La vigna

“Piantò una vigna…”(Mt 21,33)
Dio fece un giardino, l’Eden e vi mise Adamo, l’uomo fatto con la terra su cui alitò il suo spirito.
Il giardino che Dio diede ad Adamo era il suo amore da accogliere, custodire, coltivare.
Adamo rifiutò di sottostare alle regole del suo Creatore e di quel giardino non fu riconoscente, né si preoccupò di coltivare la relazione con il suo benefattore, anzi ne approfittò per sottrargli la signoria di quel luogo, volendo prescindere da lui e tenersi tutto per sé.
L’amore di Dio è dono, ma non personale proprietà, perché è amore per tutti, è amore che suscita altro amore, amore che genera figli, uva buona, il vino della festa, della gioia, della vita senza tramonto.
Così Dio si riprese il giardino e lo diede da coltivare ai profeti, ai poveri, alle vedove, agli orfani, alle sterili, a persone che per la società non valevano nulla o meno di nulla, perché tutti preparassero la venuta del figlio, il nuovo Adamo, che avrebbe insegnato a noi come si coltiva la vigna del Signore e come la vigna dia frutti buoni e saporiti.
Gesù è venuto a irrigare con il suo sangue la terra, quel luogo ormai preda di ladri, sconvolto e abbandonato alla furia degli elementi.
Lui, il Signore, è diventato muro di cinta e poi torre e frantoio e tutto ciò che occorreva perché la vigna possa essere tutelata da qualsiasi attacco nemico.
Gesù con il suo sacrificio mise al sicuro la sua eredità, perché ne potessimo godere anche noi che non siamo stati scelti per primi.
Ma questo vino oggi noi lo dobbiamo somministrare, offrire, far gustare a quelli che hanno perso ogni speranza, che sono tristi, che non godono della bellezza di quanto esce dalla mano del Signore.
Nella Bibbia a volte ci riconosciamo nella terra, a volte siamo vigna, a volte siamo tralci, a volte siamo città.
Gerusalemme è un luogo dove è eretto il tempio del Signore, luogo di riferimento in cui si celebra il culto e nel quale ci si riconosce figli di un unico padre.
Gerusalemme sarà distrutta e il tempio andrà in rovina.
Di Gerusalemme ciò che era importante, ciò che aveva sempre contato era il tempio.
Noi siamo quel tempio che Dio vuole abitare.
Gesù è disgustato dell’uso che se ne faceva e scaccia i venditori del tempio, perché ne avevano fatto una spelonca di ladri e di furfanti.
I rapporti, le relazioni erano basate sull’uso, sull’interesse egoistico e personale.
Ognuno pensava a prendere, nessuno si preoccupava più di dare gratuitamente all’altro la propria attenzione, il proprio sguardo, il tempo di un sorriso, di una carezza, di una stretta di mano disinteressata.
Non c’era più nessuno che si prendesse cura dell’altro.
A Dio ci si rivolgeva solo per placarne l’ira e ottenere vantaggi personali.
Gesù ricostruisce il tempio con il suo corpo dopo che gli uomini ne hanno decretato la morte e sulla croce con le braccia spalancate e il cuore trafitto attira tutti a sé, perché innestiamo i nostri cuori di pietra, le nostre vite selvatiche, pezzi di legno senza futuro nelle sue ferite, perché la vigna riprenda a dare frutto.
E la terra? Dov’è la terra?
La croce ha due braccia: quelle verticali attingono dal cielo lo spirito di vita, quelle orizzontali abbracciano il mondo per dargli la vita.
Grazie Gesù, grazie Padre, grazie Spirito Santo.
Noi siamo i vignaioli destinati a dare buoni frutti perché il mondo ritrovi la gioia.
Innestati a Gesù non potremmo che essere certi di questo.
Se la vigna si è inselvatichita e l’uva è immangiabile, significa che dobbiamo chiedere al Signore un nuovo innesto.
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S.Matteo

Seguimi! ( Mt 9,9) 

Chi non si è sentito interpellato dalla chiamata perentoria di Gesù?
