“Il figlio dell’uomo è signore del sabato”(Lc 6,5)

SFOGLIANDO IL DIARIO…

5 settembre 2015
sabato XXII sett TO anno dispari
letture:Col 1,21-23; Salmo 53; Lc 6,1-5
ore 7.06

“Il figlio dell’uomo è signore del sabato”(Lc 6,5)

Meditazioni sulla liturgia di sabato della XXII settimana del tempo Ordinario e sulla lettura breve delle lodi di sabato II settimana del salterio.

” Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. (Rm 12, 14-16a )”

Ho passato queste ultime ore della notte pregando intensamente, tu lo sai.
Ho pregato perchè ne avevo bisogno, perchè tu ti muovessi a pietà dei miei dolori, della mia continua tribolazione.
Ho cercato nella preghiera a Maria l’aiuto per intercedere presso di te Signore, perchè la mia preghiera giungesse più presto alle tue orecchie e tu provvedessi a togliermi la spina dal fianco.
Maria non si è fatta attendere e così ho potuto riprendere sonno anche se per poco e non dopo aver pubblicato la preghiera che ieri mi aveva suscitato la tua parola sul digiuno e sulla presenza- assenza dello Sposo.

Ora sono qui Signore e vorrei non dimenticare quello che la tua Parola ha mosso in me, cominciando dall’ultima che ho letto.
” benedite coloro che vi perseguitano e non maledite”
Non è facile Signore fare quello che tu dici, anche se ci sto provando, da quando mi hanno detto che le maledizioni dei miei antenati sono ricadute su di me e che, solo se cambio la maledizione in benedizione, sarò liberata da questa condanna, dai lacci invisibili ma poderosi con cui il mio corpo è messo a tacere, o viene ostacolato ad agire.
Ogni giorno m’interrogo su chi siano i miei nemici per perdonarli, per benedirli.
Ma ora che ci penso non ho mai preso in considerazione che la più grande nemica di Antonietta sono io, che devo benedire tutto ciò che di me non mi piace, tutto ciò che mi manca e consegnarlo a te perchè tu lo moltiplichi e lo renda cibo per gli affamati della tua parola.
Hai ragione Signore ad insistere, perchè non ancora assolvo Antonietta, non ancora mi fido completamente di te e metto la mia benedizione nelle tue mani, rendendo efficace il Sacramento del Battesimo.
Signore aiutami ad accettare i miei limiti, aiutami a lasciarmi andare, aiutami a non legarti le mani per sciogliermi dai lacci di morte.
A Maria chiedo soccorso, aiuto e benedizioni, a Lei, che è tua madre, affido la mia causa.

Solo tu Signore puoi guarirmi dal peccato che fu dei miei padri: l’invidia, l’orgoglio, il giudizio e tutto quello che ne consegue.
E poi voglio fare una breve sosta sul vangelo di oggi che mi ricorda quante cose faccio non per amore ma per dovere.
Come vorrei Signore sentirmi libera da tante compulsioni ossessive, libera di appartenerti fino in fondo, libera da tanti lacci che oggi legano i miei antenati e che si ripercuotono su di me e sul mio agire e sulla mia qualità di vita.
Aiutami Signore a vivere l’amore che tu ci hai donato una volta per sempre e che continui a rinnovarci ogni giorno, ogni ora, ogni momento.
Aiutami a non pensare mai che tu sei un dio ingiusto e lontano.
Fammi sentire il calore del tuo sguardo, la dolcezza dei tuoi baci sulla mia bocca.
Oggi durante la messa mi hai dato un’ altra possibilità per riflettere su cosa mi impedisce di lasciarmi andare e su come il poco amore dei miei antenati si sia trasformato in limite, malattia del corpo.
“Quante volte, vantandomi, ho detto che avevo allevato i miei due nipoti senza prenderli mai in braccio!”.
Pensavo così di esibire l’ennesima vittoria su un handicap che cerco di dimenticare e che trasformo in strumento di vittoria, di esaltazione dell’io, anche se non tralascio mai di aggiungere che sei tu che operi in me e ne sono convinta.
Ma la superbia della fede fa sempre capolino in certe affermazioni, in cui è in gioco la mia capacità di superare gli ostacoli, abbattere i limiti, inventarmi strade alternative per raggiungere lo scopo.
Così mi sono guardata dentro e ho aperto la piaga che non guarisce, perchè ho sempre avuto vergogna a mostrarla anche me stessa.
Per questo no ho mai pregato per me, ma mi sono sempre fatta carico dei pesi degli altri, perchè inconsciamente non volevo riconoscere il mio bisogno.
Ti voglio ringraziare Signore perchè non deludi mai le aspettative e, man mano che procediamo, ci dai la luce per guardarci dentro e riconoscerci peccatori amati e salvati da te.

