“Io la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore”.(Os 2,16)

“Io la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore”.(Os 2,16)
Signore sono qui.
Vorrei lasciare un pensiero, una preghiera rivolta a te prima che altri pensieri’ altri desideri spazzino via le necessità dello spirito anteponendo quelle della carne, del dolore, della malattia, dell’insoddisfazione e della solitudine, del rancore e della rabbia.
Signore sono qui.
Il mio cuore aspetta. Aspettano i miei occhi. Tutto il mio essere aspetta che tu ti manifesti.
Un tempo mi tenevi legata con legami d’amore, mi sollevavi alla tua altezza, mi davi da mangiare.
Non ti facevi attendere tanto quando mi sentivo smarrita e sola.
Tu Signore, sei stato sempre il mio aiuto, hai sempre risposto alla mia preghiera.
Non mi hai negato le tue consolazioni che sono state il pane del cammino che io ho cercato di consumare con parsimonia, perché me ne rimanesse in tempo di carestia.
Signore non so, non voglio, non riesco a vivere questi momenti di grande turbamento nella pace, e nella serenità del cuore.
Non riesco Signore a liberarmi dai brutti ricordi, non riesco a perdonare chi mi ha fatto del male.
In questo momento mi è difficile, anche se provo pietà e ho compassione per lui, perdonare il mio sposo, la persona che tu mi hai messo a fianco per camminare insieme e vivere l’amore da te gratuitamente donato a noi.
Perché Signore ogni tanto succede che torniamo indietro e cadiamo nelle sabbie mobili di questo percorso infido?
Perché Signore ci sono giorni in cui non riesco a vedere il sole, la luce, te nei tuoi doni ?
Perché la gioia si è spenta nel mio cuore, perché?
Signore io ricordo i tempi antichi, ricordo quando tu mi parlavi al mattino con la luce che filtrava dalle fessure delle serrande abbassate.
Ricordo il canto degli uccelli che salutavano il sole, ricordo quanta pace mi dava la distesa del mare, il cielo che si accendeva la notte, i monti che si stagliavano nitidi all’orizzonte sgombgro di nubi.
Ricordo quando le tue parole mi facevano sussultare, quanta gioia mi dava ascoltare una parola di speranza, un annuncio di salvezza.
Ricordo quanta tenerezza suscitava in me il passo che la liturgia oggi ci propone, quello di Osea.
Sul calendario liturgico c’è scritto: “Parlerò al suo cuore”.
Come vorrei che il mio cuore avesse orecchie per sentirti come un tempo, come è accaduto più volte.
Penso al luogo dell’incontro privilegiato: il colle della speranza, eredità pervenutaci attraverso la madre del mio sposo, il colle del fallimento, della morte e della resurrezione.
Pensavo, ho sempre pensato che lì tu ti manifestarvi con più forza e anche più sicuramente.
Ma lì ora non ci andiamo più.
Ho cercato di rendere agibile quel luogo, punirlo dagli sterpi e dalle erbe cattive, dagli insetti e dai topi.
Ho fatto ripulire tutta la casa.
Il mio sogno è lì Signore, lì la croce, lì l’incanto del deserto dove fioriscono gli alberi e scorre latte e miele.
Solo lì Signore?
Ieri che ho tanto desiderato tornarci anche solo per un attimo e ho invidiato Franco e famiglia e che ci sono andati, ho saputo poi che il caldo aveva reso inagibile quel luogo di preghiera e che non è possibile, fin quando ci sarà questo clima, andarci a trascorrere qualche ora da sola o in compagnia.
Io continuo a pensarti lì Signore, un luogo inaccessibile, un luogo sempre più proibito per me.
Ma tu Signore dove sei?
Dove trovarti?
Io ti cerco Signore, io desidero il tuo amore, voglio riposare nelle tue braccia.
Maria aiutami tu!
Prego con pregavano i miei cari te, carissima madre, perché non posso dimenticare quanti benefici sono scaturiti dalla tua intercessione.
Madre, guarda, non abbiamo più vino.
La gioia è spenta sui nostri visi.
La Parola di oggi mi invita a continuare a credere che
mi condurrà nel deserto e parlerà al mio cuore.(Os 2,16)
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“Ti farò mia sposa per sempre” ( Os 2,21)

