Spostamenti 2

MEDITAZIONI SULLA LITURGIA di
domenica della XIX settimana del TO anno A
Uomo di poca fede perchè hai dubitato?”( Mt 14,31)
Signore non mi trattare così, non me lo merito, almeno credo. Sto soffrendo come un cane e non ho mai cessato di pensare che tu eri e sei il mio Salvatore, l’Unico che poteva e può salvarmi.
Un conto è meritarsi il rimprovero perchè uno si è comportato volontariamente male e un conto è aggiungere al danno la beffa.
Io Signore non ho più parole perchè le ho tutte adoperate, forse sprecate per invocare il tuo aiuto, per sentirti presente nelle vicende più o meno brutte della mia vita.
Riconosco che spesso più che con te ho parlato da sola non meditando abbastanza ciò che tu mi stavi dicendo, trascurando i segni della tua presenza che avevo sotto gli occhi.
Tu sai Signore che mai ho mentito, che, se mi sono accorta che stavo sbagliando, ho chiesto a te o a tua madre o al sacerdote che ti rappresenta a cui mi sono rivolta, consigli, aiuto per attraversare questo oceano sempre in tempesta.
E tu sai che dico il vero, sai che la mia vita è stata tutt’altro che facile, che le prove più dure sono cominciate quando sono finite quelle istituzionali, obbligatorie, che avevo messo in conto.
Per raggiungere l’obbiettivo ho fatto di tutto, non ho trascurato niente, senza risparmio ho remato curva sui remi, quando il vento soffiava forte e io andavo contro corrente.
Ho amato sempre la verità e la giustizia e di queste ho fatto un valore un fine per cui spendermi senza sconti.
Ma come dicevo le prove, quelle vere sono state quelle che mai mi sarei aspettata, che non avevo messo in conto e che mi hanno colta del tutto impreparata.
Non ti devo raccontare la mia vita, Signore, perchè la conosci meglio di me e non dubito che in questo groviglio di segni sovrapposti, confusi, indecifrabili, tu stai operando, tu ci sei ma io non ti riconosco.
Ho perso i tuoi connotati, ho perso , ho dimenticato il tuo volto Signore, la tua voce mi giunge estranea nonostante desideri incontrarti con tutta l’anima mia.
Sono stanca Signore, non si vede?, sono stremata dai tanti dolori che stanno minando la mia mente oltre che il mio corpo.
Sto facendo una fatica bestiale con la borsa dell’acqua calda tra le gambe, troppe ce ne vorrebbero, per allentare le tensioni delle corde impazzite dei nervi, per connettermi con te, per trovare nella tua parola la pace.
Se io avessi la pace tante situazioni non le affronterei con timore, rabbia, nervosismo, non farei tanti danni nella relazione con le persone a me più vicine facendole soffrire.
Devo ritirarmi su un alto monte per sentirti passare nel vento leggero? Non credo di aver bisogno di un silenzio più profondo, visto che questa mattina a quest’ora neanche gli uccelli hanno cominciato a cantare. Le macchine in fondo alla strada non si sentono passare e il sole con un po’ di sforzo è riuscito a sgattaiolare attraverso la coltre spessa di nuvole nere.
La casa, il palazzo è immerso nel silenzio e si sente solo il tocco delle dita sulla tastiera.
Alla messa di ieri sera ho ascoltato la tua parola e questa mattina l’ho meditata meglio.
Elia pensava che tu fossi nel terremoto, nel vento forte e invece trasalì al tuo passaggio nel vento leggero.
Tu sei sempre lì dove noi non pensiamo di trovarti, questo ho capito, appari quando meno ce l’aspettiamo nei modi e nei tempi che tu solo hai stabilito.
