“Nella speranza infatti siamo stati salvati” (Rm 8,24)

 
“Nella speranza infatti siamo stati salvati” (Rm 8,24)
Un’altra notte è passata, grazie a Dio! Manca un piccolo scampolo di tempo perchè torni ad animarsi con il risveglio di Gianni e l’arrivo di Michela. Così approfitto per meditare la Parola di Dio e riflettere su quante cose Dio già da adesso ci fa vedere senza farci aspettare che il lievito arrivi a maturazione e il granello di senapa diventi un albero.
Quando le prove della vita mi schiacciano, quando l’orizzonte è fermo e il cielo pesa sulla tua testa sì da sprofondarti, conficcarti nelle viscere della terra, mi impongo di non pensare troppo a quello che succederà, mi impongo di non chiedere a Dio soluzioni, dandogli consigli. Mi tengo ancorata alla fede in Lui che conosce bene il Suo mestiere e sa cosa è più utile alla realizzazione del suo progetto d’amore.
Quando stai male è incredibile come noti i momenti di tregua, gli sguardi, le parole gentili, la tenerezza di chi ti sta accanto, ma specialmente i loro bisogni.
Quando stai male il pensiero, se riesce a uscire fuori dalla prigione del corpo, va a tutti i malati, i sofferenti, a tutti quelli che da lontano non puoi che aiutare con una preghiera.
Andiamo sempre di fretta e non ci accorgiamo dell’erba che cresce, che il sole ogni giorno tinge di rosa il cielo e ci riscopre come faceva mia madre quando era ora di alzarsi.
Il sole ci copre e ci scopre rendendoci visibili a noi stessi e agli altri.
La maggior parte delle notti il mio sole è Lui, il Signore che mi viene a trovare…e Sua Madre…e i miei cari che la Sua Parola mi evoca.
Il mio tormento è quando mi viene tolta la connessione per il fracasso di un corpo che urla il suo dolore e fa cadere la linea.
Questo è il mio tormento e l’unica preghiera che riesco a fare in questo tempo a volte incastrato sulla sofferenza, nel silenzio di Dio e risposte degli uomini è l’attesa, muta, attesa che si rompano i sigilli e io possa tornare a dialogare con LUI.
La solitudine mi prostra più che il dolore e la malattia e la notte amplifica lo spazio vuoto, intorno, e mi trovo a navigare nel buio senza vedere nulla a cui appigliarmi, nulla che possa dare un senso a questo viaggio interminabile di non risposte, di fallimenti, di spogliazione.
“Signora lei ha una malattia rarissima, incurabile e progressiva…Signora lei ha disturbi di scarso rilievo…Signora lei deve farsi curare il cervello…Signora lei deve imparare a digiunare da tutto ciò che le piace…”
In questi 50 anni le diagnosi sono state le più svariate, contraddittorie, la guarigione una pura chimera, perchè anche quelli che fanno con coscienza il loro lavoro alzano le mani davanti al mistero che mi porto nascosto dentro di me.
L’incontro con il Signore ha cambiato il mio modo di affrontare i problemi, la vita, in modo graduale, sì che se ci sono notti in cui non riesco neanche a stringere la corona del rosario tra le mani, ce ne sono altre che sollevo lo sguardo al crocifisso appeso sul comodino, un Cristo sofferente che è la risposta a tutti i miei perchè e la miglior medicina per continuare a sperare.
Un tempo al suo posto avevo messo il calendario liturgico che ogni giorno riportava una frase significativa tratta dalla liturgia del giorno.
Per anni la Parola di Dio ha illuminato le mie notti oscure, ma oggi è Lui che parla direttamente al mio cuore attraverso l’immagine dello strazio del suo corpo che non ancora riesce a morire.
Ai suoi piedi ho messo la piccola e bisunta e scrostata Madonna, trovata nella casa di Sergio, il cugino barbone, che ci ha lasciato in eredità,( oltre a ettari di terra abbandonata, case bruciate o crollate e un sepolcreto in grado di accogliere ancora 4 persone..)
Cosa alimenta la speranza? Il prezzo.
Grazie Signore per tutto ciò di cui ti servi per far lievitare la massa e far crescere così tanto un granello di senapa.
Grazie del tuo Sole, della tua luce, grazie della tua presenza costante accanto a me, anche se non vedo, non sento, non tocco.
La strada per attendere con gioia è proprio in quello che ci manca a che si sviluppi in pienezza il tuo progetto d’amore.
Annunci