Assunzione
 (Os 2,16-18.21-22)
Così dice il Signore:
«Ecco, io la sedurrò,
la condurrò nel deserto
e parlerò al suo cuore.
Là mi risponderà
come nei giorni della sua giovinezza,
come quando uscì dal paese d’Egitto.
E avverrà, in quel giorno
– oracolo del Signore –
mi chiamerai: “Marito mio”,
e non mi chiamerai più: “Baal, mio padrone”.
Ti farò mia sposa per sempre,
ti farò mia sposa
nella giustizia e nel diritto,
nell’amore e nella benevolenza,
ti farò mia sposa nella fedeltà
e tu conoscerai il Signore».
Parola di Dio
” Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia e di amarti e onorari tutti i giorni della mia vita”
Questa è la formula che ricordo pronunciammo 45 anni fa quando ci sposammo. ” Con la grazia di Cristo” penso sia un’aggiunta posteriore.
Certo è che se uno ci riflettesse un po’ di più su ciò che dice e promette, si renderebbe subito conto che , senza l’aiuto del Signore, nessun patto di alleanza umana può durare per sempre, se uno dei due viene meno all’impegno preso il giorno delle nozze.
Chi garantisce l’indissolubilità del matrimonio è Cristo che dà gli strumenti per farlo durare per sempre.
Come al solito in materia di fede siamo alquanto ignoranti e non capiamo la differenza tra un patto garantito e uno no.
Quando si compera qualcosa o si ha intenzione di mettere mano ad un progetto che prevede un grande impegno finanziario, si chiede un mutuo che ti concedono se c’è una persona che garantisce al posto tuo, mettendo in gioco ciò che gli appartiene, che ci rimette in caso di fallimento, quindi, se le cose vanno male.
Se questo accade senza alcuna contropartita, come succede nelle famiglie dove i membri si vogliono bene, l’amore trionfa su qualsiasi interesse, sia che le cose vadano bene , sia che vadano male.
I cristiani, i figli di Dio si riconoscono da come si amano.
A sentire la televisione di cristiani ce ne sono ben pochi o si nascondono perchè quando è in gioco il dio denaro, gli affetti passano nello scantinato.
Quando va bene.
Le garanzie umane non sono sicure, mai, perché sono legate al tempo, alle persone, a ciò che muta.
Quando a garantire è Dio, noi non dobbiamo temere nulla, perché mantiene sempre le sue promesse fino a morire per non disattenderle.
Nel vangelo che la liturgia di oggi ci propone leggiamo di due miracoli in cui Gesù dà la vita a due persone grazie alla fede.
L’emorroissa  tocca le frange del mantello di Gesù( i comandamenti, la Torah da esse rappresentate), simbolo di un appartenenza a Dio e di un rispetto delle sue leggi.
Per la piccola, figlia di un pezzo grosso, basta la fede di suo padre, perché chi dà la vita ai figli è implicito che si debba fare carico della sua vita materiale e spirituale.
Gesù comunica la vita attraverso la fede.
Quella vita che togliamo al nostro coniuge, quando decidiamo di licenziarlo e di rompere il patto coniugale.

” Seguimi!” (Mt 8,22)

” Seguimi!” (Mt 8,22)
 