La perseveranza, il desiderio di incontrarti di Elia che decise di tornare sul sacro monte dove parlasti a Mosè furono premiate.
Io non ho più neanche la capacità, la possibilità di spostarmi. Il panorama più o meno è sempre lo stesso perchè le finestre sono tutte orientate verso il sole che sorge tanto che spesso devo abbassare le tapparelle o i tendoni per evitare che i raggi mi feriscano o la pioggia, il vento o qualunque altro elemento metereologico mi danneggi.
Continuo a cercarti questa mattina invidiando Elia che è riuscito a riconoscerti, mentre non capitò la stessa sorte ai tuoi discepoli che affrontarono la tempesta che si era scatenate fidandosi solo delle proprie forze.
Ma tu non li hai lasciati soli e hai mostrato come anche quando non ti chiediamo aiuto e pensiamo di farcela da soli tu vigili e cammini sulle acque tumultuose delle nostre paure, ma anche della nostra presunzione, dei nostri vecchi e nuovi peccati, le nostre cattive abitudini di pensare che possiamo fare a meno di te.
Siamo tanto intenti a cercare soluzioni personali, alternative ai nostri problemi che ci dimentichiamo persino che faccia hai.
Può darsi che questo sia accadendo a me in questo periodo in cui sono provata così duramente nel corpo e nello spiriro da pensieri negativi, da sconforto, da paura, da rabbia, invidia e voglia di riprendermi quello che ho dato a te principalmente.
Ti ho dato tutta la mia fiducia Signore, tu lo sai e tu mi ricambi con pane di lacrime giorno e notte.
Gli Israeliti si lamentarono della manna cibo insapore e incolore che erano costretti a mangiare tutti i giorni.
E’ normale che venga a nausea qualunque cosa che in sè non porta niente di nuovo.
Il mio cibo quotidiano è il dolore tu lo sai e le armi per combatterlo oltre te che sei la prima persona a cui mi rivolgo cambiano ogni giorno, ogni momento.
Il sole ha avuto la meglio sulle nuvole scure e ora brucia e manda giù la sua luce abbagliante.
Il panorama è cambiato ma io continuo a cercarti.
Ora dovrei cambiare posizione tanto brucia e mi dà faqstidio.
Ieri a messa ho pensato agli arbitri di don Gino che aveva spostato il grande crocifisso, mettendolo da un lato, decllassandoti per dirla tutta e mettendo al tuo posto l’immagine di San Giuseppe che nella sua bottega di falegname ti tiene la mano sulla spalla.
Nel dipinto sei un giovane adolescente biondo docile e sereno che nulla fa presagire del suo destino di morte.
Ogni volta che entro nella chiesa di San Giuseppe sono presa da una grande sofferenza, fino a piangerci perchè non sei più nel posto dove ti ho trovato la prima volta che ti ho incontrato e tutte le volte che a te volevo rivolgermi.
Il cambiamento di posizione mi aveva destabilizzata a tal punto che mi ero disamorata della mia chiesa, del mio pastore e ti cercavo altrove.
Ieri mentre si leggeva di Elia e dei discepoli e del tuo mostrarti in luoghi e situazioni diverse da quelle che ci aspettiamo ho sollevato lo sguardo,
e per la prima volta ho pensato che se avevi cambiato posizione dovevo guardare a cosa avevo davanti agli occhi che non volevo vedere.
La sorpresa è stata grande quando mi sono soffermata sulla figura di San Giuseppe, un uomo che non ci ha lasciato parole, ma fatti, un santo che almeno a me ha da insegnarmi tante cose che mi permetterebbero di trovarti senza cambiare posizione.

