“Non è sorto nessuno più grande di Giovanni Battista”. (Mt 11,11)

Meditazioni sulla liturgia di
giovedì della II settimana di  Avvento
Letture: Is 41,13-20; Sal 144;  Mt 11,11-15
“Non è sorto nessuno più grande di Giovanni Battista”. (Mt 11,11)
Delle letture di oggi mi ha colpito la graduatoria di Dio, dove gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi.
E’ consolante comunque, per chi non è abituato a stare sulla cresta dell’onda, ad essere riverito e rispettato, applaudito e sicuro, sapere che ci sarà o è già in atto un capovolgimento delle sorti, e arriverà per tutti il giorno del giudizio, dove non contano le monete contraffatte o anche solo le monete che non portano impressa l’immagine e la somiglianza di Dio.
Sembra un’impresa impossibile quella di somigliargli, di fargli da specchio, sembra impossibile che la sporcizia non ci si attacchi addosso sì da rimandare all’esterno un’immagine deformata di Lui.
Ma nella Bibbia 365 volte, tanti quanti sono i giorni è ripetuta la frase”Non temere!”, frasi di incoraggiamento, di speranza, per tutti gli affaticati, stanchi, depressi, sfiduciati, tutti noi, che faticosamente portiamo sulle spalle bagagli troppo pesanti a prescindere se li abbiamo noi scelti o qualcuno gode a metterceli addosso e a renderceli più pesanti.
Ebbene nell’Antico e nel Nuovo Testamento Dio non fa che ripetere che non dobbiamo avere paura perchè Lui ha fatto un patto con noi che non dimenticherà mai.
I suoi incoraggiamenti passano attraverso la bocca dei profeti o la vita di quelli che si sono fidati di Lui fino in fondo e ne hanno visto i frutti.
Giovanni Battista di cui oggi Gesù fa l’elogio, non è stato tenero con i suoi , ma ha predicato fino a morire per questo la necessità di pentirsi, di convertirsi al Signore.
Giovanni Battista ci ha rimesso la testa solo perchè ha segnalato al potente di turno che non gli era lecito tenersi la moglie di suo fratello.
Le parole del precursore a Gesù fanno dire di lui che tra i nati di donna non è mai sorto uno più grande di lui, ma da chi si è sentito giudicato, scomodato, irritato dalle sue parole è stato condannato a morte.
Molti pensano che  la morte a cui condanniamo le persone scomode ci  restituisca la libertà di fare quello che ci pare e piace.
Ma purtroppo non è così perchè  da  morti le parole incidono sulla coscienza molto di più e alla colpa si aggiunge altra colpa con conseguente appesantimento della soma che portiamo sopra le spalle.
Alla fine dei conti moriamo tutti, buoni e cattivi e la differenza la fa proprio la coscienza pulita o sporca, quella che ci salva o ci condanna.
Giovanni Battista rispetto agli altri profeti ha avuto la grazia di conoscere Gesù quando era nella pancia di sua madre e di annunciarlo con  la vita.
La conversione è il primo passo, ineludibile per incontrare il Signore.
In questo tempo di Avvento da un lato si moltiplicano le parole di speranza, dall’altro parole di incoraggiamento e di invito a costruire le strade per arrivare alla grotta.
Quante cose ci dici Signore in questo periodo forte dell’anno, in cui siamo tutti presi da pensieri che con te hanno poca o nessuna attinenza!
Anzi  (cosa che a me come a molti succede), il Natale è fonte di angoscia per via dei regali da fare, per i soldi, per il traffico e la confusione delle idee, per gli inviti, per tutto ciò che ci toglie dalla routine e ci stressa.
Ci piacerebbe riposarci Signore, non pensare a nessuno se non a te, a noi stessi, da te amati, consolati, rassicurati, guariti.
Mi piacerebbe che il Natale fosse confuso tra altre feste, venisse in sordina, arrivasse inaspettato, mi piacerebbe poterti ospitare Signore nella mia povera e disadorna casa, nella mia stalla, nella mia mangiatoia, senza preoccuparmi di nulla che non sia accoglierti e prendermi cura di te.
Da tempo non riesco a fare inviti che presuppongano un preavviso, perchè tutto mi mette ansia, ma gradisco enormemente le improvvisate.
