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SFOGLIANDO IL DIARIO…
23 marzo 2008.
Domenica di resurrezione.
5:00 54.

“Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio”(Gv 20,1)

Anche per me, Signore è ancora buio, non sfolgora nel mio cuore il sole di Pasqua, il giorno è cominciato come al solito con un risveglio doloroso.
La casa è immersa nel silenzio e la luce non filtra dalle tapparelle abbassate.
E’ un giorno come tanti, con la casa in disordine, il pranzo da preparare, il dolore alle spalle, alle braccia, alla schiena, la messa che mi aspetta, anche se non posso decidere come e quando parteciparvi, dovendo tener conto del fatto che Gianni ha partecipato ieri sera alla veglia pasquale e non so quanto voglia abbia di sentirsi un’altra messa.
Un giorno come tanti con qualche cosa in meno, perché oggi Franco con la sua famiglia non mangerà con noi.
La cosa se da un lato può farmi piacere perché mi riposo, dall’altro mi dispiace perché lo stare insieme dà un senso alla fatica.
È una domenica in cui manca la comunione con il mio sposo perché lui ce l’ha fatta a venire alla veglia e io no, nonostante me lo sono imposto come obiettivo.
Avevo detto: “quest’anno non accadrà come gli altri anni che arrivo alla sera del sabato santo piegata in due dal dolore.”
Invece è successo ancora una volta. E quest’anno non c’era la scusa di mamma per la quale avrei dovuto preparare il pranzo e la cena, non c’era la scusa dei bimbi da tenere, visto che la madre venerdì è stata casa dal lavoro, non c’erano scuse che potessero distogliermi dal non venire in chiesa e aspettare che la luce si accendesse dopo che le candele l’avevano attinta dal cero pasquale.
Non ho potuto Signore e mi dispiace.
Sono qui a pensare che Maria di Magdala venne al sepolcro che era ancora buio a cercarti.
Anche io avrei voluto fare così e sentirmi il cuore scoppiare alla vista del sepolcro vuoto, sussultando al suono della tua voce.
“Rabbuni!”
Te l’avrei voluto dire anche io Signore e abbracciarti e adorarti, bagnarti e lavarti i piedi con le mie lacrime, profumatissimo Nardo, merce preziosa perché non riesco a piangere e mi piacerebbe poterlo fare e asciugarti i piedi con i miei capelli e stringerli sovrastata dalla tua persona, avvolta dal tuo calore.
È uno squallido lunedì qualsiasi quello che oggi sento avvicendarsi, quello di una Pasqua anzi tempo, che non mostra fiori perché ci sono state le gelate e sono tutti caduti.
Una Pasqua sui generis quella di quest’anno, dove il pensiero non riesce a fermarsi.
Il pensiero è fermo al prima, alla via Crucis, al Calvario, alla morte, il pensiero va alle tante vie Crucis, ai calvari di tante persone che si trovano a vivere una vita priva di colpi di scena, come lo fu quel mattino di Pasqua di tanti anni fa.
A Pasqua dovrebbe cambiare qualcosa invece ti accorgi che non cambia niente e che la sveglia è sempre alle quattro, qualunque sia l’ora in cui vai a dormire, che il dolore è sempre lo stesso, quello che mi sveglia, aggiungendosi a quello preesistente della sera prima.
Il lunedì è come la domenica e la domenica come gli altri giorni da quando sono andata in pensione.
I giorni sono tutti uguali, sono tutti scanditi dalla tua Parola con la quale dai senso a questa vita sempre più dolorosa.
Oggi viene a mangiare con noi mia sorella.
Ecco la cosa nuova.
Ho voluto fare qualcosa per far star bene qualcun altro, visto che Franco non c’è.
Occuparsi di chi ha bisogno.
Mi viene in mente Sergio, il cugino barbone, che sta solo. Forse sarebbe bene portargli da mangiare.
Chissà se per lui questo giorno è più triste degli altri, perché lo svago delle passeggiate non può permetterselo, visto che fa freddo e piove.
Dicevo Signore che non è cambiato niente dal giorno prima, dalla settimana prima, salvo che siamo più vecchi e abbiamo più fatica sulle spalle.
Come vivere questa Pasqua, come cercare la luce in eventi che tristemente e monotonamente si ripetono?
Giovanni, 6 anni, non sta nella pelle perché può aprire le uova e cercarvi la sorpresa… lui almeno aspetta qualcosa.
Emanuele, 2 anni, non sa e non si pone il problema, anche se ieri sera si è riproposto il problema della febbre che gli è ritornata.
Dove celebrerai la Pasqua Signore?
È proprio vero che vuoi celebrarla con me?
Signore è vero che non sono riuscita a stare sveglia mentre tu pativi, so che ti ho guardato da lontano mentre salivi sull monte, so Signore che non sono stata capace di perdonare fino in fondo le persone che mi fanno del male, molto probabilmente non ancora riesco a perdonare te per le prove che ogni giorno mi mandi.