” Per questo l’uomo abbandonerà sua madre e suo padre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola”.
(Gn 2,24).
Chissà perché leggendo il Vangelo oggi mi è venuto in mente questo passo della Scrittura, dove si parla del taglio radicale che comporta il matrimonio tra un uomo e una donna innamorati.
Quando nel giorno più bello per due l sposi viene letta questa parola nessuno si scandalizza, perché è normale che l’amore abbia la priorità su tutto, quando fai esperienza di paradiso, attraverso la relazione che si instaura nel periodo del fidanzamento.
La coppia fa esperienza di Dio, di eternità, di infinito, di uno e distinto, di comunione, di trascendenza, quando gli occhi e il cuore sono solo per l’altro.
Come non pensare che questa situazione iniziale non duri all’infinito?
Come dubitare che sia possibile lasciare il padre e la madre non solo fisicamente, anteponendo a loro le esigenze della famiglia nuova che ti accingi a formare?
Eppure accade che ben presto la meraviglia dell’inizio, lo straordinario assaggio di ciò che sarà lo straordinario, irripetibile, eterno pranzo di nozze, dove il vino non verrà mai a mancare, vengono dimenticati, e la routine logora le buone intenzioni, i sogni, le speranze, l’euforia iniziale.
Il giardino dimentichiamo di annaffiarlo, concimarlo, prendecene cura, anteponendo alla fedeltà promessa nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, interessi, desideri, persone, cose che niente hanno a che vedere con l’altro a cui pensavamo di volere un mondo di bene.
Sono gli amori a termine che ci fanno perdere di vista l’autenticità e la verità, ma soprattutto la fattibilità di ciò che Gesù ci chiede.
Seguirlo anteponendolo a qualsiasi interesse, persona, gioia o dolore.
Sembra assurdo ciò che ci chiede, ma forse un frammento di verità lo possiamo sperimentare anche nel rapporto che si instaura tra madre e figlio, madri normali, dico, madri che amano i figli a prescindere da ciò che dicono, fanno, a prescindere dalla risposta alle loro attenzioni, preoccupazioni, cura.
Quando un figlio ha bisogno di te non ti preoccupi di sbrigare prima le cose che ritieni più urgenti, non ti preoccupi di salutare nè di partecipare al funerale di chicchessia.
Se tuo figlio è malato corri al suo capezzale, se ha bisogno del tuo aiuto lasci tutto e corri da lui.
Gesù sa che siamo capaci di grandi sacrifici se amiamo.
Gesù rivendica a se tutte le attenzioni che siamo soliti dare per un periodo di tempo più o meno prolungato a persone a cui ci sentiamo intimamente legate, di cui siamo innamorate.
Quando Gesù parla così sembra che ci voglia togliere qualcosa per mettersi avanti e condizionare tutte le nostre scelte future, la nostra volontà, la nostra felicità.
Il Vangelo letto superficialmente sicuramente non ci tocca il cuore, non ci cambia nel profondo, non ci apre ad una felicità più piena e duratura.
Gesù vuole che lo seguiamo fidandoci di lui, perché vuole qualificare i nostri amori, qualificare le nostre scelte, rendere perfette le nostre relazioni sì che siano feconde e vitali.
In Lui troveremo tutte le nostre sorgenti, ad esse ci abbevereremo e mai moriremo di sete anche se ci troveremo ad attraversare deserti sconfinati di incomprensioni, non risposte, silenzi e rifiuti da parte di quelli che abbiamo amato, quelli a cui abbiamo dato tutto il nostro cuore.
E’ Lui che ci insegna ad aprire le braccia, a portare il nostro piccolo pezzo di legno dietro a Lui, perché il nostro amore imperfetto inchiodato alla croce diventi un abbraccio per tutta la vita a tutti quelli che in Lui sentiamo fratelli, figli di un unico Padre a cui siamo con il Suo aiuto chiamati a rispondere, perchè in noi si compia il Suo progetto di vita, di gioia, di amore senza confini.

“Sono pieno di zelo per il Signore” (1 Re 19,10)

“Sono pieno di zelo per il Signore” (1 Re 19,10)
Vorrei poterlo dire anch’io come Elia, con la stessa convinzione alla fine di un lungo viaggio dentro se stesso che lo portò a scoprire il vero volto di Dio.
Dio è misericordia, Dio è amore, lento all’ira e compassionevole. Dio non ti lascia mai solo nelle tempeste e nelle angosce della vita ma ti educa a riconoscerne il passaggio nel vento leggero.
Mi ha sempre affascinato questa pagina in cui il profeta incontra e riconosce il Signore in ciò che non si aspetta, nell’imprevedibile segno che solo nel silenzio e nel raccoglimento puoi percepire.
Quante volte ci facciamo di Dio un’idea sbagliata e pensiamo che si manifesti nei miracoli, nelle apparizioni, negli eventi straordinari della nostra vita.
” ….palpita nei calzari dell’atleta e sulla poltrona del presidente… Egli è qui non cercatelo nelle chiese”
Frammento di un tema assegnato il primo anno di insegnamento a commento di un pensiero di Bacone:
“Questo Dio che celebro nelle mie carte,
io lo vedo presente ovunque.
Lo vedo nei fiori del mio giardino,
dalla luce che sprizza sulle mie pupille,
nell’aura che m’imbalsama la vita,
lo tengo in quest’anima mia.”

