“Il salario del peccato è la morte” (Rm 12,23)

SFOGLIANDO IL DIARIO…

22 ottobre 2015
Meditazioni sulla liturgia di
giovedì della XXIX settimana del T.O.
ore 7.13

“Il salario del peccato è la morte” (Rm 12,23)

A quanto pare non esiste libertà senza sacrificio, sottomissione, servizio.
Qualunque libertà ha un prezzo da pagare, anche la libertà di fare quello che ci pare e piace.
Sembrerebbe, leggendo il vangelo, che non abbiamo vie di scampo, anzi la libertà prospettataci da Gesù è ad un prezzo elevatissimo: la croce.
La croce divide, quella accettata e accolta per la salvezza di qualcun altro.
Sembra follia vivere in questo modo, per questo obiettivo.
Gesù dice che la verità ci farà liberi e liberi davvero.
Da quando ero piccola mi è pesato sottopormi alle leggi e ai divieti degli adulti e ho sempre sognato di svincolarmi da qualsiasi autorità per fare quello che più mi piaceva, quello che ritenevo giusto per me e per gli altri senza condizionamenti.
Per quanti sforzi abbia fatto non sono riuscita a svincolarmi dalla schiavitù, al padrone di turno, perchè in fondo ho solo cambiato azienda, padrone, ma mi sono sempre sentita schiava di qualcuno o di qualcosa.
Con il tempo ho capito che il più grande tiranno di me stessa ero io che pretendevo da me tutto e il contrario di tutto, vale a dire la botte piena e la moglie ubriaca.
E’ un miracolo che non sia impazzita alla ricerca della mia misura in un cimitero di bare vuote.
“Volere è potere”, mi dicevo, e così, con pazienza e determinazione, ho affilato i coltelli, ho cercato di scalare la montagna dell’autonomia, dell’indipendenza, ma mi sono ritrovata sempre a ruzzolare in basso, schiacciata dal masso che mi trascinavo sulle spalle, come Sisifo.
Mi chiedevo che senso avesse quell’assurdo gioco dell’oca che mi rimandava sempre al punto di partenza.
Poi ho incontrato il Signore, sollevando gli occhi ad un crocifisso, al Crocifisso.
“Pure tu!” gli dissi, pensando che anche lui era vittima della vana fatica di vivere.
Grazie a Dio che non mi fermai solo a guardarlo un momento, ma volli conoscere quella persona che aveva la mia stessa condizione di sofferenza.
Giorno e notte mi appassionai alla sua vicenda, perchè ero sola e avevo trovato un amico con cui condividere la mia pena.
Ringrazio il Signore che, man mano che procedevo, divorando letteralmente la Sua Parola, aumentava in me il desiderio di verificarla nella mia vita.
Cercavo la verità, anche a costo di perdere la presunta libertà che mi ero illusa di poter trovare con i miei espedienti di giocoliere e illusionista, ingannando me stessa.
L’amore cercato negli altri si trasformò in amore donato agli altri, l’amore che mi consegnò nelle sue braccia perchè solo Lui era capace di morire per me.
La sua signoria mi ha liberato da tante pastoie di morte e mi ha reso completamente libera di seguire ciò che mi fa bene, mi serve, mi piace.
Sembra un paradosso, ma è così.
Solo quando riesci a far felice un altro sei veramente felice.
E io oggi penso a Lui che mi ha dato consiglio e mi ha portato a godere dei frutti del suo sacrificio, facendomi desiderare di fare altrettanto per stargli vicino, il più vicino possibile, come lo sposo la sposa, Lui in me e io in Lui.
Come separarmi senza farmi del male?

Seduta ai piedi di Gesù ascoltava la sua parola.(Lc 10,39)

SFOGLIANDO IL DIARIO…
8 settembre 2013
martedì della XXVII settimana del tempo ordinario
ore 6:20

Seduta ai piedi di Gesù ascoltava la sua parola.(Lc 10,39)

