“Signore, da chi andremo?” (Gv 6,68)

“Sceglietevi oggi chi servire” (Gs 24,15)
“Anche voi volete andarvene?”(Gv 6,67)
Gesù chiede ai suoi discepoli, come anche Giosuè al popolo di scegliere. Molti se ne andarono e, anche tra chi rimase, ci fu chi poi lo tradì.
Pietro di fronte alla domanda: “Ve ne volete andare anche voi?” risponde: “Signore dove andremo? Tu solo hai parole di vita eterna”.
Pietro non aveva capito tutto di Gesù, né gli altri discepoli che davanti alla croce fuggirono e si nascosero.
Però Pietro come gli altri aveva sperimentato che Gesù è l’unica alternativa valida per non morire.
Oggi penso che Gesù rivolga anche a me questa domanda.
Le esigenze della fede si fanno sempre più intransigenti, dure, incomprensibili a volte, ma io penso a quando stavo alla base di questa montagna, quando credevo che il punto dove ero arrivata era il più alto che potesse essere raggiunto.
Penso a questa scalata che dura da diciotto anni, in compagnia della Parola, al percorso accidentato, agli ostacoli, agli smarrimenti, alle improvvise schiarite, ai luoghi nascosti improvvisamente illuminati dal sole dove ho visto spuntare i fiori più belli.
Penso alla consolazione, alla gioia di tante piccole soste nel cammino in cui Dio mi ha dato da mangiare e da bere, mi ha curato, mi ha preso in braccio.
Sono molto affaticata, perché la montagna è alta e ripidi e stretti i suoi sentieri, ma penso che non solo chi ha le gambe può godere del meraviglioso panorama che la natura ci offre.
Le cime di Lavaredo si possono gustare e vedere solo se percorri lo stretto e lungo sentiero che costeggia i tre giganti dell’aria, ma anche chi è preso per mano dal Figlio, è sollevato alla sua altezza, ha chi lo porta sopra le spalle e, come un bambino, vede più in alto del genitore, perché  sta più in alto della sua testa.
Signore ti ringrazio di ciò che mi doni attraverso gli infiniti canali della tua grazia
Elisabetta, mentre faceva la passeggiata in alta quota, davanti alle cime di Lavaredo, pensava a me che non posso camminare.
Probabilmente ne aveva più bisogno più di me, vista la vita frenetica che spesso impedisce di mettersi in contatto con te, attraverso le grandiose opere d’arte della tua creazione.
Io ho tanto tempo a disposizione per esplorare l’universo che hai messo nelle mie mani, un universo d’amore, di pace, di gioia, di perdono.
Ora sono qui su questa montagna e mi smarrisco, ma non posso tornare indietro, perché so cosa mi sono lasciata alle spalle e so che in te ho trovato un alleato potente.
No Signore, anche se a volte il tuo linguaggio è duro, anche se non lo capisco subito, non me ne voglio andare.
Voglio rimanere con te.
Sempre.
Solo tu hai parole di vita eterna.
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” Maestro non t’importa che siamo perduti?”(Mc 4,38)