Fede

1752a-tempesta

“È un fantasma!”
(Cfr Mt 14,22-36)

Nella Bibbia si alternano momenti di grande di tribolazione a momenti di grande gioia, schiavitù e liberazione, peccato e salvezza, rifiuto, tradimento e perdono.
In tutto l’Antico Testamento non c’è situazione che si risolva felicemente una volta per tutte, perché nella storia di Israele tutto ciò che viene conquistato o riconquistato poi si perde un nuovo.
Solo nella storia di Giobbe, chiaramente inventata, la soluzione sembra appagare il lettore perché i beni materiali e la salute tornano a Giobbe che non aveva peccato e che aveva continuato a credere nella giustizia misteriosa di Dio.
Il compenso per tutte le tribolazioni lui lo vide su questa terra, ma anche per lui arrivò il tempo di lasciare tutto e di morire.
Non sappiamo se affrontò l’ultimo momento della sua vita con serenità e con il sorriso sulle labbra. Certo che morire con la consapevolezza di rimanere in vita attraverso i figli e i beni allora poteva essere consolante, rassicurante, ma la morte fa sempre paura, a mio parere, ieri oggi sempre.
Dicevo che a leggere la Bibbia non si assiste a niente di definitivo, di certo e, anche quando il popolo diventa un grande popolo e la monarchia raggiunge il massimo splendore, assistiamo ad un tracollo, ad una parabola discendente, perché niente è e definitivo.
Poi arriva Gesù che parla di qualcosa che non è destinato a finire, qualcosa di stabile, duraturo, di una vita eterna che realizza tutte le massime aspirazioni dell’uomo.
Gesù parla di un Bene infinito di una gioia infinita, di una comunione infinita, di una pienezza di una perfezione che non teme lo scorrere del tempo.
Questo è venuto ad annunciarci Gesù non solo con le parole ma soprattutto con la sua vita, dove amore e odio, tradimento e somma dedizione coesistono, dove troviamo chi gli profuma i piedi rompendo un vaso di olio preziosissimo o o chi lo tradisce con un bacio di notte, chi crede in lui ma tentenna e cade nel momento della prova, chi lo segue lasciando tutto, chi lo lascia solo pur essendo stato fatto partecipe del mistero più grande sul monte della Trasfigurazione.
La vita di Gesù è una vita di ricalcolo continuo come quella di ogni uomo.
Non c’è cosa che non dobbiamo volenti o nolenti sottoporre a revisione, se vogliamo evitare di affondare.
Gesù, ogni volta che faceva un miracolo o doveva affrontare una situazione difficile, si ritirava pregare, si connetteva con il campo base, mi viene da dire, da dove gli veniva il segnale di come procedere, dove andare senza sbagliare direzione.
Gesù è l’intermediario, e colui che ci rimanda il segnale, per non perderci.
In un mondo in cui gli imput sono contraddittori, perché promettono quello che non danno, in un mondo fatto di illusioni, di falsi profeti, è fondamentale servirsi di questo mirabile navigatore che ci indica, attraverso la sua Parola, il cammino da seguire.
