“Il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati” ( Mt 9,6)

 “Il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati” ( Mt 9,6) 
In questo passo del Vangelo vediamo un paralitico che viene portato davanti a Gesù dai suoi amici, facendolo passare da un buco, fatto sul tetto perché sia guarito.
Da cosa deve essere guarito l’uomo?
Quali sono le malattie che lo paralizzano?
Quelle che dipendono dal giudizio degli altri, dalle etichette che gli mettono addosso, quelle che impediscono all’uomo di rialzarsi, di rimettersi in piedi, che gli tolgono la dignità, che lo fanno vivere in un inferno.
L’uomo che non si sente accettato, amato per quello che, è sempre un po’ menomato, paralizzato su schemi stereotipi, e limitato nella possibilità di esprimersi, ha le ali tarpate, e vive in uno stato di guerra continua.
Guerra che gli fanno gli altri, guerra che lui fa agli altri per difendersi.
L’uomo, anche se colpevole, ha bisogno di essere reintegrato nella sua posizione, nel suo stato precedente, ha bisogno di riscatto.
Se rimane in prigione per tutta la vita, l’uomo non potrà mai esprimersi al meglio delle sue possibilità, anche se si pente.
La società sente l’esigenza di perdonare perché non può stare sempre in perenne conflitto con se stessa.
Ecco il motivo dell’indulto, dell’amnistia, del condono, della grazia delle giubileo che un tempo sanciva lo scuotimento dei pesi, la liberazione degli schiavi eccetera.
Gesù è venuto a portare personalmente all’uomo il messaggio di salvezza che parte dal perdono, il super dono che è Lui e che ci ha lasciato nei Sacramenti.
Infatti non c’è sacramento che non sia un’ occasione per ricevere il perdono di Dio, che non lo attesti, che non operi in tal senso.
I Sacramenti sono un segno dell’amore di Dio per l’uomo.
Battesimo, Cresima, Riconciliazione, Unzione degli infermi,presuppongono una domanda di perdono da parte dell’uomo.
Se l’uomo non vuole guarire dalle sue infermità, Dio non si impone, non ne forza la volontà.
Poi c’è l’Eucaristia, il pegno vivente che Gesù ci ha lasciato.
Dio si fa mangiare, Dio offre se stesso perché torniamo a vivere.
Il segno tangibile dell’amore che Dio continua a donarci, nonostante le nostre infedeltà è l’Eucarestia.
“Domine non sum di dignus” si dice all’inizio della messa.
Non siamo degni Signore di ricevere tanto, eppure tu sei pronto a donarti a noi, a farci gustare quanto è bello stare con te, in pace con te e con i fratelli.
La pace è ciò di cui abbiamo bisogno, è una beatitudine….
“Beati gli operatori di pace” è scritto.
Gli angeli annunciavano la tua nascita dicendo: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”.
Dio porta la pace, Dio ci lascia la sua pace quando appare agli 11 nel cenacolo.
Dio ci vuole operatori di pace, portatori di perdono, testimoni di amore.
Il paralitico perdonato, può rialzarsi, andare a casa sua con il suo letto sotto il braccio.
I suoi amici hanno fatto ciò che ognuno di noi dovrebbe fare: portare Gesù e paralitici, a tutte quelle persone che sono ingabbiate dalla loro colpa, le persone che non si sentono amate, rispettate, che non si rispettano e non rispettano gli altri, che hanno sbagliato, che non si accettano e che pensano che non c’è pace tra gli ulivi, vale a dire che non c’è speranza neanche in Dio.
Ma quando si incontra Gesù veramente, il primo effetto è quello di sentirsi bene, perché ci si sente guardati con occhi di misericordia.
Matteo, la Samaritana, Zaccheo sono tutte persone che hanno sentito lo sguardo di amore posarsi su di loro e si sono convertiti.
Gesù guarisce con il perdono e noi siamo chiamati a fare altrettanto.
In un mondo in cui, perché non ci siano conflitti si sta omologando, globalizzando, omogeneizzando tutto, in un mondo in cui la differenza di genere tende ad essere azzerata o negata, la differenza tra generazioni (vedi operazioni di lifting), la differenza di cultura, il pubblico e il privato messi sullo stesso piano (grande fratello, isola dei famosi), dove non c’è più pudore, dove tutto è per tutti nel significato più deteriore e dannoso, il diverso fa fatica a vivere ed è condannato all’isolamento, alla non esistenza.
Ecco allora le guerre che cercano di ristabilire un diritto che prescinde dall’identità, dalla dignità delle persone.
Gesù è venuto a portare la pace che nasce dall’accettazione dell’altro, per permettergli di operare per il bene comune mettendo in comune quello che è.
“Non entrerete nel mio riposo “dice Dio a quelli che non si vogliono convertire al suo amore.