VANGELO (Mc 4,35-41)
In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».
Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».
” Maestro non t’importa che siamo perduti?”(Mc 4,38)
Questo vangelo ci riguarda molto da vicino.
Chi non si riconosce in quello che almeno una volta nella vita, ma sono molte di più le occasioni che ce lo fanno pensare, non abbia rivolto a Dio questa domanda?
Dove sei? Signore mio Dio quando mi assalgono flutti di morte, dove sei?
Quando le acque mi stanno sommergendo dove sei?
Quando la paura mi sconvolge la mente e mi strazia il cuore dove sei?
Quando non ho nessuno che mi tenda la mano, nessuno che mi rialzi, mi sollevi dal fango in cui sono caduta, dove sei?
Dove sei Signore mio Dio quando la prova si prolunga nel tempo e le braccia sono sfibrate, incapaci di sollevarsi ancora in alto, dove sei?
Dove trovarti Signore quando il mio grido nella notte sale a te e mille demoni mi stritolano e mi legano con funi poderose le membra del corpo?
Dove sei quando mi tappano la bocca e m’impediscono di proclamare il tuo nome santo?
Dove sei Signore mio Dio quando tutto il mondo mi crolla addosso e nessuno si salva dalla grande catastrofe? Dove sei mio Dio?
Ti ho cercato per anni: scrivevo su ogni foglio, libro quaderno questa domanda che diventava sempre più assillante, quanto più la malattia e l’incomprensione di ci mi stava accanto aumentava.
Ti ho cercato Signore in ogni luogo, nel cielo, nelle dispute dotte, ti ho cercato lì dove mi avevano insegnato tu risiedessi immobile sul tuo trono di gloria.
Il cielo era troppo lontano per me, perchè mi avevano insegnato che là tu risiedevi, essere perfettissimo, creatore e Signore di tutto.
Ho pensato ad una radio: se avessi avuto una radio sicuramente avrei potuto connettermi con te, ma la ia radio non funzionava.
Mi arrivavano solo scariche rumorose e incomprensibile il messaggio ad essa affidato. Ho pensato che forse esisteva un bottone che io non conoscevo e che dovevo trovarlo. Sicuramente era un problema di bottone giusto da premere.
Così ho cercato quel bottone e finalmente ti ho incontrato inchiodato ad una croce.
E’ difficile accettare un dio crocifisso, un dio debole, un dio che dorme, ma a quei tempi per me è stato un miracolo vederti nell’impotenza e nel limite di un umanità che ci accomunava.
Tanti anni sono passdati e siamo diventati inseparabili, ma la strada si fa più erta, le insidie sono ad ogni passo, ad ogni passo rischio di cadere.
E cado e mi rialzo e cerco il tuo volto, un volto di carne, uno sguardo d’amore, una parola di vita.
Ma proprio quando ne ho più bisogno tu dormi.
Giovanni, se mi vedeva con gli occhi chiusi mentre mi raccontava cosa gli era successo, prima di addormentarsi il pomeriggio nel mio grande lettone, mi ficcava le dita negli occhi per tenermeli aperti “altrimenti significa che non mi stai a sentire!” diceva.
Io lo stavo a sentire, non c’è dubbio, perchè mi era affidato dai genitori e dovevo vigilare su di lui. Ma lui voleva un segno della mia costante attenzione.
Anche io Signore, nonostante non sia più una bambina, per problemi molto più grandi, cerco un segno della tua attenzione.
Ne ho bisogno Signore, specie quando la battaglia è senza esclusione di colpi, quando il nemico già sta pregustando la spartizione del bottino, quando le forze provate duramente mi stanno abbandonando e sulle labbra la preghiera si strozza, in un gemito, un sospiro, un pianto, un grido di ribellione.
Dio dove sei?
In questi ultimi tempi, anche guardandonmi intorno, mi chiedo se sei in ciò che ci manca, in ciò che ti nega, nel silenzio del deserto sconfinato, nel minaccioso turbinare delle onde, nella tribolazione di tanti che non ti conoscono, nella superbia di chi ti nega.
“palpita sulla poltrona del presidente e nei calzari dell’atleta. Egli è qui, non cercatelo nelle chiese…”
Così si concludeva il tema di una ragazza di 15 anni a cui avevo dato da svolgere un tema su un pensiero di Bacone
” Questo Dio che celebro nelle mie carte, lo vedo presente ovunque, lo vedo nei fiori del mio giardino…”
Allora non ti conoscevo Signore, ma a quel compito misi il massimo, tanto mi aveva fatto vibrare le corde più profonde del cuore.
Ma ora non mi basta vedere i fiori del giardino, non mi basta sollevare lo sguardo al cielo stellato, nè immergermi nell’incanto del mare scintillante di luce, quando il sole sorge al mattino.
Non mi basta quando il dolore mi impedisce di assumere qualsiasi posizione, quando non c’è medicina che lo allevi, quando non trovo consolazione e gioia nella preghiera, quando il deserto si stende a vista d’occhio e il cielo sembra tanto lontano.