Dobbiamo fidarci perché la sua è una connessione stabile, continua. E’ lui il garante che non ci fa perdere l’orientamento anche quando è notte e abbiamo perso la bussola e il cielo è coperto di nuvole spesse.
A volte gli eventi ci spaventano a tal punto che scambiamo le ombre per pericoli reali, ostacoli insormontabili e non riconosciamo Gesù, il volto di Dio, perché siamo abituati a dargli i nostri connotati.
La verità non sta tanto nell’aspetto esteriore quanto nella verità insita nelle sue parole.
“Non temete, sono io!”.
Ci dovrebbe bastare quando le grandi acque rischiano di sommergerci e di farci affogare.
“Non temete, sono io, sono qui!”.
La paura che ottunde la mente, ci chiude gli occhi, fa brutti scherzi.
Da piccola non conoscevo cosa fosse.
Mi ero convinta che non era degna di esistere perché nessuno se ne faceva carico almeno di quella che mi riguardava personalmente.
Così come tutte cose che non si sa come affrontare, l’ho rimossa, seppellita nel mio cuore, nella parte più profonda e sono andata avanti come se quel sentimento non mi appartenesse.
È venuto poi fuori alla grande dopo che le sicurezze acquisite per non dipendere da niente da nessuno sono naufragate.
Paura di andare da sola: la stessa paura di mamma, che l’ha accompagnata fino alla morte.
Io mi dicevo, quando ne presi coscienza che, se avessi avuto la fede non mi sarebbe successo.
Vinsi la paura lavorando 11 anni su me stessa per riconoscere i sentimenti che avevo rimosso e per comprendere quelli degli altri.
Quel lavoro mi aiutò a uscire fuori da me stessa ma per tornarvi con il trofeo di essere capace di guardare anche dentro il pozzo altrui.
Mi specializzai nel dare consigli, nel trovare soluzioni, nel risolvere problemi, nell’aiutare chiunque fosse nel bisogno.
Ma il punto di riferimento ero sempre e soltanto io. L’autoreferenza era grande.
Non avevo incontrato il Signore.
Ma nel momento in cui mi è stato tolto il palcoscenico, il microfono, e gli spettatori se ne sono andati, l’angoscia, lo smarrimento, il non senso mi caddero addosso fino a tramortirmi.
Fu allora che su quella strada in cui avevano fatto scempio di me passò il Signore, il buon samaritano.
Mi vide, si fermò, provò compassione, si chinò su di me, versò l’olio sulle mie ferite e mi caricò sulle spalle..
Ciò che toglie la paura è sentirsi guardarti, accolti da qualcuno che ti parla quando è buio, quando il mare è in tempesta, nel silenzio della notte, nella solitudine dei nostri appartamenti.
Qualcuno che ti parla e ti dice: “Non temere, sono io, sono qui per salvarti.”
Tu sei Signore quella persona che mi ha parlato e mi ha teso la mano perchè smettessi di avere paura e ti riconoscessi anche e soprattutto nelle tempeste della mia vita.