L’utero di Dio

 

“La carità non avrà mai fine “. (1Cor 13,8)
“Dio è amore”, scrisse Giovanni, sotto un disegno che mostrava una famiglia felice, una coppia con un bambino a lato, preso per mano, con tanti raggi gialli luminosi.
Giovanni ad ogni colore dava un significato e il giallo per lui esprimeva la felicità, come il verde l’odio, il viola l’invidia.
Straordinari questi bambini che ti aprono le porte del Paradiso!
Ai piccoli infatti sono svelati i segreti del regno.
“Quante cose si possono fare con Gesù!” aveva detto Marco, un altro bambino speciale speciale, non perché l’ho conosciuto io, ma perché tutti i bambini sono speciali quando li osservi, li ascolti e ti fai guidare da loro.
Quando mi sono sposata non pensavo che avere dei figli comportava fatica come quella che mi è rimasta impressa di insegnare a Franco a scrivere nelle  righe, passando dallo stampatello al corsivo.
Ma non sapevo che dai bambini impari a guardare il mondo con altri occhi.
Per fortuna che il Signore mi ha dato un’altra chanche affidandomi i miei nipotini per fare gli esami di riparazione.
Bisogna veramente osservarli i bambini, anzi  diventare bambini e rientrare dell’utero di chi ti ha generato, per vedere svelati i misteri del regno.
Solo così puoi capire i discorsi di Gesù, farli tuoi, diventare come lui  ci ha promesso.
Questa notte, meditando i misteri gloriosi del rosario, non riuscivo a staccare la mente dal pensiero che, per poter contemplare il mistero non lo dovevi guardare da fuori, ma lo dovevi guardare da dentro, da dentro la pancia, dall’interno dell’utero di chi ti ha generato.
Così questa notte ho fatto un trasloco e invece di pensare che dalla terra guardavo il cielo, ho capovolto la cosa e ho pensato che dal cielo guardavo la terra, più che altro dal cuore di Dio guardavo Antonietta e guardavo tutti i suoi figli.
Io galleggiavo leggera nel suo utero.
Dal liquido amniotico mi sentivo cullata, nutrita, amata da Dio Padre, Eterno Amante, dal Figlio Eterno Amato e dallo Spirito Santo, Eterno Amore.
L’accordo della mia famiglia d’origine, la loro comunione, il loro amore facevano sì che mi sentissi al sicuro.
Era una sensazione bellissima perché  finalmente ero felice.
Le parole del Vangelo “ Vi ho suonato il flauto e non avete ballato, vi ho cantato un lamento e non avete pianto” mi sembravano appartenere un passato che non ritorna.
Ero arrivata nella casella del Cristo morto e risorto in quell’assurdo gioco dell’oca dove i dadi mi rimandavano sempre al punto di partenza.
La  meta che mi si prospettava all’inizio come una croce che nessuno ama e che tutti vorrebbero rigettare il mittente, si era  trasformata  in un grande utero accogliente, dove mi sentivo amata, protetta e nutrita per essere portata a perfezione.
Ricordo, quando mi sono sposata, la soddisfazione di cambiare il cognome (allora la legge lo imponeva) perchè dalla mia famiglia mi ero sentita poco amata.
Pensavo che nella famiglia di mio marito quell’amore l’avrei trovato nella sua interezza.
Quanto mi sbagliavo!
Ma nè nella prima nè nella seconda ho trovato l’amore perfetto.
Per questo, senza sapere di stare a cercarlo, ho incontrato il Signore,perché io cercavo l’amore e non Dio.
Ma Dio è amore.
E’ l’amore  che ti riempie la vita, ti dà il coraggio di andare avanti, alimenta la speranza, dà un senso a tutto quello che fai.
Sentirsi amati è sentirsi vivi, in quel caldo e sicuro rifugio che è la Sua casa di carne.
Attingendo alla fonte non puoi non desiderare di fare altrettanto, perché quello che impari nella Sua casa, sei capace di farlo anche tu per le persone che Gli stanno a cuore, tutti i figli che formano il Suo Corpo, la Chiesa.
“La carità non abbia finzioni”, dice San Paolo.
Ad una bimba che assisteva all’incontro prebattesimale dei genitori ho chiesto se sapeva cos’era l’amore e se l’aveva imparato dalla televisione.
Mi ha risposto che l’amore lo vedeva nei suoi genitori perchè anche quando litigano si riappacificano.
Le ho chiesto allora cosa i genitori dovevano insegnare ai figli.
“A fare la pace!”, la sua risposta.

