Venerdì santo

SFOGLIANDO IL DIARIO…

10 aprile 2009.
Venerdì Santo.
Ore 4:38.

“Ho sete”.

Signore Gesù oggi la Chiesa commemora la tua morte e il racconto della tua passione viene letto per la terza volta nel giro di pochi giorni nelle chiese, un racconto che parla di sofferenza, di tradimento, di buio, di notte, di condanna inevitabile, di scelta, accettata, come conseguenza di quell’ “Io sono” che scandalizzò i tuoi contemporanei più devoti.
Si Signore, tu hai patito le conseguenze di ciò che hai affermato, le conseguenze della verità che scomoda, che condanna, che rimette in discussione le sedimentate certezze.
Tu Signore non hai avuto paura di proclamare ciò che era giusto, bello, buono per l’uomo, perché l’uomo aprisse il suo cuore ad una parola di speranza, di vita, di riconciliazione, di perdono.
La tua verità è tutta in quel “Ho sete” che hai pronunciato sulla croce, una sete d’amore che ti ha spinto a venire tra noi, una sete che affondava le sue radici in una frattura, un terremoto, una perdita della casa originaria, il giardino in cui l’uomo poteva godere di tutto quello che tu gli avevi preparato.
Signore oggi che si celebrano i funerali delle vittime del terremoto di questa terra, dove tu mi hai concesso di abitare, mi viene in mente quella casa straordinaria, stupenda, bellissima che ad ogni uomo tu hai riconsegnato perché ne sei stato il custode.
Non voglio piangere oggi Signore per ciò che è stato distrutto, ma per gioire per tutto ciò che tu hai costruito attraverso il tuo sacrificio.
La tua sete d’amore si doveva incontrare con un’altra sete, quella dell’uomo che nelle vicende più buie della sua vita, sente insopprimibile e primario il bisogno di avere qualcuno accanto con cui condividere il proprio dolore, quando tutto gli viene a mancare.
Hai chiesto che ti fossero vicini tuoi discepoli, che non si addormentassero quando il peso del nostro peccato ti stava schiacciando e ti ha fatto sudare sangue.
Ma sei rimasto solo a patire, sei rimasto solo con la tua angoscia, con tuo Padre che sentivi lontano.
L’ hai detto sulla croce: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”
Hai percepito la distanza infinita tra la tua sofferenza e la perfezione del Padre, Signore?
Come un uomo può comprendere un Dio che soffre?
E tu che sei stato vero uomo e non hai mai smesso di esserlo, e anche vero Dio sapevi che avevamo bisogno di un sommo sacerdote, di un sacerdote perfetto che si facesse intermediario della nostra sete di giustizia, della nostra sete di senso, della nostra sete di amore gratuito, fedele, eterno.
Signore oggi, pensando ai funerali di Stato di tante vittime del terremoto, non mi sembra la liturgia della vita combaci con la liturgia codificata dalla Chiesa.
All’occhio di milioni di persone verranno mostrate tante bare questa mattina, tanti uomini morti senza colpa.
Questa sera sarai tu ad essere mostrato alla devozione del popolo con l’adorazione della croce.
Gli uomini, l’Uomo.
E poi i sopravvissuti, quelli che hanno tanto bisogno di chi dia loro la speranza che la Pasqua non finisce il venerdì Santo, che bisogna dolorosamente ma fermamente aspettare che passi il tempo necessario per rientrare in quel giardino e scoprire le tombe vuote e che quel vuoto è stato riempito da te Signore, che la tua sete ha generato una fonte inestinguibile di acqua alla quale attingere per non morire di sete.
Così è inevitabile, per chi ha aperto gli occhi del cuore, vedere, riconoscere nel luogo del lutto, nell’ora della prova, un Dio che dice insieme a noi che ha bisogno di qualcosa, che cerca la nostra brocca, per poterla riempire del vino della gioia per poter con noi celebrare in eterno e nozze con lo Sposo .
Signore tu hai sete, anche noi ne abbiamo.
Abbiamo sete di tante cose che ci sono venute a mancare, sete, non desiderio, sete.
La sete è soddisfatta dall’acqua che è garanzia di vita.
Signore tu hai gridato fino all’ultimo la tua sete, quella sete che manifestasti alla Samaritana, quando la incontrasti al pozzo.
Era la stessa Signore che non ti si è mai spenta e che hai gridato dalla croce.
Tu hai sete dell’uomo hai sete dei tuoi figli perché vuoi che tornino in vita, che abbiano la vita.
Tu oggi ci chiedi di non piangere perché sei solidale con noi e con le nostre sofferenze e ci vuoi dire che, quando siamo nel deserto e serpenti velenosi ci mordono, dobbiamo sollevare lo sguardo e contemplare te che ti sei fatto simile a noi, ti sei fatto tu stesso peccato, perché attraverso la consapevolezza della nostra miseria, possiamo cantare la tua gloria e ritrovare la nostra casa.
Oggi si celebreranno i funerali di Stato delle vittime del terremoto.
Sul piazzale saranno disposte le bare e in deroga alla prassi liturgica che vieta il venerdì Santo di celebrare la messa, questa sera sarà celebrato in suffragio delle vittime.
Certo che il funerale senza la messa perde il suo significato di vittoria della vita sulla morte del sacrificio come offerta e dono per risorgere.
Invece che adorare la croce getteranno incenso sulle bare, l’incenso che adoperiamo quando ci mettiamo di fronte a Dio.
Le bare saranno incensate, come sarà incensata la croce.
Che mistero tremendo e stupendo in cui perdersi e in cui ritrovarsi, in cui gettarsi incatenati e uscire fuori con le mani e piedi slegati, finalmente liberi!