Ti cerco

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SFOGLIANDO IL DIARIO

22 aprile 2011.
Ore 7:30.
Venerdì Santo.
“Che male che ti ho fatto popolo mio?”
“Che male che ti ho fatto mio Signore?”.
“Ho sete”.
Lo hai detto alla Samaritana, le hai chiesto acqua da bere, tu che sei la fonte della vita.
Hai rivolto la stessa richiesta dalla croce a tutti noi.. avevi ancora sete.
La tua sete non era stata placata, ma ti hanno dato una spugna imbevuta di aceto.
Anche io Signore, oggi ho sete, sete di senso, sete di vita, sete di normalità, sete di gioia, sete di amore, sete di te Signore che ti nascondi.
Dove sei Signore?
Quando ti sono venuti a prendere, tu hai chiesto “Chi cercate?”…
Lo hai chiesto a tutti e hai risposto “Eccomi, sono io quello che cercate” e ti sei consegnato senza opporre resistenza.
Io ti cerco Signore in questi giorni che la liturgia ci ripropone la tua passione e la tua morte, ti cerco ma non ti trovo.
Anche io Signore ho sete, una sete che non riesco a soddisfare con la tua Parola e la memoria di tanti tuoi benefici, né con la preghiera continua, né con l’Eucaristia, né con gli affetti.
È una sete che non si spegne, che non trova risposta che in piccoli rigagnoli di acqua.
Troppo grande è la mia sete per poter essere soddisfatta da qualche goccia che cade dal tuo altare, Signore.
Sono stanche le mie braccia di essere tese in alto… anche il passero trova la casa presso i tuoi altari, Signore.
Cosa ti ho fatto? Perché questo deserto è così infuocato e si stende a perdita d’occhio?
Non vedo all’orizzonte che una distesa di sabbia, non c’è oasi dove poter sostare, non c’è pace nè ristoro in questa mia vita di sofferenza.
Signore dove sei?
Rispondimi. Vieni presto il mio aiuto.
Sono stanca lo vedi, non sopporto più questo peso.
Solleva il fardello che grava sulle mie spalle: è troppo pesante e da troppo tempo che cammino.
Quando mia sorella era piccola io la dovevo portare in braccio; ricordo quanto mi pesava e dicevo a mia madre “Ti prego mamma portala un po’ tu, mi fanno tanto male le braccia “.
E mamma mi rispondeva “Ancora un poco ti prego, ancora un poco”.
Ricordo la fatica e il dolore.
Ero piccola, troppo piccola per sopportare quel peso che mi ha storto la schiena.
Tu Signore fai altrettanto? Non posso crederlo.
Tu non sei uomo, tu sei Dio.
Signore perché mi rispondi come mia madre?
Perchè non attenui questo calvario?
Signore mio Dio tu sai, tu vedi, tu conosci.
Al dolore si è aggiunto e sovrapposto lo scoraggiamento, il tuo silenzio Signore.
Il silenzio non lo sopporto, lo sai.
Dimmi qualcosa di prego, parlami come tu sai fare, non mi lasciare sola a combattere una battaglia così feroce.
Ti prego Signore io ti cerco, non per ucciderti, ti cerco perché ho sete ti cerco perché solo tu puoi aiutarmi, solo tu Signore.
Non conosco nessuno che possa lenire questa sofferenza, non so dove cercare.
Signore sono venuta in chiesa ogni giorno con un atto di volontà, ti ho ti ho cercato nel tempio, ti ho cercato nella preghiera, ti ho cercato nell’Eucaristia, ti ho cercato nella nella tua Parola.
Ti ho cercato nei fratelli, cercato nelle medicine, nei medici, nei miei diari, sfoghi notturni di tanto patire.
Cerco te Gesù il Nazareno, Gesù figlio di Dio, Gesù il Salvatore, il Redentore morto e risorto per noi.
Cerco te, proprio te Signore, ma non per ucciderti.
Ti prego non fuggire via, non nasconderti, non permettere che tocchi il fondo del calice amaro dell’impotenza della preghiera, dell’inferno come somma distanza da te, non permettere che io vada ancora più giù Signore, perché sento che vengono meno le forze.
Signore mio Dio io cado, io precipito, io muoio.
Maria madre dolcissima a te mi rivolgo perché tu solo puoi aiutarmi a dare forza alle mie parole e presentarle al Signore sfrondate da ogni eccesso.
Tu sola Maria puoi portarmi Gesù, puoi portarmi davanti a Lui.
Non so cosa chiederti ma tu sei madre, madre purissima, madre castissima, madre senza peccato, madre di Dio e madre nostra, tu madre consigliami, assistimi, fammi tornare a casa.
Ore 9
Lodi in chiesa a San Giuseppe.
Con Giovanni abbiamo contemplato e fotografato l’altare spoglio e il tabernacolo vuoto..
Davanti all’altare della reposizione ho sentito una presenza.

 

La Sua presenza.

