SERVIRE

SERVIRE

SFOGLIANDO IL DIARIO…
21 ottobre 2008
Meditazioni sulla liturgia di
martedì della XXIX settimana del Tempo Ordinario

” Beati quei servi che il padrone, al suo ritorno, troverà ancora svegli. “(Lc 12,37)

Il Vangelo ci parla di ciò che connota un cristiano: il servizio.
Infatti siamo chiamati servi.
Questa sembra una parola offensiva che diminuisce la nostra persona.
Il servo non è di più del padrone.
Dobbiamo metterci in mente che nessuno è più grande di qualcun altro e che l’unico grande, degno di essere servito, di sedere a tavola per primo è il Signore, il nostro padrone, l’unico indiscusso da cui dipendiamo e a cui dobbiamo servire.
” Non vi chiamo più servi ma amici ” dice Gesù e poi anche ” io sto come colui che serve “.
In effetti Gesù ribalta con la sua vita l’idea che ci siamo fatti di Dio, cui tutto è dovuto, anche sacrifici umani (vedi Abramo, come anche tanti obblighi che derivavano dal sentirlo al di sopra di ogni cosa, essere perfettissimo, padrone signore di tutte le cose).
Gesù nella sua vita ha dimostrato quanto fosse distante l’idea che si erano fatti di Dio e mostra concretamente come Dio opera, come Dio ama, come Dio salva.
Un salmo dice ” misericordia e verità si incontreranno, giustizia pace si baceranno “.
Sembra impossibile che la giustizia e la verità vadano d’accordo con il perdono e la pace, sembra impossibile che di due popoli diversi si faccia un popolo solo, che le differenze si possono colmare e non essere in conflitto tra loro.
Ma Gesù dice che giungerà l’ora in cui arriverà il padrone e beato sarà chi sarà trovato a servire con la lampada accesa, vale a dire sarà trovato pronto a continuare a fare ciò che nella vita stava facendo.
La morte non cambia il nostro modo di vivere, solo che, con la morte, il Gesù che è nascosto in ogni fratello si svelerà perché finalmente vedremo faccia a faccia la persona che stiamo servendo e grande sarà la nostra gioia nel sentirci serviti da lui, invitati a sederci non in fondo, ma vicino a lui, per partecipare al banchetto escatologico.
La diversità diventa nelle mani di Dio ricchezza, consolazione, armonia, movimento.
Il mondo che ci aspetta è un mondo non statico, immobile, perché ogni cosa rimanderà all’altra, ogni persona sarà diretta verso l’altra e tutte le cose le troveremo ricapitolate in Cristo che a sua volta ci rimanda al Padre attraverso lo Spirito.
Gesù alla fine del suo ministero sulla terra prefigura con l’ultima cena il banchetto escatologico, perché si cinge i fianchi e lava i piedi agli apostoli.
Nella stanza alta celebra il mistero grande dell’amore, donando il suo corpo a loro che erano presenti, ma a tutta l’umanità quando dice: ” fate questo in memoria di me ” non senza aver mostrato fino in fondo cosa significa servire con i fianchi cinti e la lucerna accesa.
Sulla croce Gesù muore effondendo lo spirito (corpo offerto, sangue versato) sì che il senso delle sue parole diventi più chiaro e si sveli.
Fianchi cinti e lucerna accesa (quella dello spirito). Questo è il modo per attendere, tendere verso lo Sposo.
Il Cantico dei Cantici ci parla dell’amore e della sua caratteristica di non possesso.
Ci si rincorre, ci si cerca, ci si trova, ci si unisce per poi di nuovo tornare a nascondersi ( esodo, chenosi, sintesi), danza trinitaria a cui ognuno di noi è chiamato.
Questo è il Paradiso!
Che bello Signore quello che ci fai pregustare!
Io che non amo stare ferma, immobile e intristisco quando la vita non mi mette davanti cose appetibili, desiderabili, sicuramente non posso che gioire, pensando che un giorno ciò che connoterà la nostra vita in cielo è il desiderio sempre vivo di incontrare, cercare, congiungersi all’altro, a te, Signore, che non ti lasci possedere, ma anche il desiderio di andare verso tutti quelli che con me condivideranno la condizione di vivere per donarsi e non per possedere e possedersi.
Morire per vivere, vivere per morire.
Morte e vita nella gioia senza fine di un amplesso in cui naufragare per trovare il tesoro dell’eterna giovinezza.