Così dice il Signore:
«Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a me, colui che hanno trafitto.
Ne faranno il lutto come si fa il lutto per un figlio unico, lo piangeranno come si piange il primogenito.
In quel giorno grande sarà il lamento a Gerusalemme, simile al lamento di Adad-Rimmon nella pianura di Meghiddo.
In quel giorno vi sarà per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme una sorgente zampillante per lavare il peccato e l’impurità» (.Zc 12,10-11;13,1)

GIOVEDI’ SANTO

“Prendete e mangiatene tutti questo è il mio corpo”.
“Li amò fino alla fine”.

Che mistero grande è quello dell’Eucaristia Signore!
Ci hai amato fino alla fine.
Signore pietà! Cristo pietà!
Ci hai lavato i piedi, ci hai tolto le sozzure, quelle di cui non eravamo consapevoli, ti sei fatto servo, schiavo d’amore per convincerci che ci hai amati e che ci ami di amore eterno.
Signore tu sapevi che saresti stato di lì a poco consegnato ai nemici e che qualcuno dei più cari amici ti avrebbe tradito.
Tu sapevi Signore, eppure non lo hai escluso dalla lavanda dei piedi, lo hai invitato a mangiare con te, hai condiviso fino alla fine tutto di te.
Signore tu non guardi ai nostri peccati quando ti fai vicino a noi, non vuoi che il peccato sia di ostacolo all’incontro intimo con te.
Tu Signore inviti tutti alla tua mensa, a mangiare e a bere il frutto del tuo sì al Padre, perché è frutto del perdono, la strada privilegiata per cambiare il nostro cuore, per convincerci che tu ci ami di amore eterno.
Non sette ma 70 volte 7 hai perdonato e continui a perdonare.
“Quante volte?” chiedeva il sacerdote quando andavamo a confessarci!
Ricordo che il numero, quand’era grande, mi tranquillizzava perché era più difficile dire una volta che tante volte quante erano quelle in cui avevo deciso di non combattere la mia naturale debolezza, i miei tradimenti ripetuti nel tempo.
Signore quanto poco ti conoscevo!
Oggi penso a quei giorni e mi sento un’estranea, una lontano di casa, una che ha vissuto all’estero con la nostalgia di qualcosa o qualcuno che sapeva esistere ma che aveva irrimediabilmente perduto.
Sono vissuta lontana da casa Signore, cercando di costruirmi appartamenti separati dai tuoi precetti..
Ho cercato nelle amicizie di riproporre il modello che sentivo dentro come l’unico capace di soddisfare i miei e gli altrui bisogni.
Con gli amici ho sempre condiviso la tavola e anche il letto quando era possibile.
Ricordo il mio coinvolgimento in qualunque relazione allacciassi.
Me l’aveva insegnato mia madre che aveva vissuto in una famiglia patriarcale, numerosa e poi aveva trasportato questo modello anche in casa nostra, dopo che la guerra l’aveva messa nelle condizioni e nella necessità di condividere tutto con tutti.
La nostra casa era un porto di mare e io non ricordo ci stessi male.
Le persone erano la vita della nostra casa, ora che ci penso, e noi non ci siamo mai sentiti soli, anche se il disagio era grande.
Non ti conoscevo Signore allora, so solo che il desiderio di stare con gli altri l’ho sempre sentito come prioritario come quello di interessarmi alle persone, dare loro quello che avevo.
Dico questo non per sentirmi a posto, ma per consolarmi del fatto che in fondo tu già abitavi con noi, che già ci avevi fatto scuola e operavi nella nostra vita sì da trasformarla invisibilmente in vita nuova e redenta.
Tu Signore questa sera ti consegni a noi e poi ai i tuoi assassini.
Ti consegni donando il tuo corpo.
E mangiarono ne bevvero i tuoi discepoli come anche i tuoi assassini.
La differenza dov’era Signore?
Tu hai amato fino alla fine.
Quando prendesti un corpo per comunicare l’amore non hai posto condizioni al Padre.
Il sì è stato unico, valido per sempre in eterno.
Un corpo ci hai donato, quel corpo che per venire alla luce ha presupposto la prima morte, la morte a te stesso che sei Dio per diventare uomo simile a noi con tutte le conseguenze che comporta.
Il peccato aveva introdotto nel mondo la sofferenza e la morte e tu hai voluto affrontare anche il rischio di morire per sempre.
Potevi peccare Signore?
Non so.
Penso che il peccato era la contraddizione di quanto tu sei venuto ad affermare.
Tu hai detto: “Io sono”.
Il peccato non fa essere, ecco perché il peccato non poteva appartenerti, sfiorarti perché il peccato è la negazione di Dio.
Tu Signore questa sera doni il tuo corpo nell’ultima cena ai tuoi discepoli, lo usi perché serva a rimettere in piedi le persone, rendendole capaci di camminare, pulendole da tutte le immondezze e le inadeguatezze proprio della natura umana e della cattiva volontà.
Il tuo corpo deve servire per amare, perdonare, promuovere, dare vita a chi se ne ciba.
Il tuo corpo ci hai lasciato Signore.
Che cosa straordinaria, bella!
Che mistero consolante grandioso di comunione!
Il tuo corpo consegnato alla Chiesa è diventato un mistero d’amore senza tempo, né confini.
Ti sei fatto uno in tutti e ci hai riuniti da ogni parte del mondo.
La cena eucaristica ci ha fatto riconoscere figli di un unico Padre, seduti alla stessa mensa dove il cibo è lo stesso per tutti.
Il tuo corpo e il tuo sangue sparso per noi e per tutti per la nostra salvezza.
Che bello Signore, che tenerezza, che dono grande quello che stasera fai ad ogni ognuno di noi!
Consegni il tuo corpo all’uomo perché faccia altrettanto.
Ognuno di noi può diventare quel pezzo di pane, quel vino per creare comunione e pace e gioia nelle relazioni dentro e fuori la famiglia.
Il mistero eucaristico diventa la chiave per vivere la relazione coniugale nella più completa adesione al tuo progetto di unione feconda nella distinzione.
Signore donami un corpo da e per amare, un corpo per servire, un corpo da glorificare attraverso l’amore speso fino alla fine.
Donami Signore di sentire in questo gesto ripetuto nel tempo l’eterna offerta fatta al Padre come rendimento di grazie per quello che continua a donare ad ognuno.
“Un corpo mi hai dato, sul rotolo del libro c’è scritto di fare il tuo volere.”
Sì Signore questo corpo che non mi fa dormire, che non mi permette di fare ciò che voglio, che mi limita anche nelle funzioni più elementari, che fa un grande fracasso sia strumento d’amore puro ed eterno della tua missione salvifica per i fratelli che mi hai donato.
Fa’ che senta sempre forte la tua presenza accanto a me e non presuma di essere io a fare le cose che solo la tua grazia mi concede, permette di realizzare molto meglio di come io saprei fare.
Signore questa sera voglio stare con te, voglio sentirmi un’invitata speciale, una dei 12, voglio mettere la mia testa sul tuo cuore, voglio sentire la pressione delle tue mani e il tuo calore, mentre lavandoli mi accarezzi i piedi.
Signore questa sera voglio prendere da te tutto l’amore di cui sento il bisogno per rimettermi in piedi e camminare nella percezione di un corpo sano, utile, bello e buono per te, perché serve per parlare di te, per renderti visibile agli occhi del mondo.
Signore solo tu puoi compiere il miracolo di rendere ancora utile questo corpo in rovina, in disfacimento, solo tu Signore puoi trasformare questo vaso di creta informe in una meravigliosa coppa, capace di trattenere e conservare l’acqua dello Spirito senza perderne una goccia..