A volte mi sembri come i miei familiari che danno per scontato che io riesca a sopravvivere e si aspettano da me sempre il massimo.
Signore forse non sono riuscita a seguirti proprio perché eri tu la persona dalla quale mi volevo tenere lontana per non soffrire ulteriormente.
Non so.
Certo è che il dolore caratterizza questa mia vita e non c’è Pasqua o Natale che tenga.
I giorni sono caratterizzati dalla luce e la luce la accende la sveglia del dolore, quando non si dimentica di spegnerla la sera quando vado a letto.
Signore dove e quando celebrerai la Pasqua con me?
Sono stanca di rincorrerti, sono stanca di aspettare, sono stanca di vivere ogni cose in modo così tanto diverso dalla normalità.
Signore tu mi inviti a fare festa con te.
Non è un caso che sia stata capace di non perderti di vista per tutto il tempo di questa Quaresima, ma oggi che sei risorto non ti trovo, non so dove sei andato.
“Vi precederò in Galilea”, tu dici alle donne.
Devo venire in Galilea per incontrarti Signore?
Ancora strada da fare, polvere da mordere, fatica da affrontare?
Signore ma non è mai finita? Ma dov’è la Galilea?
Dove trovarti per riposarmi senza dover chiedere pietà?
Dove?
Signore mi fa male la schiena, mi fanno male le braccia e le gambe, mi fa male tutto, come ogni mattina, come ogni giorno, come ogni lunedì, dopo la domenica passata a servire la famiglia che si allarga, mi fanno male tutte le ossa, pigolo come una rondine, sono stanche le mie braccia di essere levate in alto e tu mi dici di camminare ancora, di precederti in Galilea.
Cosa troverò in Galilea?
Ti troverò Signore?
Potrò baciarti i piedi e le mani ferite dai chiodi?
Potrò riposare un po’ vicino a te?
O sarai ancora tanto indaffarato a portare la buona notizia che non avrai il tempo per fermarti un po’ a casa mia?
Dalle giunture degli infissi trapela un po’ di luce fioca, perché il cielo è coperto e neanche il sole questa mattina dice che è Pasqua.
Signore accendi la luce nel mio cuore, perché voglio anche io fare Pasqua con te.
Ore 8,30
Omelia della messa di Pasqua.
Siete contenti? Ci ha chiesto don Gino nell’omelia del giorno di Pasqua.
Fuori pioveva, la Chiesa era fredda, la temperatura non è sintonizzata sulla primavera che è entrata da poco, l’assemblea in ascolto era perlopiù formata da donne che si stavano rubando la messa per poter correre a casa a preparare il pranzo per tutti.
Molte di loro probabilmente non avranno tempo nè modo neanche di sedersi a tavola con i familiari che, approfittano oggi per dormire un po’ di più, visto che sono stati invitati e c’è qualcuno che ci pensa a preparare per tutti.
Per questo ci sono solo donne alla messa delle otto del mattino di Pasqua e non è un caso.
Sono le donne che l’hanno incontrato per prima il Risorto e sono loro che devono annunciarlo alla famiglia ancora immersa nel sonno.
Io non sono tra quelle donne, sto qui e penso che devo ancora andare in Galilea per annunciare la resurrezione, che non mi posso fermare a guardarlo ad abbracciarlo e ad adorarlo e a commuovermi.
I miei pensieri vanno al viaggio che devo ancora fare per raggiungere la Galilea, quanta gente aspetta l’annuncio, quanta gente aspetta che io porti ciò che ricevo gratuitamente tutti i giorni.
Meno male che c’è il Signore che provvede a prepararmi un cibo senza che faccia la fatica di cercarlo, di comprarlo, di digerirlo.
Già perché tutti i cibi ultimamente sono proibiti per me e per la maggior parte delle persone: intolleranze, pressione alta, colesterolo, trigliceridi e via dicendo.
Meno male che il cibo che ci dà il Signore non intossica e non ci fa ingrassare. si incontra dove ci aspetteremmo.
Il mattino di Pasqua è buio per tutti quelli che cercano Gesù dove non c’è, che si fanno un’idea personale della sua persona .
Anche io questa mattina non l’ho incontrato.
Questa mattina il buio e silenzio ha fatto da sfondo, come al solito, a questo dolore.
Ho pensato alla Galilea, che dovevo ancora camminare e la schiena mi fa ancora tanto male.
Cosa vuole il Signore da me?
Adesso Don Gino sta dicendo cosa noi dobbiamo fare, noi donne che siamo qui alla messa mattutina.
Andare in Galilea non per trovarlo ma per dire che l’abbiamo incontrato nel banchetto che lui ci ha anticipato di qualche ora prima che si apparecchi all’ora di pranzo per tutti.

