“Rallegratevi con me”(Lc 15,6)

“Rallegratevi con me”(Lc 15,6)

Non so quanta gente sia disposta a rallegrarsi con noi per una cosa bella che ci succede, perchè è più facile condividere il dolore, più complicato condividere la gioia.
L’invidia è una brutta bestia e se l’altro ha qualcosa più di te o è più fortunato di te è già tanto che rimaniamo indifferenti.
Siamo sempre portati a far paragoni per cui il successo dell’altro sembra che oscuri la nostra visibilità e dalla gioia dell’altro in genere non ce ne viene nulla di concreto.
Certo che se uno è contento non è portato a farti del male che è già una conquista.
Leggendo quindi questo passo del vangelo mi sembra scollegato dalle nostre esperienze quotidiane dove misuriamo al millimetro le differenza che ci separano, piuttosto che ciò che ci unisce.
Ma chi parla non è un uomo qualsiasi, ma Gesù, che per abolire le differenze, si è fatto uomo come noi, che non considerò un tesoro geloso essere figlio di Dio e s’immolò perchè anche noi godessimo della sua gioia, perchè anche noi usufruissimo della sua stessa eredità.
Allora il testo proposto alla nostra riflessione nasconde il di più che non notiamo ad una prima lettura affrettata.
Il di più è che apparteniamo alla stessa famiglia, che siamo tutti figli di un unico Padre, Padre di Gesù e Padre nostro e se una famiglia perde qualcosa tutti ne subiscono le conseguenze, perchè tutta la comunità è impoverita: la Chiesa.
Noi non pensiamo a queste cose, abituati a vivere nei nostri appartamenti e a escludere gli altri dalla comunione dei beni. Viviamo appartati, blindati, un po’ per paura, un po’ per egoismo, un po’ perchè abbiamo tante cose di cui occuparci che gli altri ci sono solo d’inciampo.
Veramente il messaggio di Gesù è rivoluzionario perchè abolisce tutte le divisioni all’interno della società, abbatte i muri , che ci separano gli uni dagli altri e ci richiama ai valori della famiglia originaria, quella in cui un unico Padre ci ha creato per amore e ci ha chiamati all’amore.
La rivoluzione non sembra aver avuto successo, visto che oggi le famiglie hanno perso l’orientamento e i modelli buoni che trascinano per contagio sono diminuiti o non sono visibili.
E’ di poco tempo fa la notizia di una coppia cristiana che è stata uccisa perchè non aveva abiurato la religione cristiana.
Se ad essere ucciso era un orso, una foca, un cane o un delfino avrebbe suscitato reazioni molto più incisive.
Ma io confido nel Signore e sono certa che la gioia è contagiosa e potrebbe, anzi può cambiare il corso della storia.
La mia esperienza personale mi fa credere questo.
Se oggi sono qui a prendere vita dalla Parola di Dio facendo tutto il possibile perchè neanche uno iota, una goccia vada perduta, lo devo alla gioia dipinta sul viso di Lilla e di Fenzina che mi fecero desiderare di averla anche io, quando per la prima volta misi piede in una chiesa.
Oggi voglio pregare perchè non sia tentata di rinchiudermi in me stessa e apra il mio cuore alla condivisione di ciò che unisce e libera l’uomo.

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“Il vino nuovo bisogna metterlo in otri nuovi.” (Lc 5,38)

“Il vino nuovo bisogna metterlo in otri nuovi.” (Lc 5,38)