" O Dio, abbi pietà di me peccatore" ( Lc 18,13)

” O Dio, abbi pietà di me peccatore” ( Lc 18,13)
Signore aumenta la mia fede, quando penso che la salvezza del mondo dipende da me, quando mi fido solo delle mie forze, quando ti escludo dai miei progetti, dalla realizzazione del bene, dalla salvezza mia e dei miei fratelli, quando mi accanisco a trovare strade alternative alla giustizia, alla misericordia, alla verità, quando mi sento sola a combattere la battaglia della vita..
Aiutami a credere che senza di te non posso fare nulla, che ho bisogno di te più dell’aria che respiro.
Fa’ che non mi disperi quando non trovo soluzioni ai problemi che si frappongono alla mia e altrui felicità.
Aiutami Signore ad essere perseverante, a metterti al primo posto in tutto ciò che penso e che faccio, aiutami a dipendere da te con gratitudine, con fiducia sempre più grande, aiutami a non sentirmi più brava, più buona, più a posto dei miei fratelli, aiutami a non confidare nelle mie forze ma a ringraziarti sempre per le forze che trovo per compiere il tuo volere e collaborare al tuo progetto di salvezza.
Purificami dal peccato dell’orgoglio, del diritto a ricevere per i miei meriti la tua salvezza, aiutami Signore a non dimenticare mai da dove vengo e dove devo tornare.
Donami Signore di dare ad ogni momento della mia vita valore e senso, perchè tu e solo tu dai senso e valore e vita alle cose, ricordami ogni giorno che viviamo in una terra di esilio e che la nostra patria sei tu, il tuo amore.
Non voglio Signore dimenticare i tuoi benefici, non voglio allontanarmi da te che sei mio padre, che mi hai creato per amore, che vuoi donarmi il tuo amore per darmi la vita non un giorno ma per l’eternità
Aiutami a vivere le relazioni partendo non dalle mie soluzioni ma dal tuo sguardo che è sempre di misericordia e di amore.
Fammi amare la tua carne, in ogni uomo carcerato, debole, oppresso, malato, perseguitato, solo, in ogni uomo non amabile, non corrispondente ai miei desiderata.
Quante persone sono portata a giudicare, quante volte mi sento migliore di chi non si comporta come ritengo sia giusto!
“Gareggiate nello stimarvi a vicenda”, c’è scritto, ma noi non ne siamo capaci e passiamo il tempo a criticare gli errori e i comportamenti altrui senza neanche rendrci conto che noi siamo peggio di loro.
Quando Giovanni era piccolo si buttava nelle mie braccia per essere preso, coccolato, consolato.
Non sapeva Giovanni che non ho forza nelle braccia e che era molto pericoloso ciò che desiderava e che io mi sforzavo di fare per corrispondere al suo desiderio di sicurezza.
Mi sono presa cura di lui senza mai prenderlo in braccio, trovando di volta in volta la strada che tu mi tracciavi perchè il bambino non soffrisse e si sentisse amato sempre.
Giovanni mi ha fatto sperimentare quanto conti fidarsi di te che trovi una soluzione a tutto ciò che ci serve perchè non ci sentiamo abbandonati e soli.
Mi ha insegnato a fidarmi di te, ad aspettare con fiducia le tue incursioni impreviste, le tue soluzioni incredibilmente più efficaci di quelle che io avrei saputo trovare anche se fossi stata in piena salute..
Un bambino mi ha introdotto nel tuo santuario e mi ha portato a riconoscere la mia inadeguatezza, il mio bisogno di aiuto, che in lui vedevo riflessi, ma anche e soprattutto la tua provvidenza, il tuo amore costante, la tua mano benedicente, la tua parola rassicurante, le tue opere di vita .
Così oggi Signore voglio pregare, invocando il tuo Spirito su tutti quelli che, come bambini, cercano le braccia accoglienti della madre e il suo calore, ma non sono in grado di riconoscerTI.
Serviti di me Signore per bussare al cuore di questi fratelli che stanno nel buio e aiutami ad aprire le loro finestre perchè la tua luce possa illuminare tutte le case che per troppo tempo sono state al buio.
Liberami dall’orgoglio, dalla superbia, dalla presunzione di essere capace di tanto, sempre più rendimi strumento docile nelle tue mani.
Aiutami a credere che senza di te non posso fare nulla, che ho bisogno di te più dell’aria che respiro, aiutami a non disperarmi quando non trovo soluzioni ai problemi che si frappongono alla mia e altrui felicità.
Maria insegnami a a vivere l’infanzia spirituale che fu tua prerogativa, che ti rese madre del figlio di tuo figlio, scelta per essere il faro che ci indica la strada del paradiso.