Perciò il mio frigorifero è sempre pronto per soddisfare le necessità di chi bussa inaspettato alla mia porta.
Consapevole dei miei limiti, ho sperimentato che quando il protagonista della festa è la persona godo più profondamente il senso del tuo Vangelo.
Ti chiedo quindi di poter perseverare in questa gimkana di luci, di addobbi, di circolazione caotica, di mancanze fisiche e spirituali nella fede che tu verrai lo stesso a visitarmi anche questo Natale, come hai sempre fatto, so che tra un pacco, un impegnativa, una visita, il dolore, la stanchezza, i ricalcoli continui, busserai alla mia porta per cercare un luogo dove venire alla luce.
San Giovanni non ti aveva preparato regali splendidamente confezionati, ma ti riconobbe attraverso la gioia che la madre Elisabetta gli trasmise quando vide Maria che ti portava in grembo.
Quanta semplicità e quanta gioia in questo incontro di cui Luca ci parla!
Ecco vorrei un Natale così, un Natale che riconosco dal trasalimento del cuore.
Gesù dice di Giovanni che è il più grande nati prima di lui, ma nel regno dei cieli non si seguono le graduatorie del mondo e il più grande su questa terra non è detto che lo sia anche in cielo.
A me non piace essere la prima, come un tempo, lo sai Signore. Vorrei solo la perseveranza di aspettarti con i fianchi cinti e i calzari ai piedi, perchè non voglio perdere l’occasione di ospitarti in casa mia.
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“Avvenga per voi secondo la vostra fede” (Mt 9,29)

SFOGLIANDO IL DIARIO…
4 dicembre 2015
venerdì della I settimana di Avvento
Letture:  (Is 29,17-24); Salmo 26;  (Mt 9,27-31)
ore 7
“Avvenga per voi secondo la vostra fede” (Mt 9,29)
Oggi il vangelo ci parla di fede in chi può guarirci dalle malattie che ci affliggono.
I due ciechi furono esauditi nella loro richiesta di aiuto perchè credevano che Gesù poteva fare il miracolo.
Anche io credo che Lui e solo Lui può non dico togliermi le malattie, ma attenuarne l’effetto devastante sul mio sistema nervoso che è andato in tilt.
Non so più in che lingua invocarlo, pregarlo, chiedergli almeno una briciola del suo amore, una briciola di quel pane che cade dalla tavola e di cui sono soliti cibarsi i cagnolini.
Un dio senza pietà mi si mostra in questi giorni, un dio impassibile e severo , un dio sordo al grido di chi è nella fossa dei leoni e viene straziato dai loro denti aguzzi giorno e notte senza riuscire a morire.
La morte si sconta vivendo e chissà quanti peccati devo scontare per guadagnarmi questo traguardo.
Un tempo avanzavo tra i primi nella santa assemblea, un tempo rendevo lode e gloria al Signore perchè aveva cosparso la mia strada di “scintillanti”.
Un tempo.. ma come accade nei matrimoni all’inizio c’ è l’idillio e la risposta sempre pronta, un abbraccio, un regalo, un sorriso, una parola carina.
Con Lui bastava che desiderassi anche incosciamente una cosa che la vedevo realizzata.
Poi è aumentata la vicinanza, il tempo della preghiera, l’intimità, e il tempo dell’attesa si è fatto più lungo, addirittura interminabile.
Le risposte tardano a venire e io mi sento messa da parte, dimenticata.
Perchè Signore mi tratti in questo modo?
Perchè non rispondi ai miei ripetuti SOS ?
Perchfedeè Signore la mia vita deve essere un calvario e la morte durare lunghissimi anni?
Continuo a credere che solo tu puoi aiutarmi, che non c’è nessuno al di fuori di te che possa togliermi questa spina nel fianco, ma tu sei sordo, anche se non avaro di parole di speranza, specie in questi giorni di preparazione al Natale.
I morti non ti lodano dalla fossa, perchè non scendi e impedisci al nemico di fare scempio del mio corpo?
Perchè Signore più non ti schieri con i nostri eserciti e ci fai andare allo sbando?
Piega i cieli e scendi e visita questa vigna, il virgulto che ti sei piantato.
Ne fanno scempio i viandanti e i ladroni.
Sono tua Signore, te lo sei dimenticato?