Sicuramente molti, leggendo il vangelo di oggi (se lo hanno letto, se hanno l’abitudine a leggerlo) hanno pensato che Gesù non ce l’aveva con loro, perchè la tipologia di persone che è messa al centro di questo passo è quella di uno che faceva un lavoro sporco, considerato un pubblico peccatore, sia perchè riscuoteva i soldi per la potenza ingiusta e oppressiva di Roma, sia perchè su quei soldi ci faceva la cresta, per viverci al meglio possibile.
Un’altra caratteristica di questo personaggio è il suo stare seduto ad aspettare ciò che a suo parere gli era dovuto.
Fino a quel momento Levi, che poi sarà ribattezzato Matteo, non credo si sia posto tanti problemi, sicuro di essere nel giusto, perchè chi di noi non avanza qualcosa dagli altri, non dico in soldi, ma in affetto, stima, vicinanza, compassione, amicizia ecc ecc?
Siamo tanti Levi, nascosti dietro i nostri perbenismi e tutti sediamo sui nostri piccoli o grandi scranni ad aspettare…
Ma Levi, sconosciuto agli onori delle cronache se non fosse stato per quella chiamata, pur sembrando all’ apparenza un uomo arrivato, un uomo che si era fatto una posizione, viveva il cruccio nel cuore di essere evitato per quel suo sporco lavoro.
E non è cosa semplice vivere nella tua comunità ed essere da tutti scansato.
Lo sguardo di Gesù si posò su di lui, uno sguardo non di giudizio, sicuramente, altrimenti non avremmo assistito ad una reazione così immediata, istantanea, senza ripensamenti.
Uno sguardo che può cambiare la vita!
In questa società dove è diventato cosa rara essere visti (con tutti questi marchingegni elettronici che con i loro suoni, colori e ammiccamenti, ti trasportano in un mondo dove anche il sangue non macchia e i terremoti ti lasciano comodo sul tuo letto e, se non ti spaventi troppo, puoi pure continuare a dormire), ci siamo scordati che le persone hanno gli occhi e gli occhi servono non solo per guardare, ma per essere guardati.
Mi viene in mente e come non potrebbe? l’ultima bomba mediatica del suicidio assistito con tanto di Satana che ti fa da facilitatore, accompagnatore vestito perbene.
La gente pensa che il corpo che abbiamo ci appartiene e ne possiamo fare ciò che vogliamo.
Ci sono momenti che questo non ci è possibile, perchè, anche se sei sano come un pesce, non puoi fare a meno degli altri, non fosse solo per la connessione che paghi e che ti mette in relazione???? con tutto il mondo.
Guardi, ma non sei guardato, perciò la dipendenza da questi strumenti ti fa diventare uno zombie.
Essere guardati è essere visibili, esistere.
Io ho sempre avuto un problema con la mia visibilità, perchè, quando ero piccola, tendevo a nascondermi ritenendomi uno sgorbio, veramente non ritenendomi neanche quello, visto che quando si è in tanti in famiglia ti guardano e ti cercano sempre per farti fare qualcosa.
Poi, quando mi sono resa conto di avere un corpo l’ho odiato perchè era brutto e ho passato la vita a coprirlo, a mimetizzarmi, a travestirmi.
Chissà che peccati avevo fatto per sentirmi così o chissà cosa avevo capito di Gesù in un istituto di suore frequentato per 16 anni consecutivi dall’asilo alla maturtità.
Il corpo che io nascondevo ora è allo scoperto, perchè, quando vai su una carrozzella con tanti problemi, l’importante è che uno ti porti, compresa la copertina e tutto il tuo bagaglio di pronto soccorso e che, se vai in chiesa o in qualsiasi altro luogo, tu venga messa davanti, altrimenti non vedi niente.
Mio marito ha sempre il complesso di disturbare e tende a fare l’opposto, perchè la gente poi ha problemi a incrociare una carrozzella e forse anzi sicuramente lo sguardo di chi ci sta sopra.
“Beata te che hai uno che ti accompagna!” mi sento dire, e io rispondo con un po’ di cattiveria qualche rara volta, la vera beatitudine è quando puoi scegliere se essere portato o portare.
Tornando allo sguardo…
A quanti fa bene scontrarsi con uno che sta peggio di te?