Quale Dio è come te?

SFOGLIANDO IL DIARIO…

Misericordioso e pietoso è il Signore”(Salmo 102)

7 marzo 2015
Non c’è che dire Dio ci stupisce sempre, con le sue soluzioni inaspettate e non proprio canoniche.
La parabola del padre misericordioso che un tempo chiamavamo del figliol prodigo, ci disorienta per il modo con cui questo genitore educa il figlio che non ci sembra poi tanto pentito dei suoi errori, quanto spinto a riconoscerli per suo esclusivo vantaggio.
Quando hai fame, hai sete, non hai un tetto che ti ripari, quando sei costretto a fare un lavoro da bestia per sbarcare il lunario senza trarre vantaggi per la tua vita, senza salute, amici, decoro, relazioni, è normale tornare sui propri passi, ricordando la casa di tuo padre dove non ti mancava niente.
Quanti di noi, io per prima, non tornano a casa, non si rivolgono a Dio per orgoglio, perchè non riescono a perdonarsi il fatto di essersi così tanto allontanati da Lui e aver dilapidato tutte le sostanze che generosamente ci aveva dato.
Questo figlio non è pentito, ma riconosce di aver sbagliato, allontanandosi da casa.
Il primo passo della conversione è desiderare quello che si è perso allontanandosi da Dio e riconoscere che l’inferno non l’ha creato Dio per la nostra dannazione, ma ce lo creiamo noi, quando ci allontaniamo dalla fonte della vita.
Per anni mi sono rifiutata di chiedere a Dio la guarigione, mi sono rifiutata di rivolgermi a Lui, perchè, dicevo, che non è giusto che uno si ricordi di Lui quando è nel bisogno.
“Quando sarò guarita pregherò” rispondevo a quelli che mi volevano convincere del contrario e ci fu una persona che esclamò: “Quanta superbia!”.
Parole che non capii, perchè a me non è mai piaciuto usare le persone, figuriamoci Dio!
Dicevo all’inizio che Dio ci sconvolge con i suoi comportamenti e agisce molto meglio di quanto noi sappiamo fare o pensare.
Certo è che per fare esperienza di quanto grande sia la sua misericordia devi toccare il fondo, perchè quando l’orgoglio non ti serve a procurarti il cibo necessario per vivere, gli amici, il denaro, la salute, gli affetti, abbassi la testa e tendi la mano.
Così è avvenuto per me che, strada facendo, ho fatto esperienza di quanto conti poggiare sulle forze, sulla grazia di Dio per affrontare qualunque nemico.
Dio è in ciò che ci manca, ho letto da qualche parte ed è straordinariamente vero.