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Dono e perdono

Meditazioni sulla liturgia di
martedì della III settimana di Pasqua

“Signore non imputare loro questo peccato” (At 7,60)

Stefano così conclude la sua preghiera prima di essere ucciso.
Come Gesù dona il perdono ai suoi aguzzini, il dono più grande che uno possa fare a chi ti sta uccidendo.
La folla a Gesù chiede un segno per credergli, ricordando la manna piovuta dal cielo nel deserto.
Nè la manna, nè Mosè il mediatore sono importanti per placare la nostra fame, ma Colui che manda a noi ciò che ci serve per vivere.
Gesù in questo discorso di autorivelazione dice che discende dal cielo, Dio in persona che si offre come pane di vita eterna.
Ma cosa può convincerci che Gesù è l’unico pane del quale abbiamo bisogno per non morire?
Ieri in Gv 6,29 abbiamo letto:”Questa è l’opera di Dio:credere in colui che egli ha mandato”.
La fede è quindi è il segno che ci dà il pane di vita.
Attraverso la fede riconosciamo che Dio ha tanto amato il mondo da dare suo figlio Gesù per il riscatto dei nostri peccati.
Con il Battesimo il perdono di Dio, il super-dono ci viene dato attraverso l’innesto in Cristo, diventando a tutti gli effetti suoi famigliari, figli adottivi, fratelli in Gesù.
Nella sua casa non può mai mancare nè cibo nè bevanda, ma tutto concorre al bene di quelli che lo amano e che si sentono amati da Lui.
Il pane del perdono è ciò che ci garantisce il paradiso.

“Dio l’ha risuscitato dai morti e noi ne siamo testimoni”(At 3,15)

Meditazione sulla liturgia di
giovedì dell’ottava di Pasqua

letture: At 3,11-26; Sal 8; Lc 24, 35-48
“Dio l’ha risuscitato dai morti e noi ne siamo testimoni”(At 3,15)

Questa settimana che è detta di Pasqua, parla di un sol giorno, l’ottavo, il giorno della resurrezione, un giorno in cui campeggia un sepolcro vuoto.
Il vuoto è il grande protagonista della giornata di Pasqua, un vuoto riempito dalla ricerca e dall’incontro con Gesù.
Le sue apparizioni sono raccontate in modo diverso e non sincronizzato dagli evangelisti, ma una cosa è certa: chi parla ha visto, ha ascoltato, ha toccato, ha parlato con Lui, con Lui ha mangiato.
Straordinaria questa settimana dove si succedono gli incontri con Gesù che non viene riconosciuto da nessuno a prima vista.
Eppure i discepoli avevano avuto modo di frequentarlo per tre anni almeno, ma la resurrezione rende irriconoscibili perchè il corpo si trasfigura a tal punto che pensi di aver a che fare con un fantasma.
Accadde anche durante le tempesta quando videro Gesù camminare sulle acque.
L’uomo ha bisogno per credere non soltanto di apparizioni fugaci, ma di qualcosa che li riporti al loro abituale modo di vedere, di sentire, di vivere.
Se vuoi che Gesù si faccia presente devi prima di tutto condividere con chi ti sta accanto la fede, la certezza che è risorto per farti risorgere, la certezza che la persona che ti sta di fronte è brocca in attesa di essere riempita dallo Spirito del Signore, persona che ha sete, ha fame, soffre.
Devi condividere le tue e le sue ferite, le devi scoprire e toccare, devi sentire la pace che ti viene dalla consapevolezza che non hai sognato quando il velo si alzava sul senso delle Scritture e che Cristo è presente ogni volta che spezzi il pane con un fratello , ogni volta che ti fai pane e ti spezzi per donare all’altro il tuo amore e riempire la sua brocca.

