Questa figlia di Abramo non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?

Meditazioni sulla liturgia di
lunedì della XXX settimana del Tempo ordinario 
VANGELO (Lc 13,10-17)
In quel tempo, Gesù stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta.
Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio.
Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, prese la parola e disse alla folla: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato».
Il Signore gli replicò: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?».
Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.
Parola del Signore
Dio non guarda il calendario, non conosce riposo, non va in ferie.
Come una madre è disponibile ogni momento per i bisogni dei suoi figli di notte e di giorno, quando sono vicini e di più quando sono lontani.
Così Dio è continuamente all’opera perché i suoi figli non muoiano staccati da Lui.
La madre non conosce riposo e specie la domenica, lavora di più, perché invita i suoi figli e prepara loro vivande più elaborate, squisite che presuppongono una fatica maggiore dei giorni feriali.
La madre, quando la domenica imbandisce la tavola, è felice, soddisfatta, anche se si è svegliata all’alba per accendere il fuoco, per preparare in tempo tutto ciò che serve per il banchetto domenicale.
Qualcosa lo ha preparato anche dal giorno prima.
Questo comportamento umano che noi riscontriamo in molte famiglie italiane, dove ci sono figli sposati e nipoti, per le quali la domenica è considerato il giorno in cui si va a mangiare a casa dei genitori.
Dio non è un genitore qualunque, ma un padre speciale, per cui provvede non solo al cibo, ma anche a rimettere in piedi, permettere di camminare, guarire quelli che per qualche motivo non possono aderire all’invito, non possono partecipare alla mensa comune.
Tante malattie ci impediscono di godere appieno dell’amore del Padre e a questo Dio pone rimedio.
Oggi è la volta della donna curva, rigida in una posizione.
La posizione curva impedisce di incrociare lo sguardo di chi ti sta davanti, ti fa guardare la terra e non il cielo.
La rigidità ti impedisce di modificare il tuo rapporto con la realtà che ti circonda, ti impedisce di essere libero nel movimento, libero di servire, libero di rispondere alla chiamata.
Rigidità è la paralisi del pensiero, è la chiusura del cuore, è l’impedimento, l’ostacolo ad accogliere la novità dello Spirito che ci fa gridare “Abbà Padre!”.
Gesù guarisce questa donna, perché vuole farla partecipe di tutto ciò che è già pronto per ognuno di noi.
Vuole, specie il giorno di sabato, la nostra domenica, invitarci a stare con Lui per celebrare insieme la Pasqua.
Solo chi è libero da malattie può servire, perciò Gesù guarisce i malati.
Ma non tutti hanno questo privilegio.
Perché?
Il miracolo era solo un segno per evangelizzare non uno strumento per farsi pubblicità.
Perciò non tutti furono guariti.
Oggi che Gesù è salito al cielo e ci ha lasciato il suo Spirito, bisogna pregarlo incessantemente attraverso i suoi intermediari, i santi, per avere qualche speranza.
La maggior parte delle persone non viene guarita dalle malattie e tutti muoiono, anche i miracolati.
Come deve intendersi oggi il miracolo?
C’è un modo diverso dell’agire di Dio?
Io non credo.
Perché la sua Parola, il suo Spirito sono qui, in mezzo a noi e noi possiamo accedervi quando e come vogliamo.
Per quanto mi riguarda, la malattia mi ha aperto gli occhi alla mia miseria, al mio limite, alla mia inadeguatezza, alla mia impotenza, al mio bisogno di cercare oltre il senso di un destino che sembrava di morte.
Il dolore è stato e continua ad essere uno strumento per incontrare il Signore, per apprezzare quello che davo per scontato, per capire cosa effettivamente serve nella vita.

Esaltazione della croce


13 settembre 1971

 

13 settembre 2018
Ieri 13 settembre di 47 anni fa ci siamo sposati..
Che il giorno dopo fosse l’Esaltazione della Croce allora non lo sapevo né lo seppi per tantissimi anni, fino a quando non ho incontrato il Signore e ho cominciato a meditare la Sua Parola.
Ho pensato quindi al fatto che eravamo stati avvertiti da subito poiché mi ammalai di lì a poco tempo.
Non c’è dubbio che Dio scriva nella nostra storia e ci mandi dei messaggi che possiamo capire solo quando hai occhi per vedere, orecchie per sentire e cuore per accogliere.
La foto che ieri Emanuele, il nostro nipote più piccolo, ci ha scattato, mentre andavamo all’altare per rinnovare le promesse fatte quel giorno, è emblematica di come la gratitudine di tanti suoi benefici ci illumini il volto.

“Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto”( Gv 19,37)

Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura.

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VANGELO (Mt 13,24-30)
Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura. 
+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: 
«Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. 
Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. 
E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel 
mio granaio”».
Il grano e la zizzania, piante che crescono nello stesso campo mischiate, vengono da un seme buono o cattivo.
Se Dio getta il seme della sua parola nel mondo, per noi, perchè traiamo frutto dallla terra che ci ha dato, c’è chi invece combatte l’opera di Dio, la contrasta:Lucifero.
Egli, il più bello, luminoso degli angeli, ebbe la presunzione di essere Dio, perchè ne rifletteva la luce e, credendosi luce, pensò che poteva fare a meno di orientarsi nella direzione da cui tale luce proveniva.
Così Lucifero segnò la sua condanna e inaugurò il regno delle tenebre, che è il luogo in cui la luce non penetra, dove tutto è caos e confusione, e lo specchio non assolve la sua funzione, perchè ogni specchio ha bisogno di luce per riflettere ciò che gli sta davanti.
Così Lucifero è diventato il più grande nemico di Dio, non sopportando per invidia che altri godessero di ciò di cui lui era stato privato.
Così ha cominciato a mettere zizzania tra gli uomini, a separarli gli uni dagli altri, a renderli nemici, , perchè solo dividendo puoi vincere, o pensare di vincere.
Gesù ci chiama all’unità, ci ripete che il fine della sua missione su questa terra è che siamo una cosa sola con Lui come Lui è una cosa sola con il Padre.
Purtroppo ciò a cui stiamo assistendo è una particolarizzazione, frantumazione, disgregazione dell’uomo, della famiglia della società.
Più le cose vanno male, più ci si chiude in se stessi, ci si isola per paura di essere dagli altri danneggiati, derubati, rimessi in discussione.
Il demonio, colui che divide, il divisore, fa festa vedendo quanto succede nel mondo, quanto gli uomini si stiano mettendo d’impegno ognuno per farsi i fatti propri e prendere le distanze dagli altri e da Dio.
La parabola di oggi ci parla invece di una vicinanza obbligatoria, del fatto che buoni e cattivi devono stare vicini, che grano e zizzania non possono mai essere divisi prima del tempo.
Si rischia estirpando ciò che riteniamo un male di danneggiare i buoni.
Quante volte ci capita di trovare nelle persone che ritenevamo completamente negative, ingiuste, nemiche, perle di saggezza o di buona volontà, storie sconvolte da eventi avversi, da cattivi insegnamenti, segnate da mali ereditati da antenati di dura cervice.
Ma la parabola del lievito e del granello di senapa ci apre il cuore alla speranza perchè il regno di Dio non avanza con una parata di cannoni, soldati, carriarmati e tutto quello che possiamo attribuire alla potenza e alla forza da esibire per essere credibili e creduti.
Il regno di Dio è nascosto,ha dentro un suo dinamismo irreversibile che lo fa crescere senza che neanche ce ne accorgiamo.
A Dio piacciono i piccoli, i poveri, quelli che non possono contare sui propri muscoli nè sul potere della propria condizione sociale, culturale, economica.
Noi siamo il lievito, noi il granello di senapa, se ci mettiamo nelle mani di Dio e a lui affidiamo il compito e l’onere di ammassare la pasta o di credere che la grandezza delle piante non dipende dalla grandezza del seme.
A Lui consegnamo il nostro sì ad essere come lui ci vuole, a credere che siamo parte dela sua eredità, suo gregge, popolo del suo pascolo.
Ognuno di noi è un sacerdote e non può disinteressarsi di come crescono le altre piante, anzi si deve adoperare a che la terra attorno al grano sia sempre più coltivabile per gettare altro seme e arricchire il raccolto finale.
La zizzania sarà soffocata dal grano se ognuno di noi si adopererà ogni giorno di tenere pulito e in ordine non solo il proprio pezzetto di terra, ma anche quello del vicino, perchè la malattia del rifiuto , la malattia dell’egoismo e dell’autosufficienza non contagi anche noi, perchè nè chi semina è qualcosa, ma è solo Dio che fa piovere e fa crescere.
La parabola del grano e della zizzania mi fa pensare che nessuno è perfetto e che tutti siamo un po’ buoni un po’ cattivi.
” perchè ti preoccupi della pagliuzza nell’occhio del tuo vicino e non togli la trave che è nel tuo occhio? Lo dice Gesù, come anche ” se uno ti dà uno schiaffo porgigli l’altra guancia” oppure chi è senza peccato scagli la prima pietra”
Ma noi siamo più preoccupati di vedere il male che ci circonda che il bene che diamo per scontato, invisibile ai nostri occhi.
Perchè il mondo va così a catafascio? Perchè siamo sempre pronti a puntare il dito a lamentarci del male che abbiamo, trascurando il bene che riceviamo.