Il niente e il tutto

“Il Signore guidi i vostri cuori all’amore di Dio” ( 2 TS 3,5)
Come vorrei che queste parole si avverassero, per me, per tutti quelli che sono nella prova, nella sofferenza, nel buio della notte!
Quando non hai più niente a cui aggrapparti, nessuna soluzione umana ai tuoi problemi, quando il cammino ti ha sfiancato e il deserto diventa sempre più inospitale e hai sete, hai fame, hai freddo, hai paura…
Il cuore si smarrisce quando la paura prende il sopravvento, quando la paura diventa panico perchè il luogo in cui ti stai inoltrando non lo conosci e lo temi.
Temi la tua incapacità di fronteggiare altre prove, temi di essere lasciata sola a combattere con gli sciacalli della notte, con gli avvoltoi che bramano di divorare la tua carne.
Li senti i loro morsi profondi, i loro denti aguzzi che ti fanno male, tanto male e non hai armi con cui difenderti.
Nella notte il tuo grido sale a Dio perchè intervenga a fermare la mano iniqua del grande accusatore, che venga in tuo aiuto e si chini sulle tue ferite, che ti consoli, ti prenda in braccio e ti porti lontano dai luoghi della perdizione.
“Alzo gli occhi verso i monti da dove mi verrà l’aiuto. il mio aiuto viene dal Signore, egli ha fatto cielo e terra.”
Continuo a sperare anche se non mi risponde, anche se le parole mi tornano come eco alle orecchie.
Ci sono momenti in cui la tua nudità ti sgomenta, i tuoi crolli ripetuti nel tempo da tante scosse di terremoto hanno reso inagibile la tua casa, il tuo paese, i luoghi degli incontri e della memoria.
Davanti hai un accumulo disordinato di macerie dove non è possibile neanche avvicinarsi per recuperare qualcosa che ti è appartenuto, che ti è caro, che ti serve,
Devi lasciare la tua terra come Abramo e andare incontro ad un futuro pieno di incognite.
Prego con le parole del Salmo 16
Ascolta, Signore, la mia giusta causa,
sii attento al mio grido.
Porgi l’orecchio alla mia preghiera:
sulle mie labbra non c’è inganno.
Tieni saldi i miei passi sulle tue vie
e i miei piedi non vacilleranno.
Io t’invoco poiché tu mi rispondi, o Dio;
tendi a me l’orecchio, ascolta le mie parole.
Custodiscimi come pupilla degli occhi,
all’ombra delle tue ali nascondimi,
io nella giustizia contemplerò il tuo volto,
al risveglio mi sazierò della tua immagine.
Voglio credere che la terra che mi sono lasciata alle spalle non è migliore di quella che il Signore ha in serbo per me.
La terra della condivisione, della comunione, della compresenza, della sussidiarietà, della gratuità non la conosci se non hai perso tutto, se non hai riconsegnato tutto nelle sue mani, se non ti volti indietro mentre lasci ciò che ti appesantiva le braccia e ti ostacolava il cammino.
Ti aspetta una terra di libertà, di condivisione, di gioia e di dolore, di morte e di vita che si abbracciano e si toccano e cantano la poesia, la bellezza, la potenza del Suo Amore.