Certo Signore, se non ti avessi incontrato, la mia vita sarebbe un succedersi insopportabile di pene, angosce, tristezza, dolore, disperazione, rabbia, rassegnazione e rarissimi momenti di noia mortale nell’attesa che il destino si compia.
Ti voglio ringraziare perché tu colori ogni mia esperienza di luce sì che una giornata piatta, pesante diventa un tassello del puzzle che pian piano rimetto al suo posto con il tuo aiuto.

” Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi”( Lc 19,14)

Meditazioni sulla liturgia di
 mercoledì XXXIII TO 
VANGELO (Lc 19,11-28)
In quel tempo, Gesù disse una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi pensavano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro.
Disse dunque: «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”. Ma i suoi cittadini lo odiavano e mandarono dietro di lui una delegazione a dire: “Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi”. Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò e fece chiamare quei servi a cui aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ciascuno avesse guadagnato.
Si presentò il primo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate dieci”. Gli disse: “Bene, servo buono! Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città”.
Poi si presentò il secondo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate cinque”. Anche a questo disse: “Tu pure sarai a capo di cinque città”.
Venne poi anche un altro e disse: “Signore, ecco la tua moneta d’oro, che ho tenuto nascosta in un fazzoletto; avevo paura di te, che sei un uomo severo: prendi quello che non hai messo in deposito e mieti quello che non hai seminato”. Gli rispose: “Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l’avrei riscosso con gli interessi”. Disse poi ai presenti: “Toglietegli la moneta d’oro e datela a colui che ne ha dieci”. Gli risposero: “Signore, ne ha già dieci!”. “Io vi dico: A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me”».
Dette queste cose, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme.
Parola del Signore
” Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi”( Lc 19,14)
Questa parabola riportata anche da Matteo  parla di noi, di come viviamo la nostra esperienza cristiana.
Possiamo essere quelli che non vogliono che Gesù venga a regnare su di noi perchè vogliamo essere noi a decidere tutto e non sopportiamo il giogo che la vita ci impone, la nostra inadeguatezza, i nostri limiti e  pensiamo che da soli possiamo superarli, evitarli, annullarli.
Delle regole, delle buone maniere ce ne infischiamo almeno quando non ci vede nessuno.
Perciò, anche se viviamo nella società dell’informazione globalizzata, in un mondo dove tutto è monitorato più o meno palesemente ci illudiamo di essere invisibili e di poter fare il comodo nostro.
Ma purtroppo come avvenne per Adamo ed Eva che andarono a nascondersi, dopo aver commesso il peccato, ma non riuscirono a fuggire allo sguardo di Dio, così noi ci illudiamo che nessuno ci veda quando facciamo ciò che non è consentito.
Quindi pur non volendo padroni a cui rendere conto ci assoggettiamo ad una miriade di padroni che ci tolgono la libertà , ma soprattutto la gioia di vivere.
Quando un lavoro ti piace lo fai con gioia e non ti pesa, e incredibilmente i lavori che pesano meno sono quelli che si fanno per far stare bene qualcuno a cui tieni.
Ognuno di noi sperimenta come diminuisca il peso delle incombenze quando l’amore ci mobilita.
Allora invece di vivere nascosti, o di nascondere i doni che Dio ci ha dato, perchè non cominciamo a recuperare le motivazioni per metterli a frutto, partendo da ciò che ci ha lasciato detto, il suo testamento?.
Mi vengono in mente tutti gli atavar, le maschere dietro cui si nascondono amici e non amici, sui social network.
Quando mi chiedono l’amicizia cerco prima di tutto tra le foto se ce n’è una a volto scoperto per sapere con chi ho a che fare.
Quando non ci si mette la faccia, è il talento, la mina che si nasconde, perchè siamo fatti a Sua immagine e somiglianza.
Perchè avere paura?
C’è chi ci mette la faccia di un altro, o anche la propria ma di quando era più giovane, più bello o addirittura di quando era  bambino.
Insomma è una gara a nascondersi per paura di non essere accettati, per evitare giudizi e pregiudizi, per carpire l’amicizia con moneta falsa.
Il vangelo di questa mattina a tutto questo mi ha fatto pensare e io non mi tiro indietro, perchè chi è senza peccato scagli la prima pietra.
Comunque cerco la faccia e il nome di non cambiarla e ultimamente aggiorno la foto, man mano che le rughe aumentano e gli occhi si fanno più spenti.
Voglio non dimenticare mai che Gesù ci ha messo tutto e che ad ognuno dice di fare lo stesso, perchè siamo segno del suo amore per noi, siamo segno di una misteriosa grandezza che non può manifestarsi se la tieni coperta.