“Quando tu sei con me, questa stanza non ha più parenti”, dice una canzone.
L’amore umano fa sperimentare nell’apice dell’attrazione, quanto le categorie umane passino in secondo ordine, quanto il giudizio degli uomini non sia tenuto in nessuna considerazione, perché i nostri occhi vedono ciò che gli altri non vedono, non sperimentano, non toccano, non sentono.
Così una stanza può non avere più pareti, ma alberi infiniti.
Il corpo dell’amata diventa un giardino e gli occhi perle e la bocca ha il sapore di un frutto succoso.
Dimentichi di mangiare, di bere, vivi nell’attesa gioiosa e vigilante, tendi l’orecchio, sussulti al minimo rumore di passi che senti avvicinarsi, quando lo sposo è lontano.
Tu Signore sei lo sposo ed è bello pensare a te, collegando la meraviglia dell’inizio di ogni amore umano con la meraviglia di questo rapporto sponsale con te che non ci abbandoni, che sei fedele sempre, che non deludi mai le aspettative, man mano che diventi più intimo a noi, ci introduci nelle più segrete stanze della tua casa e ci doni il tuo corpo come suggello di un amore che non conosce limiti, condizionamenti, misura.
Tu Signore dai tutto e da noi pretendi tutto, perché nel tutto si perfeziona l’amore.
Quando vogliamo lasciare qualcosa per noi è come se un vestito liso volessimo renderlo nuovo mettendoci una toppa di stoffa robusta o volessimo chiudere un vino nuovo in otri vecchi.
Tu Signore rinnovi la meraviglia dell’inizio, quando ci accostiamo a te con amore sincero.
Tu ci fai pregustare le meraviglie del regno, quando ci metti davanti l’amore.
L’amore umano è segno del tuo amore divino, è frammento, scintilla.
Quanta gioia, quanta trepidazione, quanta incoscienza nella prima fase dell’innamoramento.
Sembra che la terra non stia più sotto i nostri piedi e ci sembra di volare quando i nostri desideri s’incontrano.
Purtroppo nell’amore umano i desideri ben presto divergono e ciò che prima sembrava scontato, eterno, indistruttibile, immutabile, mostra i segni del deperimento, dell’invecchiamento, si logora, si rompe e mostra le nostre nudità, le nostre ferite, lo sporco che non si vedeva.
Con te, Signore le cose vanno così e durano perché tu non inorridisci di fronte alla nostra nudità, non ti ergi a giudice delle nostre inadeguatezze, ma curi le nostre ferite, lavi le nostre brutture, ti chini sulle nostre cadute e ci rialzi.
Tu Signore non sei come gli uomini del mondo che amano fin quando siamo amabili, ma continui a mostrarci il tuo volto mite e generoso, lento all’ira e ricco di grazia verso di noi, tue creature, che tu vuoi ridare alla luce, far rinascere dall’alto, rivestire di una veste nuova e splendente, indistruttibile corazza contro il nemico.
Tu Signore sei lo sposo perfetto che non delude e con te l’idillio dura in eterno.
Tu continui a scriverci lettere d’amore, tu continui a fidarti di noi, ad aprirci le braccia e a sussurrarci all’orecchio di fronte a qualsiasi difficoltà: “non temere sono con te tutti i giorni”.
Anche se non ti vediamo Signore tu sei con noi, l’Emanuele, il Dio con noi, oggi e sempre.
“Sono stato dovunque sei andato” hai detto a Davide che voleva costruirti una casa e circoscriverti in un tempio fatto di muri.
“Il Signore è qui e non lo sapevo!” dice Giacobbe nella notte più buia della sua vita.
Tu Signore sei vicino a noi nei nostri fallimenti, non ti scandalizzi né ci giudichi per le nostre dimenticanze, per i nostri peccati, ma continui a tenderci la mano, continui a parlarci d’amore.
Signore, se gli uomini potessero scoprire quanto ci ami!
Se potessero incontrarti nei momenti più drammatici della propria vita, quando ci si sente schiacciati da pesi incommensurabili, incapaci di scrollarci di dosso tutto quello che ci è caduto sulle spalle.
Se gli uomini, potessero vedere quali sono le cose di cui hanno veramente bisogno! Se riuscissero a riconoscerti anche se hai il volto sfigurato e ripugnante di un uomo flagellato, colpito, gonfio, tumefatto, sporco per gli sputi, segnato per le ferite, deturpato per i segni dell’irriverenza e la derisione di chi voleva cancellare la tua immagine e toglierti di mezzo!
Gli occhi Signore però non li hanno toccati, gli occhi te li hanno risparmiati, quegli occhi dai quali mi sento guardata, nei quali mi specchio, quegli occhi che mi definiscono come figlia, sorella, sposa.