Dove ti nascondi o mio diletto perchè torni a sorridermi la vita e i fiori del mio giardino profumino e i loro colori  mi parlano di te?
Dove cercarti Signore che non sia in questo dolore continuo e scrastante, dove fuggire da questa persecuzione?
Signore non posso , non voglio, non riesco a vederti in queste macerie, in questo corpo mandato al macello, dato in pasto agli avvoltoi.
Dove sei Signore?
Mostrami il tuo volto e io vivrò.
Guariscimi gli occhi del cuore perchè ti veda chino sule mie ferite.

San Matteo

“Seguimi!” (Mt 9,9)
“Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto” (Ef 4,1)
Oggi il Vangelo ci interpella perché Gesù non invita solo Matteo a seguirlo, ma ognuno di noi che sta arroccato sul suo scranno ad aspettare che gli altri gli diano il giusto tributo di onore e di gloria.
Sentirsi chiamati a seguire Gesù non è cosa che capita tutti i giorni, non perché Gesù non ci chiami, ma perché le nostre orecchie sono occupate ad ascoltare altro e non ci accorgiamo neanche che c’è qualcuno che passa e ci guarda con compassione.
Chi non avanza qualcosa da qualcuno, chi non si sente trascurato, abbandonato, giudicato delle persone a cui tiene di più?
Chi non si sente emarginato, messo in un angolo se fa un brutto mestiere, maledetto mestiere, come quello di esattore delle imposte e collaboratore di ingiustizia?
Ma ci sono altri che non si pongono nessun problema, perché si sentono a posto, perché non fanno del male a nessuno, almeno così credono, ma sicuramente si lamentano e sono oppressi se non viene dato loro il giusto tributo.
Chi ha orecchie da intendere intenda, dice il Signore.
Bisogna avere le orecchie e Dio ce le ha date per ascoltare, non per tapparcele con gli auricolari collegati allo smartfhone.
“ Ascolta Israele, se tu mi ascoltassi!” troviamo scritto.
Ascoltare viene dal verbo “audire” (ascoltare), parente stretto di “oboedire” (obbedire, ascoltare agendo di conseguenza) e Dio vuole che noi apriamo le orecchie al suo messaggio e agiamo di conseguenza.
“Seguimi!”
Non è così facile seguirti Signore, anche se subito siamo affascinati dalla tua figura, dall’autorevolezza delle tue parole, da quello che si dice di te e decidiamo di spostarci, di cambiare posizione.
Ma quando vediamo cosa comporta la tua sequela ci allontaniamo da te.
“Sulla tua parola getteremo le reti” risposero gli apostoli a te che consigliavi di fare una cosa impensabile, addirittura da pazzi, quella di andare a pescare al mattino.
Tutti sanno che i pesci di giorno non li trovi in superficie, specie i pescatori.
“Seguimi!” dicesti a Matteo che da subito si trovò a doversi confrontare con il giudizio malevolo di coloro che ti criticavano.
“Non sono venuto a chiamare i giusti. ma i peccatori” rispondi ai tuoi detrattori.
Chissà come si deve essere sentito Matteo che comunque era consapevole di essere stato graziato nel momento in cui ha deciso di rispondere al tuo invito.
Quanti di noi accettano di sentirsi peccatori, sentirsi bisognosi di perdono! Ci sentiamo tutti i giusti, perché non facciamo male a nessuno e certe volte, quando decidiamo di andarci a confessare, facciamo una grande fatica a fare un esame di coscienza e a trovare qualche peccato da dire al sacerdote.
Molto spesso le nostre confessioni consistono nel raccontare i peccati degli altri, perché noi non ne abbiamo o, se ne abbiamo, sono pochi e di lieve entità.
I peccati di giudizio sono quelli che ci accomunano un po’ tutti, perché il cervello lo usiamo in genere per giudicare gli altri, ma molto raramente noi stessi.
“Misericordia voglio e non sacrificio”.
Quante cose facciamo con sacrificio ma senza amore, spendendoci in maniera forte per qualcuno o qualcosa, ma sempre lamentandoci se non ci corrispondono e non apprezzano i nostri sforzi.
“Fate poche cose ma quello che fate, fatelo con amore” ha detto Madre Teresa di Calcutta, perché è l’amore che salva, è l’amore che ti dà la pace, è l’amore che crea relazioni profonde.