Quando Gesù fece la moltiplicazione dei pani e dei pesci disse ai suoi discepoli:” fateli sedere”, riferendosi alla folla che da tre giorni lo seguiva.
Per incontrare Gesù, per conoscerlo, per amarlo, per servirlo meglio, è necessario sedersi.
Nell’Equipe Notre-Dame questo dovere di sedersi è alla base di tutta la spiritualità del Movimento, rivolta ai coniugi per i quali questo è il primo dovere per guardarsi negli occhi e ascoltarsi.
Ascoltare l’altro senza interromperlo, ascoltarlo senza pregiudizi, con l’animo sgombro da qualsiasi rivendicazione, mettendo a fuoco solo ciò che ci dirà, e che quello che ci dirà gli appartiene, è suo, e ci mostra come egli è.
Dovere di sedersi, dovere di ascoltare, presupponendo che l’altro abbia ragione perché sta parlando di se stesso, anche quando non sembra.
Il servizio alla persona non può prescindere da una preventiva disponibilità all’ascolto.
Molto spesso pensiamo che sia giusto quello che facciamo e ci lamentiamo della fatica e dell’ ingratitudine dei destinatari dei nostri sforzi, senza mai chiederci se veramente è quello di cui hanno bisogno.
Ascoltare è possibile solo se si riesce fare silenzio, far tacere tutte le preoccupazioni che ci attanagliano e ci legano.
Silenzio interiore… è una parola!
Giovanni, quando era piccolo, diceva che pensieri lo disturbavano e si chiedeva perché Dio aveva inventato il cervello.
Allora sorridemmo delle sue domande precoci per un bambino di 5 anni, nelle quali io mi ritrovavo a quasi 70 anni.
Gianni, mio marito, soleva dire, quando cominciarono le vie dolorose, che dovevo farmi la lobotomia, perché solo così sarei guarita, spegnendo il pensiero.
In questi ultimi tempi i pensieri non riesco a fermarli, pur volendolo, pur desiderandolo con tutto il cuore, seduta ai Suoi piedi.
Mi sembra che, come vedo offuscato, così si sono offuscati i pensieri, come è incerto e traballante il mio andare, come è impreciso ciò che faccio con le mani.
Il Signore sa di cosa ho bisogno, ma io non ci capisco più niente.
Penso al riposo, al sonno, al nulla che potrebbero in questo momento porre fine a questa agonia.
Ti chiedo perdono Signore per questi pensieri, perché vorrei riposare, dormire, non ho voglia in questo momento di ascoltarti; a te lo posso dire, tu mi capisci.
Vorrei che tutti stessero zitti, che il mio cervello, ma specialmente il mio corpo cessasse di urlare.
Mentre stavano proiettando il film a Loreto “Una storia vera” mi sono sentita male almeno nella prima ora, tanto che sentivo urgente bisogno di fuggire per andare a distendermi.
Le gambe e i piedi s’erano addormentati e volevo fuggire da quel silenzio , da quella lentezza esasperata che scandisce la storia del film…
Ho pensato quanto mi dà fastidio l’assenza di parole , andare a rilento , sì che io cerco di riempire i vuoti lasciati dagli altri con le mie parole .
È una compulsione fortissima tanto che poi non riesco a smettere, anche se me l’impongo.
Sento la contraddizione tra quanto faccio e quello che desidero fare, mi sento dilaniata, divisa e vorrei riposare nelle tue braccia Signore .
So che sarebbe la cosa migliore ma non riesco a spegnere questo cervello.
Io so che non posso tirarmi indietro , che anche il pomeriggio sarò impegnata che non troverò riposo e probabilmente non sarò in grado di ascoltarti Signore.
Non potrò sedermi davanti a te oggi, anche se ne sento forte il bisogno.
Ripulisci il mio cervello Signore, liberami da tutti i pensieri inutili e dannosi, apri una via dove sembra non ci sia, anche se non ti ho lodato, benedetto e ringraziato.