 

Non lasciarti cadere le braccia

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” Non temere Sion, non lasciarti cadere le braccia” (Sof 3,16)

Veramente Signore ho bisogno che qualcuno mi sollevi da terra, che asciughi le mie lacrime, che mi rialzi da questo stato di sconforto, di desolazione, di sofferenza, di stanchezza, di non sonno, non gioia, non natale.
Ho bisogno Signore di stringere tra le mani qualcosa che non sia una medicina, di bere qualcosa che non sia un veleno che si aggiunge ad altri veleni, di qualcuno che non mi si avvicini con un ago, una macchina, un catetere, un martelletto, un letto che non sia una lettiga, un auto che non sia un ambulanza, di amici, che vengono a visitarmi, non chiamati per scrivere ricette, riempire moduli, consigliare o sconsigliare una cura.
Ho bisogno Signore di qualcosa che non mi ricordi la malattia, di un sonno che mi faccia andare in vacanza da questo inferno di dolore e di sofferenza.
La scorsa notte mi sono messa ai tuoi piedi, come un cane mi ti sono aggrappata, mi sono tenuta vicino a te, il mio padrone, che mi fa sentire al sicuro.
Un cane, mi sentivo un cane in cerca di un padrone da cui sentirsi protetto. Tu l’hai permesso e io ho trovato la pace.
Ho ripensato a quella donna che ti chiedeva non so cosa e che al tuo diniego ti ricordava che anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole che cadono dal tavolo dei loro padroni.
Non ti chiedo più nulla, perchè già tanto, tutto ti ho chiesto fino ad arrivare all’essenziale.
Ora è arrivato il tempo di chiudere la bocca e aspettare che tu decida di me, della vita o della morte, non della disperazione.
Sono qui Signore ad aspettare che la tua mano tocchi la mia, che il tuo sguardo incroci il mio, che mi senta amata da te ancora, per sempre, perchè tu sei il mio Signore, il mio Salvatore, perchè non mi sono sbagliata, è solo questione di tempo.
“Il tempo è nelle nostre mani, nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori.”
L’ho trovato e l’ho tenuto stretto l’infinito, ho cercato con tutte le mie forze, con tutta me stessa di non smarrirlo.
Ma mi è scivolato dalle mani, senza che me ne accorgessi, come quel piccolo Gesù, il mio tesoro, che, quando ero bambina, non trovai più nel pugno dove lo custodivo.
La ferita di quella perdita non si è ancora rimarginata, perchè ero sola e quel bambino era il mio unico compagno di giochi.
Tu Signore sei altro, lo so. Sono diventata grande e lo capisco, almeno questo.
In fondo non è tanto quello che uno perde ma il vuoto che lascia, quel vuoto che ti fa soffrire.
Io so che mi stai ascoltando, che un giorno ti vedrò, non necessariamente questo natale, e mi chiedo quanto ancora dovrò aspettare.
Un Natale senza luci, quello di quest’anno, un natale dove nel mio piccolo presepe Gesù è già nato, perchè per non fare fatica e correre il rischio di perdere i pezzi, lo scorso anno, il presepe non l’ho messo in cantina, ma sul mobile della sala, perchè fosse natale ogni giorno dell’anno.
Mi chiedo se ho fatto la scelta giusta, se anche solo cambiando posizione agli oggetti ogni tanto, la vita cambia, cambia il punto di vista.
Sicuramente sì, ma arriva il tempo in cui non hai nessuno che ti aiuti a fare certi traslochi e ti devi arrangiare da sola.
Su suggerimento di Emanuele ho messo al posto del bambinello la Bibbia, Emanuele a cui non sfugge nulla e che si è ricordato la sana abitudine di questa casa, di attendere il Natale con la Parola messa tra la paglia.
Grandiosi i bambini che ti rinfrescano la mente, diventando la tua memoria quando diventi vecchio!
Ed io mi sento vecchia, tanto vecchia da chiedermi il senso di questo natale.
“Non lasciarti cadere le braccia” le parole che mi hanno colpita.
Ieri ho chiamato M. l’angelo che mi accompagna, perchè facesse sotto la mia guida le cartellate, il dolce simbolo dei natali della mia infanzia, il profumo di mio padre e delle sue tradizioni che si portò dietro quando si sposò e che trasferì a mia madre e a noi figli.
Ho desiderato mettermi in contatto con i miei cari attraverso quel profumo di mosto cotto misto a cannella, quel segno di festa nella nostra povera casa dove la cosa più dolce era il pane raffermo tagliato con cura a dadini da papà, che immergevamo nel latte, quando riuniti al mattino facevamo la colazione.
Nostalgia di profumi, nostalgia di sapori, nostalgia di presenze, nostalgia di un calore che solo tu oggi Signore mi puoi dare in questo natale senza suoni che non sia la parola che esce della tua bocca.
“Una voce, il mio diletto!”
La liturgia oggi parla di voci che si odono, che fanno sussultare, che riempiono di guoia, che ti portano a danzare come fece Davide davanti all’arca santa.
La gioia è il distintivo del cristiano e io non voglio perderla Signore.
Donami la gioia di accorgermi che tu stai arrivando anche se non ti vedo.