Ricerca

“Il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra” (Dt 4,39)
Signore mio Dio sono qui davanti a te, con Maria che non ha smesso mai di pregare per me, anche quando io dormivo, questa notte, quando ero occupata a preoccuparmi di quello che dovevo fare o non fare, di quello che mi era successo e mi sarebbe successo.
Sono qui Signore con il mio limite, la mia croce, con il desiderio di unirla alla tua, di entrare in contatto con te che sei Dio e puoi risanare il mio cuore malato, la mia mente provata da tante sventure.
Io voglio seguirti Signore, voglio entrare nel tuo mistero d’amore e smettere di avere paura, ma non ci riesco.
Il mio limite è un baratro, un abisso in cui sprofondo e mi smarrisce.
Tu lo sai Signore che non vorrei che accadesse, tu lo sai che solo in te spero la salvezza, in te il riposo e la pace, solo in te.
Ma non riesco che solo per pochi attimi a vivere nell’affidamento totale nelle tue braccia, nonostante chieda in continuazione l’aiuto di Maria, l’interpelli, mi faccia da lei ricordare ciò che hai detto e hai fatto e come lei abbia potuto essere sempre serena di fronte alle tante spade che le trafiggevano l’anima.
Ho sul comodino la sua immagine, eredità di Sergio il cugino barbone, una statuetta unta e bisunta scrostata, più volte riattaccata con la colla perchè più volte è caduta.
La cosa bella di questa immagine sono le mani giunte in preghiera, una mamma anche per me che ti prega Signore quando io non ce la faccio o ti dimentico.
Una Madonna che non ha te in braccio come tutte le madonne che finora conoscevo e che prediligevo perchè mi ispiravano tenerezza.
Ma da quell’abbraccio io mi sentivo esclusa perchè eri tu e lei che eravate vicini, eri tu che venivi abbracciato non io.
Ora questa icona con le sue mani giunte, mi sembra quella di cui ho bisogno e mi rassicura perchè non smette mai di chiedere a te per me e per noi.
Signore quanto è difficile rinnegare se stessi, rinunciare a tutto, ai propri pensieri, desideri, abitudini… a tutto, per mettere davanti te.
E’ difficile ma non impossibile se ci mandi il tuo Spirito, se ci fai sostenere dal tuo amore.
Te lo chiedo per me e per i fratelli che non ti conoscono, ti invoco giorno e notte, voglio che sia tu il padrone della nostra vita.
Sempre più mi rendo conto che da offrirti ho ben poco e faccio sempre più fatica a reperire un po’ di pane e qualche pesce non proprio di giornata da far benedire, da benedire con te perchè diventi cibo per chi ha fame e sete di giustizia, di amore, di perdono.
Ti ringrazio della Santa Eucaristia in cui ogni giorno tu rinnovi il miracolo di trasformare il mio limite, le poche cose che ti porto di scarso valore, in strumento di salvezza, in forza, coraggio, fede in te che sei la vite a cui siamo attaccati.
Signore grazie dell’invito che ci fai a mettere da parte le nostre idee, le nostre aspettative, la nostra salvezza, l’idea che ci siamo fatti di te, le pretese che abbiamo sul comportamento degli altri, i nostri giudizi e pregiudizi, grazie perchè questa è la nostra croce, quella di non essere perfetti, ok, quella di non essere bastanti a noi stessi, quella di dover dipendere da chicchessia.
E’ nell’Eucaristia che tu compi il miracolo
Il rendimento di grazie è difficile quando quello che ti viene dato è troppo poco per ringraziare.
Ricordo quanto ci rimasi male la volta che mio padre si mangiò il mio pezzo di torta che io rifiutai perchè era troppo piccolo.
Voglio imparare a ringraziarti per tutto Signore, per prima cosa per il dono di tua Madre che vedo con le mani giunte a pregare, un dono bellissimo perchè è lei che mi rende presente te, raccontandomi ciò che ha vissuto con te e per te e in te.
Ti offro questo pezzo di legno, consumato, per le spalle doloranti, incapaci di portarne il peso, ti voglio ringraziare per il desiderio che sento di venire dietro a te e di guardare e imitare quello che tu hai fatto per noi.
La tua croce è grande perchè ti sei caricato il limite, il peccato di tutti gli uomini e lo porti sul monte della vergogna, per attaccarci la tua offerta, il tuo corpo di uomo, il tuo limite da consegnare nelle mani del Padre.
Voglio vedere nella tua croce anche il mio peccato, la mia paura, i miei passi traballanti, la mia fede imperfetta, voglio credere che sei tu che in questo momento porti sulle spalle il peso di tutti i peccati del mondo unito a Maria che prega e ti accompagna con lo sguardo e con il cuore, con la fede di chi sa che tu non puoi mentire e che a tutti è data la possibilità di risorgere.
Maria è morta con te e con te è risuscitata.
Come vorrei che questo potesse accadere anche a me!
Come vorrei Signore non avere mai dubbi su ciò che nella storia hai mostrato come via di salvezza!