PADRE

 
“Pregando poi, non sprecate parole ”  (Mt 6,7)
Sta affacciandosi il sole attraverso le nubi.
Il cielo oggi è coperto ma io sono venuta lo stesso al mare perché avevo bisogno di meditare sulla parola “Padre” nel silenzio e nella quiete del mattino, su questa spiaggia, davanti a questo mare, dove tutto mi parla di te.
Avevo bisogno di venire a trovarti qui anche se tu ti sei donato a me nell’Eucaristia, durante la messa.
Don Ermete con le sue riflessioni mi ha aiutato a capire da dove dobbiamo cominciare ogni preghiera, da dove inizia ogni relazione. Tu sei, Io sono.
Ecco quello che ho capito.
Io sono tu che mi fai.
Quando ci avviciniamo alle persone partiamo sempre da noi e dimentichiamo chi abbiamo davanti.
È la nostra inguaribile colpa.
Come possiamo chiedere se non sappiamo chi abbiamo davanti?
Si chiede a chi ci può dare.
Ma se ti chiamiamo Padre non abbiamo bisogno di chiedere nulla, perché un padre sa di cosa abbiamo bisogno e non possiamo dargli consigli.
La preghiera serve a noi non a te.
Che te ne fai di preghiere fatte solo di parole vuote e prive di senso?
Gesù ha recitato questa preghiera tante volte  e ce l’ha insegnata.
Il Padre prima che nostro è suo e Lui è venuto a mostrarci il tuo amore di padre di tutti.
Quando penso a te penso sempre a Gesù e ai tanti Gesù che hai messo sulla mia strada.
Padre Nostro chi potrebbe darti i consigli?
Sia fatta la tua volontà, perché è volontà di bene.
Anche se ci dobbiamo ferire, versare sangue, morire.
Tu non aspetti da noi altro che ti apriamo il cuore per infonderci il tuo Spirito e metterci nel cuore i fratelli.
Padre aumenta la mia fede, liberami dal male, liberami dalla tentazione di cominciare la giornata e ogni progetto, azione ,preghiera da me.
Liberami dalla mia salvezza.

