S.Matteo

Seguimi! ( Mt 9,9) 

Chi non si è sentito interpellato dalla chiamata perentoria di Gesù?
Sicuramente molti, leggendo il vangelo di oggi (se lo hanno letto, se hanno l’abitudine a leggerlo) hanno pensato che Gesù non ce l’aveva con loro, perchè la tipologia di persone che è messa al centro di questo passo è quella di uno che faceva un lavoro sporco, considerato un pubblico peccatore, sia perchè riscuoteva i soldi per la potenza ingiusta e oppressiva di Roma, sia perchè su quei soldi ci faceva la cresta, per viverci al meglio possibile.
Un’altra caratteristica di questo personaggio è il suo stare seduto ad aspettare ciò che a suo parere gli era dovuto.
Fino a quel momento Levi, che poi sarà ribattezzato Matteo, non credo si sia posto tanti problemi, sicuro di essere nel giusto, perchè chi di noi non avanza qualcosa dagli altri, non dico in soldi, ma in affetto, stima, vicinanza, compassione, amicizia ecc ecc?
Siamo tanti Levi, nascosti dietro i nostri perbenismi e tutti sediamo sui nostri piccoli o grandi scranni ad aspettare…
Ma Levi, sconosciuto agli onori delle cronache se non fosse stato per quella chiamata, pur sembrando all’ apparenza un uomo arrivato, un uomo che si era fatto una posizione, viveva il cruccio nel cuore di essere evitato per quel suo sporco lavoro.
E non è cosa semplice vivere nella tua comunità ed essere da tutti scansato.
Lo sguardo di Gesù si posò su di lui, uno sguardo non di giudizio, sicuramente, altrimenti non avremmo assistito ad una reazione così immediata, istantanea, senza ripensamenti.
Uno sguardo che può cambiare la vita!
In questa società dove è diventato cosa rara essere visti (con tutti questi marchingegni elettronici che con i loro suoni, colori e ammiccamenti, ti trasportano in un mondo dove anche il sangue non macchia e i terremoti ti lasciano comodo sul tuo letto e, se non ti spaventi troppo, puoi pure continuare a dormire), ci siamo scordati che le persone hanno gli occhi e gli occhi servono non solo per guardare, ma per essere guardati.
Mi viene in mente e come non potrebbe? l’ultima bomba mediatica del suicidio assistito con tanto di Satana che ti fa da facilitatore, accompagnatore vestito perbene.
La gente pensa che il corpo che abbiamo ci appartiene e ne possiamo fare ciò che vogliamo.
Ci sono momenti che questo non ci è possibile, perchè, anche se sei sano come un pesce, non puoi fare a meno degli altri, non fosse solo per la connessione che paghi e che ti mette in relazione???? con tutto il mondo.
Guardi, ma non sei guardato, perciò la dipendenza da questi strumenti ti fa diventare uno zombie.
Essere guardati è essere visibili, esistere.
Io ho sempre avuto un problema con la mia visibilità, perchè, quando ero piccola, tendevo a nascondermi ritenendomi uno sgorbio, veramente non ritenendomi neanche quello, visto che quando si è in tanti in famiglia ti guardano e ti cercano sempre per farti fare qualcosa.
Poi, quando mi sono resa conto di avere un corpo l’ho odiato perchè era brutto e ho passato la vita a coprirlo, a mimetizzarmi, a travestirmi.
Chissà che peccati avevo fatto per sentirmi così o chissà cosa avevo capito di Gesù in un istituto di suore frequentato per 16 anni consecutivi dall’asilo alla maturtità.
Il corpo che io nascondevo ora è allo scoperto, perchè, quando vai su una carrozzella con tanti problemi, l’importante è che uno ti porti, compresa la copertina e tutto il tuo bagaglio di pronto soccorso e che, se vai in chiesa o in qualsiasi altro luogo, tu venga messa davanti, altrimenti non vedi niente.
Mio marito ha sempre il complesso di disturbare e tende a fare l’opposto, perchè la gente poi ha problemi a incrociare una carrozzella e forse anzi sicuramente lo sguardo di chi ci sta sopra.
“Beata te che hai uno che ti accompagna!” mi sento dire, e io rispondo con un po’ di cattiveria qualche rara volta, la vera beatitudine è quando puoi scegliere se essere portato o portare.
Tornando allo sguardo…
A quanti fa bene scontrarsi con uno che sta peggio di te?
A quanti gioverebbe incrociare gli occhi di un poveretto, di quelli che in genere nei luoghi di preghiera stanno davanti, per fare una riflessione sulla propria vita, sui doni ricevuti, su quelli dilapidati, sulla nostalgia di occhi di madre e di padre che con amore, affetto, tenerezza si sono posati su di te quando non ancora sapevi camminare?
Uno guardo nostalgico di infinito, di eterno, di uno e distinto, uno sguardo d’amore, uno sguardo di perdono, perchè se sei figlio e figlio di Dio vai bene sempre a Lui e sei tu che ti devi convincere che la vita acquista valore se riesce a darne anche e soprattutto a chi ti guarda.
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“Il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra” (Dt 4,39)