La giornata di ieri, se la racconto è da incubo con la corrente elettrica che è andata via dall’una della notte e ci ha lasciato senza acqua, luce, riscaldamento, telefono, televisione, connessione internet, ascensore(che sarebbe il meno, se io camminassi con le mie gambe).
A questo si aggiunga la chiusura delle scuole con i bambini che non sapevano, oltre i compiti, come passare il tempo, visto che anche la batteria e il basso che sono i loro inseparabili compagni di viaggio, vanno a corrente, come computer, telefonini, smartphone che nessuno aveva provveduto a mettere in carica.
Giovanni mi ha detto che era tutto morto, non funzionava niente e l’unica cosa da fare era …
Ci siamo inventata una giornata alternativa, parlando del tempo passato, quando tutte queste cose non c’erano.
Abbiamo avuto modo di giocare a indovina città, di ricordare i momenti belli e brutti della nostra vita, abbiamo letto e scritto pesie, abbiamo condiviso passioni, bisogni, ricordi, speranze.
Tutto questo in una giornata no da tutti i punti di vista, quasi tutti, perchè Dio sa di cosa abbiamo bisogno e la necessità ci fa stringere gli uni agli altri per non sentire la sferza del freddo.
E pensare che solo domenica, quando Giovanni mi è stato affidato perchè aveva la febbre , mi sono tanto arrabbiata con lui che gli ho detto parole che mai gli avevo detto, parole come spade che ti tagliano in due e ti dilaniano.
Gli ho chiesto scusa dopo, gli ho chiesto di perdonarmi perchè, se lui si era comportato male chattando con il telefonino e guardando con il terzo occhio la TV, mentre gli chiedevo cosa gradiva mangiare, io ero stata una cattiva educatrice, rispondendo al male con un male più grande che è quello di ritirare da lui ogni benedizione.
Un giorno di digiuno dalla follia mediatica e consumistica che ha avvicinato il cuore e ci ha ridato speranza.
Alla sera, stremata sarei andata volentieri a letto, nascondendomi sotto mille strati di coperte.
Ma avevamo un impegno grande: quello di incontrare i genitori dei fidanzati.
Ogni volta che c’è questo appuntamento si scatenano le forze del male e i sintomi dolorosi si accentuano a tal punto da venire meno.
Succede, è successo sempre così.
Ma il Signore è la nostra forza e questa volta ha messo tutto Lui, perchè eravamo proprio con le batterie a terra.
Neanche un foglio abbiamo potuto stampare delle cose da dire, ma alla rinfusa nel cassetto ho trovato ciò che forse mi sarebbe servito.
Nè con Gianni avevamo avuto modo di metterci d’accordo su come condurre l’incontro.
Ero così convinta che non sarebbe venuto nessuno che avevo pregato padre Vincenzo di rimandare tutto, ma non ne ha voluto sapere.
Dio ha provveduto a far venire numerose le coppie e a renderle attente, interessate a quello che Lui ci avrebbe ispirato.
Abbiamo per l’ennesima volta sperimentato che , quando non hai niente da portare porti Cristo nella sua interezza.
Io spero che se non proprio tutto, un frammento della Sua luce, sì da far venire loro la voglia di incontrarlo di persona, l’abbiamo portato.
Per questo voglio ringraziare lodare e benedire il Signore che tiene sempre aperte le porte della sua casa perchè non ci facciamo problemi a ritornarvi nei momenti cruciali.

” Benedetto l’uomo che confida nel Signore” (Ger 17, 7)

” Benedetto l’uomo che confida nel Signore” (Ger 17, 7)
Perchè siamo benedetti è necessario averti incontrato e averti riconosciuto, Signore, cosa non scontata.
Perchè tu continui a percorrere le strade del mondo, continui a frequentare le nostre case, i nostri condomini,i luoghi di lavoro e di svago, ma non ti riconosciamo.
Tu sei risorto e sei vivo ma noi viviamo come se tu fossi ancora chiuso in una tomba o appeso ad una croce.
Oggi ci ricordi che sei in ogni uomo che ha fame, che ha bisogno di aiuto, ci ricordi che non dobbiamo cercarti lontano perchè sei in ciò che al fratello manca.
Non è facile attualizzare la tua parola, tenerne conto sempre, anche se ci mettiamo d’impegno.
Mi riconosco ancora tanto avara, bisognosa di essere guarita dalla mano inaridita, dal cuore di pietra che lascia passare troppo poco perchè il tuo amore risplenda in pienezza.
Chiedo a Maria di aiutarmi a diventare sempre più generosa nei confronti dei miei fratelli bisognosi, chiedo a lei di portarmi per mano a toccare le tue ferite e versarvi sopra l’olio della tua tenerezza.

Compleanno

9 marzo 2020
ore 6.42
Chiedete e vi sarà dato (Mt 7,7)