SACRATISSIMO CUORE DI GESU

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“Uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. “(Gv19,34)
Chi parla è Giovanni, l’unico dei discepoli che stava sotto la croce e che ha assistito all’ennesimo e ultimo atto blasfemo.
Lui ha visto sgorgare dal costato di Cristo sangue e acqua e se si fosse fermato a quello scempio sicuramente non avremmo la perla preziosa del suo vangelo.
Già perchè per capire quello che vediamo, tocchiamo, sentiamo, abbiamo bisogno di sperimentarne le conseguenze.
In genere ci fermiamo al negativo delle situazioni, ci piace dimorare in un cimitero cercando tra i morti colui che è vivo.
Quante volte ci capita di ricordare solo gli eventi brutti della nostra vita e ce ne serviamo per lamentarci e per convalidare la tesi che siamo sfortunati, che capitano tutte a noi, che la felicità è appannaggio dei furbi e dei raccomandati.
Se penso alle trenate della mia vita non riesco neanche a contarle.
Mia madre mi diceva sempre che io ricordavo sempre le cose brutte e trascuravo le belle.
Ma a me quelle cose brutte avevano chiuso gli occhi e il cuore al bello, all’utile, al vero.
Ricordo che quando cominciai percorso durato 11 anni, per guarire dalle crisi di panico, al terapeuta dissi che io mio padre non l’avevo mai visto perchè non avevo vissuto con lui.
A malapena ricordavo la faccia sorridente in una fotografia che lo ritraeva giovane con mamma e la mia sorella più piccola al mare.
Solo dopo aver ripescato i documenti scolastici ho con la mente preso coscienza che mi sbagliavo e che fisicamente ho vissuto con lui tantissimi anni, da quando ci dettero una casa dove tutta la famiglia potè vivere riunita. Avevo 7 anni.
Solo d’estate la famiglia si riuniva a casa dei nonni, perchè mamma che faceva la maestra poteva occuparsi di noi, affidati durante l’anno, a parenti vicini e lontani.
Mio padre era ferroviere e lavorava di notte. Il giorno dormiva e noi dovevamo stare zitti, muoverci piano e non fare rumore.
Penso al rapporto con mio padre come una parabola del mio rapporto con Dio.
Anche se non lo vedevo lui si preoccupava di me e non si risparmiava per non farci mancare nulla.
Ma di questo ho preso coscienza pian piano che gli anni passavano e la malattia sua e mia testava l’amore.
Papà, andato in pensione per via del suo cuore malato, divenne il cuore pulsante dell’intera famiglia allargata a generi, nuore e nipotini.
Ma le cose belle che mi vennero da lui, ora che è tornato nel giardino che Dio gli aveva assegnato, le vedo e le gusto adesso e me ne nutro, perchè i frutti dei suoi insegnamenti sono frutti di amore condiviso con tutte le persone a lui affidate, lui che rimase orfano di padre ad un anno di vita.
Oggi è la festa del Sacro Cuore di Gesù, un cuore amante, un utero accogliente dal quale prendiamo vita.
Il sangue e l’acqua sono gli elementi che caratterizzano la nascita di ogni bambino. Se non si rompono le acque, non possiamo venire alla luce.
Così Gesù ci ha dato la vita morendo, riversando sulla sua chiesa gli elementi primordiali perchè la terra diventi un giardino in cui vivere, sperare, crescere nella gioia di essere amati a prescindere.
Lui provvederà ancora e per sempre a darci concime e nutrimento perchè diventiamo alberi che danno frutti di eternità.

“Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo” (Gv16,28)

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“Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo” (Gv16,28)
Queste parole mi hanno fatto pensare ad un dipinto che raffigura la trinità dove Gesù è nella pancia del Padre unito a Lui attraverso una colomba che è posta tra la testa e il Figlio che porta in grembo.
In altre icone ricorre l’immagine della Madonna che ha , ripetendo lo stesso schema iconografico Gesù nel seno .
Gesù quindi viene raffigurato come persona che sta dentro il Padre, dentro la madre e sicuramente in altre raffigurazioni sta dentro il cuore di ogni credente.
Ora Gesù sta per andarsene e dice che tornerà da dove è uscito per fare la sua missione quella di portare nel luogo da cui è partito tutti quelli che si aggrappano alla sua mano, non vogliono staccarsi da LUI.
Così se Gesù va in cielo anche noi lo seguiamo se ci lasciamo guidare dallo Spirito di Dio che ci indica la strada, ci testimonia la sua presenza, ci ammaestra, ci ricorda, ci istruisce, ci guida alla verità tutta intera.
Ora per non perderlo mai di vista, per non perdere la connessione, usando un linguaggio tecnologico dei nostri giorni, dobbiamo tenere acceso il pc del nostro cuore e salvare nella cartella dei preferiti il sito, la casa.
Questa casa è il nome.
Si salva con nome un documento importante per cui non solo dobbiamo conoscere il sito internet a cui tutti possono accedere, ma in una cartella dobbiamo custodire il nome di Gesù, che è la password per accedere al regno.
Nel mio nome scaccerete i demoni, dice Gesù, nel mio nome farete cose più grandi di quelle che io ho fatto, nel mio nome chiedete quello che volete e il Padre mio ve la darà, perchè siamo una cosa sola io e Lui.
Così non c’è bisogno di intermediazioni quando siamo di Cristo, innestati a Lui, vite e tralci di un’unica pianta che affonda le sue radici nel cuore di Dio.

