Disegni


SFOGLIANDO IL DIARIO…
15 novembre 2009
“Il cielo e la terra passeranno ma le mie parole non passeranno”.(Mc 13,31)
Un tempo ti avrei chiesto “Quali parole Signore?” perchè non sapevo neanche che tu avevi parlato.
Ignoravo che tu conoscessi il nostro linguaggio, né pensavo poter mai mettermi in relazione con te.
Chi ero io per poter scalare il cielo e incontrarti?
Del resto non pensavo valesse la pena mettermi nelle condizioni di essere da te giudicata e condannata.
Più stavo lontana da te, più mi sentivo al sicuro, con complessi di colpa che però mai mi abbandonavano.
Mi avevano parlato di te come un giudice severo e inflessibile, e una cosa sola mi faceva paura: l’inferno.
Ieri sera alla domanda quali erano le mie paure da bambina ho a fatica cercato di ricordare qualcosa che mi facesse paura a quei tempi, ma non l’ho trovata, dal che ho dedotto che non avevo paura di niente, che non conoscevo la paura, non sapevo cosa significasse.
Questa mattina, leggendo il Vangelo, che parla della fine del mondo con immagini apocalittiche, mi è tornata in mente la paura, quella di essere scoperta mentre facevo ciò che era proibito.
Mi sognavo la notte il giudizio finale e, volendo sfuggire a quello, mi sono allontanata da te.
Ma la paura era ed è paura del giudizio delle persone, cosa che ha condizionato la mia vita.
Ma, se almeno nella giovinezza potevo fare a meno di te, non mancandomi la salute, l’entusiasmo, la speranza, con il passare degli anni la tua presenza è diventata un’esigenza per confrontarmi con te, per cercare in te regole compatibili con la vita.
Alla ricerca di indicazioni sulla vita buona, ho scartato tutto ciò che non era dimostrabile, scartato tutto ciò che mi dava ricette del momento, bocciato tutto ciò che non appagava la mente e il cuore.
Mi sembrava che per esistere dovevo essere buona, brava, dimenticare me stessa e diventare quello che l’altro voleva che fossi.
Ma la non verità non paga.
Sono diventata esperta in coperture mimetiche, tanto che dicevo di me minimizzando che  ero un grande bluff.
Andare incontro ai desiderata degli altri mi faceva esistere.
Non sopportavo il rifiuto o l’indifferenza di chi mi avrebbe potuto condannare a morte.
La paura che ho negato da piccola come sentimento non buono, la vedevo rappresentata in mamma.
“Diana, la paura” si diceva, quando giocavamo a tombola e usciva il 90.
Poi la sua paura incomprensibile  è toccata anche a me.
Una paura irrazionale e ritenuta colpevole come colpevole erano ritenute le malattie che mi erano venute dopo sposata.
La malattia come la paura di stare sola non mi permettevano più di indossare gli abiti che mi erano sempre serviti per mimetizzarmi, per nascondermi.
Così ne ho inventati di sofisticati, ma portandomi dietro la necessità di dover essere come agli altri piaceva, perché il consenso che cercavo doveva essere universale.
Signore non so perché, meditando il Vangelo, ho detto tutte queste cose e direi che sono andato fuori tema.
Ma ora che ti ho incontrato e conosciuto, non ho paura di essere giudicata da te per un tema uscito male.
So che tu sei qui e mi hai guidato in questa riflessione perché prendessi coscienza dei miei limiti, perché ti ingraziassi per la verità che mi hai mostrato, che rende libere le persone di essere quelle che sono, di andare in carrozzella o camminare, di essere sana o malata, guarita o in via di guarigione, di essere vera, di non ricorrere a mistificazioni per nascondersi agli occhi altrui.
Perché tu sei un padre Signore che ama tutte le sue creature in modo speciale, unico, ma sei anche un Dio che non guarda a quello che faccio ma a quello che sono, ci fai esistere anche quando pecchiamo, un Dio che mi fai ogni giorno, ogni momento, un Dio che cammina con noi, che ogni giorno nutre e rinnova, plasma e riempie le sue creature.
Non ho paura Signore di te, ho paura di me, del male che posso fare e continuo a fare a me stessa e ai fratelli, quando sono giudice severo delle mie e delle altrui debolezze.
Ti ringrazio Signore perché il tuo sacrificio ci ha salvato una volta per tutte, ti lodo e ti benedico perché mi stai pian piano spogliando per scoprire il capolavoro che tu hai fatto con me.
Penso ai capolavori che faccio con Emanuele e un tempo con Giovanni.
Mi entusiasmavano quelli di Giovanni perché mi sorprendeva con le sue intuizioni.
Giovanni voleva mettere una forma alle cose, dare forma, rinserrandole nei suoi schemi mentali.
L’osservazione attenta lo ha portato a fare tanti capolavori che parlavano di te.
Emanuele non sa disegnare.
È un po’ come me, ma non me ne cruccio, perché partiamo da scarabocchi, perché poi lui possa vedervi le cose che conosce, che ama, che desidera.
La maggior parte del lavoro lo faccio io, ma lui vede ciò che io non vedo. Lui mi aiuta a vedere e io l’aiuto a rendere visibile l’invisibile.
Alla fine attacchiamo il capolavoro alla porta con due firme, nonna Etta e Emanuele, nonna Etta e Giovanni.
Che bello Signore vedere il mondo sotto il metro d’altezza!
Che bello scoprire ciò che già c’è, basta tirarlo fuori.
Tu Signore così hai fatto con me.
Mi hai spogliato perché mi volevi dare una veste perché risplendesse, attraverso di me, la tua gloria.
Così aiuto Emanuele e Giovanni a scoprire i doni di cui tu li hai colmati.