Signore mio Dio sono qui davanti a te, con Maria che non ha smesso mai di pregare per me, anche quando io dormivo, questa notte, quando ero occupata a preoccuparmi di quello che dovevo fare o non fare, di quello che mi era successo e mi sarebbe successo.
Sono qui Signore con il mio limite, la mia croce, con il desiderio di unirla alla tua, di entrare in contatto con te che sei Dio e puoi risanare il mio cuore malato, la mia mente provata da tante sventure.
Io voglio seguirti Signore, voglio entrare nel tuo mistero d’amore e smettere di avere paura, ma non ci riesco.
Il mio limite è un baratro, un abisso in cui sprofondo e mi smarrisce.
Tu lo sai Signore che non vorrei che accadesse, tu lo sai che solo in te spero la salvezza, in te il riposo e la pace, solo in te.
Ma non riesco che solo per pochi attimi a vivere nell’affidamento totale nelle tue braccia, nonostante chieda in continuazione l’aiuto di Maria, l’interpelli, mi faccia da lei ricordare ciò che hai detto e hai fatto e come lei abbia potuto essere sempre serena di fronte alle tante spade che le trafiggevano l’anima.
Ho sul comodino la sua immagine, eredità di Sergio il cugino barbone, una statuetta unta e bisunta scrostata, più volte riattaccata con la colla perchè più volte è caduta.
La cosa bella di questa immagine sono le mani giunte in preghiera, una mamma anche per me che ti prega Signore quando io non ce la faccio o ti dimentico.
Una Madonna che non ha te in braccio come tutte le madonne che finora conoscevo e che prediligevo perchè mi ispiravano tenerezza.
Ma da quell’abbraccio io mi sentivo esclusa perchè eri tu e lei che eravate vicini, eri tu che venivi abbracciato non io.
Ora questa icona con le sue mani giunte, mi sembra quella di cui ho bisogno e mi rassicura perchè non smette mai di chiedere a te per me e per noi.
Signore quanto è difficile rinnegare se stessi, rinunciare a tutto, ai propri pensieri, desideri, abitudini… a tutto, per mettere davanti te.
E’ difficile ma non impossibile se ci mandi il tuo Spirito, se ci fai sostenere dal tuo amore.
Te lo chiedo per me e per i fratelli che non ti conoscono, ti invoco giorno e notte, voglio che sia tu il padrone della nostra vita.
Sempre più mi rendo conto che da offrirti ho ben poco e faccio sempre più fatica a reperire un po’ di pane e qualche pesce non proprio di giornata da far benedire, da benedire con te perchè diventi cibo per chi ha fame e sete di giustizia, di amore, di perdono.
Ti ringrazio della Santa Eucaristia in cui ogni giorno tu rinnovi il miracolo di trasformare il mio limite, le poche cose che ti porto di scarso valore, in strumento di salvezza, in forza, coraggio, fede in te che sei la vite a cui siamo attaccati.
Signore grazie dell’invito che ci fai a mettere da parte le nostre idee, le nostre aspettative, la nostra salvezza, l’idea che ci siamo fatti di te, le pretese che abbiamo sul comportamento degli altri, i nostri giudizi e pregiudizi, grazie perchè questa è la nostra croce, quella di non essere perfetti, ok, quella di non essere bastanti a noi stessi, quella di dover dipendere da chicchessia.
E’ nell’Eucaristia che tu compi il miracolo
Il rendimento di grazie è difficile quando quello che ti viene dato è troppo poco per ringraziare.
Ricordo quanto ci rimasi male la volta che mio padre si mangiò il mio pezzo di torta che io rifiutai perchè era troppo piccolo.
Voglio imparare a ringraziarti per tutto Signore, per prima cosa per il dono di tua Madre che vedo con le mani giunte a pregare, un dono bellissimo perchè è lei che mi rende presente te, raccontandomi ciò che ha vissuto con te e per te e in te.
Ti offro questo pezzo di legno, consumato, per le spalle doloranti, incapaci di portarne il peso, ti voglio ringraziare per il desiderio che sento di venire dietro a te e di guardare e imitare quello che tu hai fatto per noi.
La tua croce è grande perchè ti sei caricato il limite, il peccato di tutti gli uomini e lo porti sul monte della vergogna, per attaccarci la tua offerta, il tuo corpo di uomo, il tuo limite da consegnare nelle mani del Padre.
Voglio vedere nella tua croce anche il mio peccato, la mia paura, i miei passi traballanti, la mia fede imperfetta, voglio credere che sei tu che in questo momento porti sulle spalle il peso di tutti i peccati del mondo unito a Maria che prega e ti accompagna con lo sguardo e con il cuore, con la fede di chi sa che tu non puoi mentire e che a tutti è data la possibilità di risorgere.
Maria è morta con te e con te è risuscitata.
Come vorrei che questo potesse accadere anche a me!
Come vorrei Signore non avere mai dubbi su ciò che nella storia hai mostrato come via di salvezza!