SERVIRE

SERVIRE

SFOGLIANDO IL DIARIO…
21 ottobre 2008
Meditazioni sulla liturgia di
martedì della XXIX settimana del Tempo Ordinario

” Beati quei servi che il padrone, al suo ritorno, troverà ancora svegli. “(Lc 12,37)

Il Vangelo ci parla di ciò che connota un cristiano: il servizio.
Infatti siamo chiamati servi.
Questa sembra una parola offensiva che diminuisce la nostra persona.
Il servo non è di più del padrone.
Dobbiamo metterci in mente che nessuno è più grande di qualcun altro e che l’unico grande, degno di essere servito, di sedere a tavola per primo è il Signore, il nostro padrone, l’unico indiscusso da cui dipendiamo e a cui dobbiamo servire.
” Non vi chiamo più servi ma amici ” dice Gesù e poi anche ” io sto come colui che serve “.
In effetti Gesù ribalta con la sua vita l’idea che ci siamo fatti di Dio, cui tutto è dovuto, anche sacrifici umani (vedi Abramo, come anche tanti obblighi che derivavano dal sentirlo al di sopra di ogni cosa, essere perfettissimo, padrone signore di tutte le cose).
Gesù nella sua vita ha dimostrato quanto fosse distante l’idea che si erano fatti di Dio e mostra concretamente come Dio opera, come Dio ama, come Dio salva.
Un salmo dice ” misericordia e verità si incontreranno, giustizia pace si baceranno “.
Sembra impossibile che la giustizia e la verità vadano d’accordo con il perdono e la pace, sembra impossibile che di due popoli diversi si faccia un popolo solo, che le differenze si possono colmare e non essere in conflitto tra loro.
Ma Gesù dice che giungerà l’ora in cui arriverà il padrone e beato sarà chi sarà trovato a servire con la lampada accesa, vale a dire sarà trovato pronto a continuare a fare ciò che nella vita stava facendo.
La morte non cambia il nostro modo di vivere, solo che, con la morte, il Gesù che è nascosto in ogni fratello si svelerà perché finalmente vedremo faccia a faccia la persona che stiamo servendo e grande sarà la nostra gioia nel sentirci serviti da lui, invitati a sederci non in fondo, ma vicino a lui, per partecipare al banchetto escatologico.
La diversità diventa nelle mani di Dio ricchezza, consolazione, armonia, movimento.
Il mondo che ci aspetta è un mondo non statico, immobile, perché ogni cosa rimanderà all’altra, ogni persona sarà diretta verso l’altra e tutte le cose le troveremo ricapitolate in Cristo che a sua volta ci rimanda al Padre attraverso lo Spirito.
Gesù alla fine del suo ministero sulla terra prefigura con l’ultima cena il banchetto escatologico, perché si cinge i fianchi e lava i piedi agli apostoli.
Nella stanza alta celebra il mistero grande dell’amore, donando il suo corpo a loro che erano presenti, ma a tutta l’umanità quando dice: ” fate questo in memoria di me ” non senza aver mostrato fino in fondo cosa significa servire con i fianchi cinti e la lucerna accesa.
Sulla croce Gesù muore effondendo lo spirito (corpo offerto, sangue versato) sì che il senso delle sue parole diventi più chiaro e si sveli.
Fianchi cinti e lucerna accesa (quella dello spirito). Questo è il modo per attendere, tendere verso lo Sposo.
Il Cantico dei Cantici ci parla dell’amore e della sua caratteristica di non possesso.
Ci si rincorre, ci si cerca, ci si trova, ci si unisce per poi di nuovo tornare a nascondersi ( esodo, chenosi, sintesi), danza trinitaria a cui ognuno di noi è chiamato.
Questo è il Paradiso!
Che bello Signore quello che ci fai pregustare!
Io che non amo stare ferma, immobile e intristisco quando la vita non mi mette davanti cose appetibili, desiderabili, sicuramente non posso che gioire, pensando che un giorno ciò che connoterà la nostra vita in cielo è il desiderio sempre vivo di incontrare, cercare, congiungersi all’altro, a te, Signore, che non ti lasci possedere, ma anche il desiderio di andare verso tutti quelli che con me condivideranno la condizione di vivere per donarsi e non per possedere e possedersi.
Morire per vivere, vivere per morire.
Morte e vita nella gioia senza fine di un amplesso in cui naufragare per trovare il tesoro dell’eterna giovinezza.