Tutto questo perchè il sangue del Giusto è caduto su di noi, ci ha bagnato, ci ha rigenerato, ci ha ridato la vita, ha irrigato le nostre aride zolle, la nostra terra riarsa e ci ha resi fecondi di vita sempre nuova.
Il sepolcro è vuoto, e rimarrà sempre vuoto se cerchiamo di imprigionarci la verità, se cerchiamo di nasconderci il profumo dei fiori, il loro colore.
Se ci ammassiamo la nostra terra, le nostre certezze, i nostri beni, per essere certi di valere e durare in eterno, nessuna tomba rimarrà inviolata e il tesoro nascosto verrà trafugato quanto prima dagli ingordi, se il tempo non avrà provveduto prima a distruggere tutto.

E’ bello pensare che la croce, come la morte è a collocazione provvisoria, come dice don Tonino Bello.
Di questa Pasqua voglio ricordare la Via Crucis insieme con Gesù, l’indulgenza plenaria lucrata con la partecipazione al triduo pasquale, la gioia di essere stata chiamata a condividere con Lui gli effetti della redenzione.
Voglio ricordare l’antipasto del giorno di Paqua diverso da quello che mi aspettavo, di gran lunga più appagante, buono, partecipato.
E’ stata la preghiera dei bimbi, la benedizione con un ramoscello d’olivo intinto nell’acqua benedetta che don Massimo ha consegnato a loro come a tutti i suoi parrocchiani.
Mi piace ricordare che quell’acqua stava lì perchè la penitenza assegnata ai piccoli del catechismo, dopo la confessione, era di riempire un numero più o meno grande di questi contenitori di pace, di luce, di amore, testimoni della resurrezione di Gesù
Di questa Pasqua voglio ricordare la decisione maturata di essere sempre più vera, di gettare le ultime maschere per presentarmi al Signore nella verità.
Ho desiderato togliere tutto ciò che mi separa dal mio Creatore, che mi impedisce un incontro autentico con l’uomo, toccando le sue ferite, facendomi carico dei suoi bisogni, presentando a Lui la mia inadeguatezza, perchè la benedica e la trasformi in grazia.
Gesù ha chiesto di essere toccato, di essere nutrito perchè i suoi si convincessero che non era un fantasma.
Quanti aspettano da noi di essere toccati senza schifarci delle loro ferite più profonde, quanti ci chiedono da mangiare e noi facciamo finta di non sentire!
Vorrei nutrirmi a tal punto della Parola di Dio per diventare ciò a cui sono chiamata, per realizzare il Suo progetto d’amore nell’obbedienza alla Sua Parola, nella fede al Suo amore eterno, misericordioso e santo.

“Il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati” ( Mt 9,6)