Beati i puri di cuore

Meditazioni sulla liturgia di
martedì della XVIII settimana del tempo ordinario.
 
“Non ciò che entra nella bocca rende impuro l’uomo”.(Mt 15,11)
“Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5,8)
Signore sono qui, come ogni mattina, a cercare in te l’interlocutore, l’amico, il padre, lo sposo che mi svela il mistero nascosto della mia persona.
Tu non hai bisogno di niente, né la tua identità, la tua verità, il tuo amore dipendono da quello che noi pensiamo di te mentre noi siamo sconosciuti a noi stessi e abbiamo bisogno di chi ci guidi a conoscere cosa siamo e a cosa siamo stati chiamati.
La nostra felicità la facciamo dipendere da ciò che gli altri pensano di noi.
Proiettiamo all’esterno le nostre brutture, i nostri peccati, vedendoli ingigantiti negli altri.
Tu Signore, nonostante la nostra incostanza, la nostra poca fede, continui ad essere sempre te stesso: Dio di amore e di misericordia, lento all’ira e grande nell’amore.
Tu ci insegni le vie della vita e ci apri gli occhi a ciò che è nascosto dentro di noi, un tesoro che vale la pena di scoprire perché è germe di vita eterna.
Ho fatto ricorso prima di incontrarti all’aiuto di psicoterapeuti per conoscere ciò che albergava dentro di me e per vincere la paura di stare sola.
Quella paura nasceva proprio dal temere la mia nudità, le cicatrici lasciate dai limiti miei e dei miei compagni di viaggio.
I percorsi terapeutici, durati lunghissimi anni, mi hanno aiutato a vedere il marcio che avevo dentro, ma non il bello, il buono e questo è stato fatale.
Ho cercato in me stessa ciò che potesse aiutarmi a vivere i miei limiti senza attribuire agli altri la responsabilità di tanti miei fallimenti ma l’impresa, portata avanti da sola, si è dimostrata del tutto fallimentare,.
Avevo bisogno di incontrare la tua parola per cambiare punto di vista e per cercare la gioia dentro di me dove tu hai nascosto la vera bellezza.
Essere tua figlia, essere amata da te dall’eternità è la più bella la più grande e più gioiosa scoperta che mi ha cambiato la vita.
Portando sopra le spalle le conseguenze della colpa originaria spesso dimentichiamo il nostro limite e attribuiamo gli altri e a te la causa di tanti fallimenti.
Signore perdonaci quando non ti ringraziamo per ciò che abbiamo, per ciò che ci doni ogni giorno e guardiamo sempre ciò che ci manca.
Siamo deboli, siamo fragili, figli della colpa, bisognosi di te.
La fede si accresce man mano che ci rendiamo conto di questo bisogno insopprimibile del tuo aiuto..
Grazie Signore perché dai lezioni di vita, grazie perché veramente i tuoi insegnamenti sono luce e nutrimento per non smarrirmi durante il cammino..
Il tuo comportamento nei confronti di quelli che ti osteggiavano è esemplare perché hai mostrato a noi cosa significa veramente essere liberi.
Penso a quanto tempo ho passato per guardarmi dentro senza il tuo aiuto, quanto tempo a prendere coscienza delle cose che non andavano di me per migliorarmi, se era possibile.
Penso poi al tempo passato a cantare le tue lodi, a comunicare a chi mi stava di fronte per curarmi delle malattie immaginarie che i medici pensavano avessi, quando sei buono, bello, grande quanto preziosa è la vita che ci hai donato, quanto è grande la tua misericordia.
È stato entusiasmante Signore, io la malata, parlare al medico incaricato di raddrizzarmi il cervello, del bello, del giusto che tu rendi possibile se noi a te ci affidiamo e in te confidiamo.
Con le parole del Salmo 8 voglio esprimerti tutta la mia riconoscenza.
O Signore, Signore nostro,
Quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!
Voglio innalzare sopra i cieli la tua magnificenza,
con la bocca di bambini e di lattanti:
hai posto una difesa contro i tuoi avversari,
per ridurre al silenzio nemici e ribelli.
Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissato,
che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi,
il figlio dell’uomo, perché te ne curi?
Davvero l’hai fatto poco meno di un dio,
di gloria e di onore lo hai coronato.
Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi:
tutte le greggi e gli armenti
e anche le bestie della campagna,
gli uccelli del cielo e i pesci del mare,
ogni essere che percorre le vie dei mari.
O Signore, Signore nostro,
quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!