“Voi tutti siete figli della luce”(1Ts 5,5)

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SFOGLIANDO IL DIARIO…
Domenica 16 novembre 2014
XXXIII settimana TO A
“Voi tutti siete figli della luce”(1Ts 5,5)
La paura connota gli ultimi tempi che, se per i cristiani del primo secolo era la paura collegata all’aspettativa del ritorno promesso o minacciato da Gesù, per noi è collegata al passare degli anni, alla prospettiva che possiamo fare sempre meno cose, perché la società emargina gli improduttivi.
E poi per quelli che il mondo ce l’hanno in mano, che si sentono giovani e forti, che si tengono lontani dal dolore della povera gente c’è in agguato l’imprevisto, un incidente, un lutto, una malattia, un cataclisma che ti cancella anche i ricordi.
C’è chi crede e chi no, ma la paura che tutto finisca, che tutto quello che hai lo dovrai lasciare è sentimento con il quale prima o poi siamo chiamati a confrontarci.
Nel vangelo di oggi non si parla della vita che ci chiama man mano che passano gli anni a riconsegnare gli strumenti di cui andavamo orgogliosi, riconoscenti o no a nostro Signore, ma anche dell’impossibilità di usarli perchè ci vengono richiesti prima che arriviamo al traguardo.
Allora se di talenti si tratta, non possiamo negare da un lato che Dio li distribuisce a seconda delle capacità di ognuno, ma l’uomo anche se si sforza di farli fruttare, anche quello più in gamba, potrebbe vedere spegnersi la speranza anzitempo di trafficarli e farli quindi fruttare perchè la vita è inclemente e quando meno te l’aspetti ti toglie qualcosa o, come mi piace pensare o mi immagino, ti chiede la restituzione parziale o totale di quanto hai ricevuto.
E ti trovi, se pensi al vangelo e lo prendi alla lettera disoccupato, come oggi mi sento io che mi hanno dato la patente speciale con l’obbligo di mettere un freno a mano vicino al volante.
Incredibile come gli eventi della vita ti parlino di Dio.
A me piaceva correre, fare velocemente ogni cosa, e forse starei ancora correndo se la malattia, gessi e tutori non mi avessero rallentato la corsa.
E io pensavo che era abbastanza, che avevo imparato, con il bastone da cui usciva una sedia, a fermarmi e a dare ad ogni incontro il giusto peso.
Dovere di sedersi….. tanto che se ascoltai e gustai e m’innamorai della parola di Dio fu proprio per l’esigenza che avevo di cercare una sedia alle sette del mattino e procrastinare il mio ritorno a casa da mio marito, che volevo in qualche modo punire.
Ebbene oggi sono alle prese con un ulteriore freno che mi viene imposto dallo stato, perchè impari non solo ad andare piano, ma soprattutto a frenare in tempo per non far male a qualcuno.
Tornando al Vangelo di oggi, quindi, se da un lato i talenti Dio ce li dà, ma dall’altro ce li toglie prima che tutto sia concluso.
Allora a cosa allude in Vangelo che possa risollevarmi dalla confusione e dall’abbattimento di questi ultimi giorni che mi pesa oltremisura?
Mio marito ieri ha detto che si sente come se da un momento all’altro gli dovesse accadere qualcosa, anche io, gli ho risposto, ma poi ho aggiunto che non è per niente patologico avere pensieri di questo tipo perchè dovremmo vivere tutti pensando che da un momento all’altro ci può capitare qualcosa.
Purtroppo l’angoscia nasce dalla paura di ciò che non conosciamo, che non riusciamo a dominare, comprendere,manipolare , altrimenti non staremmo così giù di corda.
Allora cosa c’è da dire?
Che più che pensare ai talenti che abbiamo dissipato, nascosto, usato male, dobbiamo convincerci che c’è qualcosa che sta sopra che li comprende e tutti ed è l’essere figli di Dio.
Il talento che il Signore non ci toglierà mai anche quando ti tolgono la patente o sei ridotta in un letto a contare i giorni rimasti è convincersi di essere suoi figli, incapaci, fannulloni, sfortunati, ma sempre figli.
E con questa consapevolezza che dobbiamo aspettare il ritorno del Signore che alla finestra scruta all’orizzonte il nostro ritorno a casa.

La bontà di Dio.