George Edmund Street,Decorazione a piastrelle della navata, 1875 circa. Roma, San Paolo Dentro le mura.

Riconciliazione

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“In nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio” (2Cor 5,20)

Lasciarsi riconciliare significa che non noi ma Dio vuole fare pace con noi. E’ incredibile come la Quaresima non inizi con una minaccia per i peccati che abbiamo commesso, ma con un richiamo accorato di Dio a tornare nella sua casa, a lasciarsi abbracciare da Lui.
La Quaresima è un tempo di attesa , attesa di Dio che aspetta i suoi figli alla porta con lo sguardo fisso lontano aspettando che l’orizzonte si muova e la polvere che si solleva gli dia il segno della vita che si rinnova.
La polvere è il simbolo di questo giorno in cui ci vengono imposte le ceneri, frutto della combustione delle palme agitate al passaggio di Gesù nel suo ingresso solenne nella città dove avrebbe trovato la morte.
Morte e vita s’incontrano in questo giorno in cui non c’è cosa che non ci ricordi la morte, non c’e cosa che non ci ricordi la vita, facce di una stessa medaglia se ci lasciamo riconciliare da Dio.
Quello che più mi colpisce è che il protagonista di questa giornata non è l’uomo impastato di terra, destinato a tornare in polvere, ma Dio che non si rassegna che i suoi figli muoiano lontano da casa, dalla sua casa.
E’ Lui che ci ha creato, è Lui che ha soffiato lo Spirito sopra di noi, è Lui che vuole tornare a donarci quel soffio di vita.
Rispondere ad una chiamata, questa è la Quaresima, un tempo in cui il deserto in cui Lui ci vuole condurre, chiarificherà il nostro desiderio e ci farà chiaramente distinguere cosa è essenziale per non rimanere terra riarsa, senz’anima, priva di vita.
Ogni anno ci si ripropone lo stesso invito, ogni anno Dio ci propone una vacanza in un luogo non sponsorizzato dalle agenzie turistiche, non ricercato da persone che hanno tutto o pensano di avere tutto, un luogo speciale per un incontro speciale con lui.
Il deserto può affascinare o fare paura a seconda dei casi.
Intanto una cosa buona è che ci puoi andare vestito come ti pare, senza maschera, ieri è finito il carnevale, perchè non c’è nessuno da compiacere o a cui piacere. Nel deserto la prima cosa che avverti è la libertà di essere te stesso, di muoverti come vuoi, di prendere qualsiasi direzione.
E la libertà è cosa rara di questi tempi in cui anche l’aria è condizionata quando te lo puoi permettere.
Nel deserto non ti serve altro che un buon udito, perchè nel silenzio Dio può parlare al tuo cuore.
Il cuore è il nostro terzo ma più importante orecchio, perchè è lì che Dio vuole arrivare, al tuo cuore per sussurrarti parole d’amore, per portarti a contemplare le delizie della stanza del re, per vivere un esperienza di assoluto, di infinito, di trascendenza, di eternità.
Nel deserto ci prepariamo alle nozze con lo Sposo che abbiamo più volte tradito, ci ritroviamo a ripercorrere la nostra storia di uomini visitata e redenta da Dio.
Ogni anno andiamo in vacanza, grazie a Dio e grazie a Lui la scelta cade sempre su terre non registrate sulle mappe turistiche.
Perchè il deserto lo puoi fare anche in città, a casa, in mezzo alla folla, non un deserto di divisione, ma un deserto di comunione con Dio e con i fratelli

Regno di Dio

“E voi mariti amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa.” (Ef 2,25)

“Il regno di Dio è simile a un granellino di senapa.” (Lc 13,19)

E Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza. (Gn 1,26)

E Dio creò l’uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò:
maschio e femmina li creò.”(Gn 1,27)