” La nostra capacità viene da Dio”(2,Cr 3,5)

” La nostra capacità viene da Dio”(2,Cr 3,5)
“Non sono venuto ad abolire la legge, ma a dare compimento” (Mt 5,17)
Certo che non sono parole facili da comprendere se non ne facciamo un’esperienza viva attraverso l’ascolto e la preghiera che ci tiene saldamente uniti a Lui fonte di ogni verità, fonte di bene, fonte di vita.
Questa mattina, leggendo il vangelo ho ripensato alle parole che mi diceva mia madre quando mi affidava un compito o quando ero in panne.
Me lo disse anche Franco quando mi affidò i suoi figli da accudire, nonostante lo stato mi avesse messo a riposo per via della mia incapacità di deambulare.
L'”arrangiati” di mia madre provocò le più grandi sofferenze conseguenti al sentirmi sempre tanto sola in ogni frangente della mia vita.
Quell'”arrangiati” mi fortificò nel cercare e trovare espedienti, trucchi per ottenere il risultato migliore con il minimo investimento.
Ne feci una professione, quella di insegnare agli altri come l’ostacolo si può aggirare o lo si può usare a nostro vantaggio.
Insegnante del metodo mi chiamarono, perchè non ci dormivo la notte per rendere facile il difficile, per trasformare un ritaglio in uno splendido manufatto, sì che era diventato un valore la mia capacità di trovare soluzioni per ogni cosa, per farmi piacere le cose anche quando le avrei vomitate, sentendomi brava e capace sempre perchè, dove avevo gli occhi, avevo le mani, come soleva dire mio padre.
L’autoreferenza era un’esigenza per vivere, per sopravvivere nella mia famiglia d’origine dove se non eri malato non avevi attenzioni.
Così la bravura fu il mio distintivo, la bravura a cavarmela da sola, la bravura a farmi maestra di percorsi alternativi, per non soccombere al fallimento.
Ma poi mi sono trovata a fronteggiare qualcosa a cui non potevo trovare rimedio. L’occasione fu la malattia di mio fratello che lo condusse alla morte.
Bisogna prima o poi scontrarsi con una montagna che non puoi scalare, con l’inadeguatezza dei mezzi a tua disposizione, per capire che la strada da percorrere non è quella del fare da soli e vantarsene, ma quella di accettare il proprio limite, smettendo di dare ricette, non partendo dai tuoi bisogni ma da quelli di chi ti sta di fronte.
La più grande e insopprimibile esigenza è quella di sentirsi amati e noi facciamo l’errore di cercare tra gli uomini uno che ci ami a prescindere, anche se non siamo bravi, buoni, anche se abbiamo il destino segnato e non serviamo più a nessuno.
Così la vicenda di mio fratello mi mise di fronte all’impotenza dell’uomo di fronte alla morte.
Solo quando in quella morte vidi spuntare un germoglio, lo vidi crescere quando pensavo che tutto era finito, venni traghettata in un Oltre rassicurante, un Oltre che mi aprì le orecchie al battito del cuore di Dio in cui tu ero stata messa da quando ero stata pensata da Lui, perchè con Lui potessi godere del paradiso.
Quando Giovanni, il mio primo nipotino stava nascendo , ricordo che mi misi a pregare, e continuai a farlo per ogni attimo della sua vita e quella di suo fratello, specie quando mi dovevo prendere cura di loro.
Insegnante del metodo mi trasformai in nonna delle regole.
Il lupo perde il pelo ma non il vizio, visto che continuai a vivere i rapporti basandoli su regole, ma questa volta me le facevo suggerire da Dio.
La differenza sta tutta qui.
Non ero io che educavo, trovavo soluzioni, ma il Signore che invocavamo prima dopo e durante qualsiasi attività, compito,difficoltà.
Ricordo che un giorno mi vidi piombare la madre dei piccoli a casa dicendo che da quel momento il figlio doveva vivere senza regole, perchè glielo aveva detto lo psicologo.
Il piccolo aveva deciso di diventare cattivo inspiegabilmente, per questo era stato portato ad una visita specialistica.
Io rimasi turbata e come avevo imparato a fare quando ero in difficoltà mi misi a pregare.
Pregai perchè il bene venisse fuori, non il mio, ma quello del più debole, del più piccolo che non poteva difendersi.
Così, appellandomi al bene che tutti noi nonni, genitori, educatori in genere volevamo per il piccolo, ho detto che la cosa più importante è che ci mettessimo d’accordo, prima di tutto loro, i genitori.
In funzione del bene. Così il bambino non si sarebbe trovato disorientato con una serie di imput contraddittori.
I primi a doversi accordare erano loro, il papà e la mamma e poi noi.
Decidemmo di frequentare insieme un corso dal tema”Genitori non si nasce, si diventa” che fu una pietra miliare per passare dalla legge allo Spirito della legge.
Continuo a ringraziare il Signore perchè ci ha fatto capire che solo l’amore è alla base di ogni precetto buono e fecondo.