Certo Signore, se non ti avessi incontrato, la mia vita sarebbe un succedersi insopportabile di pene, angosce, tristezza, dolore, disperazione, rabbia, rassegnazione e rarissimi momenti di noia mortale nell’attesa che il destino si compia.
Ti voglio ringraziare perché tu colori ogni mia esperienza di luce sì che una giornata piatta, pesante diventa un tassello del puzzle che pian piano rimetto al suo posto con il tuo aiuto.

” Il regno dei cieli è simile ad un tesoro nascosto nel campo.”(Mt 13,44)

Meditazioni sulla liturgia di
mercoledì della XVII del TO

” Il regno dei cieli è simile ad un tesoro nascosto nel campo.”(Mt 13,44)

” Venga lo tuo regno!” diciamo nel Padre nostro non so con quanta consapevolezza di cosa significhi.
In cosa consiste il regno di Dio? E’ qualcosa che ci appartiene, qualcosa che dobbiamo conquistare, qualcosa che ci viene donato o che?
Se penso su quante cose vogliamo comandare, legiferare perché non ci piace come siamo governati, senza poterlo concretamente fare, non possiamo non riconoscere in ognuno di noi la tendenza a isolarci, a crearci un piccolo spazio dove poter fare il comodo nostro, senza dover rendere conto a nessuno, magari coperti solo da scatole di cartone.
Ci piace non essere sottomessi a nessuno e per questo, quando ci capita di dover rispondere di qualcosa o di qualcuno ci piacerebbe non essere ostacolati, criticati, messi alla gogna, se non ne siamo capaci o non vogliamo ascoltare consigli.
“Io sono venuto per servire, non per essere servito” dice Gesù, quando i suoi discepoli esternano l’idea che si erano fatti del suo regno, ambendo ai primi posti.

Il Tesoro sei tu Signore, un tesoro che mi è necessario per scoprire che io sono il tuo tesoro, la perla preziosa per cui hai venduto tutto. Trovare te è trovare la bellezza dentro di noi, la tua immagine riflessa nel nostro specchio, la luce che illumina gli sbandati della notte, i campi incolti e dimenticati, la luce che dona la vita al mondo.
Il regno di Dio quindi lo dobbiamo cercare facendo chiarezza dentro di noi, lasciandoci illuminare da Te.
Fino a quando pretenderemo dagli altri quello che noi non siamo capaci di dire, di fare, di essere, siamo lontani dal regno di Dio.
Ti devi trovare solo nel campo, questo è importante, per scoprire il tesoro.
Devi vendere tutti i tuoi averi per diventare ricco di quel tesoro.
Tutto quello che hai per Qualcuno che ti dica chi sei: il suo TESORO.
Sembra uno spreco ma è necessario.
Se vuoi trovare Dio devi entrare nel suo campo, uscire dalla tua terra e entrare in quella che non conosci.
Ad Abramo fu chiesto di lasciare la sua terra sicura e ricca alla ricerca del germe di vita, in una terra, in un campo da Dio seminato, un campo dove i figli sono perle preziose, tesori nascosti che ognuno deve scoprire.
La terra che ci ha promesso è quella in cui n’è chi semina, n’è chi ara è qualcosa ma solo Dio che fa piovere e fa crescere.
Noi siamo il campo, noi siamo la terra, noi siamo il tesoro.
Bisogna scoprirlo. Questa è la vita, questo è il viaggio straordinario alla ricerca di noi stessi, dell’uomo che non conosciamo, della preziosità del nostro essere creati per amore e chiamati all’amore.
Siamo preziosi ai tuoi occhi, Signore, lo sappiamo da quando abbiamo cominciato a frequentarti. Per questo ti rendo grazie ogni momento e ti loderò per sempre.
” Tu sei mia figlia oggi ti ho generato”, hai detto il giorno del mio Battesimo.
Figlia di re!
Chi mi può togliere il regno senza che io lo voglia?
Sei tu che lo hai difeso dando la vita per me.