Mi ami tu?

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” Confidate nel Signore sempre” ( Is 26.4)

Mi chiedo Signore se io sono capace di confidare in te sempre, di perseverare nella preghiera, nella fede, nella speranza, nella carità, nell’amore.
Questa mattina mi interrogo soprattutto sulla mia perseveranza nell’amore non tanto verso i fratelli che vedo di rado ma che porto nel cuore e ti presento ogni volta che mi metto alla tua presenza, quanto sul tuo amore per me.
A volte mi vengono i dubbi, visto come vanno le cose.
Tu hai chiesto a Pietro: ” Mi ami tu?” ed era importante la tua domanda perchè gliel’hai fatta tre volte.
Non ti sei formalizzato alla quantità di amore che desideravi ma ti sei accontentato da subito e da subito gli hai dato l’incarco di pascere le tue pecore con l’amore di cui era capace.
Tu sei Dio e il tuo amore è infinito, questo penso sia l’attributo che più corrisponde alla verità del tuo essere Dio, il mio Dio, il Dio dei miei padri, il Dio di Gesù.
Quando non riesco a lodarti, benedirti e ringraziarti per la prova che ininterrottamente mina il corpo e la mente, notte e giorno protendendo le mie mani verso la tua acqua, la fonte viva e rigenerante della vita, quando la vita diventa solo un peso e il giorno un susseguirsi di no, io mi chiedo se il tuo amore è così grande come lo immagino, come lo desidero, come penso che dovrebbe essere.
Mi chiedo e ti chiedo quanto dovrò aspettare per vivere la gioia di essere tua figlia, di sentirmi definitivamente a casa al riparo da ogni paura e da ogni inganno.
Me lo chiedo dopo l’ennesima notte passata nel tormento del corpo e nella preghiera incessante, me lo chiedo questa mattina che mi appresto a cercare ragioni di speranza, spiragli di luce nella mia insignificante quotidianità.
Ho fatto indigestione della tua Parola Signore, questa notte, nella speranza di trovare un varco a tanta sofferenza, un senso, una direzione a dare al mio cammino, al mio esodo per una terra che non conosco.
“Mi si attacchi la lingua al palato, se ti dimentico Gerusalemme”
Le parole che mi porto dentro e che continuo a ripetermi per paura di rinnegarti.
Oggi credo che la risposta alla domanda se mi ami la debba trovare dopo il capitolo della passione.
Nei misteri gloriosi Maria mi farà vedere scritta nel cielo in terra e in ogni luogo qual è la vera salvezza, dove trovarla e in chi confidare sempre.

Pregare sempre

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MEDITAZIONI sulla liturgia di Domenica della XXIX settimana del T.O. anno C

Letture: Es 17.8-13; Sal 120; 2Tm 3,14-4,2; Lc 18,1-8
“Disse una parabola sulla necessità di pregare sempre”.