Non è un caso che per indicare il regno di Dio, il passo sull’amore coniugale sia accostato a quello che parla del granello di senapa che moltiplica il suo volume.
Dio ha affidato alla coppia, all’amore tra due diversi di somigliargli, di mostrare il suo volto, per renderlo visibile agli occhi degli uomini.
Chi fa crescere il granello di senapa? Chi dà a questo minuscolo seme la forza propulsiva per diventare grande arbusto sui cui rami si posano gli uccelli del cielo?
Entrambi i passi ci portano a riflettere sul miracolo della vita che sboccia quando è collegata a Dio.
Non c’è matrimonio che sopravviva senza l’amore donato da Dio, il sole, la luce, l’acqua, il vento della relazione tra uomo e donna.
Non c’è seme che germogli e cresca senza che dal cielo gli arrivi il nutrimento.
Qualunque pianta ha bisogno del lavoro, della perseveranza, della cura dell’uomo che collabora con il contadino del cielo a farla sviluppare perchè porti frutto.
La stessa cosa avviene nella coppia che decide di consacrare il proprio amore.
L’amore è il seme umano che con la grazia di Cristo si trasforma in un legame indissolubile fondato sulla roccia. “Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde. (Mt 7,25)
Se vogliamo che il regno di Dio, (l’amore, la vita) si realizzi qui su questa terra dobbiamo insegnare ai nostri figli a fare la pace perchè l’arcobaleno dell’alleanza non tramonti mai sul nostro orizzonte.
Grazie Signore del tuo amore che dispensi a piene mani su questa terra, grazie perchè non ti stanchi di seminare il bene sulle strade contorte dell’amore umano, grazie perchè quando non ce l’aspettiamo scorgiamo germogli da semi che non abbiamo piantato.

SEMI

SEMI

“Andate ecco io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”(Lc 10,3)

Del Vangelo di oggi mi ha colpito il fatto che Gesù si fa precedere dai suoi discepoli, persone che lo avevano conosciuto attraverso la parola e le azioni che lui compiva.
Perchè questo?
Gesù ha bisogno sempre di un profeta che gli prepari la strada.
Non appare all’improvviso, non fai un’esperienza di lui se non c’è stato qualcuno che ti ha portato la sua pace.
Non sono le belle parole, nè il numero delle valigie al seguito, 90 per il principino di Galles leggevo, niente di niente ti devi portare dietro, perchè quello che ti serve o ce l’hai dentro o non c’è valigia o sacca o treno o nave o che lo possa contenere.
Quindi Dio manda noi, che non sappiamo di teologia, che abbiamo una vita più o meno dura, sfigata, come ora si suol dire o tranquilla perchè il lavoro grazie a Dio non l’abbiamo ancora perso, i figli si comportano bene, sono rispettosi e studiano e si sono fatti una famiglia regolare, regolarmente sposati in chiesa, e poi un piccolo gruzzolo in banca per le necessità.
Insomma manda tutti quelli che oggi si mettono in ascolto della sua parola, giovani e vecchi, letterati e illetterati, tutti, ma proprio tutti perchè la messe è abbondante e gli operai sono pochi.
Spesso noi pensiamo che della messe e quindi del grano abbia bisogno Dio o gli affamati e non ci sfiora l’idea che anche noi dobbiamo mangiare e quel cibo ce lo dobbiamo procurare rispondendo all’invito di Gesù.
Un’altra cosa che mi ha colpito è quel non salutare nessuno mentre siamo impegnati nella missione affidataci.
La nostra generazione è maestra in questo e non avrà difficoltà a capire che quando stai chattando con l’amico del cuore non alzi gli occhi per salutare neanche fosse il figlio del re a passarti vicino.
Ebbene Gesù che è l’Amico per eccellenza non accetta deroghe e per Lui bisogna tirare dritto e andare diretti allo scopo.
Cosa portarsi dietro?
Niente.
Perchè l’unica cosa che Gesù ci chiede di portare è la pace e quella ci pensa Lui a darcela.
E poi andare insieme.
In due sappiamo che da un lato ci si aiuta, dall’altro ci si difende meglio, ma quello che è più importante è che ci si allena a fare la pace.
Perchè per portare la pace devi sperimentare ogni momento come sia difficile andare d’accordo con uno diverso da te, specie se è tua moglie o tuo marito.
La pace è frutto dell’amore e l’amore è basato sul perdono, il perdono sul desiderio di andare d’accordo.
Ma a questo pensa Lui che ci ha mandato e che solo così facendo ci educa alla comunione con LUI e ci introduce nelle stanze del re.
E’ quando non hai niente da portare che porti Cristo nella sua interezza.