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Meditazioni sulla liturgia di
domenica XVI settimana del TO anno C
ore7.50
Letture: Gen 18,1-10; Salmo 14; Col 1,24-28; Lc 10,38-42

“Maria ha scelto la parte migliore” ( Lc 10,42)

Signore, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo.( Gn 18,3)

” Dio è qui e non lo sapevo!” disse Giacobbe quando nella notte più buia e tenebrosa della sua vita dalla bocca del Signore ascoltò parole di speranza, promesse di vita per lui e la sua discendenza.
Dio nella Bibbia si manifesta sempre in modo impensato, improvviso, nuovo, sì che non possiamo impossessarcene e fargli fare quello che vogliamo.
Passiamo credenti e non credenti la vita a cercarlo lontano, magari confondendolo con altro e solo con il passare del tempo capiamo che dobbiamo scavare vicino, tanto vicino da non doverci neanche spostare di un millimetro da noi stessi, il luogo che Lui ha deciso di abitare per sempre: l’uomo, i suoi dubbi, le sue incertezze, la sua paura, precarietà, i suoi limiti, la sua ricerca, il suo desiderio di felicità duratura, la sua vita piena di contraddizioni.
Questa mattina leggendo la parola di Dio ho riflettuto su quanto sia importante credere che Dio ha visitato il suo popolo e ha suscitato per noi una salvezza potente come disse Zaccaria quando gli tornò la voce alla nascita del figlio.
“Beati quelli che credono senza aver veduto!” dice Gesù a Tommaso.
A Zaccaria gli ci vollero nove mesi di silenzio perché quel figlio nato nella vecchiaia gli rivelasse la luce vera.

Attraverso l’esperienza delle persone che sono state da te visitate, Abramo, Marta, Maria, Paolo mi chiedo da che parte sto, se ti accolgo nella mia casa come fece il nostro patriarca non limitandosi a dare ordini alla moglie e ai servi, ma con zelo collaborando a che tu ti sentissi a tuo agio in casa sua, a che niente delle cose migliori ti fosse tolta per il dono che non lui ma tu gli stavi facendo, fermandoti davanti alla sua tenda.
O sono come Marta, che pur accogliendoti nella mia casa, nella foga del fare, mi perdo la parte migliore?
Vorrei tanto essere Maria, seduta ai tuoi piedi, che pende dalle tue labbra e non si lascia sfuggire niente delle cose che tu dici.
Mi piacerebbe riuscire a fermarmi, venire in disparte e riposarmi un po’ e, dimentica dei doveri, salire sul Tabor per godermi un po’ di paradiso.
Riuscire a fare silenzio, fare il vuoto, lo sgombero per farti entrare non è cosa facile, per me. Tu lo sai Signore.
Per questo continuo a cercarti lì dove tu non ci sei e mi affliggo e ci rimango male.
“Io sto alla porta e busso” hai detto, perché rispetti la nostra libertà e non vuoi forzarci la mano.
Io lo so che ti presenti nelle ore e nelle situazioni più impensate, so per esperienza che bisogna stare svegli, con i fianchi cinti e la lucerna in mano e l’olio della preghiera nella memoria di tanti tuoi benefici, l’olio dell’attesa paziente, della fede che verrai a stare con me per sempre e non solo per un momento.
Mi piacerebbe sentirti sempre vicino ma i limiti della carne stendono un velo sul tuo volto e le mie orecchie non percepiscono il soffio leggero del vento dentro cui tu ti nascondi.
Te ne andrai via da Abramo, dalla casa di Betania, te ne andrai via dalle case che ti hanno accolto Signore per tornarci una volta per sempre.
Ma dopo.
Il tuo apostolo Paolo poté dire a ragione che tu abiti in noi, che tu con la tua morte hai fatto all’uomo una casa dove poter abitare, una casa di pietre vive, in cui la parola si può incarnare in tutto ciò che ci manca.
Paolo dice che nel corpo completa ciò che manca alle tue sofferenze per la salvezza dell’umanità.
Sono parole forti che come Paolo potremmo dire anche noi che con il Battesimo siamo diventati re, profeti e sacerdoti.
Il dono dello Spirito ci rende capaci di vivere con te in te e per te ogni gioia e ogni dolore, di operare a che tutto il corpo sia nutrito dal sangue e dall’acqua che sgorgarono dal tuo costato trafitto.
Sarebbe bello Signore sentirsi una sola cosa con te, fare nostri i tuoi pensieri, i tuoi desideri, fare nostra la tua vita di amore e di passione per ogni uomo che si allontana da casa, che cerca la casa, che non vive in casa.
Sarebbe bello Signore non porsi tante domande e fidarsi totalmente di te, di quello che ci accade, guardandolo con i tuoi occhi, partecipando con tutto il nostro essere con te a coltivare e rendere rigoglioso il deserto che stiamo attraversando, la sabbia che stiamo calpestando.
Sarebbe bello se non passassi oltre ma ti fermassi definitivamente dentro il mio cuore.