A quanti gioverebbe incrociare gli occhi di un poveretto, di quelli che in genere nei luoghi di preghiera stanno davanti, per fare una riflessione sulla propria vita, sui doni ricevuti, su quelli dilapidati, sulla nostalgia di occhi di madre e di padre che con amore, affetto, tenerezza si sono posati su di te quando non ancora sapevi camminare?
Uno guardo nostalgico di infinito, di eterno, di uno e distinto, uno sguardo d’amore, uno sguardo di perdono, perchè se sei figlio e figlio di Dio vai bene sempre a Lui e sei tu che ti devi convincere che la vita acquista valore se riesce a darne anche e soprattutto a chi ti guarda.

Perdono

“Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? “(Mt 18,21)
“Amatevi come io vi ho amato”, questa è la perfezione dell’amore.
Ma come ci ha amato Dio?
Perdonandoci non sette volte, ma settanta volte sette, per cui il comandamento nuovo può esprimersi così:”Perdona il prossimo come perdoni te stesso. Perdonatevi come io vi ho perdonato.”
Dio testimonia che, pur se sbagliano, continua ad amare i suoi figli e non li abbandona, ma si serve delle prove per far capire loro ciò che conta veramente nella vita, ciò che è essenziale, chiarificando il desiderio, dando ad ognuno il nutrimento necessario che alla fine si rivela l’unico che dona la vita:il perdono.(Dt8,1-4)
Solo così il deserto lo si può attraversare senza che la veste si logori addosso e il piede si gonfi.
Tutta la storia d’Israele è una storia d’amore tra Dio e il suo popolo, un amore che non dipende dalla bravura di chi si è scelto, né dalla disponibilità a lasciarsi aiutare e trasformare da Lui..
L’amore basta all’amore e non ha giustificazioni, almeno quello di Dio.
Riconoscersi peccatori, non bravi, non buoni, bisognosi di perdono, ci porta ad accogliere il perdono che viene dall’alto, a lasciarci nutrire dall’amore gratuito di Dio e a desiderare di trasmetterlo anche ai nostri fratelli.
“Eterna è la sua misericordia” ripetiamo in un salmo tra i più conosciuti, riconoscendo a Dio la capacità di perdonare all’infinito..
La società in cui viviamo sente la necessità di perdonare, tanto da prevedere nelle sue leggi forme di perdono come l’amnistia, il condono, l’indulto, la grazia.
Il giubileo, nelle società antiche, serviva a condonare i debiti contratti, perché la società deve poter ricominciare da capo e non può essere sempre in conflitto con se stessa.
Ma noi sappiamo perdonare? Che tipo di perdono è il nostro?
Il testo di Giulia Paola Di Nicola e Attilio Danese “Per…dono”edito da Effatà ci aiuta in tal senso.
Vi scopriamo forme illusorie di perdono che non conoscevamo come quello superficiale che rimanda l’esplosione del conflitto; quello ragionevole, che cerca di scusare l’altro; quello impotente, conveniente che avalla il comportamento scorretto; quello umiliante, rinfacciato,pesante,indolente per incapacità relazionale, quello l blak out, differito per penalizzare l’altro,quello accomodante,paternalista, che dissolve l’altro, il perdono abusato,ombelicale per l’incapacità a vivere la mancanza di serenità in famiglia, il perdono predicato,minimalista, sotto condizione,vicario, generico che non implica uno sforzo personale e un rapporto personale.
Tutti questi perdoni sono falsi imperfetti perché non hanno come effetto quello di mettere in circolo l’amore che fa crescere l’altro nella gratuità del dono.
Gli imperdonabili sono quelli che non hanno scusanti, quelli che umanamente è impossibile perdonare, ma che solo il nostro perdono può riabilitare e trasformare in creature nuove.
Gli imperdonabili devono stupire per ciò che inaspettatamente viene loro concesso e da lì ripartire per una vita nuova. In questo caso fondamentale è l’intervento della Grazia per riuscire a fare ciò che Dio ha fatto per noi.
Ma frutto della Grazia è anche il riconoscersi bisognosi di perdono. Solo chi si sente imperfetto riesce a comprendere l’altrui inadeguatezza.