“Venite in disparte e riposatevi un po’”.(Mc 6,31)

domenica della XVI settimana del tempo ordinario anno B
ore 7:05
“Egli vide una grande folla ebbe compassione di loro” ( Mc 6,34)
“Venite in disparte e riposatevi un po’ “.(Mc 6,31)
Medito sulla tua parola, Signore, che oggi  è consolante.
Ogni volta che l’ho letta ho pensato che ti rivolgessi a me quando dicevi:” Venite in disparte e riposatevi un po’”.
Molto spesso ho avuto bisogno di una tregua, di una pausa, per riposarmi un poco dalla fatica del vivere ogni giorno schiacciata dal peso della croce ed ogni volta ero contenta che tu ti fossi accorto della mia esigenza e ti ho ringraziato prima ancora che le cose accadessero come desideravo, come sono avvenute.
Incredibilmente, quando io pensavo di riposarmi sopraggiungeva un imprevisto e le cose si complicavano.
Il riposo atteso, desiderato, offerto, si è sempre rivelato, mi dispiace, e mi sembra una bestemmia dirlo, una “fregatura” perché a un problema mi si aggiungeva un altro problema.
Mi vengono in mente i rosari di mamma perché io mi convertissi e poi, quando mi ammalai, altri ne aggiunse perchè guarissi.
Più pregava e più io stavo male, più pregava e più i problemi aumentavano, tanto che le dissi di smettere, che le delle sue preghiere non me ne facevo niente e che le destinasse a qualcun altro.
Oggi leggendo con più attenzione il testo del vangelo ho visto che neanche ai tuoi discepoli è stato concesso un momento di pausa di ritorno dalla loro missione, ma solo la speranza di potersi riposare, la consolazione che tu ti eri accorto della loro fatica.
Infatti le persone, avendo intuito dove eravate diretti, vi hanno preceduto ed erano lì ad aspettarvi, nel luogo scelto,  lontano e solitario.
Neanche un momento di riposo per loro.
Tu Signore hai avuto compassione di quella folla perché erano come pecore senza pastore.
Bisognava rimboccarsi le maniche e dimenticare la fatica, dimenticare tutto e continuare annunciare il Vangelo del regno, guarire gli ammalati, scacciare i demoni.
La tua parola, anche se non ce ne accorgiamo subito, ci nutre, ci rigenera, ci dona la pace.
Ho sperimentato nella mia vita che, proprio quando ho pensato che tu mi stavi dando una mano, mi stavi risollevando, giungeva una nuova incombenza, veniva alla luce un altro problema, un’altra malattia, un altro dolore, un’altra fatica e non c’è stato mai un tempo abbastanza lungo per godere della tua parola in intimità, per godere del riposo del corpo e dello spirito.
Così il tempo del riposo me lo sono rubato, approfittando del fatto che al buio della notte (quella delle streghe, degli ululati solitari, degli assalti, delle trombe di guerra)  subentra la luce del mattino e con essa la tregua da un sonno forzato che poi  era ed è una veglia forzata ancorata ad un letto.
Me ne venivo qui, in questa sala, vicino alla finestra e leggevo la tua parola, osservavo il cielo schiarirsi pian piano e aspettavo che il sole spuntasse tra i tetti delle case.
Dalla finestra entravano i cinguettii festanti degli uccelli che avevano fatto i loro nidi negli alberi che mi stanno di fronte.
Guardavo il cielo farsi azzurro o riempirsi di nuvole, guardavo e gustavo il silenzio di quest’ora incantata, magica quando tutti sono ancora a dormire e io potevo a te aprire il cuore.
In genere, anche se partivo da una situazione di grande dolore, finivo per lodarti benedirti e ringraziarti di tutto quello che tu mettevi sotto ai miei occhi e di quelle opportunità straordinarie che mi davi per poter stare con te e riposarmi un po’.
Sono anni che questo succede al mattino, sono anni che prendo vita, forza, coraggio dalla tua Parola, osservando la bellezza di tutte le cose che mi stanno intorno.
Ecco il mio riposo in tanti anni è stato proprio quello di rubarmi una messa perché da messa si può celebrare in chiesa, ma la si può celebrare anche nella propria casa, nel proprio letto, in un angolo della tua stanza interiore.
E allora Signore ti chiedo perdono perchè ho pensato che mi prendi in giro, pretendendo di avere un riposo prolungato, perché niente dura all’infinito e tutto ha un termine su questa terra.
Ma tu esisti e vivi per sempre e la tua parola ci guida e tu colleghi i fili spezzati della nostra storia, delle nostre vite sgangherate.
Tu Signore ci fai riposare nel momento in cui decidiamo di fermarci e di metterci in ascolto di quello che ci dici.
Ultimamente io non l’ho fatto perché non avevo la forza nè di scrivere come un tempo facevo, nè di digitare sui tasti del pc le mie meditazioni.
La mattina mi limitavo a rileggere quello che avevo già scritto e non mi sentivo arricchita come un tempo dalle cose nuove che ogni giorno scoprivo nel tuo forziere, il Vangelo.
Adesso tu mi hai messo in mano un nuovo strumento che è quello di poter dettare i miei pensieri al mattino a questo piccolo telefonino.
Mi sembra una cosa miracolosa perché non credevo che potesse accadere di pregare anche quando non ti funzionano le braccia e le mani,  e quando hai tanta voglia di dire “basta, perché mi hai ingannato”.
Non è vero Signore che mi hai ingannato e ti chiedo perdono perché veramente per capirlo bisogna fermarsi e tendere le orecchie e tutti i sensi per sentirti passare nel vento leggero.

Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria.

 
VANGELO (Mc 6,1-6)
Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria.
+ Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.
Parola del Signore
Leggendo questo passo del Vangelo, mi è venuto in mente subito quanto sia dolorosa l’esperienza del rifiuto, dell’aggressione, della negazione della verità che portiamo dentro.
Ci sentiamo molto più spesso vittime della malafede altrui, della cattiveria, arroganza, ipocrisia della gente,dell’indifferenza e del tradimento degli amici più cari, piuttosto che i carnefici di tante persone che condanniamo a morte quando decidiamo di dare un taglio a certe amicizie scomode, a certe relazioni difficili, a certe alleanze squilibrate.
A volte vittime, ma più spesso carnefici vorremmo, Signore, che tu non passassi oltre, che ti fermassi un po’ di più con noi che abbiamo bisogno di vedere, toccare, capire chi sei veramente.
Aiutaci Signore ad avvicinarci a te senza pregiudizi, cercandoti nella nostra insignificante quotidianità.
Aiutaci a riconoscere la scintilla divina che brilla in ogni creatura per accoglierla e amarla come tu la ami, Signore, perchè siamo tuoi, gregge del tuo pascolo.

“Chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre” (Mc 3,35)

«Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?» (Mc 3,33)
A questa società, dove la raccomandazione è d’obbligo, dove il nepotismo impera a tutti i livelli, dove se non sei figlio, fratello, moglie , compagna di…, ti puoi scordare ciò che ti spetterebbe di diritto, per quello che vali, il Vangelo di oggi offre una preziosa riflessione.

Gesù, rispondendo a chi lo sollecitava a privilegiare i parenti, che stavano fuori, indica di quale raccomandazione abbiamo veramente bisogno, quali garanzie dobbiamo esibire, per essere sicuri di essere ascoltati.