“Dio l’ha risuscitato dai morti e noi ne siamo testimoni”(At 3,15)

Meditazione sulla liturgia di
giovedì dell’ottava di Pasqua

letture: At 3,11-26; Sal 8; Lc 24, 35-48
“Dio l’ha risuscitato dai morti e noi ne siamo testimoni”(At 3,15)

Questa settimana che è detta di Pasqua, parla di un sol giorno, l’ottavo, il giorno della resurrezione, un giorno in cui campeggia un sepolcro vuoto.
Il vuoto è il grande protagonista della giornata di Pasqua, un vuoto riempito dalla ricerca e dall’incontro con Gesù.
Le sue apparizioni sono raccontate in modo diverso e non sincronizzato dagli evangelisti, ma una cosa è certa: chi parla ha visto, ha ascoltato, ha toccato, ha parlato con Lui, con Lui ha mangiato.
Straordinaria questa settimana dove si succedono gli incontri con Gesù che non viene riconosciuto da nessuno a prima vista.
Eppure i discepoli avevano avuto modo di frequentarlo per tre anni almeno, ma la resurrezione rende irriconoscibili perchè il corpo si trasfigura a tal punto che pensi di aver a che fare con un fantasma.
Accadde anche durante le tempesta quando videro Gesù camminare sulle acque.
L’uomo ha bisogno per credere non soltanto di apparizioni fugaci, ma di qualcosa che li riporti al loro abituale modo di vedere, di sentire, di vivere.
Se vuoi che Gesù si faccia presente devi prima di tutto condividere con chi ti sta accanto la fede, la certezza che è risorto per farti risorgere, la certezza che la persona che ti sta di fronte è brocca in attesa di essere riempita dallo Spirito del Signore, persona che ha sete, ha fame, soffre.
Devi condividere le tue e le sue ferite, le devi scoprire e toccare, devi sentire la pace che ti viene dalla consapevolezza che non hai sognato quando il velo si alzava sul senso delle Scritture e che Cristo è presente ogni volta che spezzi il pane con un fratello , ogni volta che ti fai pane e ti spezzi per donare all’altro il tuo amore e riempire la sua brocca.

Tutto questo perchè il sangue del Giusto è caduto su di noi, ci ha bagnato, ci ha rigenerato, ci ha ridato la vita, ha irrigato le nostre aride zolle, la nostra terra riarsa e ci ha resi fecondi di vita sempre nuova.
Il sepolcro è vuoto, e rimarrà sempre vuoto se cerchiamo di imprigionarci la verità, se cerchiamo di nasconderci il profumo dei fiori, il loro colore.
Se ci ammassiamo la nostra terra, le nostre certezze, i nostri beni, per essere certi di valere e durare in eterno, nessuna tomba rimarrà inviolata e il tesoro nascosto verrà trafugato quanto prima dagli ingordi, se il tempo non avrà provveduto prima a distruggere tutto.