 “Il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati” ( Mt 9,6) 
In questo passo del Vangelo vediamo un paralitico che viene portato davanti a Gesù dai suoi amici, facendolo passare da un buco, fatto sul tetto perché sia guarito.
Da cosa deve essere guarito l’uomo?
Quali sono le malattie che lo paralizzano?
Quelle che dipendono dal giudizio degli altri, dalle etichette che gli mettono addosso, quelle che impediscono all’uomo di rialzarsi, di rimettersi in piedi, che gli tolgono la dignità, che lo fanno vivere in un inferno.
L’uomo che non si sente accettato, amato per quello che, è sempre un po’ menomato, paralizzato su schemi stereotipi, e limitato nella possibilità di esprimersi, ha le ali tarpate, e vive in uno stato di guerra continua.
Guerra che gli fanno gli altri, guerra che lui fa agli altri per difendersi.
L’uomo, anche se colpevole, ha bisogno di essere reintegrato nella sua posizione, nel suo stato precedente, ha bisogno di riscatto.
Se rimane in prigione per tutta la vita, l’uomo non potrà mai esprimersi al meglio delle sue possibilità, anche se si pente.
La società sente l’esigenza di perdonare perché non può stare sempre in perenne conflitto con se stessa.
Ecco il motivo dell’indulto, dell’amnistia, del condono, della grazia delle giubileo che un tempo sanciva lo scuotimento dei pesi, la liberazione degli schiavi eccetera.
Gesù è venuto a portare personalmente all’uomo il messaggio di salvezza che parte dal perdono, il super dono che è Lui e che ci ha lasciato nei Sacramenti.
Infatti non c’è sacramento che non sia un’ occasione per ricevere il perdono di Dio, che non lo attesti, che non operi in tal senso.
I Sacramenti sono un segno dell’amore di Dio per l’uomo.
Battesimo, Cresima, Riconciliazione, Unzione degli infermi,presuppongono una domanda di perdono da parte dell’uomo.
Se l’uomo non vuole guarire dalle sue infermità, Dio non si impone, non ne forza la volontà.
Poi c’è l’Eucaristia, il pegno vivente che Gesù ci ha lasciato.
Dio si fa mangiare, Dio offre se stesso perché torniamo a vivere.
Il segno tangibile dell’amore che Dio continua a donarci, nonostante le nostre infedeltà è l’Eucarestia.
“Domine non sum di dignus” si dice all’inizio della messa.
Non siamo degni Signore di ricevere tanto, eppure tu sei pronto a donarti a noi, a farci gustare quanto è bello stare con te, in pace con te e con i fratelli.
La pace è ciò di cui abbiamo bisogno, è una beatitudine….
“Beati gli operatori di pace” è scritto.
Gli angeli annunciavano la tua nascita dicendo: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”.
Dio porta la pace, Dio ci lascia la sua pace quando appare agli 11 nel cenacolo.
Dio ci vuole operatori di pace, portatori di perdono, testimoni di amore.
Il paralitico perdonato, può rialzarsi, andare a casa sua con il suo letto sotto il braccio.
I suoi amici hanno fatto ciò che ognuno di noi dovrebbe fare: portare Gesù e paralitici, a tutte quelle persone che sono ingabbiate dalla loro colpa, le persone che non si sentono amate, rispettate, che non si rispettano e non rispettano gli altri, che hanno sbagliato, che non si accettano e che pensano che non c’è pace tra gli ulivi, vale a dire che non c’è speranza neanche in Dio.
Ma quando si incontra Gesù veramente, il primo effetto è quello di sentirsi bene, perché ci si sente guardati con occhi di misericordia.
Matteo, la Samaritana, Zaccheo sono tutte persone che hanno sentito lo sguardo di amore posarsi su di loro e si sono convertiti.
Gesù guarisce con il perdono e noi siamo chiamati a fare altrettanto.
In un mondo in cui, perché non ci siano conflitti si sta omologando, globalizzando, omogeneizzando tutto, in un mondo in cui la differenza di genere tende ad essere azzerata o negata, la differenza tra generazioni (vedi operazioni di lifting), la differenza di cultura, il pubblico e il privato messi sullo stesso piano (grande fratello, isola dei famosi), dove non c’è più pudore, dove tutto è per tutti nel significato più deteriore e dannoso, il diverso fa fatica a vivere ed è condannato all’isolamento, alla non esistenza.
Ecco allora le guerre che cercano di ristabilire un diritto che prescinde dall’identità, dalla dignità delle persone.
Gesù è venuto a portare la pace che nasce dall’accettazione dell’altro, per permettergli di operare per il bene comune mettendo in comune quello che è.
“Non entrerete nel mio riposo “dice Dio a quelli che non si vogliono convertire al suo amore.