Chissà cosa stava chiedendo mia madre a quest’ora mentre io mi accingevo ad iniziare la mia avventura nel mondo!
Sicuramente dopo quei nove mesi di fuoco voleva sentirsi liberata di quel pesante fardello, che aveva dovuto portare nella pancia in un periodo di lupi, luci sinistre, fughe, paura, lotta per la sopravvivenza.
Costretta a traslocare tante volte dal sicuro rifugio, si era dovuta allontanare in estate quando i foschi bagliori di guerra minacciavano la città di Pescara.
Era riuscita con sacrificio e con tanto amore a trovarsi una camera ammobiliata dove vivere gli incontri con mio padre, quando tornava in licenza.
Il primo figlio era nato da poco, a gennaio, e finalmente potevano godersi un po’ di pace in una casa tutta loro.
Non si erano uniti il giorno delle nozze, perchè rimanesse illibata nel caso non fosse più tornato, godendo comunque della pensione di guerra.
Quello fu il primo di tanti atti d’amore perchè si accontentò solo di fare con lei, a cerimonia finita, una passeggiata per poi subito ripartire.
L’anno dopo decisero di mettere su casa e nacque mio fratello, ma intanto il cielo si faceva sempre più fosco per i venti minacciosi di guerra.
Così, dopo la sua nascita a gennaio del 1943, mamma si convinse a trasferirsi a Paglieta dove faceva scuola, portandosi dietro tutti quelli della famiglia d’origine che non aveano impegni lavorativi…ed erano tanti.
Mio padre le aveva lasciato un regalo a giugno, prima di ripartire, un piccolo seme che doveva custodire, alimentare e portare alla luce.
Furono mesi duri quelli che vennero dopo, per il piccolo seme, sottoposto a prove che lo fortificarono per reggere le dure battaglie della vita.
Cosa dire di quello che dentro l’antro buio dell’utero di mia madre io pensai, senza vedere e neanche immaginare?
Certo mia madre non poteva tenersi tutto per sè e a quel frugolino dentro la pancia non potè fare a meno di comunicargli la sua paura, quando un soldato gli puntò un fucile sul petto, mentre
prendevano mio padre per scavare trincee,
Non poteva non comunicarmi lo smarrimento e la fatica di scappare quando il banditore avvertì che il fronte stava avanzando, quando dormirono in 5000 dentro un teatro, quando papà si ripresentò dopo lo scioglimento dell’esercito, con i vestiti a brandelli e non solo, e tanti chilometri sulle spalle da La Spezia, la maggior parte percorsi a piedi.
Mi trasferì la fatica, i digiuni, le ansie ma soprattutto le preghiere che era solita rivolgere alla nostra Madre celeste.
Quelle sì che me le ricordo perchè tante volte mi ha raccontato del miracolo della supplica alla Madonna di Pompei, mentre in cento si sono ritrovati in un casolare preso di mira dalle bombe amiche o nemiche non so, che tacquero all’Amen finale.
Di tutti quei viaggi per scappare e per tornare mi è rimasta la forza e la speranza, la morte e la vita, ma soprattutto il sodalizio di due sposi che avevano fatto una scommessa sul loro amore…
Sono nata a cavallo, nel passaggio dalla notte al giorno, a cavallo della linea di demarcazione tra oppressori e liberatori, tra la guerra e la pace, tra la Quaresima e la Pasqua.
Sono nata proiettata in un futuro di speranza, ma sto ancora calpestando la sabbia del deserto.
Questa mattina non volevo mancare all’appuntamento della mia nascita e ci sono riuscita.
Mi sono collegata con mamma e papà e con loro ho detto grazie a Dio perchè non mi hanno abortita nè prima, nè dopo la mia nascita, stringendomi in vincoli d’amore, mostrandomi la tenerezza di Dio attraverso il loro sentimento che ha superato i confini del tempo e dello spazio, amore da cui ancora oggi mi sento garantita, perchè poggia sulla fedeltà, sulla promessa che non delude, un arcobaleno che affonda nella pozza rigenerata dallo spirito della nostra umanità imperfetta.
Grazie Signore della vita, grazie di questa straordinaria avventura fatta in tua compagnia, grazie per i genitori che mi hai dato, una madre e un padre responsabili, che non su loro ma su te hanno fondato la loro unione, grazie per la fede che in Maria li ha resi saldi e perseveranti nella speranza che non delude, grazie perchè a Maria hanno presentato sempre i loro progetti perchè li portasse a te.

“Va prima a riconciliarti con tuo fratello” (Mt 5,24)

“Va prima a riconciliarti con tuo fratello” (Mt 5,24)

La parola di oggi ci scomoda perchè spesso andiamo in chiesa per non sentire, per non vedere, per non sopportare le persone moleste che ci stanno intorno.

In chiesa cerchiamo la pace separandoci dagli uomini, lasciandoli fuori dalla porta perchè con Dio si può andare d’accordo, con certe persone è addirittura impossibile.

E’ questo è il guaio di noi cristiani che siamo bravi a perdonare solo quando le persone che ce l’hanno con noi o che noi non sopportiamo stanno lontane, non le vediamo e non le facciamo esistere.

Gesù non ha peli sulla lingua e, specie in questo periodo di penitenza quaresimale, insiste sulla necessità del perdono da accogliere e da dare perchè si realizzi il suo progetto di amore, vale a dire progetto di vita.

L’immagine che mi viene in mente è un campo sterminato irrigato dall’acqua che è stata convogliata in un acquedotto a cui ogni pezzo di terra, ognuno di noi è allacciato attraverso un rubinetto erogatore personale.

E’ chiaro che, se il rubinetto non viene aperto o si intasa è necessario che si provveda a rimettere in funzione ciò che dà vita al terreno, ciò che lo fa fruttificare, ciò che non lo trasforma in un groviglio di spine e di ortiche.

A chi il compito di mantenere puliti gli erogatori?

Certo che il proprietario del campo è il primo che se ne deve preoccupare.

Ma capita che, se la pioggia scende dal cielo, non ci si sente obbligati a fare manutenzione.

A volte capita anche che quando puliamo la nostra casa non facciamo caso a dove gettiamo i rifiuti, spesso danneggiando con la nostra sporcizia un bene comune o la proprietà di un nostro vicino.

Può capitare che agiamo in modo maldestro, senza cattiveria, ma solo con superficialità causando comunque un disordine come odio, rancore, rabbia del danneggiato.

Per questo Gesù ci dice di preoccuparci del bene degli altri prima che del Suo.

Perchè la sua unica preoccupazione è il bene dei figli che ha creato per essere come lui, eterni.

” Lasciatevi riconciliare da Dio!” è scritto.

Gesù ha fatto un trasloco dal cielo alla terra per riannodare i fili spezzati, per togliere all’uomo tutto ciò che impediva che gli venisse erogato l’amore .

Il problema sta nel fatto che anche se il guasto è colpa nostra, nostra responsabilità, il danno lo possono subire gli altri.

Per esperienza ognuno sa quanto sia oneroso riparare un danno provocato all’appartamento vicino, se il nostro impianto è malfunzionante, vecchio o maltenuto.

Dio sa di cosa abbiamo bisogno perciò ci ha dato l’esempio per primo spostandosi e venendoci a salvare.

Così dobbiamo fare noi, perchè lo stare bene degli altri fa stare bene anche noi e ci tiene al riparo dagli effetti delle ostruzioni che paralizzano le relazioni e distruggono la vita.