“Andarono di nuovo a Gerusalemme” (Mc 11,27)

SFOGLIANDO IL DIARIO…
29 maggio 2010
 ore 6:21
Sabato dell’VIII settimana del tempo ordinario
“Andarono di nuovo a Gerusalemme” (Mc 11,27)
Ho pensato a Gerusalemme, la città santa, la Gerusalemme celeste, ho pensato a quando ti ci portarono Maria e Giuseppe la prima volta per presentarti al tempio accompagnandoti con l’offerta di due colombe.
Gerusalemme città della mia gioia, città santa, è quella che ti condannò a morte, la città amata  destinata ad ogni credente come luogo di eterna felicità .
Una città tormentata Gerusalemme, contesa, punto di riferimento del tuo popolo che in essa aveva riposto tutte le sue speranze.
Lì si pensava che tu abitassi tanto che Salomone ti costruì un tempio di straordinaria bellezza,  destinato  però ad essere abbattuto, ricostruito in seguito  e abbattuto per sempre poco dopo la tua morte.
Tu l’avevi detto che non ne sarebbe rimasta pietra su pietra.
E’ sopravvissuto  delle velleità umane solo il muro del pianto nelle cui fessure ebrei, mussulmani e anche cristiani  separatamente  infilano le loro preghiere.
Il muro, segno di divisione, mostra varchi di riconciliazione in quelle fessure intrise di lacrime e di accorate preghiere perchè tu Signore, l’Altissimo ponga fine ad ogni contesa pubblica e privata, interiore ed esteriore.
Anche io oggi Signore voglio venire in pellegrinaggio nella città santa nuda e senza pregiudizi davanti a quel muro, segno di odio, divisione e discordia, lo stesso muro che alberga dentro di me, che mi divide dai miei fratelli, dalla mia storia, da te, dalla storia del mondo, dalla tua storia, per chiederti perdono, pietà e misericordia.
Signore quante volte sei salito a Gerusalemme pur sapendo che vi avresti trovato la morte!
 Ognuno di noi deve andare a Gerusalemme durante il suo pellegrinaggio terreno, nel  luogo dove la vita e la morte si fondono in un ineffabile e grande mistero.
“Una spada ti trafiggerà l’anima” disse il vecchio Simeone a Maria dopo aver esultato per la visita del Salvatore.
 L’ombra della morte pende da subito sul capo tuo e di tua madre,
Gerusalemme, la città santa è anche il luogo della nostra gioia, del tuo corpo donato nell’ultima cena, del dono fatto all’umanità sulla croce.
Gioia nostra, sofferenza tua.
Nell’amore c’è sempre uno che esulta e uno che muore. perchè la gioia sia piena.
Morte e  resurrezione coesistono in ogni incontro vero reale profondo tra le anime elette.
Quando l’amore è gratuito e totale, si vive come una partoriente quando mette al mondo un figlio.
“È vero che ci stiamo divertendo?” diceva Giovanni mercoledì scorso quando l’ho portato al mare.
Io stavo morendo dal dolore, ma era un pezzetto di cielo che mi stavo godendo, mentre parlavamo  di noi, del passato, del presente, del futuro e delle persone e del mondo, delle speranze e delle delusioni, di te che guidi la storia…
Non ancora mi riprendo dal dolore per aver lanciato la palla a lui per non farlo rimanere solo a giocare.
“E’vero che ci stiamo divertendo?”mi diceva mentre io faticosamente ma con il cuore pieno di gioia cercavo gli scintillanti sul mare di quel sole che si avviava a nascondersi dietro ai monti.
” E’ vero che ci stiamo divertendo?”
 Questa è la Gerusalemme di cui tu parli Signore. Non importa quante volte ci sei salito. So sicuramente che il motivo era sempre l’amore, l’amore di chi vuole che i figli si divertano anche quando si sentono morire, mentre gli tiri una palla per non farlo sentire solo.
“E’ vero che ci stiamo divertendo?”
 Ancora mi risuonano queste parole di Giovanni che a intervalli regolari le ripeteva, mentre isolati dal mondo e dagli uomini, ci prendevamo cura l’uno dell’altro, su quella spiaggia deserta. con l’infinito nel cuore.