Benedire e non maledire

 

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“Non lamentatevi”(Gc 5,9)

E’ una parola, non lamentarsi quando non c’è una cosa che vada nel verso giusto, quando le forze ti abbandonano e la pazienza la devi cercare con il lanternino.
Io sono una che in genere sopporta tutto, una buona incassatrice e ce ne vuole per farmi perdere le staffe. Diciamo che non sono una maldicente, che mi fido delle persone, che le mie sfuriate durano il tempo che trovano.
Trovo una scusante per tutti, rimettendomi continuamente in discussione.
Sono una donna pacifica e, se ho perso delle amicizie, è perché non permetto a nessuno di parlare male di persone che non sono presenti.
E invece ho capito, ho visto, ho constatato che maledire è più comodo che benedire, che la materia prima di ogni incontro, relazione pubblica o privata è cercare ciò che non va, non funziona, che si deve cambiare, che si deve rottamare, che si deve sostituire.
Siamo ogni giorno spettatori di tutto questo, amplificato dai mass media.
C’è Giovanni il mio nipotino ormai quattordicenne che passa il tempo a chattare con i suoi amici astraendosi dal mondo. Gli ho chiesto di cosa parlano e mi ha risposto che stanno sempre a litigare e pare ci provino gusto a tirare in mezzo il Padreterno per potersi sfogare con qualcuno che non si può difendere, che non c’è, che non esiste.
Giovanni fa del suo meglio per mettere pace ma è tempo perso.
Lui in genere non si lamenta, mette dentro come la nonna e penso che questo non faccia bene a nessuno.
Da piccolo gli avevo insegnato a cercare ogni giorno ” gli scintillanti” schegge di luce che azzerano il buio, il negativo di certe giornate, che ti fanno sentire la gioia di avere un Dio vicino che si prende cura di te e di tutti.
Ma la crescita comporta cambiamenti imprevisti e se sei ancora un giovane virgulto è facile che il vento ti muova e ti faccia cambiare posizione se non sei ancorato ad una canna, ad un sostegno che ti mantiene in equilibrio.
In questo un ruolo fondamentale ce l’ha la famiglia che non smette di assolvere al suo compito anche quando i figli si sposano.
E questo vale anche per i nonni che devono trasmettere alle nuove generazioni come si possa vivere senza lamentarsi, dire male, maledire, odiare chicchessia , a partire dal proprio coniuge.
Sembra fatto apposta. La persona di cui ci lamentiamo di più è in genere quella che abbiamo sposato e siamo sempre tentati di guardare le cose che non vanno che quelle che vanno.
Tra amiche e tra amici il nostro argomento preferito, il bersaglio dei nostri strali in genere è lui o lei anche se diciamo di amarlo/a.
Ai figli e ai nipoti trasmettiamo una cultura di divisione, di negatività che poi si ripercuoterà sulle loro relazioni future.
” L’uomo non divida ciò che Dio ha unito” dice Gesù e noi pensiamo subito al divorzio, ai matrimoni usciti male, alle violenze di tutti i tipi che si consumano all’interno delle famiglie.
A nessuno viene in mente che all’origine di ogni separazione, divorzio c’è la maldicenza, l’incapacità di cercare il bene nell’altro, “gli scintillanti” che sviluppano i negativi delle istantanee della nostra quotidianità.
Quattro gesti di tenerezza aiutano a sopravvivere ha detto mons. Rocchetta che a Perugia ha creato una clinica per coppie in difficoltà dove la medicina è solo la Parola di Dio e gli infermieri altre coppie che ne sperimentano la potenza nelle difficoltà e nelle tempeste della vita sotto la sua direzione spirituale.
Queste coppie ogni anno rinnovano il loro sì alla tenerezza e la clinica si chiama” Casa della tenerezza” che la dice lunga su ciò che lì vi trovi.
“Non lamentatevi” dice san Giacomo ricordando la pazienza dei profeti che parlavano nel nome del Signore, ricco di misericordia e di compassione.
Quella che ci manca è quindi la pazienza. Gesù l’imparò dalle cose che patì. A noi è chiesto di fare altrettanto benedicendo anche e soprattutto le persone che ci fanno del male.
Il cancro della divisione si sconfigge con un
“Permesso?”
“Grazie!”
“Scusa!”.