“Una storia vera” il film che hanno proiettato a Loreto i coniugi Gillini, parlava di un handicappato che comincia un viaggio alla volta del fratello che non vedeva da anni e che stava male.
L’aver litigato ferocemente con lui dopo un periodo dell’infanzia veramente idilliaco (la cosa che ricordava era il cielo stellato su cui convergevano i loro sguardi, quando il sole tramontava, un cielo che li incantava e nel quale si perdevano, un cielo stellato che non appartiene a nessuno e tutti possono goderne)
Nel corso a cui stavamo partecipando (Nonni che fortuna!), una signora della nostra età, ricordando un gesto, un’emozione, un profumo, un gesto… ( ce l’avevano dato come compito) ha detto che il nonno per farle passare la tristezza se la metteva sopra le spalle e le diceva di tirare su le braccia perché così avrebbe toccato le stelle.
Un’altra ha ricordato il velo che avevano messo sulla bara del nonno che non le fece impressione, non la spaventò, perché le sembrò cosa bella per custodire anche in futuro stenderci un velo senza nascondere i tesori.
Non so perché sto dicendo queste cose, visto che volevo fare la relazione sul corso a cui abbiamo partecipato a Loreto.
A me venne in mente, ma non lo dissi, che l’immagine più forte che mi trasmise mio padre, fu la carezza, il buffetto che suo padre, morto a 28 anni, gli dette, mentre stava in braccio a sua madre.
Era l’unico ricordo che gli aveva lasciato, una carezza…
Era un ricordo che non mi riguardava all’apparenza, ma se ci penso, forse è la nostalgia di una Tua carezza che mi aiuta a sperare che ti ritroverò mio Signore e in silenzio mi siederò ai tuoi piedi per farti parlare…

Bambini

Meditazioni sulla liturgia di
lunedì della XXVI settimana del TO
letture: Zc 8, 1-8; Sal 101; Lc 9, 46-50
28 settembre 2015 ore 7.12

“Io salvo il mio popolo dall’oriente e dall’occidente”(Zc 8,7)

(Zc 8, 1-8 )La parola del Signore degli eserciti fu rivolta in questi termini:
«Così dice il Signore degli eserciti:
Sono molto geloso di Sion,
un grande ardore m’infiamma per lei.
Così dice il Signore: Tornerò a Sion e dimorerò a Gerusalemme. Gerusalemme sarà chiamata “Città fedele” e il monte del Signore degli eserciti “Monte santo”.
Così dice il Signore degli eserciti: Vecchi e vecchie siederanno ancora nelle piazze di Gerusalemme, ognuno con il bastone in mano per la loro longevità. Le piazze della città formicoleranno di fanciulli e di fanciulle, che giocheranno sulle sue piazze.
Così dice il Signore degli eserciti: Se questo sembra impossibile agli occhi del resto di questo popolo in quei giorni, sarà forse impossibile anche ai miei occhi? Oracolo del Signore degli eserciti.
Così dice il Signore degli eserciti:
Ecco, io salvo il mio popolo
dall’Oriente e dall’Occidente:
li ricondurrò ad abitare a Gerusalemme;
saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio,
nella fedeltà e nella giustizia.
Parola di Dio
VANGELO (Lc 9,46-50)
Chi è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande.
In quel tempo, nacque una discussione tra i discepoli, chi di loro fosse più grande.
Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un bambino, se lo mise vicino e disse loro: «Chi accoglierà questo bambino nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Chi infatti è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande».
Giovanni prese la parola dicendo: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non ti segue insieme con noi». Ma Gesù gli rispose: «Non lo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi».
Parola del Signore
La parola di oggi mi fa tornare indietro, agli anni della mia infanzia, quando noi bambini giocavamo nelle piazze e i vecchi ci stavano a guardare mentre condividevano ricordi, speranze, certezze.
Era bello correre spensierati con gli amici, inventando giochi, ripetendo quelli che ci avevano insegnato. … campana, nascondino, acchiapparello, rubabandiera, uno..due…tre…stella …
Sentirsi liberi di muoversi senza pericolo di rompere qualcosa, sporcare la casa, fare rumore e disturbare i vicini, libertà di muoversi all’aria aperta, sicuri sotto lo sguardo di chi vigilava sulla nostra incolumità, anche se doveva appoggiarsi ad un bastone.
Questo passo della scrittura mi ha ricordato i tempi della spensieratezza, quando c’era chi provvedeva al cibo e al vestito e al resto, quando la nostra unica preoccupazione era quella di fare presto i compiti senza macchiare il foglio con l’inchiostro, perchè durasse più a lungo il tempo del gioco.
I bambini sono oggi anche protagonisti del vangelo, simbolo di ogni persona creata per accogliere ed essere accolta.
La grandezza di cui i discepoli discutono è contraddetta da Gesù che vede nei piccoli racchiuso il mistero dell’amore di Dio, il mistero del regno dove gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi, perchè la grandezza sta nel servire e non nell’essere serviti.
Bambini non si nasce ma si diventa, ritornare bambini, vivere l’infanzia spirituale è la meta che dobbiamo cercare di conquistare, perchè solo se ti fai bambino Dio ti può abbracciare, solo se ti fai bambino gli altri sono portati a prendersi cura di te, solo se guardi con gli occhi di un bambino non hai paura anche se a prenderti in braccio è una nonna malata e malferma sulle gambe, solo se ti fai bambino capisci quanto bisogno hanno le persone di essere abbracciate e amate da te.
Questa è la lettera che ho scritto a Giovanni( il mio primo nipotino), il libro di carne inviatomi da Dio per spiegarmi il vangelo.