“Il Tempo è nelle nostre mani nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori”

” Io cancellerò dal mio libro colui che ha peccato contro di me”(Es 32,33)

Quando Dio si arrabbia non mi piace per niente, come succedeva quando mio padre si arrabbiava con noi perchè facevamo cose che non dovevamo fare.
Ricordo di quando girai intorno al tavolo non so quante volte per sfuggire alla giusta punizione per aver mancato di rispetto ad una persona.
Quella volta fu mia madre a salvarmi e anche in seguito la sua mediazione fu risolutiva.
Nella fede abbiamo la nostra Madre celeste che ci ha lasciato Gesù, a cui ci ha affidato, che intercede per noi che siamo degli inguaribili peccatori.
Se poi andiamo a guardare, Dio ha una pazienza infinita e prima di darci un castigo le prova tutte, tanto da sacrificare il figlio Gesù, perchè ci convinciamo che le sue minacce sono per il nostro bene, vale a dire che lui vede dove ci portano le nostre cattive azioni e fa di tutto perchè non cadiamo nel fosso.
Mio padre non era Dio e spesso sperimentavamo i segni lasciati sul nostro corpo di uno schiaffo dato di santa ragione.
Non condanno l’educazione severa che mi ha dato, perchè oggi solo capisco che alla base di ogni rimprovero c’era l’amore per noi figli che voleva preparare alla vita senza che soccombessimo agli inevitabili ostacoli, rimanendo onesti, educati e rispettosi delle regole.
Oggi godo dei frutti dei suoi insegnamenti; ma quanto tempo è dovuto passare perchè me ne accorgessi!
Le esperienze sono state come un lievito o come un seme che è maturato pian piano.
Ho dovuto attendere per capire che essere genitore comporta una grande responsabilità che ti porta a dire no dolorosi ma necessari, pochi in verità rispetto ai tanti sì dettati ugualmente dall’amore.
Oggi mi è più facile capire le parabole del regno, perchè in tutte vedo Dio che opera per il mio bene.
Ma bisogna attendere, non avere fretta.
Il granello di senapa come il lievito hanno bisogno di tempo per mostrare la forza dirompente che è al loro interno.
A noi non piace aspettare e vogliamo tutto e subito.
La nostra civiltà per un verso ci ha portato ad accorciare i tempi d’attesa attraverso le nuove tecnologie, per l’altro non ci ha esonerato dal fare la fila per qualsiasi cosa occorra, al supermercato, in ospedale, in banca, sulla strada e sull’autostrada, ecc. ecc.
Penso che l’arte di attendere è virtù divina per questo Gesù ci invita a non avere fretta e a sperare che tutto si compirà.
Sono capace di attendere?
A questo proposito voglio ricordare un incontro che mi ha cambiato la vita.
“Il Tempo è nelle nostre mani nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori”
A Champoluc (dove mi accorsi che i veri malati, i grandi malati non s’incontrano per le strade del mondo, non frequentano salotti perbene, non fanno bella mostra di se nelle vetrine di lusso), senza capirle al momento, me l’ero appuntate su un foglio quelle poche parole che avrebbero cambiato il mio correre in fretta, correre sempre senza mai fermarmi un momento.
La madre di un bimbo piccolo piccolo (…un mucchio di ossa scomposte in un corpo di cera…due occhi indifesi, ma il viso disteso, sereno di una dolcezza struggente nel languore di chi si abbandona fiducioso all’abbraccio) …quella donna così rispondeva alla mia stizza per il tempo che mi sfuggiva di mano.
Da allora, per paura di dimenticarle avevo deciso di trascriverle ogni anno nella prima pagina dell’agenda quelle parole.
Oggi non ho più bisogno di scriverle sulla prima pagina dell’agenda per meditarle e farle mie, perché le ho scritte nel cuore e a quell’angelo mandato dal cielo, il mio grazie sincero e riconoscente giunga come dolce carezza .