“Il Signore è mio sostegno, mi ha liberato e mi ha portato al largo, è stato lui la mia salvezza, perché mi vuol bene.” (Sal 18).

L'immagine può contenere: pianta, fiore e spazio all'aperto
“Il Signore è mio sostegno,offerta
mi ha liberato e mi ha portato al largo,
è stato lui la mia salvezza, perché mi vuol bene.” (Sal 18).
Come vorrei Signore poter dire con fermezza e certezza di non essere smentita che tu sei il Signore!
Quanta fatica ad accettare la prova, a non vedere, non toccare, non capire la via della salvezza!
L’angoscia diventa la tua padrona quando il corpo geme e le tue mani sono legate e i tuoi piedi e la testa e il cuore.
Solo la bocca va ripetendo i tuoi insegnamenti e ti loda con una preghiera violenta, senz’anima, nella speranza che tu ti muova a compassione e mi tenda la mano e mi dica” Coraggio, sono io, non avere paura!”
Quando dormi nella barca e le onde si fanno più minacciose vorremmo vederti all’opera, rimboccarti la veste, usare le mani e darci istruzioni per non affogare.
Quante volte mio Dio sei venuto in mio aiuto ed è bastata una sola parola, un’anelito dell’anima, quante volte sei venuto senza che me ne accorgessi, all’improvviso e mi hai aiutato a superare indenne l’abisso che mi si parava dinanzi.
Ora sempre più spesso, man mano che avanzo su questo sacro monte il tuo aiuto si fa attendere e io mi smarrisco e ho paura.
Signore ti offro la mia paura, la paura che fu di mia madre e che non capii fino a quando non la sperimentai sulla mia persona per 11 anni consecutivi, paura senza te da invocare, benedire o maledire, senza nessuno con cui relazionarmi nel bene e nel male.
La solitudine che mi schiacciava inconsapevolmente portava a te che sei un Dio di comunione, di condivisione, di amore.
Tu Signore hai riempito il vuoto dell’attesa, lo strazio delle ferite, l’angoscia dell’anima.
Tu Signore solo puoi traghettarmi nel tuo oltre, nel giardino che ci donasti quando ci hai creato e ridonato quando ci hai ripreso dall’inferno in cui eravamo piombati.
Le colpe dei padri ricadono sui figli, e noi stiamo sperimentando quanto sia vera questa affermazione che un tempo mi sembrava priva di ogni fondamento e sostanzialmente ingiusta.
Siamo abituati a guardare fuori di noi e a puntare il dito su tutto quello che gli altri fanno di sbagliato ma facciamo una fatica immane a riconoscere le nostre colpe e a fermare il male che come una valanga si ingrandisce man mano che avanza.
Pietà di noi Signore, contro di te abbiamo peccato, nel peccato mi ha generato mia madre..” Parole fino a poco tempo fa incomprensibili, perchè non vedevo la connessione tra il prima e il dopo, tra le buone o cattive abitudini che si ereditano volenti o nolenti.
E’ strano come sia chiaro e scontato applicare il principio dell’ereditarietà quando si tratta di caratteri somatici, di predisposizioni a certe malattie, di attitudini mentre è inammissibile quando si tratta di cattive abitudini, di uso colpevole, distorto di beni che non ci appartengono.
Ma ciò che più condiziona la nostra vita è l’incapacità di finalizzare le nostre azioni al bene comune.
Tu sei venuto Signore a dirci tutte queste cose che solo ora sto capendo quanto siano vere.
Da soli non ce la faremmo mai Signore a disboscare una terra incolta da tanti anni, a fare ordine nella nostra casa dove abbiamo ammassato ogni sorta di cose.
Da soli Signore saremmo persi, perchè il tuo e nostro nemico fa di tutto per confonderci le idee e attttirarci con soluzioni a buon mercato.
Da soli non possiamo fare nulla, Signore, perchè grande è la nostra colpa e nella colpa siamo stati generati.
Ma tu Signore, Dio di amore, compassionevole, lento all’ira e ricco di compassione ci hai dato tutto, ma proprio tutto quello che ti apparteneva.
Ci hai dato prima di tutto una madre, Tua madre, perchè ci parlasse di te, ci ricordasse tutto quello che tu hai detto e fatto, intimamente unita attraverso lo Spirito a te, ci hai dato i tuoi angeli che ci custodiscono e ci spianano la strada, ci hai dato i tuoi santi esempio di vita vera e feconda, ci hai dato il tuo Spirito Signore per trasformare i nostri cuori di pietra in cuori di carne, perchè uscissimo dai nostri seplcri e tornassimo a vivere nel tuo giardino.
Come è bella la primavera quando i fiori si schiudono e l’erba cresce e gli alberi si rimpolpano di foglie e tutto ci sorride.
Dovrebbe durare sempre la primavera, perchè il cuore si apre alla speranza della vita che si rinnova.
Fa che rimaniamo ancorati alla tua parola, nella certezza che il tempo è nelle nostre mani nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori.