E’ bello pensare che la croce, come la morte è a collocazione provvisoria, come dice don Tonino Bello.
Di questa Pasqua voglio ricordare la Via Crucis insieme con Gesù, l’indulgenza plenaria lucrata con la partecipazione al triduo pasquale, la gioia di essere stata chiamata a condividere con Lui gli effetti della redenzione.
Voglio ricordare l’antipasto del giorno di Paqua diverso da quello che mi aspettavo, di gran lunga più appagante, buono, partecipato.
E’ stata la preghiera dei bimbi, la benedizione con un ramoscello d’olivo intinto nell’acqua benedetta che don Massimo ha consegnato a loro come a tutti i suoi parrocchiani.
Mi piace ricordare che quell’acqua stava lì perchè la penitenza assegnata ai piccoli del catechismo, dopo la confessione, era di riempire un numero più o meno grande di questi contenitori di pace, di luce, di amore, testimoni della resurrezione di Gesù
Di questa Pasqua voglio ricordare la decisione maturata di essere sempre più vera, di gettare le ultime maschere per presentarmi al Signore nella verità.
Ho desiderato togliere tutto ciò che mi separa dal mio Creatore, che mi impedisce un incontro autentico con l’uomo, toccando le sue ferite, facendomi carico dei suoi bisogni, presentando a Lui la mia inadeguatezza, perchè la benedica e la trasformi in grazia.
Gesù ha chiesto di essere toccato, di essere nutrito perchè i suoi si convincessero che non era un fantasma.
Quanti aspettano da noi di essere toccati senza schifarci delle loro ferite più profonde, quanti ci chiedono da mangiare e noi facciamo finta di non sentire!
Vorrei nutrirmi a tal punto della Parola di Dio per diventare ciò a cui sono chiamata, per realizzare il Suo progetto d’amore nell’obbedienza alla Sua Parola, nella fede al Suo amore eterno, misericordioso e santo.

Gerusalemme

Meditazione sulla liturgia di
Domenica delle Palme anno C
Letture: Lc 19,28-40; Is 50,4-7; sal 21;Fil 2,6-11; Lc 22,14-23,56

“Pregate per non entrare in tentazione”(Lc 22,40)

La lettura del Passio mi ha fatto pensare a Gerusalemme la città santa dove tu Signore hai combattuto l’ultima ed estrema battaglia con il demonio, il divisore, il traditore, l’ingannatore.
La tua è una vera agonia un combattimento che è iniziato da quando ti sei ritirato nel deserto a pregare per 40 giorni e sei stato tentato in tutti i modi perchè desistessi dal compito che ti eri prefisso, perchè abbandonassi la tua missione di salvezza per tutti noi.
Mi sono sentita oggi quella Gerusalemme di cui parla la Scrittura, città santa destinata ad accogliere il re dei re, il salvatore, il redentore, lo sposo non di un giorno ma di tutta la vita.
Mi sono vista aperta, scoperta dal tuo passaggio, mi sono sentita asino e mantello, tua discepola che agitava le palme al tuo passaggio, diventata palma io stessa, simbolo di gioia di pace , di amore e di gratitudine a te che sei il re dei re, il salvatore, il messia, il giusto per eccellenza come dirà il centurione quando ti vide morire in quel modo.
Ma dentro di me si accampano gli istinti più bassi che mi portano a disconoscerti, a dimenticare, ad addormentarmi senza vigilare sui possibili attacchi dei tuoi e miei nemici.
In me c’è Giuda e Pilato, Erode e Pietro, il ladrone pentito e quello che non si vuole pentire, in me si è scatenata una grande battaglia tra le forze del bene e del male.
E’ questa l’ora di vegliare e pregare per non lasciarti solo ad affrontare questa terribile prova.
“Fate questo in memoria di me”
Quante volte nel mio animo, nella tua città santa, tu sei venuto e io ti ho accolto a parole ma nei fatti ti ho abbandonato, lasciato solo, negato, dimenticato.
Quante volte ti ho lasciato solo a combattere Signore, quante volte ho rifiutato il tuo aiuto cercando in me solo la forza il coraggio la capacità di sconfiggere il nemico.
Ma tu Signore oggi mi dici che non sette ma settanta volte sette mi hai perdonato e mi perdonerai.
So che anche io ti ho crocifisso non una volta sola ma tutte le volte che mi sono separata da te.
Il tuo linguaggio è difficile, duro, la vita sempre più problematica e viene spontaneo pensare che tu non servi, non vali per farci risorgere dalle morti, dalle riconsegne dolorose a cui ci chiama il nostro destino.
“Fate questo in memoria di me”
Ogni giorno nell’Eucaristia si rinnova il duello, la Pasqua, ogni giorno decido di non morire ma di chiedere aiuto a te che solo puoi darmi ciò che mi manca per accoglierti nella mia casa, nella mia Gerusalemme senza condannarti a morte ma condividendo con te il pane di vita.
Signore grazie della tua luce, grazie della tua pace, quella che annunciarono gli angeli quando nascesti che ci conforta nella speranza che anche su questa terra, in questa città terrena possiamo godere se tu sei con noi, se noi siamo con te, se insieme combatteremo con le armi della luce il divisore, il nemico che è sempre in agguato per non farci partecipare alla festa che ci hai preparato in paradiso.
Tu lo sposo, io la sposa, tu l’unico mio vero bene.