Il perdono

«Uomo, ti sono perdonati i tuoi peccati»(lc 5,20)
In questo passo del Vangelo vediamo un paralitico che viene portato davanti a Gesù dai suoi amici, facendolo passare da un buco, fatto sul tetto perché sia guarito.
Da cosa deve essere guarito l’uomo?
Quali sono le malattie che lo paralizzano?
Quelle che dipendono dal giudizio degli altri, dalle etichette che gli mettono addosso, quelle che impediscono all’uomo di rialzarsi, di rimettersi in piedi, che gli tolgono la dignità, che lo fanno vivere in un inferno.
L’uomo che non si sente accettato, amato per quello che, è sempre un po’ menomato, paralizzato su schemi stereotipi, e limitato nella possibilità di esprimersi, ha le ali tarpate, e vive in uno stato di guerra continua.
Guerra che gli fanno gli altri, guerra che lui fa agli altri per difendersi.
L’uomo, anche se colpevole, ha bisogno di essere reintegrato nella sua posizione, nel suo stato precedente, ha bisogno di riscatto.
Se rimane in prigione per tutta la vita, l’uomo non potrà mai esprimersi al meglio delle sue possibilità, anche se si pente.
La società sente l’esigenza di perdonare perché non può stare sempre in perenne conflitto con se stessa.
Ecco il motivo dell’indulto, dell’amnistia, del condono, della grazia delle giubileo che un tempo sanciva lo scuotimento dei pesi, la liberazione degli schiavi eccetera.
Gesù è venuto a portare personalmente all’uomo il messaggio di salvezza che parte dal perdono, il super dono che è Lui e che ci ha lasciato nei Sacramenti.
Infatti non c’è sacramento che non sia un’ occasione per ricevere il perdono di Dio, che non lo attesti, che non operi in tal senso.
I Sacramenti sono un segno dell’amore di Dio per l’uomo.
Battesimo, Cresima, Riconciliazione, Unzione degli infermi,presuppongono una domanda di perdono da parte dell’uomo.
Se l’uomo non vuole guarire dalle sue infermità, Dio non si impone, non ne forza la volontà.
Poi c’è l’Eucaristia, il pegno vivente che Gesù ci ha lasciato.
Dio si fa mangiare, Dio offre se stesso perché torniamo a vivere.
Il segno tangibile dell’amore che Dio continua a donarci, nonostante le nostre infedeltà è l’Eucarestia.
“Domine non sum di dignus” si dice all’inizio della messa.
Non siamo degni Signore di ricevere tanto, eppure tu sei pronto a donarti a noi, a farci gustare quanto è bello stare con te, in pace con te e con i fratelli.
La pace è ciò di cui abbiamo bisogno, è una beatitudine….
“Beati gli operatori di pace” è scritto.
Gli angeli annunciavano la tua nascita dicendo: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”.
Dio porta la pace, Dio ci lascia la sua pace quando appare agli 11 nel cenacolo.
Dio ci vuole operatori di pace, portatori di perdono, testimoni di amore.
Il paralitico perdonato, può rialzarsi, andare a casa sua con il suo letto sotto il braccio.
I suoi amici hanno fatto ciò che ognuno di noi dovrebbe fare: portare Gesù e paralitici, a tutte quelle persone che sono ingabbiate dalla loro colpa, le persone che non si sentono amate, rispettate, che non si rispettano e non rispettano gli altri, che hanno sbagliato, che non si accettano e che pensano che non c’è pace tra gli ulivi, vale a dire che non c’è speranza neanche in Dio.
Ma quando si incontra Gesù veramente, il primo effetto è quello di sentirsi bene, perché ci si sente guardati con occhi di misericordia.
Matteo, la Samaritana, Zaccheo sono tutte persone che hanno sentito lo sguardo di amore posarsi su di loro e si sono convertiti.
Gesù guarisce con il perdono e noi siamo chiamati a fare altrettanto.
In un mondo in cui, perché non ci siano conflitti si sta omologando, globalizzando, omogeneizzando tutto, in un mondo in cui la differenza di genere tende ad essere azzerata o negata, la differenza tra generazioni (vedi operazioni di lifting), la differenza di cultura, il pubblico e il privato messi sullo stesso piano (grande fratello, isola dei famosi), dove non c’è più pudore, dove tutto è per tutti nel significato più deteriore e dannoso, il diverso fa fatica a vivere ed è condannato all’isolamento, alla non esistenza.
Ecco allora le guerre che cercano di ristabilire un diritto che prescinde dall’identità, dalla dignità delle persone.
Gesù è venuto a portare la pace che nasce dall’accettazione dell’altro, per permettergli di operare per il bene comune mettendo in comune quello che è.
“Non entrerete nel mio riposo “dice Dio a quelli che non si vogliono convertire al suo amore.

“Ho trovato la pecora, quella che era perduta”(Lc 15,6)