Fissatolo lo amò

SFOGLIANDO IL DIARIO
Meditazioni sulla liturgia di
lunedì dell’VIII settimana del Tempo Ordinario.
(Mc 10,21)”Fissatolo l’amò…vendi tutto e seguimi!”
È sceso lo Spirito Santo, ora non abbiamo più scuse.
Gesù è tornato nella Giudea, il luogo che avrebbe dovuto accoglierlo, culla della tradizione veterotestamentaria.
Dalla Galilea delle genti, dove aveva trovato tanti consensi, torna dai suoi, “ma i suoi non lo riconobbero”, come sta scritto.
Oggi gli viene incontro il giovane ricco, un pio israelita che conosce la legge e fa tutto quello che è scritto, un giovane che riconosce in Gesù un maestro, buono per giunta.
Chissà cosa aveva visto il giovane ricco di diverso!
In quel tempo di maestri ce n’erano molti, di rabby, ma forse c’era qualcuno che predicava bene e razzolava male.
Gesù non ci tiene ai complimenti che lo distinguano dagli altri maestri, perché fin quando uno lo annovera tra i maestri di questo mondo, seppure il migliore, non riesce, non può fare il salto ed entrare nel mistero dell’incarnazione di Dio.
Siamo ancora nel vecchio Testamento dove Dio era pensato come creatore e signore del cielo e della terra, che si serviva per parlare con gli uomini dei profeti, della natura, della scrittura ma non scendeva e non si sporcava le mani.
Nella nube o nel fuoco il Dio veterotestamentario incuteva terrore, tremore, soggezione, paura, ma, averlo alleato dava ai fedeli la certezza di vincere, perché la forza, l’onnipotenza era la sua prerogativa.
“Chi è Dio?”
“Dio è l’essere perfettissimo Creatore e Signore del cielo e della terra.”
Così mi hanno insegnato a rispondere, quando ero piccina e lo dovevo incontrare nella prima Comunione e nella Cresima all’età di sei anni.
Diventavamo soldati di Cristo con questo Sacramento, forti tanto che lo schiaffo del vescovo era la via attraverso cui noi prendevamo coscienza della forza dell’armatura invincibile che ci dava l’averla ricevuta.
Soldati di Cristo.
In fondo con la Cresima eravamo immessi in una guerra senza quartiere, perché, l’ età in cui l’abbiamo fatta, non prevedeva conoscessimo l’identità del nemico che avremmo dovuto combattere.
Tanto tempo dopo, mi ci vollero 11 anni di psicanalisi per capire che il peggior nemico di me stessa ero io.
“Fissatolo l’uomo”. Gesù fa sul serio.
Gesù non vuole che lo si chiami buono che è un attributo di Dio perché non è ancora giunta l’ora del suo svelamento. Buono è solo Dio.La sua bontà si sarebbe manifestata sulla croce, perché sulla croce egli portò a compimento la sua missione.
“Questo è veramente il figlio di Dio!” Disse il centurione, vedendolo morire così.
Ancora un pagano che ne riconosce la divinità… perché per riconoscere Gesù, per credere che è il figlio di Dio è necessario non avere pregiudizi, avere il cuore libero dai bagagli che ci portiamo dietro, dalle false certezze, dai ragionamenti logici, dalla cultura che ci hanno inculcato, liberi dal dover fare per essere perfetti.
“Cosa devo fare per avere la vita eterna?”
Probabilmente il giovane ricco aveva cominciato a dubitare che le sue ricchezze gli avrebbero dato la garanzia di vivere per sempre.
Ricchezze e figli per i Giudei erano i necessario bagaglio per non scomparire.
Gesù rompe gli schemi, ma comincia da uno sguardo.
La persona che deve cambiare posizione, deve invertire la rotta, ti deve seguire, ma per prima cosa deve fidarsi di te.