“Il Signore Dio tuo adorerai, a lui solo renderai culto”(Lc 4,8)

Meditazioni sulla prima domenica di Quaresima anno C

“Il Signore Dio tuo adorerai, a lui solo renderai culto”.(Lc 4,8)
Il mercoledì delle Ceneri è suonato il sohfar, la tromba di guerra che ha annunciato la lotta escatologica tra il bene e il male, tra l’uomo, figlio di Dio e il demonio suo nemico.Il sohfar era risuonato due volte durante la settimana delle ceneri, la prima attraverso il profeta Gioele che invitava gli uomini a tornare al Signore con pianti, lamenti e digiuni.”Chissà che non cambi e si plachi e lasci dietro a sé una benedizione?”
Questa era la speranza del profeta.Venerdì è stata la volta di Isaia che Dio fa parlare come tromba per scuotere, svegliare, chiamare a raccolta il suo popolo.”È forse questo il digiuno che bramo? Dice il Signore. Mi cercano ogni giorno, bramano di conoscere le mie vie e come un popolo che pratichi la giustizia e non abbia abbandonato il diritto del suo Dio…”. Gioele, Mosé, Isaia, nella settimana delle ceneri, suonano la tromba di guerra e chiamano a raccolta il popolo per implorare la misericordia di Dio. Prendendo consapevolezza del proprio peccato, raddrizzano i cuori e la mente del popolo, sì che al digiuno e al pentimento corrisponda effettivamente una volontà di cambiamento radicale.
La conversione non è solo un rito una volta per tutte, ma un continuo confronto tra nostra umanità, le nostre passioni i nostri limiti e la grazia che viene dall’alto, l’aiuto che viene dal Signore.La settimana delle ceneri quindi ci fa entrare gradualmente nel deserto dove è più facile trovarsi faccia a faccia con il nemico e testare la propria fede messa a dura prova.Perché è necessario questo tempo di agonia, perché ritirarsi nel deserto e correre il rischio di perdere ciò che con tanta fatica abbiamo conquistato, quella piccola fede che ci aiuta nella vita quotidiana?Gesù ci dà un grande esempio di coraggio che parte dalla fiducia incondizionata nel Padre che lo ha mandato, affidandogli una missione di estrema difficoltà, essendo egli vero uomo con tutti i limiti e le necessità e i desideri propri dell’uomo.Ognuno si può riconoscere nell’uomo Gesù quando viene tentato dal demonio.La ricchezza, il potere, il dominio sulle leggi della natura sono le tentazioni alle quali ogni uomo viene sottoposto dopo il Battesimo.Come Adamo ed Eva  ognuno di noi vuole sottrarsi alla dura legge della dipendenza di tutto ciò che ci limita, ci ostacola, mette in pericolo le nostre sicurezze, la nostra stessa vita.Gesù, come noi, viene tentato non una volta ma sempre nella sua vita.40 giorni sono quelli che ricordano l’attraversamento del deserto da parte del popolo d’Israele, 40 anni che indicano un periodo imperfetto non compiuto, necessario per raggiungere la terra promessa, per passare dal tempo finito al tempo infinito.I 40 anni o 40 giorni preludono all’ingresso definitivo nella casa del Padre, un ritorno alla grande attraverso le prove e il sacrificio di una vita fortemente provata.Il Vangelo di ci indica come la lotta, iniziata mercoledì delle ceneri, si possa vincere e quali armi garantiscono la sconfitta del nemico.La parola di Dio in questo combattimento all’ultimo sangue è lo strumento usato da Gesù per respingere le lusinghe del demonio, ma è anche usata dal demonio per blandire e convincere Gesù.  La parola di Dio è un’arma a doppio taglio e sembrerebbe quasi non garantire la vittoria, visto che non è esclusivo appannaggio dei cristiani.Ma come tutte le cose che vengono da Dio, devono essere usate per il fine per cui sono state dette, fatte, pensate.La parola di Dio può dare la morte e la vita a seconda che la si usi per benedire o maledire, per obbedire o disobbedire al Padre, per cementare o rompere la relazione vitale con lui.Il Vangelo di oggi quindi mi porta a fare due riflessioni.1) Gesù, come ogni uomo non debella il nemico una volta per tutte, perché la battaglia continua ogni giorno fino alla fine della sua vita.2) La parola di Dio può essere usata per il bene e per il male dell’uomo, a seconda di chi la usa, a seconda che l’interesse da perseguire è la vita o la morte dell’uomo, il piacere immediato o il godimento pieno della promessa.Il sofhar suona ogni notte per me: ogni notte sono chiamata a mettermi di fronte a Dio, a cospargere di cenere la testa, a rivedere i miei comportamenti alla luce della parola e a chiedere al Signore forza, coraggio, perseveranza in questo faticoso ma entusiasmante viaggio alla volta della terra promessa.
Grazie Signore della tua parola, grazie di queste perle preziose che ogni giorno metti nel mio forziere, grazie perché non mi fai mai mancare il mio pane quotidiano.