Beati i puri di cuore

Meditazioni sulla liturgia di
martedì della XVIII settimana del tempo ordinario.
 
“Non ciò che entra nella bocca rende impuro l’uomo”.(Mt 15,11)
“Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5,8)
Signore sono qui, come ogni mattina, a cercare in te l’interlocutore, l’amico, il padre, lo sposo che mi svela il mistero nascosto della mia persona.
Tu non hai bisogno di niente, né la tua identità, la tua verità, il tuo amore dipendono da quello che noi pensiamo di te mentre noi siamo sconosciuti a noi stessi e abbiamo bisogno di chi ci guidi a conoscere cosa siamo e a cosa siamo stati chiamati.
La nostra felicità la facciamo dipendere da ciò che gli altri pensano di noi.
Proiettiamo all’esterno le nostre brutture, i nostri peccati, vedendoli ingigantiti negli altri.
Tu Signore, nonostante la nostra incostanza, la nostra poca fede, continui ad essere sempre te stesso: Dio di amore e di misericordia, lento all’ira e grande nell’amore.
Tu ci insegni le vie della vita e ci apri gli occhi a ciò che è nascosto dentro di noi, un tesoro che vale la pena di scoprire perché è germe di vita eterna.
Ho fatto ricorso prima di incontrarti all’aiuto di psicoterapeuti per conoscere ciò che albergava dentro di me e per vincere la paura di stare sola.
Quella paura nasceva proprio dal temere la mia nudità, le cicatrici lasciate dai limiti miei e dei miei compagni di viaggio.
I percorsi terapeutici, durati lunghissimi anni, mi hanno aiutato a vedere il marcio che avevo dentro, ma non il bello, il buono e questo è stato fatale.
Ho cercato in me stessa ciò che potesse aiutarmi a vivere i miei limiti senza attribuire agli altri la responsabilità di tanti miei fallimenti ma l’impresa, portata avanti da sola, si è dimostrata del tutto fallimentare,.
Avevo bisogno di incontrare la tua parola per cambiare punto di vista e per cercare la gioia dentro di me dove tu hai nascosto la vera bellezza.
Essere tua figlia, essere amata da te dall’eternità è la più bella la più grande e più gioiosa scoperta che mi ha cambiato la vita.
Portando sopra le spalle le conseguenze della colpa originaria spesso dimentichiamo il nostro limite e attribuiamo gli altri e a te la causa di tanti fallimenti.
Signore perdonaci quando non ti ringraziamo per ciò che abbiamo, per ciò che ci doni ogni giorno e guardiamo sempre ciò che ci manca.
Siamo deboli, siamo fragili, figli della colpa, bisognosi di te.
La fede si accresce man mano che ci rendiamo conto di questo bisogno insopprimibile del tuo aiuto..
Grazie Signore perché dai lezioni di vita, grazie perché veramente i tuoi insegnamenti sono luce e nutrimento per non smarrirmi durante il cammino..
Il tuo comportamento nei confronti di quelli che ti osteggiavano è esemplare perché hai mostrato a noi cosa significa veramente essere liberi.
Penso a quanto tempo ho passato per guardarmi dentro senza il tuo aiuto, quanto tempo a prendere coscienza delle cose che non andavano di me per migliorarmi, se era possibile.
Penso poi al tempo passato a cantare le tue lodi, a comunicare a chi mi stava di fronte per curarmi delle malattie immaginarie che i medici pensavano avessi, quando sei buono, bello, grande quanto preziosa è la vita che ci hai donato, quanto è grande la tua misericordia.
È stato entusiasmante Signore, io la malata, parlare al medico incaricato di raddrizzarmi il cervello, del bello, del giusto che tu rendi possibile se noi a te ci affidiamo e in te confidiamo.
Con le parole del Salmo 8 voglio esprimerti tutta la mia riconoscenza.
O Signore, Signore nostro,
Quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!
Voglio innalzare sopra i cieli la tua magnificenza,
con la bocca di bambini e di lattanti:
hai posto una difesa contro i tuoi avversari,
per ridurre al silenzio nemici e ribelli.
Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissato,
che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi,
il figlio dell’uomo, perché te ne curi?
Davvero l’hai fatto poco meno di un dio,
di gloria e di onore lo hai coronato.
Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi:
tutte le greggi e gli armenti
e anche le bestie della campagna,
gli uccelli del cielo e i pesci del mare,
ogni essere che percorre le vie dei mari.
O Signore, Signore nostro,
quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!