La prima lettura ci presenta Mosé sull Oreb che prega per il suo popolo impegnato in una dura battaglia. Aronne e Cur gli tengono alzate le braccia perché non smetta fino a quando l’esercito degli Amaleciti non viene sconfitto.
Nella seconda lettura a Timoteo Paolo dice: “Annuncia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con magnanimità e dottrina”.
In precedenza aveva detto che la Sacra Scrittura istruisce in merito alla salvezza che si ottiene mediante la fede in Cristo Gesù.
Quindi la fede in Gesù passa attraverso un desiderio di conoscerlo.
Le Scritture sono un mezzo efficace perché sappiamo a cosa siamo chiamati.
Il fine ultimo della nostra fede, che è dono gratuito, è quello di annunciare agli uomini la buona novella dell’amore che salva.
In questa lettera a Timoteo si parla quindi degli effetti della fede che porta ad essere testimoni, martiri.
Anche nella prima lettura si vede l’effetto della fede, quello di sconfiggere gli avversari di Dio, che ama il suo popolo e lo vuole salvare.
Mosé è un mediatore come anche Paolo e poi Timoteo.
Ma mediatori sono anche Cur e Aronne che aiutano Mosé nell’impresa.
Nel fare il bene si ottiene di più se non si è soli.
Dietro Timoteo c’è Paolo,dietro Mosè Cur e Aronne.
Ma nella parabola della vedova insistente e del giudice ingiusto non ci sono mediatori.
Infatti la vedova, essendo priva di tutto, usa l’ arma che Signore predilige: il bisogno fondamentale di vivere.
Allora è Dio che diventa direttamente il suo alleato nella persona di Gesù, suo figlio.
Gesù è il mediatore, quello che annuncia la parola, quello che agisce in sintonia con il Padre, attraverso lo Spirito e dà soddisfazione alla vedova.
Dio scrive, si dice, sulle righe storte.
Qui è sottolineata, come negli altri passi che la liturgia oggi ci propone, la necessità di insistere nella preghiera, che significa rimanere costantemente collegati con Dio in un rapporto di estrema fiducia.
Le risposte arriveranno sicuramente, anche se spesso non sono quelle che ci aspettiamo.
Il silenzio di Dio è in qualche modo pedagogico, perché vuole che la nostra fede impronti il nostro modo di vivere, tenendo come Mosé, sempre le braccia alzate, metafora per dire che non c’è situazione che ci esoneri dal tenere gli occhi fissi in Gesù, non c’è nulla che possa giustificare il nostro allontanamento, perchè è in gioco la nostra vita e quella delle persone a noi affidate.
“Rimanete nel mio amore” dice Gesù.
Rimanere nell’amore di Dio e tenere costantemente alzate le nostre braccia al cielo, non per ottenere vantaggi personali (Dio sa di cosa abbiamo bisogno), ma perché non solo noi ma anche la nostra comunità tragga beneficio dalla nostra perseveranza, dalla nostra fede radicata nel cuore di Dio.
Avere fede perché gli altri abbiano fede è compito di ogni cristiano che con il Battesimo è consacrato re, profeta e sacerdote, inviato in missione per convertire il mondo.
Il mondo si converte se vede persone che vanno controcorrente e vivono nella pace, nella gioia e nell’amore.
Avere come unico punto di riferimento il cielo, dove Gesù è asceso e da dove tornerà per giudicare i vivi e morti.
Gesù che ascende ha creato un’attesa.
L’attesa è ciò che caratterizza la nostra vita cristiana, quando guardiamo oltre, quando i beni del mondo gettano la maschera.
L’attesa è sempre fondata sulla fede in Colui che deve venire, nella certezza che Dio non mente.
Ma Gesù non ci vuole fermi.
Infatti mentre aspettiamo la sua venuta ci esercitiamo ad amarci come Lui ci ha insegnato.
L’amore è una scuola di fede
Attraverso l’amore conosciamo e godiamo dell’amore divino.
Signore aumenta la mia fede!
Fa’ che non mi scoraggi quando la mia preghiera non trova risposta, quanto il tuo silenzio diventa insostenibile, quando la misura è colma.
Non abbiamo che te, Signore, per difenderci dai nemici che attentano alla nostra stabilità fisica e psichica, non possiamo tornare indietro perché conosciamo l’inferno che ci siamo lasciati alle spalle.
I tuoi aiuti spesso ci sembrano intempestivi e a volte neanche li capiamo perché sono il contrario di quello che ci aspettiamo, e ti abbiamo chiesto.
Ieri nella preghiera di coppia riflettevamo sul fatto che quando ci succede qualcosa, non dobbiamo avere fretta di capire il perché.
Il nostro pensiero è andato alla macchina, che adesso per mancanza di soldi dobbiamo condividere.
Sicuramente è una fatica, una lotta, ma alla fine chi ci guadagna è la nostra comunicazione, il dialogo che spesso abbiamo trascurato, vivendo come se fossimo soli.
Il nostro patto di alleanza ora è sottoposto a verifica continua.
Non ci sono cose che l’uno non sappia dell’altro, percorsi, intenzioni, organizzazione del tempo…
Certo che è un bel risultato, quando ci riusciamo.
In fondo l’Eucarestia ha lo scopo di guarirci dall’incapacità di comunicare, di aprire il cuore all’altro.
Mai avremmo pensato che un guasto ad una macchina e l’impossibilità per ora di ripararla ci avrebbe portato a tanto.
Bisogna fidarsi, questo è il punto, a prescindere.
Pensare senza ma è senza se…
E poi essere custodi, responsabili, nel Tuo nome dell’altro, sì che possiamo esportare questa modalità alla nostra famiglia, ai figli, ai nipoti, ai fratelli, agli amici, alla comunità….
Signore ti ringrazio perché ci stai dando l’opportunità di rivedere il nostro rapporto coniugale senza rassegnarci a passare la nostra vita soli, in silenzio e lontani da Te.