Inverno

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“La gente subito lo riconobbe”(Mc 6,54)

Cosa dirti o Dio che non ti abbia già detto con le parole o con il silenzio, con il trasalimento dell’anima o con lo smarrimento e la paura?
Ogni mio sentimento, ogni mio pensiero, ogni respiro, ogni lacrima,ogni dolore o gioia porta a te mio Signore.
“Questo Dio che celebro nelle mie carte, io lo vedo presente ovunque.
Lo vedo nei fiori del mio giardino,
dalla luce che sprizza sulle mie pupille,
nell’aura che m’imbalsama la vita,
lo tengo in quest’anima mia.”
(F. BACONE)
Il tema che davo ai ragazzi ogni anno e che solo quando ho smesso di insegnare ho visto realizzarsi nella mia vita…
Era bello Signore, entusiasmante scoprire tutto ciò che di bello mi circondava e che tu avevi creato.
I bambini a me affidati, i nipotini, sono stati lo strumento per accorgermi del cielo, del mare, dei fiori, della luna e delle stelle, del soffio del vento leggero….
Ogni giorno una scoperta, ogni giorno un grazie a te che avevi fatto bene ogni cosa.
Mi sentivo felice nonostante il peso del corpo che trascinavo a fatica, nonostante le notti insonni alle prese con il dolore.
Ma c’era spazio per gioire e dirti grazie da sola e con loro perchè il tanto che mi davi mi faceva dimenticare la mia vita divisa a metà tra lo spirito e la materia, tra spiragli di luce che illuminavano e azzeravano l’oscurità della notte.
Lo spazio per stupire si è sempre più ristretto e l’angoscia sta prendendo il posto dell’entusiasmo dei primi tempi.
E’ come quando le giornate si accorciano e devi accendere la luce se vuoi vedere.
La tua parola è stata sempre la mia luce, che non conosce alternanza di stagioni, ma ora si è fermata sull’inverno, freddo, sui rami scheletriti degli alberi, sullo scempio delle mie piante che mi sorridevano al mattino.
La tua parola si è fermata sul crocifisso in cui ti incontrai, compagno di viaggio insostituibile, di tanti giorni faticosi, di tante notti passate nel pianto e nel dolore.
Tu Signore camminavi con me schiodato da quella croce e la tua voce leniva il mio lamento, asciugava le mie lacrime, mi riscaldava il cuore.
Eri il Risorto, il Dio con noi, l’Emanuele di cui io ero un microscopico frammento, una piccolissima cellula del tuo corpo mistico.
E mi bastava.
Mi bastava saperti accanto, mi bastava, quando non ti vedevo, ascoltare Maria tua madre che ti rendeva presente, raccontando la storia che ci ha reso figli, amati a prescindere, figli di Dio, figli di re.
Sempre meno mi sono soffermata sul crocifisso, a collocazione provisoria come diceva don Tonino Bello.
E ora te ne sei andato. Mi hai lasciato sola come quel venerdì santo in cui si spensero tutte le luci e il tabernacolo rimase sinistramente vuoto.
Ogni anno succede, ma il trauma della prima volta che non sapevo che eri andato agli Inferi a liberare i prigionieri, sperimentando la massima distanza dal Padre, l’Inferno, mi ha segnato.
E ieri è successo di nuovo, guardando il crocifisso che è stato spostato più in basso nella parete laterale, vicino ai banchi. Ti sei mischiato tra la gente e ora non c’è più bisogno di alzare il capo per incontrarti, ora ti possiamo toccare e vedere, adorarti e pregarrti, sentirti prossimo alle nostre infermità.
Hanno messo al tuo posto sopra l’altare, il quadro di San Giuseppe nella sua bottega di falegname.
Scalzato da San Giuseppe, ti sei fatto da parte mischiandotl alla folla dei tuoi fedeli.
Ti guardavo nella tua immobilità, in quella posizione che ti contraddistingue da secoli, a braccia aperte, il capo reclinato trafitto da spine.
Ho pensato che il tempo si era fermato sul tuo dolore come sul mio, un dolore che non si misura, un dolore che supera le barriere dello spazio e del tempo e traghetta nel mistero insondabile del tuo amore.
Non voglio camminare con un Dio morto, ma risorto.
Non voglio rimanere attaccata alla croce più del tempo necessario, voglio venire con te mio Signore che non dimori nei cimiteri ma nella storia dei tuoi figli, nel mio giardino sfiorito, nel tumulto dei miei pensieri, nella paura e nello smarrimento di questa stagione senza germogli di speranza..