Il regno di Dio

“Raccolgono i pesci buoni in canestri e buttano via i cattivi”(Mt 16,48)

Chi può sapere se è buono o cattivo? Solo Dio conosce il cuore e solo Dio può giudicare l’operato dell’uomo.
Le prova tutte per farci rinsavire, per tenerci nella sua rete.
Se guardiamo le cose con occhi umani non possiamo non pensare che la sorte dei pesci rigettati in mare è di gran lunga migliore rispetto a quella dei pesci buoni destinati a morire ingloriosamente nella pancia di qualcuno, ricco o povero che sia.
Le parole di Gesù ci destabilizzano e contengono sempre un significato che va oltre i nostri pensieri, i nostri logici e inconfutabili ragionamenti.
“Io sono il pane di vita” , ” Prenderete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo…. fate questo in memoria di me”, “Vi farò pescatori di uomini”.
Non ci si può sbagliare: Gesù ci fa da battistrada a ciò che è importante, ciò che serve.
E l’uomo realizza la sua funzione, quando si fa cibo per gli altri, pane spezzato, sangue versato per tutti gli affamati e gli assetati del mondo.
Non è una bella prospettiva, ma se non lo facciamo volontariamente, a mangiarci ci pensano gli altri senza chiederci il permesso.
Perché c’è differenza se le cose le decidi tu o le subisci.
Ho riflettuto molto sulle parabole del regno di Dio che la liturgia sottopone alla nostra riflessione in questa XVII settimana del TO
Regno-campo-tesoro
Regno-mercante-tesoro
Regno-rete-pesci(tesoro)
Discepolo del regno-cose nuove e cose antiche-tesoro
Il motivo comune è il tesoro che troviamo per caso in un campo, che il Mercante cerca e trova, il tesoro che sono per un pescatore i pesci buoni da cui trarre nutrimento, il tesoro( la parola di Dio pronunciata prima e dopo l’incarnazione di Gesù) da cui lo scriba discepolo di Gesù, trae nutrimento per sè e per gli altri.
Rifletto su quell’essere campo terra dove è nascosto il tesoro, la perla preziosa.
Noi siamo il campo dove senza merito scopriamo il tesoro, dove il Mercante, Dio, cerca con pazienza, perseveranza, senza mai stancarsi ciò che sa esistere e valere molto.
In entrambi i casi è necessario uno spogliamento, una rinuncia, un sacrificio per godere del bene.
Lo ha fatto Gesù per noi, lo dobbiamo fare noi per scoprire che in Cristo, in Lui troviamo la nostra identità, la preziosità del nostro essere stati creati per amore e chiamati all’amore.
Il campo è la terra promessa che Dio ci ha consegnato perché scoprissimo quanto siamo preziosi ai suoi occhi, coltivandola, intessendo relazioni feconde e vitali ( la rete), non isolandoci, ma amandoci come lui ci ha amato.
Per questo il riferimento è al pesce pescato che deve servire per essere portato in tavola.
L’amore ci chiede di diventare cibo perché altri abbiano vita.
Quelli che non sono disposti a morire, a spogliarsi di tutto, a rinunciare a tutti i propri averi per Cristo e per le persone in cui si nasconde non può entrare nel regno dei cieli, partecipare al grande banchetto dove non sei un invitato qualunque ma la sposa del RE.