Misericordia


“Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso”.

Meditazione sulla liturgia di domenica della VII settimana del Tempo Ordinario anno C
“Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso”.


Signore ti voglio lodare benedire e ringraziare per questo nuovo giorno che mi doni, un giorno speciale, la domenica, l’inizio di una nuova settimana dove tu ci aspetti per donarci tutto ciò di cui abbiamo bisogno per affrontarla e viverla nel tuo nome e far risplendere la tua gloria.Grazie Signore perché ci hai donato un’altra opportunità per entrare per sempre nel tuo tempio santo e mai allontanarcene.Grazie per il dono della Santa Eucaristia, il dono della tua Parola che ci dà le indicazioni giuste per rimanere nel tuo amore, per avere pace, serenità e gioia senza fine.Grazie perché non ti stanchi mai di perdonarci, di accoglierci, di amarci, anche quando ci allontaniamo da te, quando ti dimentichiamo, quando ci facciamo un dio a nostra immagine e somiglianza.Grazie Signore per il sole, per la luna, per il cielo e per le stelle, per la nostra sorella acqua mite e umile che scorre in abbondanza nelle nostre vene, nel nostro corpo.Grazie perché la Parola che esce dalla tua bocca è infallibile e fonte di ogni consolazione anche quando è amara e dura da digerire.Non è un caso che ci hai pensati bisognosi di acqua, ci hai fatto fare esperienza dell’acqua nel seno di nostra madre, grazie perché nell’acqua si sviluppano gli organi dell’udito e si rimane muti per ascoltare la voce di chi ci vuole bene e si prende cura di noi.Grazie Signore perché con le parabole della vita ci parli del tesoro del cielo, grazie perché comprendiamo quando sia importante ascoltarti più che parlarti.Noi siamo tuoi figli Signore, gregge del tuo pascolo.Dove andremo? Tu solo hai Parole di vita eterna!E oggi ci porti a riflettere su ciò che è prioritario nella nostra vita, fatta di parole inutili, per essere una cosa sola con te e con i fratelli.Grazie perché tu ci hai dato per primo l’esempio, grazie perché continui a perdonare le nostre mancanze di amore, grazie perché ci educhi pian piano ad avvicinarci ai fratelli che non amiamo, senza pregiudizi, senza rancori, consegnandoci tuoi occhi e il il tuo cuore per vederli e amarli come fai tu.Una nuova settimana comincia. Fa’ che il precetto festivo non diventi un dovere, ma un’esigenza insopprimibile, per fare incetta di grazia, per riportare a casa come nella moltiplicazione dei pani, ceste piene di tenerezza, di amore, di perdono, specialmente verso quei fratelli che ci riesce difficile se non impossibile amare.Grazie Signore perché non ci fai mai mancare il tuo aiuto quando ti chiediamo il pane quotidiano, il dono del tuo spirito, quando ami al posto nostro, quando ci metti tutto te stesso perché il nostro timido e non sempre convinto sì diventi testimonianza di un amore più grande, che ci sovrasta e ci penetra, rendendoci capaci di somigliarti.