“La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le nazioni” (Mc 11,17)

“La mia casa sarà chiamata
casa di preghiera per tutte le nazioni” (Mc 11,17)

Ciò che succedeva ai tempi di Gesù, continua ad accadere anche oggi, non soltanto perchè davanti ai santuari ci sono bancarelle di ogni tipo che vendono lasciapassare per il paradiso.
Non bisogna andare molto lontano per accorgerci che con Dio abbiamo un atteggiamento simile a quello dei mercanti quando pretendiamo da Lui grazie perchè abbiamo fatto non so quante novene, detti infiniti rosari, partecipato a tutte le messe obbligatorie e facoltative, abbiamo svolto più di un servizio in parrocchia ecc ecc.
Dimentichiamo che la gratuità è la caratteristica di Dio e se pretendiamo che lui esaudisca i nostri desideri perchè siamo buoni, non abbiamo capito niente di Lui.
Il tempio del Signore con il Battesimo è diventato il nostro corpo dove la Parola, accolta e custodita, deve venire alla luce e tutti ne siano illuminati.
Così ha fatto Maria che Dio ha scelto come madre di suo figlio, icona della Chiesa e di ogni credente.
Chi si serve del tempio (il corpo) per arricchire se stesso è destinato a perdere anche quello che ha.
La parola di Dio, il Verbo incarnato è parola d’amore che, attraverso di noi, deve raggiungere il cuore di ogni uomo, per convertirlo e salvarlo dalla morte.
«E anche a te una spada trafiggerà l’anima», dice il vecchio Simeone a Maria, il tempio puro e immacolato che il Signore si è scelto.
La sofferenza è il prezzo perchè il dono del corpo generi la vita.
Signore perdonaci e salvaci dalla presunzione di meritarci quello che tu gratuitamente dai ad ogni uomo perchè siamo tuoi figli redenti con il sangue preziosissimo di tuo figlio, che ha già pagato in misura sovrabbondante il prezzo del nostro riscatto.