Appartenenza

” Il Signore ti ha scelto per essere il suo popolo (Dt 7,6)
Mi chiedo perchè io stia scrivendo, facendo uno sforzo sovrumano, quando in fondo ciò che era importante e che è importante finalmente l’ho capito e il cuore mi si è riempito di gratitudine, di tenerezza, di amore.
Ogni volta che ho letto il passo del Deuteronomio che la liturgia ci propone nel giorno della festa del Sacro Cuore di Gesù, mi sono sempre commossa e ho fatto mie le parole relative alla scelta, al popolo particolare, all’appartenenza di ognuno di noi a Dio.
Ma il mistero della sofferenza continuava a rimanere insoluto, perché, se sei malato o sfigato, significa che Dio ti ha scelto, ti vuole bene, perchè con il tuo dolore, con le tue sofferenze vuole farci qualcosa di speciale che in fondo è salvare le anime lontane da Lui.
Ti chiama a collaborare Dio, quando e specialmente se stai male, perchè sei associata alla passione di Cristo, diventi intima a Lui, una sola cosa, sì che il tuo dolore diventa il suo dolore, la tua pena la sua pena.
Quando riesci a connettere e il dolore non ti strazia la mente oltre che il corpo, puoi anche gioire di questa straordinaria occasione di fare comunione nientemeno che con Dio, averlo compagno di letto, di stanza, di cella.
Ma arriva il momento che questa beatitudine diventa una condanna, quando la prova si prolunga più del dovuto e la croce è tutt’altro che a collocazione provvisoria.
Vorresti fuggire portandoti dietro un siffatto compagno, fuggire dal dolore quotidiano, fuggire dal corpo, dormire un sonno senza sogni, senza più svegliarti, tanto stai male, tanto il dolore ha corroso tutte le tue ossa e ti si è attaccato ai nervi, ai muscoli, alla pelle, a tutto.
Il cuore continua a battere, il cuore dice che sei viva, il cuore ti dice che Dio non ha finito di parlarti, di scriverti lettere d’amore.
Ti giri e ti rigiri nel letto, la lava scende copiosa sulle tue spalle, la ferita al seno per il recente intervento ti fa male, la spalla è bloccata, i piedi sono avvolti da filo spinato incandescente.
Eppure avevo ricominciato a dormire dal lunedì di Pasqua dopo mesi, anni di questo calvario, dormire come dormono gli uomini, gli esseri umani alla fine della giornata.
Tre mesi di antivirale con il criterio ” ab iuvantibus” associato alla noveva a San Giuseppe, aveva compiuto il miracolo.
Ma il risveglio mi riproponeva tutti i problemi accantonati in queste notti di tregua.
Purtroppo quando dormi non puoi gioire dello star bene, nè del non avere dolore, perchè si riprende a leggere da dove avevi lasciato il segno, appena ti svegli.
Dio ti sceglie, Dio ti ama.
Continuavo e continuo a ripetermi le parole che i mie amici mi dicono per sollevare la pena.
Ma che amore è questo che ti fa soffrire in questo modo?
Questa mattina, anzi questa notte ripensavo al privilegio che avevano i malati per mia madre.
Mia sorella per prima che ha avuto la poliomelite, poi mio fratello che la faceva disperare perchè non mangiava e poi la sorella più piccola nata con tanti problemi.
Mia madre, mi sembrava che volesse bene solo a loro, perché di me si serviva per essere aiutata nelle faccende domestiche e per essere sostituita nella gestione della casa quando era al lavoro o lontana.
Una volta sposata, mi sono presa la rivincita e per 15 anni dovette occuparsi a tempo pieno di me e di tutta la mia famiglia fino a quando divenni un po’ più autonoma.
Mia madre mi teneva sul palmo della mano, ora me ne sono resa conto, e di me si vantava e mi proponeva come modello di figlia perfetta anche se sfortunata.
Noi vediamo le cose in modo frammentario e distorto a seconda della distanza e della posizione.
Sempre una parte, mai il tutto che ti appare più chiaro man mano che te ne allontani.
Così mi sono riconciliata con mia madre, purtroppo dopo la morte e prego perchè goda finalmente nel riposo di Dio.
Oggi è la festa del cuore di Gesù.
Il cuore è il luogo dei sentimenti, delle passioni, dei ricordi, delle scelte, il terzo occhio come lo chiama Giovanni.
Questa mattina leggendo il passo che la liturgia ci propone, non ho potuto fare a meno di pensare alle scelte di Dio.
E mi è venuto in mente che non ti sceglie perchè ti vuol dare la croce, ma perchè vuole aiutarti a portarla.
Ti sceglie perchè sei bisognoso d’aiuto, perchè da solo non ce la faresti mai ad arrivare, ti sceglie perchè ha un cuore di madre e di padre, ti sceglie perchè sei affaticato e oppresso e gli dispiace e ti chiama, ogni volta che ti allontani da Lui.
“Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, io vi darò ristoro”.
Quanta sete Signore in questo deserto, quanto silenzio, quanta desolazione!
Tu ci vedi, tu ascolti il nostro lamento, tu vedi, tu provvedi