21 gennaio 2003
A Giovanni che gioca sul tappeto
Giovanni stai battendo le mani, seduto sul tappeto tra i tuoi giocattoli.
Gli occhi ti ridono, il piccolo corpo è percorso da un fremito di gioia, guardando le immagini che appaiono sullo schermo della televisione.
Non capisci, Giovanni,come sono belli questi momenti, come irripetibili quelli in cui non ti preoccupi e non pensi a ciò che accadrà nel futuro.
Non hai problemi, Giovanni, tranne quello di tirarti su il naso che cola, riuscire a prendere il giocattolo che in questo momento attrae la tua attenzione.
Ti guardo, Giovanni, sei affidato a me, questo pomeriggio.
Le ossa mi scricchiolano, i nervi, i muscoli del collo sono tesi come corde di uno strumento, mi fanno male, tanto male da chiedermi come io possa badare a te, mentre sto così male.
Il sudore esce dalle mie mani, dagli occhi, da tutta la pelle cui sono sottese le corde dei tendini impazziti.
Mi chiedo come sia possibile che io sia qui con te, piegata perché tu non ti faccia male, impegnata a distrarti e a farti sorridere, ad insegnarti qualcosa di più di quanto finora abbia appreso.
Tu tendi a me le manine, mi sorridi e mi accarezzi, affondando le dita nelle mie guance, aggrappandoti ai capelli fino a farmi male.
Io rido, Giovanni, e godo di te, del tuo essere così maldestro, incapace, indifeso, piccolo, godo della tua pelle morbida e vellutata, godo delle fossette che interrompono la carne tenera delle tue mani, godo dei tuoi piedini costretti in due paia di calzini, perché fa freddo, dei tuoi pochi capelli distribuiti in modo difforme sulla testa tornita da un artefice sommo, godo della tua bocca disegnata da un maestro mirabile, godo delle tue orecchie, del suono della tua voce balbettante sillabe che solo l’amore capisce.
Giovanni sei piccolo, ancora tanto piccolo da poterti tenere stretto e coprirti con le mie braccia.
Sei tanto indifeso che io, la nonna malata ti può difendere.
Ora Giovanni ti basta il mio occhio vigile, la mia mano dolente ma ferma, le mie braccia stracciate nelle più intime fibre per darti sicurezza e conforto.
Ti basta la mia voce che ancora persuade e comunica amore e tenerezza..
Fino a quando?
Giovanni oggi voglio godermi questo momento e ne ringrazio il Signore.
Quando sarai grande, ricorda di osservare i bambini.
Sono la più grande ed efficace scuola d’amore.

“Combatti la buona battaglia della fede” (1Tm 6,12)

Meditazione sulla liturgia di
venerdì della XXIV settimana del TO

“Combatti la buona battaglia della fede” (1Tm 6,12)

