una vicina sorda.
La sordità del vicino, la larghezza della casa, la possibilità di fare il comodo proprio, possono cancellare l’amore?
Ho pensato all’amore di Dio che non ci perde di vista.
Ieri il Vangelo di questo parlava, quando ha fatto riferimento a Gesù che era salito sul monte per pregare e aveva detto ai suoi discepoli di precederlo sull’altra riva.
Ho pensato a mercoledì, quando Giovanni mi ha preceduto, quando l’ ho accompagnato a basket e poi si è scordato completamente di aspettarmi, come gli avevo detto.
Io non lo avevo perso di vista, anche se al buio della strada poco illuminata, coperto dalle macchine, non sono riuscita a distinguerne la sagoma, mentre guadagnava la porta della palestra.
Ma poi l’ho raggiunto e l’ho riportato a casa, senza fargli fare l’allenamento, perché capisse che non deve dimenticare che è ancora piccolo e che è stato a me affidato.
Ho pensato allo sguardo di Dio che non si stacca mai da noi, lo sguardo puntato lontano che ti segue, ti abbraccia, ti prende.
Poi se te ne sei dimenticato e appare all’improvviso, pensi che sia un fantasma, specie se stai lottando contro il vento contrario.
Ho pensato che nessuna casa grande può togliermi Giovanni, perché ogni casa diventa grande dove c’è Gesù e c’è posto per tutti.
Per questo forse ieri ha disegnato una casa grande dove si poteva fare festa, dove c’erano grandi e piccini, dove Gesù spezzava il pane dava il vino a tutti.
Ecco a cosa porta un pomeriggio senza televisione.
Che non sia provvidenziale il fatto che Giovanni di tanto in tanto decida di fare il cattivo?.
È stato il suo modo di dire che è stufo della balia elettronica e che ha bisogno, ha voglia di qualcuno che gli parli di Dio, mettendosi in una relazione più profonda e più vera con lui.

Disegni


SFOGLIANDO IL DIARIO…
15 novembre 2009
“Il cielo e la terra passeranno ma le mie parole non passeranno”.(Mc 13,31)
Un tempo ti avrei chiesto “Quali parole Signore?” perchè non sapevo neanche che tu avevi parlato.
Ignoravo che tu conoscessi il nostro linguaggio, né pensavo poter mai mettermi in relazione con te.
Chi ero io per poter scalare il cielo e incontrarti?
Del resto non pensavo valesse la pena mettermi nelle condizioni di essere da te giudicata e condannata.
Più stavo lontana da te, più mi sentivo al sicuro, con complessi di colpa che però mai mi abbandonavano.
Mi avevano parlato di te come un giudice severo e inflessibile, e una cosa sola mi faceva paura: l’inferno.
Ieri sera alla domanda quali erano le mie paure da bambina ho a fatica cercato di ricordare qualcosa che mi facesse paura a quei tempi, ma non l’ho trovata, dal che ho dedotto che non avevo paura di niente, che non conoscevo la paura, non sapevo cosa significasse.
Questa mattina, leggendo il Vangelo, che parla della fine del mondo con immagini apocalittiche, mi è tornata in mente la paura, quella di essere scoperta mentre facevo ciò che era proibito.
Mi sognavo la notte il giudizio finale e, volendo sfuggire a quello, mi sono allontanata da te.
Ma la paura era ed è paura del giudizio delle persone, cosa che ha condizionato la mia vita.
Ma, se almeno nella giovinezza potevo fare a meno di te, non mancandomi la salute, l’entusiasmo, la speranza, con il passare degli anni la tua presenza è diventata un’esigenza per confrontarmi con te, per cercare in te regole compatibili con la vita.
Alla ricerca di indicazioni sulla vita buona, ho scartato tutto ciò che non era dimostrabile, scartato tutto ciò che mi dava ricette del momento, bocciato tutto ciò che non appagava la mente e il cuore.
Mi sembrava che per esistere dovevo essere buona, brava, dimenticare me stessa e diventare quello che l’altro voleva che fossi.
Ma la non verità non paga.
Sono diventata esperta in coperture mimetiche, tanto che dicevo di me minimizzando che  ero un grande bluff.
Andare incontro ai desiderata degli altri mi faceva esistere.
Non sopportavo il rifiuto o l’indifferenza di chi mi avrebbe potuto condannare a morte.
La paura che ho negato da piccola come sentimento non buono, la vedevo rappresentata in mamma.
“Diana, la paura” si diceva, quando giocavamo a tombola e usciva il 90.
Poi la sua paura incomprensibile  è toccata anche a me.
Una paura irrazionale e ritenuta colpevole come colpevole erano ritenute le malattie che mi erano venute dopo sposata.
La malattia come la paura di stare sola non mi permettevano più di indossare gli abiti che mi erano sempre serviti per mimetizzarmi, per nascondermi.
Così ne ho inventati di sofisticati, ma portandomi dietro la necessità di dover essere come agli altri piaceva, perché il consenso che cercavo doveva essere universale.
Signore non so perché, meditando il Vangelo, ho detto tutte queste cose e direi che sono andato fuori tema.
Ma ora che ti ho incontrato e conosciuto, non ho paura di essere giudicata da te per un tema uscito male.
So che tu sei qui e mi hai guidato in questa riflessione perché prendessi coscienza dei miei limiti, perché ti ingraziassi per la verità che mi hai mostrato, che rende libere le persone di essere quelle che sono, di andare in carrozzella o camminare, di essere sana o malata, guarita o in via di guarigione, di essere vera, di non ricorrere a mistificazioni per nascondersi agli occhi altrui.
Perché tu sei un padre Signore che ama tutte le sue creature in modo speciale, unico, ma sei anche un Dio che non guarda a quello che faccio ma a quello che sono, ci fai esistere anche quando pecchiamo, un Dio che mi fai ogni giorno, ogni momento, un Dio che cammina con noi, che ogni giorno nutre e rinnova, plasma e riempie le sue creature.
Non ho paura Signore di te, ho paura di me, del male che posso fare e continuo a fare a me stessa e ai fratelli, quando sono giudice severo delle mie e delle altrui debolezze.
Ti ringrazio Signore perché il tuo sacrificio ci ha salvato una volta per tutte, ti lodo e ti benedico perché mi stai pian piano spogliando per scoprire il capolavoro che tu hai fatto con me.
Penso ai capolavori che faccio con Emanuele e un tempo con Giovanni.
Mi entusiasmavano quelli di Giovanni perché mi sorprendeva con le sue intuizioni.
Giovanni voleva mettere una forma alle cose, dare forma, rinserrandole nei suoi schemi mentali.
L’osservazione attenta lo ha portato a fare tanti capolavori che parlavano di te.
Emanuele non sa disegnare.
È un po’ come me, ma non me ne cruccio, perché partiamo da scarabocchi, perché poi lui possa vedervi le cose che conosce, che ama, che desidera.
La maggior parte del lavoro lo faccio io, ma lui vede ciò che io non vedo. Lui mi aiuta a vedere e io l’aiuto a rendere visibile l’invisibile.
Alla fine attacchiamo il capolavoro alla porta con due firme, nonna Etta e Emanuele, nonna Etta e Giovanni.
Che bello Signore vedere il mondo sotto il metro d’altezza!
Che bello scoprire ciò che già c’è, basta tirarlo fuori.
Tu Signore così hai fatto con me.
Mi hai spogliato perché mi volevi dare una veste perché risplendesse, attraverso di me, la tua gloria.
Così aiuto Emanuele e Giovanni a scoprire i doni di cui tu li hai colmati.