Scavare

“Egli ci consola in ogni nostra tribolazione”(2 Cor 1,4)
Oggi il Signore ci parla di consolazione, di beatitudini nel momento della prova, della lotta per testimoniarlo, nella dura e difficile professione di fede quando ci manca, quando non lo vediamo, non lo sentiamo, quando ci sentiamo abbandonati e soli.
La preghiera diventa lamento e poi grido, urlo verso il cielo che non si apre, rabbia repressa perchè ti senti abbandonato al tuo destino di morte senza averlo mai rinnegato neanche un minuto.
Ieri sera è successo che il dolore mi divorava e la preghiera smozzicata, a brandelli non riusciva ad elevarsi pura e incontaminata al cielo per toccare il Suo cuore di Padre.
Maria era con me, come lo è stata in tutti questi giorni di guerra senza quartiere, Maria di cui, Signore perdonami, sentivo l’impotenza di fronte a tanto male.
Ho soffocato la rabbia, la ribellione ripetendo giaculatorie, stringendo tra le mani il crocifisso del rosario.
Cosa non ho fatto per mantenermi salda nella fede in Colui che solo mi può salvare?
Lui sa, Lui vede, Lui conosce. Avrà pietà di me e mi consolerà, mi dicevo.
Sono qui che aspetto le sue consolazioni, aspetto la sua acqua che disseta e rigenera, aspetto la tregua di un dolore che non si misura, aspetto la liberazione da tutti i lacci che mi tengono incatenata.
Ho cercato, mentre ero nel tubo stretto della risonanza, più stretto di una bara, sconvolta dagli spasmi che dal collo si irradiavano sulle braccia ingabbiate in una posizione innaturale, di pensare che quel sacrificio non era inutile e che il Signore mi chiamava a rompere le sbarre della prigione, chiamando a raccolta tutti gli angeli e i santi del paradiso, con Maria al mio fianco.
Lotta titanica che ha sortito solo l’effetto di aprire un piccolo varco da cui non è uscito nessuno.
Fatica inutile? Non so. Ho pensato che forse dovevo scavare sottoterra, perchè il bambino che dovevo liberare era sotto le macerie, il mio bambino malato che dovevo abbracciare.
Le immagini erano quelle della liberazione con le unghie, con le mani, con la forza della disperazione, con la speranza di trovare ancora viva la piccola vittima.
Durante quell’ora che è durata secoli di vita cosa non ho fatto per liberare il prigioniero? Ma non è uscito nessuno dalla fossa che avevo scavato.
Mi sono riportata da quell’esperienza di estrema preghiera un dolore scrastrante che per tutta la notte mi ha fatto urlare e pregare, una preghiera a cui si è unito il mio sposo.
Mentre io rimanevo in silenzio, stremata dalla fatica, guardavo la sua mano che con dolcezza e con fede invocava la misericordia di Dio su di me, attraverso Maria.
Ripensavo a quante volte il letto ci ha diviso, in passato, ha aumentato le distanze, a quante volte Asmodeo aveva affondato i suoi strali.
Ma adesso che i nostri corpi si uniscono per pregare, anche quando, come ieri sera io sono rimasta in silenzio, mettendo il bavaglio alla mia rabbia, alla mia ribellione, il Signore ci ha stretto in un abbraccio di vita e ci ha fatto sperimentare la consolazione nella tribolazione.
Per essere beati bisogna essere tribolati.
La beatitudine tocca solo a quelli che hanno fame, hanno sete, piangono, cercano Dio, non si ribellano, non si nascondono dietro meriti che non hanno, la beatitudine è per noi, per me che questa mattina ho invocato il nome del Signore ed Egli mi ha risposto.
Il bambino è venuto alla luce e si è lasciato guardare, coccolare, amare.