Quante battaglie, quanti sacrifici, quante veglie, quanti scontri, quanti sforzi per cose che non contano Signore!
Passiamo la vita a rincorrere miraggi, a cercare di raggiungere obbiettivi che non ci danno quello che ci aspettavamo e così ci deprimiamo o ci arrabbiamo, certo non stiamo bene, perché vorremmo che i nostri sforzi fossero premiati o almeno riconosciuti.
E invece neanche questo accade e, se qualcosa che ci piace, accade davvero, dopo un impegno prolungato nel tempo e tanta perseveranza, accanimento, sopportazione dei sacrifici, pure non riusciamo a godere del frutto dei nostri sforzi solo per un breve o brevissimo lasso di tempo.
Quando le battaglie non sono buone ad aspettarci c’è il vuoto che si apre dopo che non abbiamo più niente per cui lottare e quello che abbiamo conquistato lo abbiamo balordamente sciupato e disperso.
Come neve al sole si scioglie ciò che stringiamo tra le mani se non ha in sè il riflesso della luce di un amore più grande, un amore che garantisce la durata di ogni nostro sforzo, un amore che ci chiarifica il desiderio sì da farci desiderare ciò che ti è più gradito perchè fa bene a noi, non a te.
Tu Signore non hai bisogno di niente, nè delle nostre preghiere, nè dei nostri sacrifici, nè di rosari, nè di processioni.
Non saresti Dio se ti mancasse qualcosa. Ma tu hai scelto di dare a noi il tuo amore che in te sovrabbonda, un amore incontenibile che ci avrebbe resi felici per sempre.
Tu non hai considerato un tesoro geloso essere figlio di Dio, ma hai spogliato te stesso, assumendo la condizione di servo perchè fossimo resi capaci di servire, di tornare ad avere un posto importante nel tuo giardino.
La nostra vita dovrebbe essere un rendimento di grazie continuo, perchè tutto viene da te, anche se noi continuiamo a pensare il contrario e a dare alle nostre azioni un valore assoluto.
Tutto dipende da te, la morte e la vita, perchè non ci verrà tolto un capello che tu non voglia o non permetti.
Ci sono tante cose nella mia vita che non sono andate come avrei voluto, ci sono tante situazioni che mi hanno portato a pensare che dovevo difendermi da sola e da sola trovare soluzioni per affrontare il nemico.
Da sola.
Ho pensato che, se riuscivo a trovare vie percorribili meno faticose, vie garantite di felicità sicura non potevo tenermele per me ma dovevo farne partecipi tutti quelli che da soli non ce la facevano.
Mi sono sostituita a te Signore, perchè non ti conoscevo come alleato e consigliere, non sapevo che mi amavi a prescindere, che non dovevo coprirmi, ricorrere ai trucchi più inauditi, agli espedienti più farraginosi e complicati per ingannarti.
Eri allora il mio nemico, così ti pensavo, un dio che sta con il fucile puntato per colpirti in fallo e mandarti all’inferno.
Mi dispiace, e tu sai quanto, non aver capito tante cose da subito, mi dispiace non aver avuto te per amico, mi dispiace aver vissuto così male la mia vita, tanto da ammalare la mente e il corpo.
Ora ci sono dei danni irreversibili a cui nessuno se non tu puoi, se vuoi, porre rimedio, ma ci sono altri danni che con il tuo aiuto potrei limitare, danni del poco amore, di amori sbagliati, colpevoli, amori d’uso, d’interesse, amori che non vengono da te.
Di tutto questo sto pagando le spese nel corpo che porta i segni di una passione non finalizzata alla redenzione di nessuno, ma all’affermazione della mia autonomia, autosufficienza, del mio “fai da te”.
Signore oggi ti chiedo di poter combattere con te la buona battaglia della fede.
Stammi vicino, non abbandonarmi e perdonami quando non faccio ciò che a te piace perchè realizzi il tuo progetto d’amore.
A Maria chiedo di insegnarmi a seguirti come le donne del vangelo che ti affiancavano nell’opera evangelizzatrice, contribuendo anche con i loro beni.
Ad una donna hai dato l’onore e il compito di portarti in grembo e a lei hai consegnato un mandato ancora più oneroso quando a lei hai affidato sulla croce tutti i tuoi figli.
Tua madre, ora tua sposa, continua ad assisterti per portarti ad ogni uomo, perchè ognuno impari a distinguere il bene dal male, la buona dalla cattiva battaglia.
Io sono una combattente, una guerriera, lo sai.
Ho lottato per me e contro di te troppo a lungo.
Aiutami Signore a vivere la fede sentendoti alleato con Maria per portare al mondo la buona novella dell’amore che salva.

Briciole

SFOGLIANDO IL DIARIO…

7 agosto 2013.
Mercoledì della XVIII settimana del Tempo Ordinario.