Il perdono

 Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio
VANGELO (Mt 18,15-22)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?».E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.

LECTIO

Il testo si articola in quattro parti, due delle quali poste al centro costituiscono la cerniera dell’insegnamento, che si solleva dalla contingenza del luogo e del tempo, per arrivare a ciò che è giusto in assoluto.
Nei versetti 18 e 19 cielo e terra si toccano anzi si identificano in quel “sciogliere” e “legare”, che diventa opera non dell’uomo ma di Dio, che affida alla Chiesa il compito di perdonare o condannare alla luce del suo insegnamento di amore.
Così anche la preghiera accolta da Dio è quella che vede i cuori “concordi”, perché solo quando si superano le divisioni si può pensare di essere ascoltati e far sì che il cielo si trasferisca sulla terra
La parola “fratello”apre e chiude il brano non a caso, in quanto ci richiama all’uguaglianza di fronte a Dio di tutti gli uomini: Dio ama tutti nella stessa misura e a tutti dona le stesse opportunità di redimersi.
Il fratello che all’inizio è quello che vive con noi nella Chiesa, perché fa parte del popolo dei battezzati, diventa alla fine il figlio di Dio, colui che è stato creato ad immagine e somiglianza del suo Creatore.
La parola “colpa”, che è pronunciata nella prima ipotesi(se tuo fratello commette una colpa), è presente nel verbo della situazione conclusiva(se mio fratello pecca contro di me).
E’ chiaro che si parte da una situazione conosciuta e chiara per chi aveva, come i discepoli, problemi con la comunità nascente.La colpa, presumibilmente è contro i principi e i valori sostenuti e predicati e va a colpire sicuramente interessi comuni.
A questa situazione Gesù fa riferimento per impartire la norma.
Nella seconda ipotesi(se mio fratello pecca) il peccato colpisce gli interessi di uno solo.
Al centro del brano campeggia la figura di Gesù con quel: ”In verità vi dico”, Maestro, figlio di Dio(Il Padre mio che è nei cieli), presente nella Chiesa ogni volta che essa è comunità di amore(se si accorderanno…io sono in mezzo a loro).
Gesù insegna, dà istruzioni alla Chiesa nascente che si sostituisce ad Israele, superando il particolarismo del popolo eletto per estendere il messaggio di salvezza a tutti gli uomini.
Per far sì che un piccolo popolo possa diventare il popolo di Dio, il popolo degli eletti, è necessario creare una comunità di amore e di perdono dove i particolarismi sono superati alla luce della buona novella che Cristo è venuto ad annunciare.
La Chiesa dunque, da piccola comunità di discepoli, si trasforma in “assemblea “ di tutti i credenti, quelli che vanno a formare il Corpo Mistico di cui Gesù è il capo.
Gesù si rivolge a tutta la comunità, quella che aveva davanti nel momento storico del suo insegnamento e quella che pian piano si sarebbe sviluppata sull’insegnamento e la testimonianza dei primi discepoli.
Ognuno deve porsi al suo interno come collaboratore alla costruzione del grande progetto di salvezza che Dio ha pensato per noi.
“ Se tuo fratello commette una colpa” che danneggia l’opera a cui tutti sono chiamati, è necessario correggerlo.
L’atteggiamento nei suoi riguardi deve essere quello del servizio fatto alla comunità.
Con umiltà e disponibilità all’ascolto, ma determinazione nel perseguire la giustizia, il fratello va ripreso passando attraverso i vari gradi della correzione da privata a pubblica.
Colui che non accetta il giusto rimprovero e non da segni di ravvedimento deve essere allontanato da chi ha l’autorità per farlo, affinché non danneggi l’opera dagli altri intrapresa.
Il verbo”ascoltare” ricorre più volte ad indicare la necessità da parte di chi ha sbagliato di rimettersi in discussione davanti ai fratelli e davanti a Dio.
Chi non vuole ascoltare sarà punito.
La “colpa”può essere commessa non a danno della comunità, ma di un fratello.
A questa situazione Gesù fa riferimento quando afferma che bisogna perdonare 70 volte sette.
Quest’ultima parte sembra contraddire la precedente, ma non è così.
L’atteggiamento in entrambi i casi è quello della disponibilità a capire e a riaccogliere il fratello.