Gerusalemme

Meditazione sulla liturgia di
Domenica delle Palme anno C
Letture: Lc 19,28-40; Is 50,4-7; sal 21;Fil 2,6-11; Lc 22,14-23,56

“Pregate per non entrare in tentazione”(Lc 22,40)

La lettura del Passio mi ha fatto pensare a Gerusalemme la città santa dove tu Signore hai combattuto l’ultima ed estrema battaglia con il demonio, il divisore, il traditore, l’ingannatore.
La tua è una vera agonia un combattimento che è iniziato da quando ti sei ritirato nel deserto a pregare per 40 giorni e sei stato tentato in tutti i modi perchè desistessi dal compito che ti eri prefisso, perchè abbandonassi la tua missione di salvezza per tutti noi.
Mi sono sentita oggi quella Gerusalemme di cui parla la Scrittura, città santa destinata ad accogliere il re dei re, il salvatore, il redentore, lo sposo non di un giorno ma di tutta la vita.
Mi sono vista aperta, scoperta dal tuo passaggio, mi sono sentita asino e mantello, tua discepola che agitava le palme al tuo passaggio, diventata palma io stessa, simbolo di gioia di pace , di amore e di gratitudine a te che sei il re dei re, il salvatore, il messia, il giusto per eccellenza come dirà il centurione quando ti vide morire in quel modo.
Ma dentro di me si accampano gli istinti più bassi che mi portano a disconoscerti, a dimenticare, ad addormentarmi senza vigilare sui possibili attacchi dei tuoi e miei nemici.
In me c’è Giuda e Pilato, Erode e Pietro, il ladrone pentito e quello che non si vuole pentire, in me si è scatenata una grande battaglia tra le forze del bene e del male.
E’ questa l’ora di vegliare e pregare per non lasciarti solo ad affrontare questa terribile prova.
“Fate questo in memoria di me”
Quante volte nel mio animo, nella tua città santa, tu sei venuto e io ti ho accolto a parole ma nei fatti ti ho abbandonato, lasciato solo, negato, dimenticato.
Quante volte ti ho lasciato solo a combattere Signore, quante volte ho rifiutato il tuo aiuto cercando in me solo la forza il coraggio la capacità di sconfiggere il nemico.
Ma tu Signore oggi mi dici che non sette ma settanta volte sette mi hai perdonato e mi perdonerai.
So che anche io ti ho crocifisso non una volta sola ma tutte le volte che mi sono separata da te.
Il tuo linguaggio è difficile, duro, la vita sempre più problematica e viene spontaneo pensare che tu non servi, non vali per farci risorgere dalle morti, dalle riconsegne dolorose a cui ci chiama il nostro destino.
“Fate questo in memoria di me”
Ogni giorno nell’Eucaristia si rinnova il duello, la Pasqua, ogni giorno decido di non morire ma di chiedere aiuto a te che solo puoi darmi ciò che mi manca per accoglierti nella mia casa, nella mia Gerusalemme senza condannarti a morte ma condividendo con te il pane di vita.
Signore grazie della tua luce, grazie della tua pace, quella che annunciarono gli angeli quando nascesti che ci conforta nella speranza che anche su questa terra, in questa città terrena possiamo godere se tu sei con noi, se noi siamo con te, se insieme combatteremo con le armi della luce il divisore, il nemico che è sempre in agguato per non farci partecipare alla festa che ci hai preparato in paradiso.
Tu lo sposo, io la sposa, tu l’unico mio vero bene.

“Chi credi di essere?”.(Gv 8, 53)


“Tu sei mio figlio. Oggi ti ho generato”
 Ebr 1,5;Salmo 2

Meditazioni sulla liturgia di
giovedì della V settimana di Quaresima

Letture: Gn 17,3-9; Salmo 104; Gv 8, 51-59

“Se uno osserva la mia parola non sperimenterà la morte”.(Gv 8,51)
“Chi credi di essere?”.(Gv 8, 53)