Matteo è diventato santo perché è partito dalla consapevolezza di non essere nel giusto e di avere bisogno di qualcuno che lo rimettesse in piedi, che lo mettesse in un circolo di relazioni feconde e durevoli.
Leggendo il brano del Vangelo ho pensato che potevo essere Matteo, chiamato da Gesù, ma che potevo anche essere quella parte di gente che criticava il maestro per le sue frequentazioni, i puritani.
Certo che noi non possiamo dirci esenti da questo peccato, quando vediamo che persone che hanno commesso ogni genere di malefatte poi vengono da Dio perdonate.
Saremmo noi capaci di fare lo stesso nei confronti di chi ci ha fatto del male?
Perdonare non sette ma settanta volte sette sembra impossibile.
Ma niente è impossibile a Dio perché lui ci renderà capaci se ci fidiamo di lui.
Proviamo a metterci nei panni di Gesù e vedere come si comporta, perché dobbiamo imitare lui e non c’è da scandalizzarsi che si mischi con della gente poco per bene.
Basta guardare il luogo dove nacque e dove fu deposto, sicuramente un luogo dove nessuno si sognerebbe di far nascere un bambino, a meno che non vi sia costretto.
Dio per incarnarsi poteva scegliere una reggia, una clinica altamente qualificata ma da subito ci ha fatto capire quali sono le sue preferenze.
Alla fine non possiamo che dire come il centurione “Domine non sum dignus”.
Non siamo degni Signore di tanta grazia, di tanto amore perché siamo sporchi dentro e fuori, perché siamo cattivi, perché siamo gente di dura cervice, maleodoranti.
Eppure tu non ti schifi, non ti sei schifato perché ”tutto è puro per i puri” e il male non viene da fuori ma da dentro.
Niente può cambiare la naturale immagine che hai scolpito nel nostro cuore.
Impresse nella mente e nel cuore conservo e adoro le tue parole.
“ Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza, maschio e femmina li creò”.
Signore voglio somigliarti, voglio essere come te, voglio stare dentro di te, non mi voglio mai allontanare da te.
La meditazione di questa mattina ha rinforzato il desiderio di farmi ammaestrare da te, perché sono sempre più consapevole che giudizi e pregiudizi minano il nostro rapporto.
Aiutami Signore a guardare sempre te, ad aprire le orecchie alla tua parola, a metterla in pratica con il tuo aiuto.

“Vegliate perché non sapete né il giorno, né l’ora”.(Mt 25,13)

“Vegliate perché non sapete né il giorno, né l’ora”.(Mt 25,13)
Invece di rimanere attaccati al televisore per avere notizie aggiornate sul numero dei morti e dei sopravvissuti dell’ultima catastrofe, sull’efficienza dei soccorsi, sui danni al patrimonio artistico e culturale, sulle responsabilità di chi ci governa e ci ha governato, apriamo il vangelo.
Incredibilmente la liturgia di questi giorni ci mette sull’avviso, prospettandoci la triste fine degli impreparati.
Bisogna tenersi pronti, vegliare e pregare, ma non basta per non morire sotto le macerie.
Bisogna avere l’equipaggiamento adatto perché le nostre lampade rimangano accese all’arrivo dello sposo.
La fede, la speranza, la carità, i doni che ci sono stati dati il giorno del Battesimo, non possiamo permetterci di tenerli nello scaffale o in un ripostiglio senza usarli per vivere al meglio la nostra vita e non essere colti impreparati nel momento decisivo.
L’olio delle lampade non si può pensare di andare a comprarlo all’ultimo minuto, perché è frutto di una relazione intessuta con noi, con Dio e con i fratelli, una relazione che parte da un riconoscersi inadeguati, fragili, incapaci.
Dove comprare quell’olio profumato che ci consacra re, profeti e sacerdoti, che trasforma la nostra vita mortale in vita immortale, che ci fa rinascere dall’alto e ci immette nel tempo di Dio?
La lampada rimane sempre accesa se ad alimentarla è l’amore, non di un attimo, un fuoco di paglia, ma l’amore costruito giorno per giorno con mattoncini di gratitudine e benedizioni, con tanti piccoli e grandi sì detti a Dio e al fratello che ha bisogno di noi.