Ma se ognuno deve perdonare all’infinito colui che, a suo parere, gli è debitore, la Chiesa deve dare delle direttive, delle regole perché si cammini all’insegna della giustizia e della verità.
Lo spirito con cui sia il singolo sia la Chiesa come istituzione divina formata da uomini, devono agire è quello illustrato nel versetto 19, quando si parla di “accordarsi” per chiedere.
Presumibilmente il verbo fa riferimento ad una sintonia d’intenti che deve muovere il popolo di Dio.
Per essere in sintonia, bisogna amare il prossimo, bisogna accettarlo per quello che è, bisogna arrivare a pensare le stesse cose, perché la giustizia è una sola, perché quando si chiede a Dio qualcosa bisogna essere certi che sia cosa buona e giusta.
Solo se si è concordi su ciò che è buono e giusto si può pregare con la certezza di essere ascoltati.
Accogliere il proprio fratello nel cuore è alla base di qualsiasi azione all’interno, della Chiesa. Accogliere significa farsi carico anche delle sue difficoltà a capire, a camminare sulla via retta. Accogliere significa volere che cambi solo perché lui ne trarrebbe un beneficio o la comunità. Non dobbiamo mai pensare, nel rapporto con i nostri fratelli, a noi stessi, al beneficio che potremmo trarne da un suo cambiamento di condotta e di abitudini.
Ogni volta a muoverci deve essere lo spirito di carità e di giustizia, non lo spirito di rivalsa, di presunzione, di orgoglio o di qualunque altro sentimento che appartiene al mondo e non è di Dio.
Il testo si chiude con la parola “fratello”, con la quale si è aperto questo passo.
Tutti gli uomini sono nostri fratelli, non c’è qualcuno che sia meno fratello di un altro. Siamo fratelli in Cristo, figli di Dio per Cristo.
Il messaggio che Gesù vuol fare arrivare è quello di un doveroso atteggiamento di apertura continua verso tutti quelli che non sono come li vorremmo.
Ciò rende possibile la congiunzione tra Cielo e Terra, la realizzazione della vita eterna in questo mondo.
Dio in questo passo appare come colui che, superando il particolarismo proprio dell’uomo, indica la strada dell’unione e della coesione sulla comune base di un amore che va cementato sempre più attraverso l’apertura del cuore all’altro.
MEDITATIO
Il perdono come punto di partenza della vita cristiana, come segno reale di un cambiamento radicale e profondo, come strada su cui lasciare la propria impronta di conversione a Cristo, parte dalla disponibilità all’ascolto delle ragioni degli altri, dal desiderio di aiutare chi non è capace di amare, chi non riesce a godere dell’amore dato gratuitamente.
Ciò che sconvolge e induce il non credente a fermarsi e a riflettere è proprio l’atteggiamento disarmato di chi non risponde alle offese, anzi le dimentica, trasformando il male in bene, l’odio in amore.
Certo ciò non è facile, perché noi riusciamo ad amare gli altri nella misura in cui siamo capaci di amare le nostre debolezze.
In questa difficoltà naturale e facilmente comprensibile si inserisce il messaggio cristiano che indica la strada da seguire.
Sicuramente non è sufficiente pensare a Cristo che si è sacrificato sulla croce per noi, perché il nostro pensiero semplicisticamente potrebbe andare al fatto che Dio è Dio e che noi siamo uomini, e che ciò che è possibile a Lui, non è detto, anzi è escluso sia possibile a noi.
Non basta neanche pensare a quanto ci ha amato Dio, dal momento che ci ha creato.
Lui, Dio Padre, ha dato se stesso a noi, donandoci la vita, rendendoci in tutto simili a Lui.
Perché potessimo godere del Suo amore e non perdessimo l’opportunità di accoglierLo, opportunità rifiutata con il Peccato originale, ha dato Suo Figlio, che a pensarci bene, è un dono più grande del primo, ma avendo conosciuto l’incapacità dell’uomo a seguirLo senza riserve, ha dato il Suo Spirito perché fossimo in grado di entrare fattivamente nel Suo progetto d’amore.
In questo modo ha dato veramente tutto.
Così lo Spirito è quello che rende possibile il miracolo del perdono, quello di cui parla il Vangelo (settanta volte sette), quello che invita a porgere l’altra guancia a chi ti percuote, eccetera.