Morire è un fiorire

Image for Salmo 136

” Chiunque chiede riceve e chi cerca trova”(Lc 11,10)

Non mi è mai piaciuto chiedere perchè non volevo sentirmi in debito con nessuno. Facevo prima a sbrigarmele da sola le cose, come mi aveva insegnato la vita, l'”arrangiati” di mia madre quando mi trovavo in panne e le chiedevo aiuto.
Forse da lì ho tratto le conseguenze che uno non deve dipendere da nessuno per essere libero e felice.
A Dio non ho mai pensato perchè me lo avevano presentato come uno che vuole da te l’impossibile per darti il paradiso che non sai cosa sia.
Mentre l’inferno lo sapevo molto bene descrivere, disegnare, immaginare perchè lo vivevo ogni giorno, me lo sognavo la notte perchè non riuscivo ad essere buona come pretendevano le suore.
Mi sentivo sempre in peccato per cose di poco conto, che la fantasia e il dito puntato dei miei educatori ingigantivano a dismisura.
Ringrazio Dio che mi ha mostrato il suo cuore di carne liberandomi dal dover essere.
Ma ho tanto da imparare ancora su cosa è giusto chiedere per vivere la mia identità di figlia di un unico Padre, sorella in Gesù.
Ieri i discepoli chiedono a Gesù di insegnare loro a pregare.
Ho meditato molto su quanto sia difficile pregare partendo dalla parola PADRE.
Perchè il resto viene di conseguenza.
Devi sentire, essere convinto che ti stai rivolgendo ad un padre, quando preghi e ti devi quindi fidare di Lui.
“Quale padre se il figlio gli chiede un pesce gli dà una serpe o se gli chiede un uovo gli darà uno scorpione?”
Chiedere, chiedere con insistenza, per ottenere cosa?
Quello che vogliamo?
Non mi sembra.
Quante volte ho chiesto a Dio ciò che mi sembrava giusto e indispensabile e non sono stata esaudita!
Non è detto che Dio ti dia quello che gli chiedi.
Bisogna imparare a chiedere per essere esauditi.
Il deserto chiarifica il desiderio e ti fa capire cosa è essenziale.
Questo ho capito in questo cammino irto di ostacoli, un cammino che ti fa apprezzare ciò che mai avresti pensato di desiderare perchè scontato.
Uscire dallo scontato è la svolta che ti fa riconoscere che tutto è dono, tutto è in funzione di un bene più grande e duraturo.
Ho letto da qualche parte che “Morire è un fiorire.”
Chi ci avrebbe pensato?
Gesù ci parla di un seme che deve marcire e morire per portare frutto.
Noi viviamo questa vita mortale assistendo all’involuzione, al deterioramento, all’invecchiamento e poi alla morte della carne. E questo ci angoscia e ci fa paura. Una fine che tocca tutti, perchè la morte non fa sconti a nessuno.
Ma se il morire è un fiorire perchè averne paura?
Gesù per per primo ha dato l’esempio offrendosi ai suoi carnefici perchè il seme portasse frutto..
Il dono dello Spirito Santo è frutto di quel sacrificio, di quella morte assurda, ingiusta, insensata, colpevole.
Allora quando preghiamo, se vogliamo essere certi di ottenere quello che ci fa stare bene chiediamo lo Spirito Santo, con insistenza invochiamolo ogni mattina perchè in ogni cosa che ci accade vediamo Dio all’opera per farci stare bene.
Preghiamo perchè possiamo in ogni cosa, in ogni evento gioioso o doloroso riconoscere il dito di Dio che ci sta scrivendo una lettera d’amore.