Non ci possiamo inventare le buone opere da scrivere sul necrologio, perché le bugie hanno le gambe corte.
Per fortuna a Dio non servono sermoni di vescovi o di politici emergenti o di grandi personalità della cultura per convincersi che sei stato bravo, buono, meritevole del paradiso.
Lui sa tutto bene e meglio prima ancora di noi e non aspetta che moriamo per darci la ricompensa.
Lui ci immette nella sua eternità, nell’ottavo giorno, nella Pasqua che non ha mai fine, senza scomodare troupe televisive o amplificatori mediatici.
Ce lo ha detto e continua a ripetercelo:” Siate pronti, vegliate e pregate, perché non sapete né il giorno, né l’ora” .
E noi continuiamo a meravigliarci che succedano all’improvviso catastrofi come quelle degli ultimi tempi, né ci adoperiamo a che non si ripetano, dimenticando che le istruzioni per la salvaguardia del creato il Padreterno ce le ha date, ma noi solo in occasione dei funerali le riesumiamo, per dare la colpa agli altri però, quando non la diamo a Lui, l’innocente che continuiamo a mettere in croce.

“Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?” (Mt 22-12).

“Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?” (Mt 22-12).
Gesù con le sue parabole ci spiazza sempre, perché sembra impensabile pretendere che delle persone chiamate agli angoli delle strade, buoni e cattivi, non preparate, che non se l’aspettavano, che non se lo potevano permettere, indossassero un abito adatto alla cerimonia.
Una massa di poveri disgraziati, che magari hanno visto in quell’invito l’occasione per sbarcare il lunario è’ tanto che abbiano accettato.
Quando ci invitano al matrimonio la prima cosa che ci viene in mente è: “Che vestito mi metto?” Che regalo di faccio?”.
E se non abbiamo soldi per un vestito nuovo, se non l’abbiamo nell’armadio e se non siamo in grado comperare un regalo adeguato, decliniamo l’invito.
Molto spesso sono proprio questi obblighi che gli fanno decidere di dire no ad un invito.
Ricordo quello che Giovanni mi disse quando vide gli invitati in chiesa vestiti in un modo del tutto inusuale.
“Nonna ma si sono travestiti da matrimonio?” Che la dice lunga quanto si spende, quanto ci si tiene ad apparire in queste occasioni.
Ritornando al passo del Vangelo, la chiave per capire la reazione del re contro l’invitato che non aveva la veste giusta, è data dal fatto che nell’antico oriente c’era la consuetudine ai tempi di Gesù di dare agli invitati alle nozze il vestito per partecipare alla festa, un vestito uguale per tutti, bello e decoroso.
Se questa usanza fosse arrivata ai nostri giorni ci avrebbe tolto dagli impicci, almeno avrebbe tolto dagli impicci molta gente povera, ma non so quanto sarebbero stati contenti quelli che aspettano queste occasioni per sfoggiare gusto, eleganza, posizione sociale, condizione economica.
Per fortuna che hanno deciso in quasi tutte le chiese di far vestire i bimbi della prima Comunione tutti allo stesso modo, con un saio bianco di tipo monacale.
Ma questo non esonera i parenti a fare sfoggio di eleganza.
Il re della parabola si indigna perché l’uomo che non aveva la veste aveva voluto distinguersi e non si era voluto mischiare con la folla anonima dei buoni e dei cattivi, con gente con cui non aveva niente da spartire e della quale si sentiva superiore.
C’è da chiedersi quando Dio ci invita al banchetto eucaristico se cerchiamo delle scuse per non andare oppure, se andiamo, ci sentiamo diversi, migliori, superiori agli altri come i farisei contro i quali Gesù polemizza più di una volta.
Quale vestito indossare? Viene da chiedersi.
Una veste che ci piace, che ci distingue, la veste della nostra vita ordinaria ma sempre nostra… oppure lasciamo che Dio ci rivesta della sua luce, della sua pace, del suo splendore, della sua bellezza, della sua grazia?
“Guardate a lui e sarete raggianti”.
È proprio vero che se hai Dio nel cuore il resto scompare, perché i tuoi occhi riflettono la Sua immagine e rendono inutile qualunque travestimento, anche fatto in buona fede.

“Difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli” (Mt 19,23).