“Il Signore è qui e non lo sapevo!”(Gen 28,16)

“Il Signore è qui e non lo sapevo!”(Gen 28,16)

Da quando don Cristiano ci commentò questa pagina della scrittura durante un ritiro dal titolo” Riconciliarsi con la propria storia” non posso fare a meno di cercare Dio nei momenti più bui della mia vita, certa che è in quel luogo, in quella situazione, in quello smarrimento, nel dubbio, nella paura, nella sconfitta, nell’abbandono, nella solitudine, nel tradimento e in tutto quello che ci sembra insuperabile e sconvolgente.
Lo cerco e lo trovo, anche se non in automatico, come all’inizio pensavo o pretendevo.
Mi ha aiutata la parola di Dio a ripercorrere la mia storia e a cercare le tracce della sua presenza anche e soprattutto quando ne ero inconsapevole. E il libro di ricordi si è colorato di foto luminose, a colori, sviluppando tutti i negativi che avevo ammassati nelll’angolo più nascosto del mio cassetto.
Non c’è che dire, Dio ci sorprende sempre, perchè lo vedi dopo che è passato, perchè non vuole che lo imprigioniamo in idee e schemi preconcetti, perchè ci fidiamo di lui e teniamo sempre occhi e orecchi e cuore aperti alle sue improvvisate, alle sue incursioni d’amore.
Per la mia esperienza personale ciò che ha tagliato in due il prima e il dopo è stata proprio una notte oscura come quella di Giacobbe, una notte di silenzio e di disperazione, una notte dalla quale mi sentivo risucchiata.
Se non avessi avuto il bisogno, l’esigenza di uscire fuori di casa all’alba, di cambiare abitudini e posizione, se non fossi stata animata dal desiderio di trovare uno che mi rispondesse, cosa che mio marito aveva cessato di fare, che si accorgesse della mia assenza e si chiedesse la ragione, non sarei uscita ad un’ora improbabile per una passeggiata.
Era l’alba e il nostro matrimonio era naufragato in un silenzio mortale, le parole erano pietre che facevano solo male.
Così ci ignoravamo nel quotidiano, separati in casa, soffrivamo in silenzio per qualcosa a cui non sapevamo nè potevamo porre rimedio.
E poi il lavoro che mi era stato tolto per motivi di salute e la morte di mio fratello, inaspettata anche se avevamo avuto sei mesi per prepararci.
Quei sei mesi erano diventati il banco di prova per porre rimedio ad un evento ineluttabile.
Ma i tentativi per indorare la pillola furono vani e le cose andarono come andarono.
Dal pulpito, pur non conoscendo Dio, il giorno del funerale gridai che non era morto, che anzi era più vivo che mai da quando la sua malattia ci aveva ricompattati e riuniti in una gara di solidarietà per assisterlo, per stargli vicino, per venire incontro ai suoi bisogni.
Era vivo perchè la sua malattia aveva messo a fuoco quello che mancava ai nostri legami famigliari, alle nostre relazioni malate.
Gli portai la Comunione, perchè sapevo che gli avrebbe fatto piacere, mentre stava morendo, non perchè io credessi, ma perchè lui credeva e ne avrebbe tratto un beneficio.
In quel gesto disinteressato, in quell’ora suprema, Dio si è fatto presente e ha aperto una fessura perchè la sua acqua scavasse la mia roccia.
I rapporti con Gianni divennero insostenibili man mano che mi venivano meno motivazioni per vivere.
Malata, senza interlocutori che avessero riempito il vuoto del prepensionamento e attutito le conseguenze negative dell’handicap che aveva determinato la mia messa a riposo, un matrimonio in rovina, un figlio che ormai grande era tutto proteso per la sua futura sposa e aveva scambiato la casa per un albergo dove tutto è dovuto, un disagio sempre crescente, un vuoto, una paura, un senso di annientamento….mi sentivo impazzire.
Fu allora che nel fondo della mia disperazione trovai la forza di fare un estremo tentativo per trovare un tu che mi stesse di fronte e mi rispondesse.
“Il signore è qui e non lo sapevo!”
Parole sante, parole profetiche che il 5 gennaio del 2000 non conoscevo.
Quel giorno avevo bisogno di chi mi ridesse la speranza che la gioia esiste e che devi solo cercarla.
Quel giorno la trovai nella natura in festa, nei fiumi che battevano le mani della liturgia delle ore.
Ero entrata nella chiesa che non sapevo fosse la mia parrocchia, calpestando cacche di piccioni di cui era cosparso il sagrato, attraversando porte scrostate e cadenti, alla ricerca di una sedia.
Cercavo una sedia e ho trovato Dio.
Incredibile solo a pensarci.
Spesso non ci sentiamo ascoltati nelle nostre preghiere e pretendiamo di dare consigli al Padreterno, come se fosse un vecchio rincitrullito che non vede e non sente.
Attraverso una sedia, che era il mio limite, l’incapacità di stare in piedi da quando mi ammalai , Dio mi ha dato l’opportunità di fermarmi e di mettermi in ascolto di chi mi stava parlando.
Il mio limite è diventato la mia forza, la possibilità di mangiare il cibo che Dio moltiplica su tutti gli altari del mondo e fa distribuire dagli apostoli a quelli che stanno seduti.
Quante volte ho pensato che questa malattia che la scienza non ancora è riuscita a spiegare era la mia condanna, la mia croce che volentieri avrei rimandato al mittente.
“Il tempo è nelle nostre mani, nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori”.
Ma ti devi sedere, ti devi fermare, per poter esclamare: ” il Signore è qui e non lo sapevo!”.