Fissatolo lo amò

SFOGLIANDO IL DIARIO
Meditazioni sulla liturgia di
lunedì dell’VIII settimana del Tempo Ordinario.
(Mc 10,21)”Fissatolo l’amò…vendi tutto e seguimi!”
È sceso lo Spirito Santo, ora non abbiamo più scuse.
Gesù è tornato nella Giudea, il luogo che avrebbe dovuto accoglierlo, culla della tradizione veterotestamentaria.
Dalla Galilea delle genti, dove aveva trovato tanti consensi, torna dai suoi, “ma i suoi non lo riconobbero”, come sta scritto.
Oggi gli viene incontro il giovane ricco, un pio israelita che conosce la legge e fa tutto quello che è scritto, un giovane che riconosce in Gesù un maestro, buono per giunta.
Chissà cosa aveva visto il giovane ricco di diverso!
In quel tempo di maestri ce n’erano molti, di rabby, ma forse c’era qualcuno che predicava bene e razzolava male.
Gesù non ci tiene ai complimenti che lo distinguano dagli altri maestri, perché fin quando uno lo annovera tra i maestri di questo mondo, seppure il migliore, non riesce, non può fare il salto ed entrare nel mistero dell’incarnazione di Dio.
Siamo ancora nel vecchio Testamento dove Dio era pensato come creatore e signore del cielo e della terra, che si serviva per parlare con gli uomini dei profeti, della natura, della scrittura ma non scendeva e non si sporcava le mani.
Nella nube o nel fuoco il Dio veterotestamentario incuteva terrore, tremore, soggezione, paura, ma, averlo alleato dava ai fedeli la certezza di vincere, perché la forza, l’onnipotenza era la sua prerogativa.
“Chi è Dio?”
“Dio è l’essere perfettissimo Creatore e Signore del cielo e della terra.”
Così mi hanno insegnato a rispondere, quando ero piccina e lo dovevo incontrare nella prima Comunione e nella Cresima all’età di sei anni.
Diventavamo soldati di Cristo con questo Sacramento, forti tanto che lo schiaffo del vescovo era la via attraverso cui noi prendevamo coscienza della forza dell’armatura invincibile che ci dava l’averla ricevuta.
Soldati di Cristo.
In fondo con la Cresima eravamo immessi in una guerra senza quartiere, perché, l’ età in cui l’abbiamo fatta, non prevedeva conoscessimo l’identità del nemico che avremmo dovuto combattere.
Tanto tempo dopo, mi ci vollero 11 anni di psicanalisi per capire che il peggior nemico di me stessa ero io.
“Fissatolo l’uomo”. Gesù fa sul serio.
Gesù non vuole che lo si chiami buono che è un attributo di Dio perché non è ancora giunta l’ora del suo svelamento. Buono è solo Dio.La sua bontà si sarebbe manifestata sulla croce, perché sulla croce egli portò a compimento la sua missione.
“Questo è veramente il figlio di Dio!” Disse il centurione, vedendolo morire così.
Ancora un pagano che ne riconosce la divinità… perché per riconoscere Gesù, per credere che è il figlio di Dio è necessario non avere pregiudizi, avere il cuore libero dai bagagli che ci portiamo dietro, dalle false certezze, dai ragionamenti logici, dalla cultura che ci hanno inculcato, liberi dal dover fare per essere perfetti.
“Cosa devo fare per avere la vita eterna?”
Probabilmente il giovane ricco aveva cominciato a dubitare che le sue ricchezze gli avrebbero dato la garanzia di vivere per sempre.
Ricchezze e figli per i Giudei erano i necessario bagaglio per non scomparire.
Gesù rompe gli schemi, ma comincia da uno sguardo.
La persona che deve cambiare posizione, deve invertire la rotta, ti deve seguire, ma per prima cosa deve fidarsi di te.
“Gesù fissatolo lo amò”.
Non si può seguire Gesù se non dopo aver sentito sulla propria pelle lo sguardo d’amore, la tenerezza di chi ti sceglie pur se non sei perfetto, ti sceglie e ti ama per quello che sei.
Come si fa a dirti di no Signore, dopo averti incontrato e aver incrociato il tuo sguardo?
“Gli voglio fare uno che gli sia simile”,”non è bene che l’uomo sia solo”, uno che gli stia di fronte e lo guardi e risponda a lui e di lui, dici
Eccola la persona di cui abbiamo bisogno per vivere in eterno, per non rimanere soli, perché la solitudine porta alla morte.
“Che siano una cosa sola con noi” disse Gesù poco prima di andarsene, dopo la lavanda dei piedi, nella straordinaria, stupenda preghiera sacerdotale, nel discorso di addio, testamento di amore, di alleanza, di misericordia….un testamento che rende visibile Dio ogni volta che incroci il suo sguardo presente in ogni fratello che incontri.
Guardare, fissare, amare, strada per entrare e rimanere stabilmente nel paradiso…
Gesù è venuto a portare il cielo sulla terra, la luce nel cuore degli uomini, attraverso l’incrocio di uno sguardo.
“Seguimi!”
Come si fa a dirti di no Signore?
Man mano che ti seguiamo, le ricchezze ci interessano sempre meno.
Vendere tutto subito non è così semplice e tu lo sai.
Il cammino comincia con la percezione che ciò che dobbiamo lasciare è poc0, perché non abbiamo tante cose e quelle che abbiamo ci servono.
Non siamo pronti a sacrificare ciò che costituisce la nostra sicurezza, ma dichiariamo la nostra disponibilità a farlo, man mano che ci rendiamo conto che quello che ci dai tu e più importante.
Signore tu lo sai che ci sono tante cose alle quali non ancora riesco a rinunciare, per questo ogni giorno mi nutro della tua parola, perché voglio arrivare a farlo senza rimorsi e ripensamenti.
So che tu mi accompagni in questo cammino di progressivo spogliamento, so che questo avverrà, perché credo che tu sei l’unico vero bene.
Quando ti incontrai la prima volta, avevo solo il desiderio di conoscerti, ma dentro il cuore avevo la certezza che finalmente avevo trovato ciò che da tanto andavo cercando.
Ora sono qui Signore e ogni giorno mi doni uno sguardo di luce, uno o più scintillanti, ogni giorno sento più forte la tua presenza a fianco a me, sento la tua mano potente ma anche la tua tenerezza, sento che solo tu puoi capirmi, solo tu puoi svelare a me stessa il mistero, la pietra preziosa, lo scintillante che hai messo dentro un pugno di fango e acqua.
Concedimi Signore di non prescindere mai dal tuo sguardo, fa che non dimentichi mai la madre che mi hai dato, perché mi riporti a te quando mi smarrisco.
Non voglio essere triste Signore.
Oggi devo fare un intervento all’occhio.
L’ho fatto altre volte ma è sempre traumatico pensare che ti mettono un ago nell’occhio, mentre seisveglia.
Questa mattina vorrei andare alla preghiera del gruppo per l’intercessione.
Alle 10 devo smettere di mangiare perché alle 14 mi devo presentare in ospedale a digiuno.
Questi sono i pensieri di oggi insieme al fatto che nel pomeriggio dovrò occuparmi di Giò, che è ancora tanto piccolo.
La mia vita scorre sempre su binari di sofferenza e di preghiera e a volte mi sembra di essere una marziana.
“Vendi tutto è seguimi!”
Signore cosa oggi devo vendere, mettere da parte, lasciare, per sentirmi più vicina te?
Vieni spirito Santo, scendi e purifica il mio sguardo!