Meditazioni sulla liturgia
di lunedì della XX settimana
anno dispari
“Difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli” (Mt 19,23).
Cosa significa essere ricchi? Me lo chiedo questa mattina pensando che un tempo avevamo molti soldi perché il lavoro andava bene e tutto filava liscio nell’impresa di mio marito, vale a dire che le banche non avevano problemi a prestarci dei soldi quando questi eventualmente mancavano, perché non pagavano.
A quei tempi potevo comperarmi vestiti firmati e gioielli costosi, mandare nostro figlio a studiare lontano.
Non era un problema, purtroppo devo dire, cercarmi i medici migliori che sono arrivata a pagare anche cifre iperboliche senza peraltro riceverne benefici.
I soldi che avevamo non abbiamo mai pensato di darli in elemosina a persone bisognose, ad eccezione  di Gianni che continuava e continua a riempire bollettini per aiutare i bambini poveri dell’altra parte del mondo.
Io un po’ me la prendevo perché pensavo che sprecasse quei soldi per gente che non conosceva, come anche mio padre che ci lasciò in eredità solo pacchi di ricevute di soldi dati in beneficenza.
Ero ricca? Di cosa?
Il tempo della ricchezza l’ho passato a stare male e a cercare i medici più famosi per risolvere miei problemi di salute, che puntualmente disattendevano le mie aspettative.
Se penso a quel periodo della mia vita, non posso non inorridire, pensando ai soldi buttati per cose che non contano.
Sono stata ricca quindi ma non ho usato le ricchezze per il regno dei cieli questo è certo, nè sono stata felice perché sono stata sempre male e non ho mai trovato chi mi aiutasse a stare meglio.
Sono stata ricca ma non ho mai pensato di ringraziare nessuno per quello che avevo.
I poveri non sapevo neanche che esistessero o non li conoscevo nè li vedevo.
E dire che prima di sposarmi avevo sperimentato sulla mia pelle la rinuncia, la negazione dei più elementari bisogni, specie quando ero piccola, per la guerra e le sue conseguenze.
Poi ho incontrato il Signore, Il povero dei poveri, nudo, appeso ad una croce.
È lui che mi ha insegnato cosa significa essere ricchi.
“Beati i poveri di spirito, perchè di essi è il regno dei cieli”
E’ la beatitudine su cui ho meditato per più tempo e che ho fatto mia perché, per quanti beni avessi, ciò che mi mancava era proprio l’umiltà di riconoscermi bisognosa di tutto, bisognosa di Lui che è la vera ricchezza.
Oggi a malapena arriviamo alla fine del mese, con l’azienda che naviga in cattive acque, ma mai mi sono sentita tanto ricca.
Ricca di Lui, delle cose che mi dice, della sua presenza, della sua alleanza, del suo amore.
Grazie Signore di questa ricchezza che non ho dovuto guadagnare studiando, sposando un uomo benestante, ricevendo una ricca eredità, ma solo mostrando a te il mio dolore, scoprendo le mie ferite, lasciandomi amare da te.
È bello sentirsi portata in braccio come un agnellino appena nato nelle notti oscure in cui potenti marosi si alzano e si abbassano attorno a me.
E’ bello e rassicurante vederti dormire nella mia barca e non preoccuparmi perché tu sei con me e, se dormi, significa che non devo temere nulla perché tu sei tranquillo perchè sei certo che non accadrà nulla.
Grazie Signore della tua presenza, della tua vicinanza, del tuo amore, grazie della tua pazienza, grazie perché mi ricordi che ci sei ogni volta che ti perdo di vista, anche solo guardando un fiore che spunta, il sole che fa capolino tra le case ogni mattina.
Grazie Signore di quell’incrocio di sguardi che ho imparato a riconoscere quando le persone ti e si appartengono, quando la luce si trasmette da uno specchio all’altro specchio, grazie Signore dei tuoi figli accomunati dallo stesso amore, dalla stessa ricchezza, dall’unico vero Bene che sei tu.

Se vuoi essere perfetto, vendi quello che possiedi e seguimi ( (Mt 19,16-22)

“La Roccia, che ti ha generato, tu hai trascurato;
hai dimenticato il Dio che ti ha procreato!” (Dt 32,18)
I nostri padri hanno peccato e tu li hai perdonati Signore.