” Beato chi cammina nella legge del Signore” (Salmo 118)

SFOGLIANDO IL DIARIO…

16 aprile 2018
lunedì della III settimana di Pasqua

” Beato chi cammina nella legge del Signore” (Salmo 118)

Anche se siamo convinti di farlo, poi ci accorgiamo che non siamo affatto saldi nella fede, specie quando il vento soffia forte e agita le acque del mare che noi solchiamo con piccoli gusci di noce, in preda a qualsiasi mutamento del vento che agita le acque e ti toglie ogni sicurezza.
Anche quando pensiamo che Gesù ce lo portiamo dietro, pure ci prende la paura se dorme o cammina sulle acque.
Gli sconvolgimenti, gli improvvisi temporali, il naufragio delle nostre certezze, il sentirci soli a combattere faraoniche battaglie ci mette a terra e quel ” Perchè?”, tante volte ricacciato dentro lo stomaco, come un rigurgito acido riaffiora.
Perchè a me, solo a me, perchè per così tanto tempo, perchè dormi quando il nemico mi assale e affonda le sue zanne nella mia carne?
Riprendo in mano il rosario con fatica per i forti dolori alle mani e alle braccia, cercando l’aiuto che tarda a venire.
Cambio mano, dita, posizione poi mi arrendo e decido che il rosario lo dico a mente, perchè almeno non mi procuro altro dolore.
E questa mattina era la volta dei misteri gaudiosi che partono da un “Kaire!”, rallegrati che volevo a tutti costi fare mio, dopo una notte dove la violenza degli elementi mi aveva disintegrata.
Volevo sentirmelo dire anch’io quel Kaire, ma volevo che mi entrasse nelle vene, nel cuore perchè volevo che il Signore stesse con me, come con Maria.
Come era possibile che questa vita così tribolata non avesse niente più di che rallegrarsi?
Sono andata avanti con i misteri ma non riuscivo di fatto a staccarmi dall’idea che era impossibile che solo per me Dio aveva fatto un piano diabolico, assassino, aveva spento il mio sorriso e mi aveva portato sul ciglio del grande burrone.
Kaire, kaire, kaire, non mi stancavo di ripeterlo, mentre proseguivo con le avemarie i paternoster e i gloriapatri .
Ci doveva essere un varco, una crepa, un mezzo per penetrare nel mistero della vita, qualunque essa sia.
Ho pensato che la vita è un dono, l’ho letto tante volte, ma solo a tratti me ne sono resa conto e ho ringraziato.
La vita è dono.
Mi sono ricordata di quando mio padre, dopo aver tagliato una piccola torta, in tanti pezzi quanti erano le nostre bocche, mi porse quello che mi spettava non proporzionato alla mia fame.
“Lo vuoi?”
“No”
“Lo vuoi?” ripetè per la seconda volta.
” No”
“Lo vuoi?
“No”
“Perchè?”
“Perchè è piccolo”
In un lampo il mio pezzo di torta finì nella sua bocca, lasciandomi con un palmo di naso.
Questa vicenda mi segnò molto, ma mai avrei immaginato di arrivare a ipotizzare un discorso del genere tra me e il Padreterno.
La vita è un dono riflettevo, pensando a quel pezzo di torta, che non sempre corrisponde alle tue aspettative.
Sta a te farne un capolavoro, un’opera d’arte, un gioiello con gli ingredienti, il materiale a disposizione.
L’alternativa naturalmente è rimanerne privi.
Ho ripensato ad una borsa che ho fatto, ripescando nel cestino dei rifiuti gli avanzi di un vestito da me confezionato con grande soddisfazione, con un piccolo pezzo di stoffa che avevo comprato per farne una sciarpa.
Ho guardato quei ritagli, numerosi, di varia forma, dai colori invitanti.
Ho pensato che era un peccato andassero nella spazzatura.
Li ho quindi ripescati dal cesto e li ho uniti con del velluto facendone un’opera d’arte, una bellissima borsa che tutti mi invidiarono.
Da una manciata di stracci era scaturito un capolavoro.
Perchè non pensare che un capolavoro ancora più grande potevo fare con l’aiuto di Dio di questa vita a pezzi?
Sì, era questo il messaggio che questa notte mi ha fatto rallegrare.
Ora comincia il bello.
Cercare motivi di speranza, di gioia, di amore tra i copertoni, nelle discariche di questo mondo.