sfogliando il diario…

“Figlioli rimanete in Lui”(1 Gv 2,28)

” In mezzo a voi c’è uno che non conoscete” dice Giovanni Battista a quelli che lo interrogano sulla sua identità.
Riconoscere Cristo non è semplice e io questa mattina sono andata dal sacerdote perchè mi aiutasse a vivere lo smarrimento di un Dio muto e sordo, per vincere la paura e l’angoscia di esere lasciata sola a combattere quest’ennesima, se non ultima battaglia.
Gesù non deve venire, c’è, è qui in mezzo a noi, dice Giovanni Battista.
Ma come trovarlo?
Quali sono i suoi connotati, da cosa possiamo capire che è lui, anche quando non ci salva dalla nostra salvezza?
Questa mattina sono andata da padre Carlo a confessargli la paura, l’angoscia, la disperazione per non essere in grado di vivere in lui tutto quello che mi stava succedendo.
Volevo trovare Gesù, volevo trovare quel Padre di cui è venuto a parlarci, un padre che se gli chiedi un pane non ti dà una pietra.
E in questi ultimi tempi a me sembra che dal suo tavolo cadano solo pietre che fanno sprofondare sempre più in basso.
Dopo aver consultato tutti i medici ufficiali e alternativi, dopo aver fatto indigestione della Parola di Dio, dopo aver ripetutamente ogni notte chiesto a Maria come aveva potuto rimanere in silenzio di fronte a cose così tanto grandi e incomprensibili a cui era stata chiamata, dopo aver urlato, pianto, supplicato perchè un segno mi illuminasse la strada, sono andata da Lui.
Sì perchè se non trovi il Signore significa che ti sei dimenticato dov’è la sua casa, il luogo del suo riposo che diventa anche nostro se non te ne allontani.
Perciò sono andata a confessare la mia poca fede, bussando alla porta del confessionale dove avrei mendicato il suo abbraccio misericordioso.
E non mi sarei allontanata se non avessi sentito su di me la sua mano benedicente, il suo sguardo posarsi sulle mie ferite, il suo olio spalmato sulle lacerazioni di tante lotte.
La fede è pace, è gioia, è speranza, è sangue che torna a fluire nelle tue vene.
E così è stato.
Ho ripensato a Giobbe il primo personaggio incontrato sulla strada del ritorno a casa, tanti anni fa, quando cominciai un cammino all’indietro, un cammino in compagnia del Crocifisso, incredibilmente vivo, perchè è da allora che ha cominciato a parlarmi.
Lo faceva anche prima, ma ci vuole del tempo per accorgerti che Dio è nel terremoto, nella tempesta e nella bonaccia, nel vento forte e nella brezza leggera.
Allora non capii cosa significava rinunciare a capire, fidarsi e affidarsi alla persona che conosci per sentito dire.
Mai come oggi ho capito la lezione di Giobbe che ritrovò i suoi beni quando accettò di non capire e riconobbe la superiorità del Suo creatore nel quale aveva sempre confidato.
Così il mio lamento si è mutato in danza e il desiderio di rimanere nella sua casa è tanto grande che nulla mi sembra più desiderabile.
Ma io so che torneranno i dubbi e le paure, le angosce e i dolori del parto, ma io voglio fare incetta di questi “scintillanti” per trarli fuori dalla mia bisaccia in tempo di carestia.
2 gennaio 2016