“Signore aiutami!” (Mt 15,25)

La cananea ha avuto fiducia in te e, pur essendo forestiera, ha osato chiederti la guarigione della figlia e tu l’hai esaudita.
La donna è ben consapevole che a lei non tocca la parte migliore del pranzo, del banchetto imbandito per i tuoi, quelli che ti sei scelto come primizia, ma si accontenta delle briciole, perché lo Spirito l’ha ispirata.
Le briciole, anche le più piccole, dell’infinito amore che tu nutri per noi, non possono essere divise dal tuo tutto.
Chiederti le briciole Signore è la strada per entrare nel tuo regno, prendere possesso della Terra promessa e ipotecare il futuro nel bene, nell’abbondanza nella pace e nell’amore.
Gli Israeliti, tranne pochi, dopo aver attraversato il deserto, non credettero a quanto era buona la tua mensa, quanti frutti ne avrebbero potuto trarre.
Se solo avessero avuto fiducia nelle tue promesse!
Eppure tu li avevi liberati dalla schiavitù del Faraone e avevi fatto tanti prodigi sconvolgendo l’ordine e le leggi naturali.
Ma noi siamo un popolo di dura cervice e facili a dimenticare i tuoi benefici.
Per tua grazia Signore non hai permesso che la nostalgia degli “scintillanti”(schegge di luce che il mare increspato, accarezzato dal sole del mattino, immilla, innalzando l’anima a te) spegnesse in me il desiderio di rientrare nella tua terra, nella tua casa.
Con questo caldo gli insetti hanno danneggiato seriamente tutto quello che con amore, con passione avevo coltivato per imparare l’arte del contadino, per gustare ogni mattino la meraviglia dell’inizio, lo sbocciare di un nuovo fiore, lo spuntare di nuove e tenere foglie, l’allungarsi degli steli e dei rami che pendevano lussureggianti dalle fioriere del balcone variopinto.
Ogni mattina in cuor mio ti lodavo, ti benedicevo e ti ringraziavo per la vita che continuavi a profondere a piene mani attraverso la parabola della natura che mi circondava e che mi parlava di te.
Gli altri anni di questi tempi avevo dato forfait e mi ero arresa, delusa e senza speranza per le piante che mi morivano sotto gli occhi, quelle piante che provvedevo a innaffiare dopo che le avevo ricevute in regalo.
Quest’anno ho voluto comprare piante commestibili per utilizzare il sole e lo spazio del balcone rimasto senza tendone per nostra incuria, ma anche per mancanza di soldi e per mancanza di amici da invitarvi, la sera dei giorni caldi.
Qualcosa è ancora vivo, ma devo imparare tanto per coltivare piante commestibili.
Non ho smesso al mattino lodarti, benedirti e ringraziarti per la trepidante bellezza della natura, della terra che ci hai donato di ammirare, custodire, amare, coltivare e trarne frutti.
Così gli Israeliti per la loro incredulità furono condannati a vagare altri 40 anni nel deserto e a morirvi senza entrare nella Terra promessa ad eccezione di Giosuè e di Caleb.
Certo che credere senza vedere è difficile Signore.
Pensare che quello che prometti è vero, è buono, è bello, ma anche raggiungibile è Grazia, frutto della nostalgia, del ricordo di tanti i tuoi benefici, custoditi nel sacco dei ricordi.
È per questo che ieri,in un momento di sfiducia, sono venuta da te a messa alle 7:00, e per questo ho sentito forte il desiderio di quella terra che avevo perso.
Così mi sono riconciliata con te Signore.
C’era padre Dino che mi ha accolto con un sorriso.
Eri tu che mi stavi aspettando, lo so, perché poi non mi hai negato quel pane di cui non mi sentivo degna e che era stato riposto nel tabernacolo, perché la messa era finita.
Per te mai finisce la messa, quando un cuore sincero ti cerca e io ti lodo ti benedico e ti ringrazio perché hai mutato il mio lamento in danza e mi hai abbracciato e mi hai fatto sentire quanto è grande il tuo amore per me.
Signore grazie di tutto e per tutto e a te Maria un grazie particolare perché mi hai portato il tuo e ora nostro Gesù.