“Sono io non abbiate paura”(Gv 6,20)

MEDITAZIONE sulla liturgia di
sabato della II settimana del tempo di Pasqua
18 aprile 2015
ore 6.45
letture: At 6,1-7; Salmo 32; Gv 6, 16-21
“Sono io non abbiate paura”(Gv 6,20)
Ti presenti Signore nei momenti più impensati, difficili, quando le acque si agitano e il vento fa traballare la nostra barca.
Tu cammini sulle acque agitate del male, tu domini le forze ostili che ci impediscono di fare la traversata e di giungere al porto sicuro.
Oggi, quando ho letto il vangelo, erano le 3, ho pensato che non avevi nulla di nuovo da dirmi, un vangelo, una storia che ho letto e commentato e meditato tante volte.
Cosa potevo apprendere di più di quanto già non sapessi?
Così ho rinunciato a scrivere la mia meditazione notturna e ho cercato una posizione per riprendere sonno, con il rosario tra le dita e il desiderio di unirmi a te e a Maria nella contemplazione dei misteri del dolore anche se oggi è sabato.
Ieri sera ero rimasta ferma al primo, quello in cui tu schiacciato dal peso dei nostri peccati, solo, preghi e soffri, sudi sangue, tanto grande è l’angoscia che ti opprime.
Così questa notte ho preso sonno dimenticando il resto della tua passione salvo poi svegliarmi con un tremendo dolore alla spalla, il solito da qualche mese che mi perseguita, costringendomi ad indossare il busto che attenua le fitte dolorose dei nervi schiacciati dai recenti crolli vertebrali.
Ho affidato a Maria il compito di traghettarmi fino al mattino con la preghiera a lei tanto cara, perchè ci stringe insieme a te, suo figlio e nostro fratello, in un unico e grande abbraccio.
Il tuo dolore è diventato il mio dolore attraverso Maria, il senso di quelle fitte spaventose mi si è andato man mano chiarendo e mi sono riappisolata mentre ti contemplavo Signore, vittima innocente, incenso purissimo sull’altare di Dio.
Il mio dolore è diventato il tuo dolore e ho trovato la pace pensando che solo tu potevi trasformarlo in offerta di soave odore per liberare i prigionieri e portare la luce a quelli che vivono incatenati dal peccato.
“Sono io non avere paura” mi sono sentita dire questa mattina, quando una fitta più dolorosa mi ha scosso dalla posizione a fatica cercata per non soffrire.
Sei tu Signore che vieni a visitarmi ogni volta che sto male.
Ti ringrazio perchè fughi le mie paure, perchè ogni giorno, ogni notte mi getti una scala dal cielo perchè io vi salga e mi trovi in paradiso.
Con Maria tutto questo sta divenendo possibile, reale, perchè con lei non posso sbagliare direzione, non posso che avvicinarmi sempre più a te.