Credere

” E’ lui che dà a tutti la vita e il respiro ad ogni cosa” (At 17,25)

Questo ha detto Paolo nel suo primo discorso ad Atene nell’Areopago, cercando di accattivarsi la simpatia della gente lì riunita, partendo da ciò che lo accomunava alla loro cultura e al comune sentire dell’uomo di tutti i tempi.
Non ci vuole tanto ad arrendersi all’evidenza che non ci siamo creati da soli e che c’è Qualcuno o qualcosa che ci sovrasta che non conosciamo.
Ad Atene c’era un altare con un’iscrizione ” Al dio ignoto ” e da lì parte Paolo perché, se i Greci non conoscono Dio, Lui sì e vuole comunicare a tutti la sua straordinaria scoperta della vera identità di Dio.
Cristo, come abbiamo letto ieri, festa degli apostoli Filippo e Giacomo nella lettera a Corinzi (1 Cor 15,8) apparve agli apostoli prima e poi a lui come ad un aborto.
Lo scopo di Paolo quindi è annunciare Cristo morto e risorto.
Ma la reazione degli Ateniesi è pressappoco quella di tanti, troppi cristiani che, pur credendo in Dio, ignorano o non tengono in alcuna considerazione Gesù Cristo, ritenendolo un optional non necessario alla fede.
Anche io un tempo pensavo così, perché non è che ci voglia una grande intelligenza per credere in Dio, ma per accettare, ammettere, accogliere il Dio di Gesù Cristo, il Dio incarnato morto e risorto per noi è dono dello Spirito.
Per 56 anni ho cercato lontano un Dio vicino, che non riconoscevo perché di Lui mi ero fatta un’idea sbagliata.
“Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso”(Gv 16,12) dice Gesù. Ed è tremendamente vero.
Ci sono cose che non possiamo capire se non dopo aver fatto esperienza dei nostri limiti e della nostra presunzione di poter sapere, capire, comprendere, ottenere tutto e subito.
Ringrazio il Signore che mi ha dato l’opportunità di verificare quanto fossero fallaci le vie dell’intelligenza, della scienza, dell’autosufficienza, lo ringrazio perché attraverso i ricalcoli dolorosi della mia vita mi ha portato a fermarmi e a contemplare la croce.
Nessun testo alternativo automatico disponibile.