Sembra un assurdo, ma è così: solo attraverso la preghiera e l’aiuto di Dio (Spirito Santo) noi possiamo sperimentare che le parole di Gesù non sono utopia.

ORATIO
Signore, Ti lodo, Ti benedico e Ti ringrazio, perché mi hai indicato una strada nuova per mettermi in relazione con i miei fratelli.
Ti ringrazio perché mi convinci sempre più che la pace, pur attraverso tante difficoltà, si costruisce giorno per giorno, momento per momento, riconciliandosi con se stessi, mettendo da parte l’orgoglio e la presunzione e accettando i propri difetti e le proprie manchevolezze.
Ho capito, Signore, che per perdonare ho bisogno prima di tutto di guardarmi dentro, di vedere che non sono a posto, di pensare che ciò non deve essere e non è un ostacolo ad incontrarTi.
Ti ringrazio, Signore, perché nel mio limite e nella mia debolezza incontro Te, perché in Te cerco amore, comprensione e aiuto, e Ti riconosco come Dio di misericordia e di amore.
Gesù, Ti ringrazio perché per perdonare mi basta guardare alla Tua croce, al segno dell’infamia.
Mi basta, Signore, sostare con Te nell’orto del Getsemani, dove Tu alle offese, agli insulti, al mondo che non Ti aveva conosciuto e riconosciuto, rifiutandoTi, hai risposto non con le armi del mondo, non con gli strumenti degli uomini, ma con la preghiera.
Tu nell’orto del Getsemani hai pregato per chi non Ti voleva, per tutti quelli da cui avevi avuto, in cambio dell’amore, odio.
Tu Signore in quell’orto però non eri solo, avevi con Te lo Spirito di Dio, che Ti congiungeva strettamente al Padre, rendendo possibile il Tuo sacrificio.
Signore Ti ringrazio perché ci hai fatto il dono più grande, quello dello Spirito, che vive con noi e che ci rende capaci di essere come Tu ci vuoi, facendoci diventare “dei”e santi come Te che sei il Santo dei Santi, Dio di amore infinito.
Grazie Signore perché sei un Dio di pace, grazie perché attraverso l’amore che Tu hai profuso sul mondo e sugli uomini ci indichi la strada della pienezza e della ricchezza.
Signore grazie, perché l’amore è l’unica cosa che arricchisce chi la da e chi la riceve.
Grazie, Signore, perché superi qualsiasi immaginazione umana..
ACTIO
L’evangelizzazione parte dalla testimonianza perché il Vangelo non rimanga parola vuota e priva di significato, ma sia vissuta e sperimentata ogni giorno.
Il credente deve distinguersi proprio per il suo modo diverso, a volte scandaloso, di porsi di fronte alle situazioni e alle persone.
Il cristiano non deve aver paura di proclamare ciò in cui crede, non deve nascondersi quando vive il Vangelo, ma deve essere testimone fedele e credibile della vita rinnovata in Cristo.
Continuare a testimoniare la buona novella a qualunque costo, questo è l’impegno della mia vita.
La testimonianza parte da un atto d’amore, il presupposto perché ciò che diciamo risulti credibile.
Essere operatori di pace significa muoversi solo alla luce di Cristo, di Chi ha dato se stesso per chi non lo aveva accettato e voluto.
Amare significa anche accettare che qualcuno e anche tutti ti girino le spalle, significa mettere in conto che nonostante i tuoi sforzi, nessuno li riconosca, anche quando chi non li riconosce è il tuo pastore.
Amare significa non attaccarsi al proprio operato e farne un idolo, non guardarsi indietro per vedere la grandezza del solco tracciato, amare è gratuità, servizio, dono di se incondizionato.
Tutto ciò non sarebbe possibile se non mi sforzassi di mettere al centro della mia vita Gesù, non mi stancassi di chiedere a Lui, inchiodato sulla Croce, come mi devo comportare, dove devo andare, cosa è necessario fare.
Gesù, il Crocifisso, è il Verbo di Dio, è Parola, è la più grande enciclopedia mai venuta alla luce, quella che contiene la sapienza infinita del Creatore e Signore di tutte le cose.
A Cristo mi propongo di somigliare, a Lui chiederò ciò di cui ho bisogno per testimoniare la buona novella.
Mi conforta la certezza che tutto ciò che io, uomo, non sono capace di fare con i miei strumenti, logori e imperfetti, potrò farlo sicuramente con l’aiuto dello Spirito di Dio.
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