È questa la risposta che 2000 anni fa diedero i farisei e gli scribi alle tue parole.
Anche oggi chi non crede ha lo stesso atteggiamento di fronte al Vangelo.
“Chi credi di essere?”. Perché ciò che dici è talmente lontano da ciò che vediamo, tocchiamo, sperimentiamo ogni giorno che tutto questo sembra frutto di farneticazioni.
Un tempo anche io, Signore, tu lo sai, avevo tanta diffidenza nei tuoi confronti e, anche se materialmente mai avrei scagliato una pietra contro di te, nè avrei tramato per ucciderti, di fatto non ti ho fatto esistere, mettendoti nel novero dei esaltati, sognatori, puri sì, ma destinati a non cambiare il flusso degli eventi, a modificare la storia.
Di fatto, quindi, anche io ti ho condannato a morte, specie per quella affermazione riguardante i gigli dei campi e gli uccelli del cielo a cui tu provvedevi perché io non sapevo che la tua azione si poteva estendere a tutti gli uomini come provvidenza salvifica.
Quando ora qualcuno mi chiede di te o anche se non lo fa, quando mi trovo in panne, ripenso a tutto quello che oggi sempre mi dai e il mio cuore si apre ad un canto di lode.
Ci penso Signore, tu lo sai, e mai vorrei tornare indietro, mai ridiventare bambina nella carne, mai tornare indietro nel tempo, mai rivivere i momenti di solitudine, di abbandono, di tristezza, di panico lontana da te.
Non ci riuscirei neanche se lo volessi.
Non posso fare a meno di te.
Ieri Gianni, lo sposo a cui mi hai affidato, mi diceva che ero bella e sprecata, perché lui non mi edificava né mi faceva i complimenti, che avrei dovuto farmi un amante, ne avevo bisogno perché lui si riconosceva incapace e inadeguato per questo compito.
Che gioia, che soddisfazione nel rispondergli che io l’amante ce l’avevo e che gli volevo bene più di quanto ne volessi a lui.
Ho aggiunto che se non ci fossi stato tu la notte, quella notte, avrei chiamato tutte le ambulanze del mondo, tanta era stata la paura, il dolore e l’assenza di qualunque possibilità umana di venirmi in aiuto.
Tu il mio amante, è vero Signore, tu che mi ami la notte quando l’aurora fa fatica a svegliarsi, tu che di giorno ti fai da parte, ma sei sempre presente per ogni mia necessità, sei l’ombra che mi copre di giorno, il fuoco che mi rischiara la notte.
Tu l’amante, tu l’amato, tu l’eterno amore.
“Voi chi dite che io sia?” Con questa domanda comincia e finisce il percorso liturgico del Vangelo di Marco in particolare, ma di tutti i vangeli in generale..
La risposta è di oggi.
“Prima che Abramo fosse io dono.”
Tu sei Dio Signore, lo so, me l’hai rivelato attraverso la croce che non volevo accettare, e me l’hai rivelato attraverso un crocifisso a cui non ho dato il permesso di entrare in questa casa, un crocifisso commissionato dal padre a Gianni ma pagato da noi e poi lasciatogli in eredità, un crocifisso pagato due volte perché, essendo di argento massiccio, fu inglobato nell’asse ereditario.
Una doppia beffa che mi fece andare su tutte le furie.
Io non ti conoscevo e non ti volevo conoscere in quel simbolo di morte, simbolo di ingratitudine e di dono contraffatto.
Ce l’avevo con gli altri eredi che dell’eredità avevano scelto la parte migliore, mentre noi eravamo gli ultimi, quelli a cui è stato dato lo scarto.
“La pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo”.
Oggi posso dirlo, gridarlo con convinzione che solo la tua croce salva le nostre croci, le redime, le trasforma, le rende piante rigogliose, feconde di frutti.
E così è stato e così sarà Signore mio Dio.
“Tu chi ti credi di essere?” È la domanda che oggi tu fai a noi, perché ci interroghiamo su chi siamo, qual è la verità che ci abita.
Io Signore, ti voglio ringraziare perché mi hai aperto gli occhi e il cuore e la mente e mi hai rivelato la mia vera eterna identità di figlia, sorella, madre, sposa.
Tu Signore l’hai fatto con il tuo sacrificio.
Come potevano i Giudei capire? Certo che avevano le Scritture che parlavano di te, se solo si fossero fermati a riflettere, se avessero abbattuto il muro del giudizio e del pregiudizio.
Ma dovevi morire per rendere perfetta l’opera per cui ti eri incarnato.
La tua morte e la tua resurrezione hanno cambiato il volto della storia.
Ma come dice Don Ermete le feste cristiane che prima erano pagane stanno tornando ad essere quelle che erano un tempo.
Feste di idoli muti, che non nutrono e non parlano.
Signore in questi giorni che ci separano dalla tua Pasqua aprici all’incursione del tuo santo Spirito, perché ne vogliamo fare provvista per i tempi di carestia.
Che la gioia della tua presenza non si spenga mai sul volto di chi si sente amato da te, che la tua gioia sia la nostra gioia e sia contagiosa!
Maranathà! Vieni Signore Gesù!

” Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli.” (Gv8,31)

Meditazioni sulla liturgia di
mercoledì dell V settimana di Quaresima
letture: Dn 3,14-20.46-50.91-92.95; Dn 3,52-56; Gv 8,32-42

” Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli.” (Gv8,31)

Poche riflessioni sulle letture che la liturgia oggi ci propone
La prima è l’interrogativo che mi suscita la testimonianza di fede dei tre giovani che pur di non rinnegare Dio affrontarono la morte sicura.
Sarei io capace di tanto?
Quanto mi fido di Dio e della sua salvezza? Quanto mi sento libera da ciò che mi tiene ancorata alle sicurezze del mondo?
A Gesù do la possibilità di entrare nella mia casa, di occupare i miei spazi, ma gli impedisco di interferire in ciò che ritengo mio, guadagnato con la fatica, la rinuncia, la pazienza e l’asservimento ai dettati della nostra odierna cultura?
Gli lascio la libertà di muoversi liberamente in tutti gli ambienti, quelli dove non facciamo entrare nessuno, chiudendo a doppia mandata quelle porte che nascondono il nostro disordine o custodiscono la nostra intimità?
Oppure cerco di fare un vero e proprio trasloco andando ad abitare da lui, lasciando la mia terra, come fece Abramo, le mie sicurezze, alla volta della terra promessa, che è Lui, disposta a coltivarla a trarne il cibo per me e tutti quelli che mi sono affidati?
“Rimanete nel mio amore, dice Gesù, Rimanete nella mia casa e sarete liberi davvero.”
La libertà ha un prezzo, quella dell’esodo, dell’attraversamento del deserto, quello di investire tutto in una speranza di vita che non si consuma che è inattaccabile dal fuoco di una fornace, dagli artigli di fiere affamate, perchè in noi è il germe di vita, in noi c’è la sorgente che fa piovere e fa crescere e niente e nessuno può cancellare, annullare l’eterno indistruttibile amore che ci abita quando abbiamo deciso di diventare suoi sposi per sempre, rispondendo alla sua chiamata.