SFOGLIANDO IL DIARIO…

17 luglio 2015
venerdì XV TO
ore 6.43
Letture: Es 11,10-12.14; Sal 115; Mt 12,1-8

” Lo mangerete in fretta. E’ la Pasqua del Signore!”( Es 11,11)

Gesù ci libera ,Gesù ci ama, Gesù ci vuole tutti per sé.
Sembra paradossale che uno che ti vuole tutto per sé ti liberi.
Noi siamo abituati a pensare che la libertà consiste nel fare ciò che più ci piace, ciò che ci conviene, senza che nessuno ci metta il becco.
Come è possibile che Gesù sia venuto a liberarci dalle catene del dover essere, quando poi rivendica a se la signoria, quando ci mette davanti due strade, quella che porta all’inferno e quella che porta al Paradiso?
L’essere cristiani comporta molte rinunce e molti sacrifici e anche se continuano a ripeterci che Dio ci ama, anche se non siamo buoni e bravi e osservanti, pure ci sentiamo in colpa se non facciamo tutto quello che ci dice.
Nella mia vita non mi sono mai sentita libera di fare quello che volevo e di fatto ne ero impedita fisicamente e materialmente dalle persone con cui vivevo.
A cominciare dalla mia famiglia d’origine o da quelle della nonna o della zia che a turno si occupavano della mia educazione, per non parlare degli spazi angusti in cui dovevo muovermi, il poco di tutto da condividere, il tempo del riposo e dello svago dato con il contagocce.
Che dire poi del supremo e terribile giudice che incombeva sulla mia testa pronto a mandarmi all’inferno per il più piccolo sgarro alle regole?
Le suore, dove avevo passato 16 anni della mia formazione, così mi avevano presentato Dio.
Quando mi sono sposata non ho neanche avuto la gioia di comperarmi l’abito che mi piaceva, tanto fece pressione mia madre da vincere anche su questo legittimo desiderio.
Eppure da quando mi ero laureata, erano ormai passati 5 anni, portavo a casa un discreto stipendio d’insegnante che consegnavo quasi completamente nelle mani bucate di mia madre.
Fatto sta che non mi sentivo libera per niente, anzi sentivo sempre più stringersi attorno a me le catene dei doveri sottratti ai piaceri, rubati, per lo più, vissuti con notevoli complessi di colpa.
Mi sentivo imprigionata e colpevole e desideravo la libertà.
Ho studiato, rinunciando a tante cose, con determinazione, costanza, impegno, ma di malavoglia.
I libri, i professori, la scuola, tutto avrei buttato dalla finestra come questo busto di ferro che ora mi tiene imprigionata, per un crollo vertebrale e per una compressione del midollo.
C’è chi dice di toglierlo, chi no, chi mi ha messo in lista per una prima e poi una seconda operazione sulla colonna, per rimediare alle precedenti che hanno creato i macelli.
Non mi sento costretta a fare niente ora, s’intende, perchè sono diventata grande e grazie a Dio, se faccio una cosa, cerco sempre di confrontare il mio desiderio con il Suo, quello di Dio, che è diventato il mio punto di riferimento stabile, unico, sicuro.
Dicevo della libertà che ho sognato per tanti anni, libertà per la quale ho lottato con le unghie e con i denti, libertà di mangiare quello che più mi piaceva, per esempio e quando lo volevo io, non quando lo dicevano le suore, gettandomi nella spazzatura il panino con la mortadella che mamma inavvertitamente il venerdì mi metteva nella cartella.
Libertà di mangiare senza dover aspettare che mamma tornasse da scuola e mettesse a bollire l’acqua della pasta, dimenticandosene poi, perchè doveva in fretta riordinare la casa su cui erano impresse le tracce del passaggio di noi 4 figli, compressi in piccoli spazi.
Papà mi chiamava ” Ho fame” perchè era la prima e unica cosa che pronunciavo, tornando da scuola.
Da quando a 7 anni feci ritorno nella casa dei miei, dopo tante peregrinazioni in quelle dei parenti, non facevo che gridare la mia fame e mangiare anche di nascosto.
A 14 anni pesavo 100 chili, che non è uno scherzo.
Così mi misi in pasto, io che avevo fame, al ludibrio, beffeggiamento dei ragazzi del vicinato che mi chiamavano ” vacca, cicciabomba ecc ecc”.
Le letture di oggi parlano di cibo, del cibo che era lecito o no mangiare nei giorni di festa.
Nell’Antico Testamento ci sono delle regole imposte, finalizzate a definire un’appartenenza, nel vangelo Gesù giustifica il comportamento di chi per necessità le infrange.
Certo che se mi metto a pensare a quanta fatica ho fatto per sottrarmi alle regole mi gira la testa, mentre il mio cuore si apre alla gratitudine e trova pace pensando che oggi faccio molti più sacrifici di un tempo, sacrifici impensabili, rinunce, fatiche, lotte, e tanta preghiera senza che nessuno mi obblighi.
Mi sento veramente libera finalmente di perseguire il bene perchè lo Spirito mi suggerisce di volta in volta la strada, dandomi le indicazioni giuste per non perdermi, attraverso Maria, una strada di luce, di pace, ma soprattutto di misericordia da parte di Dio che mi ama anche quando non riesco ad amarlo e a corrispondergli.
Grazie Gesù che sei venuto a liberarmi dagli obblighi, dai giudizi e dai pregiudizi e mi hai mostrato te, la verità che rende liberi davvero.