“Gli ultimi saranno i primi primi gli ultimi”.(Mt 20,16)
Non sembra, ad una prima superficiale lettura del Vangelo, che Dio sia giusto e quindi neanche buono, come dice Gesù a proposito della retribuzione degli operai dell’ultima ora.
Già domenica ci aveva spiazzato il suo comportamento nei confronti della cananea alla quale in un primo momento non risponde, poi lo fa in modo decisamente sgarbato: “Non si può dare ai cani il pane dei figli”.
Non è giusto. Ma c’è chi si accontenta, riconosce il suo bisogno e non sta a guardare tanto per il sottile.
È il caso dei veri poveri che non si mettono a fare paragoni, ma si accontentano di quel poco che basta per non morire di fame.
È la giusta disposizione d’animo per apprezzare ciò che Dio ci dà.
Noi non siamo mai contenti e cerchiamo sempre qualcosa in più rispetto a ciò che abbiamo.
Anzi lo rivendichiamo come giustizia, mettendo avanti le nostre credenziali e i nostri meriti.
Ma Dio supera le nostre categorie mentali stravolgendole.
Non ci fa piacere vedere gente che sta bene, che vive nell’abbondanza e negli agi e che gode di buona salute e ha la casa piena di amici.
Ci sentiamo smarriti, angosciati, destabilizzati, quando a noi non tocca niente delle buone cose che sono sulla tavola, le gioie della vita, e pensiamo che Dio non è buono, non giusto perché non tratta tutti allo stesso modo.
Il nostro sentimento diventa ribellione se poi alle nostre richieste di aiuto neanche ci risponde.
Nel passo del Vangelo odierno dobbiamo aspettare la sera per avere la retribuzione e alla sera si svela il mistero dell’amore di Dio:la stessa ricompensa per i primi e per gli ultimi!
Ma qual è questa ricompensa uguale per tutti?
Chi è chiamato per primo gode della ricompensa già da subito, perché il premio è servire il Signore,
avere la possibilità di vivere quel servizio nell’amore e di diventare ciò per cui siamo stati creati.
Creati per amore, chiamati all’amore.
Osservare i comandamenti è già entrare nella vita eterna.
Se c’è già un tornaconto nel servizio, la retribuzione non viene in base al merito ma alla bontà di Dio che è infinita.
“Maestro buono” dice il giovane ricco rivolgendosi a Gesù.
E e a ragione, perché Dio è buono.
Dio è buono perché ama gratis.

La porta

“ Ecco, una porta era aperta nel cielo.”(Ap 4,1)

Ha cominciato così, l’omelia don Ermete che predilige sempre commentare la prima lettura dove trova compimento ciò che nel Vangelo è annunciato.
Il Vangelo è il catechismo che ci è arrivato, la vita di Gesù raccontata da quelli che furono testimoni della morte e resurrezione di Gesù.
Non mi sembra che lo fu San Luca e neanche San Marco, ma se la veridicità del vangelo dipendesse dall’essere stati suoi contemporanei allora cadremmo nella più grande confusione.
Lo Spirito Santo soffiò allora e continua a soffiare sui testimoni della Parola di Dio.
Questo è certo.
Certo è anche che noi abbiamo come punto di riferimento i santi che la liturgia non dimentica di ricordare che ci parlano con la loro vita straordinaria di cose straordinarie da essi compiute.
Il papa ha detto che essere santi non è poi così difficile, senza fare gli eroi.
Basta solo vivere con Cristo la nostra quotidiana battaglia.
Certo, ha detto don Ermete, gli sarebbe piaciuto avere i carismi di San Francesco, ma lui, quando sente freddo non si scopre il petto e si corica per terra, ma accende il termosifone, come anche, se fa freddo in inverno, indossa il cappotto.
Ognuno da a Dio quello che può e sa dare.
Dio dà a tutti una mina.
A differenza di Matteo, Luca dice che dà una moneta ad ognuno dei dieci servi.
Dio non fa preferenze, né quando affida il compito di occuparsi dei suoi affari, né quando poi retribuisce gli operai dell’ultima ora, perchè i figli sono figli e, se uno nasce dopo o è meno capace intelligente o sfortunato rispetto ad un altro, riceve l’eredità in egual misura dei fratelli più dotati.
Chissà perchè sto facendo questo discorso, forse perchè mi ha colpito quella porta in cielo aperta che don Ermete si è augurato sia aperta anche per noi , che non siamo capaci di fare grandi rinunce, ma che cerchiamo di amare e di perdonare come Gesù ci ha insegnato.
Amare tutti, anche quelli che nel fazzoletto tengono nascosta la mina, cercando di portare ogni uomo a desiderare di metterla in circolo perchè tutti collaboriamo alla costruzione del regno di Dio.