Bisogna fare esperienza di perdono per poter perdonare.
“Amatevi come io vi ho amato” Ma come ci ha amato Dio? Come ci ha perdonato?
La storia d’Israele è storia di alleanza, fedeltà, perdono.La nostra storia gode dei frutti del perdono.
Il perdono di Dio è gratuito, parte dall’amore e dalla fiducia nei riguardi dell’uomo. Un dono gratuito e inaspettato allarga il cuore e spinge a fare altrettanto, perchè la carità è contagiosa. Chi si sente perdonato è spinto a perdonare. Chi ha fatto esperienza dell’amore gratuito di Dio non può sottrarsi all’azione della Grazia che opera in tal senso.
Il perdono di Dio educa quindi a fare altrettanto. Come?
Sicuramente l’invocazione allo Spirito che ci dia occhi per guardare e cuore per amare come Dio ha fatto con noi non è senza frutto, ma anche la lettura della Parola ci aiuta in tal senso. La vicenda di Giuseppe è emblematica.(Gn42-45)
Giuseppe, venduto dai suoi fratelli, pur desiderando riabbracciarli, appena li riconosce, si trattiene e li fa un po’ soffrire perché capiscano e imparino dall’esperienza concreta il difficile cammino della presa di coscienza del male fatto.
Il perdono non può prescindere dalla memoria di quanto è accaduto. Perché la ferita si rimargini bisogna guardarla e curarla, lasciandola scoperta.
Il perdono che parte dalla decisione di mettere una pietra sopra il passato serve solo a far imputridire la piaga.
Il perdono è memoria della crisi, è vedere lo strappo come occasione di crescita, come opportunità per creare un vincolo più saldo. Il perdono è l’altra faccia dell’amore che nasce dalla tenerezza che suscita la compassione per l’altrui fragilità.
(Pensiamo a quale sentimento proviamo nei confronti di un bambino che non riesce a fare bene ciò che per i grandi è normale)
La capacità di perdonare a prescindere e nonostante tutto, viene da Dio e umanamente non può esserci perdono perfetto, ma solo approssimazioni che non sono liberanti e non promuovono la persona.
Ogni cristiano è chiamato a dare vita, a far crescere l’altro, a partorirlo a Cristo Gesù e in quest’ottica deve essere visto il perdono: come opportunità data all’altro di entrare nella corrente della Grazia, la corrente della vita.
Il perdono a cui ci chiama Cristo è un perdono al fratello che ci ha messo accanto, il più vicino, quello che ci scomoda di più e quello che ci sembra imperdonabile, quando tradisce la nostra fiducia.
Quando si perdonano i tedeschi per l’olocausto o noi Cristiani chiediamo perdono per la barbarie implicita nelle crociate facciamo molta meno fatica di quanta ne implichi aprire il cuore all’imperdonabile coniuge che ci tradisce con una donna o con i suoi hobby, le sue amicizie, il lavoro ecc. o il condomino che vuole sempre avere ragione o ci butta l’acqua sul balcone, quando annaffia le piante o la collega pettegola che ha sparlato di noi ecc.
Il perdono dà vita a chi lo dona e a chi lo riceve, perché ristabilisce la comunione a cui Dio ci ha chiamati, quella che pensiamo di fare, quando andiamo alla Messa e prendiamo l’Eucarestia, magari ogni giorno, dimenticando che il Corpo di Cristo è la comunità dei credenti, e a quella dobbiamo dare da mangiare e da quello dobbiamo farci mangiare, lavare e farci lavare i piedi, perdonare e farci perdonare.
Ma certe persone non lo meritano il perdono, ci diciamo e ci sentiamo bravi anche solo se ci teniamo alla larga.
Gesù è maestro del perdono. Nei Vangeli vediamo che gli imperdonabili, sono quelli con i quali si mischia, i peccatori condannati senza appello da scribi e farisei.