Con il tuo sangue hai offerto a Dio il sacrificio puro incontaminato per riparare l’offesa infinita fatta a Te che sei infinito amore.
Cosa poteva darti di più il Figlio, Signore mio Dio?
Eppure siamo schiacciati dalla conseguenza della colpa, continuiamo a peccare, a rincorrere falsi idoli, a nasconderci, a trovare soluzioni, ricette, lontani da te, senza consultarti, senza ascoltare la tua parola, chiudendo cuore ed orecchie ai tuoi insegnamenti.
La storia non ci fa da maestra, la memoria di tanti tuoi benefici si offusca a tal punto che ci convinciamo che tu sei lontano da noi e che non ti possiamo scomodare per cose di poco conto rispetto ai problemi del mondo, alle catastrofi a cui ogni giorno assistiamo.
Così viviamo come se non ci fossi, arrangiandoci come possiamo, non trascurando però di farci il segno di croce, se passiamo davanti ad una chiesa o  di osservare i tuoi comandamenti non soffermandoci troppo sul primo.
Cerchiamo di non pestare i calli a nessuno e di farci i fatti nostri, di vivere appartati nei nostri appartamenti, perchè di guai ne abbiamo già troppi e figuriamoci se possiamo pensare o farci carico di quelli degli altri.
Ci sono cose scritte nel vangelo che scivolano sulla nostra pelle come l’olio, come se non le avessimo mai lette e tu non le avessi mai dette.
Sono le cose che ci turbano, che pensiamo siano accessorie, dei santi, dei bigotti, e noi non aspiriamo a tanto e disprezziamo i bigotti.
Quando ti arrabbi pensiamo che non fai sul serio, come i genitori quando alzano la voce per fare paura ma poi tornano ad essere quelli di prima e danno quello che  vogliono ai figli,  anche se gli fa male, solo per non starli a sentire, illudendosi così di farli felici.
Quanto mi riconosco nel giovane ricco Signore, che voleva seguirti con tutto il cuore, affascinato da quello che dicevi, da quello che facevi, da come lo facevi e come lo dicevi!
Tu non hai mai chiuso le porte del tuo cuore al popolo che ti sei scelto, non hai mai smesso neanche un momento di averne cura, mai Signore, nè allora, nè oggi che sembra il mondo stia riuscendo a cancellare i segni della tua presenza.
Tu sei fedele, ma noi non ci riusciamo, e continuiamo a peccare come fecero i nostri padri, ripetendo all’infinito gli errori che ci chiudono le porte della vita.
Se guardo al passato non posso che constatare la mancanza di amore in tutto quello che ho fatto, per te e per gli altri.
Il dover essere ha schiacciato l’essere e non ho mai goduto del frutto del mio impegno ad osservare le regole, a vivere senza dare adito a scandali, rotture, giudizi negativi.
Mi sono arrangiata, come si suol dire a conquistarmi un posto nella famiglia, nella società a costruirmi una torre tutta mia, una torre dove le lingue si confondono, dove è assente la comunicazione e non ci si capisce.
Ho portato mattoni alla mia torre, ho invitato a salirvi altre persone, ho dato loro da mangiare e da bere, persone di cui non conoscevo la lingua.
Poi sei venuto tu Signore a parlare con un linguaggio nuovo e io che sono una testona e anche testarda, ho voluto andarci a fondo come facevo quando trovavo una cosa che non capivo, sui libri di scuola, nelle parole degli amici, nelle esperienze della vita.
Così ho scoperto che di tutto il tuo insegnamento rimane una cosa sola importante: l’amore, quello che mi manca, quello di cui ho bisogno.
Perchè si ama come si è stati amati e io non credo di essere stata amata in modo perfetto.
Per questo mi sono attaccata a te, perchè mi insegni ad amare, ad obbedire, ad ascoltare sì che non la mia ma la tua torre, la croce, sia il segno che lo Spirito Santo opera anche in questa pretesa di autosufficienza mortificante e dannosa.
Ti chiedo Signore di poterti consegnare tutto, ma proprio tutto, con l’aiuto di Maria.
Gioie e dolori, salute e malattia perchè tu le trasformi in luce del cammino, strumenti di salvezza, liberazione dai miei nemici, desiderio di servirti, gioia senza fine.