Fede e salvezza

Image for Ponti

” Salvaci ,Signore, siamo perduti!” (Mt 8,25)

Questo vangelo ci riguarda molto da vicino.
Chi non si riconosce in quello che almeno una volta nella vita, ma sono molte di più le occasioni che ce lo fanno pensare, non abbia rivolto a Dio questa domanda?
Dove sei? Signore mio Dio quando mi assalgono flutti di morte, dove sei?
Quando le acque mi stanno sommergendo dove sei?
Quando la paura mi sconvolge la mente e mi strazia il cuore dove sei?
Quando non ho nessuno che mi tenda la mano, nessuno che mi rialzi, mi sollevi dal fango in cui sono caduta, dove sei?
Dove sei Signore mio Dio quando la prova si prolunga nel tempo e le braccia sono sfibrate, incapaci di sollevarsi ancora in alto, dove sei?
Dove trovarti Signore quando il mio grido nella notte sale a te e mille demoni mi stritolano e mi legano con funi poderose le membra del corpo?
Dove sei quando mi tappano la bocca e m’impediscono di proclamare il tuo nome santo?
Dove sei Signore mio Dio quando tutto il mondo mi crolla addosso e nessuno si salva dalla grande catastrofe? Dove sei mio Dio?
Ti ho cercato per anni: scrivevo su ogni foglio, libro quaderno questa domanda che diventava sempre più assillante, quanto più la malattia e l’incomprensione di ci mi stava accanto aumentava.
Ti ho cercato Signore in ogni luogo, nel cielo, nelle dispute dotte, ti ho cercato lì dove mi avevano insegnato tu risiedessi immobile sul tuo trono di gloria.
Il cielo era troppo lontano per me, perchè mi avevano insegnato che là tu risiedevi, essere perfettissimo, creatore e Signore di tutto.
Ho pensato ad una radio: se avessi avuto una radio sicuramente avrei potuto connettermi con te, ma la ia radio non funzionava.
Mi arrivavano solo scariche rumorose e incomprensibile il messaggio ad essa affidato. Ho pensato che forse esisteva un bottone che io non conoscevo e che dovevo trovarlo. Sicuramente era un problema di bottone giusto da premere.
Così ho cercato quel bottone e finalmente ti ho incontrato inchiodato ad una croce.
E’ difficile accettare un dio crocifisso, un dio debole, un dio che dorme, ma a quei tempi per me è stato un miracolo vederti nell’impotenza e nel limite di un umanità che ci accomunava.
Tanti anni sono passati e siamo diventati inseparabili, ma la strada si fa più erta, le insidie sono ad ogni passo, ad ogni passo rischio di cadere.
E cado e mi rialzo e cerco il tuo volto, un volto di carne, uno sguardo d’amore, una parola di vita.
Ma proprio quando ne ho più bisogno tu dormi.
Giovanni, se mi vedeva con gli occhi chiusi mentre mi raccontava cosa gli era successo, prima di addormentarsi il pomeriggio nel mio grande lettone, mi ficcava le dita negli occhi per tenermeli aperti “altrimenti significa che non mi stai a sentire!” diceva.
Io lo stavo a sentire, non c’è dubbio, perchè mi era affidato dai genitori e dovevo vigilare su di lui. Ma lui voleva un segno della mia costante attenzione.
Anche io Signore, nonostante non sia più una bambina, per problemi molto più grandi, cerco un segno della tua attenzione.
Ne ho bisogno Signore, specie quando la battaglia è senza esclusione di colpi, quando il nemico già sta pregustando la spartizione del bottino, quando le forze provate duramente mi stanno abbandonando e sulle labbra la preghiera si strozza, in un gemito, un sospiro, un pianto, un grido di ribellione.
Dio dove sei?
In questi ultimi tempi, anche guardandonmi intorno, mi chiedo se sei in ciò che ci manca, in ciò che ti nega, nel silenzio del deserto sconfinato, nel minaccioso turbinare delle onde, nella tribolazione di tanti che non ti conoscono, nella superbia di chi ti nega.
“palpita sulla poltrona del presidente e nei calzari dell’atleta. Egli è qui, non cercatelo nelle chiese…”
Così si concludeva il compito di una ragazza di 15 anni a cui avevo dato da svolgere un tema su un pensiero di Bacone
” Questo Dio che celebro nelle mie carte, lo vedo presente ovunque, lo vedo nei fiori del mio giardino…”
Allora non ti conoscevo Signore, ma a quel compito misi il massimo, tanto mi aveva fatto vibrare le corde più profonde del cuore.
Ma ora non mi basta vedere i fiori del giardino, non mi basta sollevare lo sguardo al cielo stellato, nè immergermi nell’incanto del mare scintillante di luce, quando il sole sorge al mattino.
Non mi basta quando il dolore mi impedisce di assumere qualsiasi posizione, quando non c’è medicina che lo allevi, quando non trovo consolazione e gioia nella preghiera, quando il deserto si stende a vista d’occhio e il cielo sembra tanto lontano.