2 Cor 12, 9b-10
Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte.

“Rimanete nel mio amore”(Gv 15,9)

Meditazioni sulla liturgia di
giovedì della V settimana di Pasqua
Letture; At 15, 7-21; Salmo 95; Gv 15, 9-11

“Rimanete nel mio amore”(Gv 15,9)

Signore ho sempre pensato di non essere stata amata abbastanza, nel modo giusto, di essere stata sempre l’ultima ruota del carro e che se volevo amore lo dovevo comprare con la mia bravura, i miei sacrifici, i miei meriti.
Mamma diceva che io mi ricordavo solo le cose negative della mia vita, ed è vero.
Non ho mai ringraziato nessuno per quello che avevo, tutta protesa a guardare solo ciò che mi mancava, che mi sembrava la parte più considerevole.
Ho fatto sacrifici enormi per ottenere ciò che mi serviva per non dipendere dagli amori imperfetti della famiglia, degli amici, degli educatori.
E’ stato un vanto per me riuscire a guadagnarmi un posto in questo mondo avaro di coccole e di carezze.
Non ti conoscevo Signore e il mio pensiero non andava oltre ciò che mi veniva dai miei, a mio parere poco, troppo poco per i miei appetiti .
Con mamma avevo un conto in sospeso perché pensavo che avesse approfittato del mio carattere arrendevole e delle mie capacità per caricarmi di pesi superiori alle mie forze.
Mi è stato molto difficile riconciliarmi con lei, fare un cammino di perdono e solo quest’anno, ne sono passati dieci dalla sua morte, sono riuscita a deporre una rosa sulla sua tomba.
Questa mattina, leggendo il vangelo, ho pensato al tuo amore e a quello che mi era stato dato dalla mia famiglia e ho gioito perché per la prima volta ho percepito quanto mia madre mi amasse.
Ho ripensato a ieri quando, riordinando la casa, non ho potuto fare a meno di constatare che le cose più belle che l’arredavano erano regali di mia madre.
Non mi ero mai resa conto che erano gli unici sopravvissuti all’incuria, al tempo, alle mode e alla disinfestazione che nell’arco degli anni sto facendo di tutte le cose inutili e brutte che la ingombravano.
Ieri mi sono resa conto del bene che mi ha voluto, privilegiandomi rispetto agli altri figli, cosa del tutto nuova rispetto ai sentimenti che mi hanno animato per lunghissimi anni.
E poi, riflettendo, ho pensato che mamma con me si è comportata come tu ti comporti con i tuoi figli, dandomi fiducia.
Mamma ne ha riposto in me tanta da affidarmi compiti apparentemente improponibili ad una bambina poco meno che adolescente.
Ma lei, come te, aveva visto la determinazione e la tenacia che mettevo nel perseguire l’obbiettivo, aveva considerato i pesi da affidarmi in proporzione della robustezza delle mie spalle, ma anche la disponibilità a dire sempre di sì per farla felice.
Quando mi ammalai, appena nato il nostro primo e rimasto unico figlio, mamma si fece carico di tutti i nostri bisogni e provvide a tutto ciò che serviva, pur essendo ancora in servizio nella scuola e avendo ancora in casa una figlia da accudire e papà molto malato.
Ti voglio ringraziare Signore perché mi parli di te attraverso le esperienze della mia vita che mi sembrava tutta sbagliata.
I tuoi doni li apprezziamo purtroppo solo quando le persone di cui ti servi per donarci il tuo amore non ci sono più.