Coperture

Feto

(Salmo 138) Signore, tu mi scruti e mi conosci.

Oggi, leggendo la Parola di Dio non posso non ricordare quanto mi raccontava mia madre a proposito del mio rifiuto, della mia ribellione a che qualcuno mi spogliasse.
Nessun medico ci era riuscito, fin da piccolissima sì che mi compiacevo del fatto che della famiglia ero l’unica sana, quella che poteva fare a meno di tante sevizie a cui si dovettero sottoporre i miei fratelli, sempre alle prese con qualche malattia.
Le mie se c’erano me le facevo passare, non le esibivo, anzi le nascondevo sotto un cumulo di coperture adatte all’occasione.
Mi convinsi che non avevo bisogno di nessuno e che ero forte, più forte di ogni male.
Mi sembrava segno di debolezza estrema mostrare i miei limiti, le mie ferite, le storture, le disarmonie del corpo che i vestiti con sempre più sapienza nascondevano.
Andavo fiera della mia arte mimetica tanto da convincermi che con la volontà guarivo le malattie o non le facevo esistere.
Campionessa nel pulire l’esterno del bicchiere i miei trucchi li dispensavo a tutti, fiera della mia bravura .
Adamo ed Eva si coprirono con una foglia di fico le vergogne nel momento in cui si ruppe la comunione con Dio e con l’altro.
Non si è capaci di condividere la propria inadeguatezza se te ne vergogni, se non l’accetti, se attribuisci all’altro il tuo giudizio inclemente.
Bisogna incrociare lo sguardo del Dio di misericordia, del Dio amore, sentirsi accarezzati dalla luce e dalla tenerezza che si sprigiona dai suoi occhi, dal suo cuore di carne, cuore di madre e di padre, cuore di chi ti ha creato per amore e ti ha chiamato all’amore
Ci si può nascondere agli uomini, ma non a Dio, possiamo arrivare ad ingannare noi stessi, le prime vittime della nostra mistificazione, ma non puoi ingannare Lui che ci ha creati e sa di che pasta siamo fatti.
La nostra vita è un cammino di spogliamento, che tu lo voglia o non voglia.
Arriva il momento che non le belle forme attirano l’occhio del cuore, il terzo occhio come lo chiama Giovanni, ma la tua debolezza, le tue armi spuntate, la tua impotenza che fa riflettere.
Impotenti a fronteggiare il degrado del tempo, della malattia, del disagio esistenziale, della morte.
E’ sul legno della croce che conosci l’intimità con chi non ha niente da offrirti se non quello dell’attesa e del servizio.
Paradossalmente la più grande intimità la si raggiunge non quando nel fiore degli anni e nel rigoglio dei profumi della primavera, ti unisci. alla persona che ami, accarezzandone la bellezza delle forme, la freschezza della pelle, specchiandoti nei suoi occhi pieni di ardente passione.
E’ nel tramonto della passione, nel fiore appassito che scopri il frutto succoso e buono che appaga la fame e la sete e ti dà vita.
Mai come in questi ultimi tempi ho vissuto momenti di paradiso quando la mano raggrinzita del mio sposo la notte si posa sui miei occhi, perché, come quando ero bambina, il sonno non tardi e mi si allevi la pena.