 
Meditazioni sulla liturgia di
giovedì della XXXI settimana del TO anno dispari
“Ho trovato la pecora, quella che era perduta”(Lc 15,6)
Tu Signore sei sempre in cerca dei tuoi figli che vanno scappando da tutte le parti, che pur amando i pascoli erbosi s’illudono di trovarne migliori e a minor prezzo.
Il tuo ovile ci sta un po’ stretto perché vorremmo stare più larghi, comodi e non doverci ogni giorno scontrare con le esigenze e le pretese dei nostri fratelli.
Una casa tutta per noi dove possiamo fare quello che più ci piace, senza controlli e controindicazioni, una casa dove il nostro diritto ha la meglio sul bisogno degli altri.
Vivere gomito a gomito non è per niente bello, condividere quello che hai, difficile, sopportare oltre al tuo odore anche quello che emanano le altre pecore, insopportabile.
E’ naturale che la convivenza ci dia dei problemi dai quali vogilamo scappare e per questo ci perdiamo.
Ognuno di noi, la maggior parte, sogna una casa per conto suo, una villetta con un piccolo giardino, dove si può fare rumore e nessuno si arrabbia.
Giovanni, quando cominciò a crescere mi disse che preferiva andare a stare dall’altra nonna, perché nella mia casa non ci si poteva fare rumore e c’erano troppe curve(regole) e poi io avevo una piccola televisione, mentre nonna Rita aveva uno schermo megagalattico con pure la Play Station.
Giovanni, che fino all’anno prima mi aveva detto che gli davo il paradiso !
Ripenso a quanto mi fecero male le sue parole e posso pensare a quanto tu soffri per le nostre defezioni, soffri per chi si allontana ..
I figli che hai generato, che hai amato prima di dar loro la vita, i figli per cui sei morto, i figli, carne della tua carne, ossa delle tue ossa.
Anche se Giovanni lo amo come e più forse di mio figlio, certo  non l’ho partorito io e poi è un bambino che ha scelto un’altra casa dove c’è chi lo guarda e ha cura di lui.
Ma noi Signore, se ci allontaniamo, non sappiamo a cosa andiamo incontro e ci perdiamo e ci facciamo male, perciò tu ci vieni a cercare, anche a costo di lasciare le altre 99 pecore chiuse dentro l’ovile.
Ricordo quanto mi fecero bene le parole di un sacerdote a cui confidai la mia pena per l’irriconoscenza del piccolo Giovanni, quando mi disse che noi siamo il campo base, il luogo dove si prende l’equipaggiamento per partire e dove si torna se si è in panne.
E così è avvenuto, ogni volta che Giovanni aveva bisogno di essere consolato, rassicurato.
Molti non sanno che tu sei il campo base, molti dimenticano dove trovare gli strumenti per il viaggio, molti addirittura lo ignorano.
Per questo ti metti in cammino e ci cerchi, per prenderci in braccio e farci sentire il tuo cuore che batte per noi.

” Un solo Dio padre di tutti”.(Ef 4,6)

” Un solo Dio padre di tutti”.(Ef 4,6)
Oggi con un atto di volontà sono andata a messa, ieri si parlava del fuoco, della divisione.
“Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra, ma divisione”.
Certo le parole di Gesù sono destabilizzanti e da un po’ di tempo le recepisce solo la mia testa più che il mio cuore.
Questa cosa mi dispiace molto.
E come se avessi perso l’intimità con Lui.
Anche il vangelo di oggi parla al mio cervello, perché Gesù rimprovera chi non legge i segni dei tempi, quando invece da una nuvola o dal colore del cielo capiamo che tempo farà.
L’invito alla conversione è ribadito.
“Guarda di accordarti con il tuo avversario, prima di presentarti al giudice”.
Mi ha colpito come il il mio messalino abbia interpretato la parola ” avversario “.
A volte siamo noi avversari di noi stessi e dobbiamo riconciliarci, prima che con gli altri, con questo avversario interno che ci fa agire per il la nostra infelicità, che ci schiavizza.
In un passo della Bibbia leggiamo: “Lasciatevi riconciliare da Dio!”
Non noi ma Dio si vuole riconciliare con noi. Ma noi pensiamo di essere troppo cattivi per essere meritevoli della sua misericordia.
Ecco perché quando più pecchiamo, più ci allontaniamo da lui.
Non è un caso che, quando ci comportiamo male consapevolmente, quando cadiamo vittime dei nostri comportamenti sbagliati, diventandone schiavi, evitiamo di guardare in faccia la gente e diventiamo misantropi, a meno di trovare compagni di merende con cui gozzovigliare alla faccia di chi ci vuole male.
Ma una volta rimasti soli, il complesso di colpa ci schiaccia e per non pensare, continuiamo a stordirci di cattive azioni sempre più precipitando nel baratro.
Dio si vuole riconciliare con noi, sta alla finestra ad aspettarci o alla porta in attesa che gli apriamo.
Quando ci decideremo a mostrarci a lui così come siamo?
“Un solo Dio è padre di tutti” è scritto sul calendario liturgico.
Il papà di tutti i papà, come sono solita chiamarlo quando sto con i bambini.
Io ho avuto un padre solo negli ultimissimi anni della sua esistenza, quando ho deciso di prendermi cura di lui.
Solo allora l’ho ritrovato, ci siamo ritrovati.
“Forse mi passa se abbraccio qualcuno” disse Giovanni in piena crisi d’asma.
Forse devo abbracciare Antonietta perché sia possibile l’abbraccio di Dio, il papà di tutti i papà, mio Padre, mio Creatore, mio Salvatore.
Maria tu vedi, tu vigili, tu preghi.
Grazie madre perché le tue mani giunte sono la mia forza.