“Andate e proclamate al popolo queste parole di vita”(At 5,20)

“Andate e proclamate al popolo queste parole di vita”(At 5,20)
Delle letture di oggi voglio soffermarmi sulle parole che mi hanno più colpito.
Luce, vita, verità, libertà, salvezza.
Non ci salviamo da soli, questo è certo, anche se ci illudiamo del contrario.
Io sono una di quelle che non ha mai messo in dubbio il fatto che da soli bisognava sbrigarsela, arrangiandosi, inventando mille strategie alternative per uscire dal fosso.
“Pregherò quando sarò guarita” risposi ad una collega che mi aveva consigliato di chiedere a Dio la guarigione, dopo tanti anni di sforzi umani naufragati nell’insuccesso, sforzi di medici e miei personali per non arrendersi mai.
Arrendersi per me era una debolezza inaccettabile e sulla base degli imput di mia madre ” Arrangiati” per qualsiasi cosa le chiedessi, ho imparato a sbrigarmela da sola e poi anche a dispensare consigli a chi era in difficoltà.
Senza di Lui, Gesù Cristo, non possiamo fare nulla, con Lui tutto è possibile.
Purtroppo i migliori anni della mia vita li ho sprecati a portare il masso di Sisifo sulla montagna che puntualmente mi ricadeva addosso, e come Atlante sentivo il peso, la responsabilità del mondo intero , portandomelo sopra le spalle.
Ero convinta che volere è potere e che non bisogna mai arrendersi.
La mia cultura classica non prevedeva sognatori come Gesù, il figlio di Dio che era venuto a salvarci, a darci l’aiuto necessario quando il fosso era più grande.
Ma chi mi aveva parlato del Dio di Gesù Cristo? Chi di una salvezza gratuita, di un amore così grande non da combattere ma da accogliere e trarne ogni genere di beneficio?
Gli dei della mitologia greca si sa come si comportavano e io ero imbevuta di quella cultura. Per me era naturale che la giustizia si potesse ripristinare rubando il sacro fuoco al re degli dei.
Novello Prometeo senza rimpianti la notte pagavo lo scotto di tanta audacia con un avvoltoio che mi divorava il fegato che di giorno però ricresceva più rosso e più vivo che mai.
Il fuoco, la luce, per averla, avevo dovuto pagare un prezzo grande, ma non mi importava, perchè in me sentivo forte il desiderio di ripristinare la giustizia per tutti a qualsiasi prezzo.
“Quante cose si possono fare con Gesu’!” le parole che mi accompagnarono dopo la conversione, parole di un bimbo a cui la madre e la maestra avevano parlato di Gesù in modo convincente.
Mi dispiace che a me non sia successo quando ero piccola e mi sentivo tanto sola a combattere gli inevitabili ostacoli della vita.
Pur frequentando un istituto di suore non ho mai percepito l’importanza dell’incarnazione, non ho mai creduto a nulla che non potessi toccare, vedere, capire.
La ragione era il metro di tutte le cose e si sa che il vangelo, se per caso ti ci imbatti, non puoi leggerlo con il cervello, con un occhiale sbagliato perchè non ci capisci niente.
Questa mattina ho fatto fatica a capire quello che Gesù ha detto a Nicodemo, come anche il passo degli Atti degli Apostoli, perchè tutto sembra criptato e capisce solo chi è dentro, agli altri non è dato di capire.
E’ come se ci intestardissimo a cercare o orientarci in un luogo buio, senza luce,nè sole, nè stelle.
Ringrazio il Signore che mi ha dato consiglio, che oltre alle lingue studiate a scuola mi ha messo nel cuore gradualmente un traduttore per capire il senso delle parabole.
“La verità non può essere incatenata” quella verità che splende nel cielo rigenerato dal suo sacrificio. E succede che quando pensi di aver perso tutto, che ti sei affaticato invano, che non c’è nessuno che ti stenda una mano pèer tirarti fuori dal fosso, nessuno che sacrifichi il suo tempo per ascoltarti, consolarti, aiutarti, quando hai davanti il nulla la prigione di sepolcri imbiancati senti bussare alla tua porta. Non lo conosci, ma riconosci che ha le fattezze di un amico , di un fratello di una persona speciale che pensavi esistesse solo nella tua fantasia.
E’ incredibile riconoscere chi non hai mai frequentato, ma inconsciamente desideri che accada.
E così è stato.
Il lucerniere dove ardeva la fiamma è stata Maria, la madre, che mi ha aiutato a trovare la strada giusta per entrare in intima comunione con il Figlio.
Avevo bisogno di chi mi parlasse, mi comunicasse parole di vita e ho cominciato a cercarle avida e con ingordigia le ho divorate.
Maria ha rallentato i miei passi, mi ha invitato a non avere fretta, a meditare ogni parola che usciva dalla sua bocca.
Il tempo si è fermato e adesso mi trovo a gustare il profumo di un silenzio adorante.