“Gesù fissatolo lo amò”.
Non si può seguire Gesù se non dopo aver sentito sulla propria pelle lo sguardo d’amore, la tenerezza di chi ti sceglie pur se non sei perfetto, ti sceglie e ti ama per quello che sei.
Come si fa a dirti di no Signore, dopo averti incontrato e aver incrociato il tuo sguardo?
“Gli voglio fare uno che gli sia simile”,”non è bene che l’uomo sia solo”, uno che gli stia di fronte e lo guardi e risponda a lui e di lui, dici
Eccola la persona di cui abbiamo bisogno per vivere in eterno, per non rimanere soli, perché la solitudine porta alla morte.
“Che siano una cosa sola con noi” disse Gesù poco prima di andarsene, dopo la lavanda dei piedi, nella straordinaria, stupenda preghiera sacerdotale, nel discorso di addio, testamento di amore, di alleanza, di misericordia….un testamento che rende visibile Dio ogni volta che incroci il suo sguardo presente in ogni fratello che incontri.
Guardare, fissare, amare, strada per entrare e rimanere stabilmente nel paradiso…
Gesù è venuto a portare il cielo sulla terra, la luce nel cuore degli uomini, attraverso l’incrocio di uno sguardo.
“Seguimi!”
Come si fa a dirti di no Signore?
Man mano che ti seguiamo, le ricchezze ci interessano sempre meno.
Vendere tutto subito non è così semplice e tu lo sai.
Il cammino comincia con la percezione che ciò che dobbiamo lasciare è poc0, perché non abbiamo tante cose e quelle che abbiamo ci servono.
Non siamo pronti a sacrificare ciò che costituisce la nostra sicurezza, ma dichiariamo la nostra disponibilità a farlo, man mano che ci rendiamo conto che quello che ci dai tu e più importante.
Signore tu lo sai che ci sono tante cose alle quali non ancora riesco a rinunciare, per questo ogni giorno mi nutro della tua parola, perché voglio arrivare a farlo senza rimorsi e ripensamenti.
So che tu mi accompagni in questo cammino di progressivo spogliamento, so che questo avverrà, perché credo che tu sei l’unico vero bene.
Quando ti incontrai la prima volta, avevo solo il desiderio di conoscerti, ma dentro il cuore avevo la certezza che finalmente avevo trovato ciò che da tanto andavo cercando.
Ora sono qui Signore e ogni giorno mi doni uno sguardo di luce, uno o più scintillanti, ogni giorno sento più forte la tua presenza a fianco a me, sento la tua mano potente ma anche la tua tenerezza, sento che solo tu puoi capirmi, solo tu puoi svelare a me stessa il mistero, la pietra preziosa, lo scintillante che hai messo dentro un pugno di fango e acqua.
Concedimi Signore di non prescindere mai dal tuo sguardo, fa che non dimentichi mai la madre che mi hai dato, perché mi riporti a te quando mi smarrisco.
Non voglio essere triste Signore.
Oggi devo fare un intervento all’occhio.
L’ho fatto altre volte ma è sempre traumatico pensare che ti mettono un ago nell’occhio, mentre seisveglia.
Questa mattina vorrei andare alla preghiera del gruppo per l’intercessione.
Alle 10 devo smettere di mangiare perché alle 14 mi devo presentare in ospedale a digiuno.
Questi sono i pensieri di oggi insieme al fatto che nel pomeriggio dovrò occuparmi di Giò, che è ancora tanto piccolo.
La mia vita scorre sempre su binari di sofferenza e di preghiera e a volte mi sembra di essere una marziana.
“Vendi tutto è seguimi!”
Signore cosa oggi devo vendere, mettere da parte, lasciare, per sentirmi più vicina te?
Vieni spirito Santo, scendi e purifica il mio sguardo!