Quando, dopo la resurrezione, compare nel cenacolo, passando attraverso le porte chiuse, saluta i disertori con le parole:” Pace a voi!”(Lc24,36).(Il perdono che prescinde)
Sempre nel Vangelo di Giovanni (Gv21,16)troviamo una pagina illuminante nell’ultimo dialogo tra Pietro e Gesù risorto, sulla sponda del lago di Tiberiade.”Pietro mi ami tu?”gli chiede per due volte usando il verbo “agapào” e solo all’ultimo il verbo “filèo”, adeguandosi alla risposta di Pietro che conosce solo quel modo di amare, espresso dal verbo filèo che usa in tutte le tre risposte.(Gesù continua ad abbassarsi anche dopo la resurrezione. Il perdono è frutto di una discesa, di un abbassamento)
La lavanda dei piedi che san Giovanni riporta come segno del dono che Cristo si apprestava a lasciare agli uomini ci fa entrare più intimamente nel mistero del perdono divino.(Gv13,1-17)
Gesù lava i piedi agli apostoli, prima di mangiare, nonostante questo servizio fosse riservato solo ai non circoncisi. Gesù maestro, il Rabbì comincia la condivisione del cibo, abbassandosi, indossando il grembiule, mettendosi sotto. Ecco il perdono parte dalla convinzione che non siamo migliori degli altri, passa attraverso un farsi carico di ciò che dell’altro è sporco e manda cattivo odore, sfocia in un desiderio di liberarlo da ciò che lo rende indegno, inadeguato.
Gesù, lavando i piedi ai discepoli, li rimette in piedi, restituisce loro la dignità perduta.
Per perdonare è necessario riabilitare l’altro, partendo dalla sua discolpa, facendo uno sgombero nella nostra casa perché vi possa entrare l’altro e possa parlare al nostro cuore con la sua storia. Divenire casa accogliente per l’altro, ascoltandolo, mettendoci nei suoi panni, è una strada che possiamo percorrere alla ricerca di elementi che mettano in luce l’innocenza dell’altro.
Gesù è diventato per noi casa accogliente, nella quale spesso ci rifugiamo, ma ci ha chiamati ad esserlo l’uno per l’altro.
Quando si trasloca, si sgombra la casa. Il trasloco è quello che Dio ci chiama a fare, quando vogliamo capire e farci capire, quando vogliamo comunicare, mettere in comune quello che abbiamo e non abbiamo, per far posto all’altro.
Dio ci ha dato l’esempio, quando ha indossato i nostri panni, preso la nostra carne per comunicarci il suo amore in modo tangibile.
Continuiamo a guardare come opera Dio.
Dio, spinto dall’amore verso l’uomo che ha fatto a sua immagine e somiglianza ha fiducia in lui e perdona perché sa che la riabilitazione porta l’uomo a rifarsi una vita, vale a dire a passare dalla morte alla vita.
Imparare a perdonare è un cammino di crescita, un percorso di vita per noi e per gli altri.
Ma dove dobbiamo esercitare il perdono?
Sicuramente nella comunità di cui facciamo parte a cominciare dalla più “prossima”, che è quella in cui siamo nati o quella che abbiamo con il nostro coniuge formato.
Dio ha scelto di incarnarsi in una donna,ma ha avuto bisogno di due sì, quello di Maria e quello di Giuseppe .L’accordo è fondamentale per far incarnare e rendere presente Gesù.
Gesù ha scelto di vivere in una famiglia, i cui membri erano legati tra loro attraverso l’amore a Dio e all’altro.Nella Sacra Famiglia i membri erano sottomessi a Dio e sottomessi l’uno all’altro.(Maria era sottomessa a Giuseppe Gesù a suo padre e a sua madre ecc.)
Oggi la famiglia che fa notizia è quella che non funziona.Lo stato,a corto di famiglie su cui legiferare, si propone di aumentarne il numero legittimando quelle di fatto.Le famiglie oggetto di discussione sono quelle che non danno garanzie ma le pretendono dallo stato, quelle che non pensano che l’indissolubilità sia un valore, che la diversità sia una risorsa, che la stabilità un’assicurazione a tempo indeterminato per la felicità dei figli..
Il Dio in cui crediamo è un Dio famiglia, è Dio Trinità, un Dio che ha creato l’uomo a sua immagine, maschio e femmina, perché della diversità facesse una ricchezza, chiamati il maschio e la femmina a continuare la sua opera creatrice.
Il Dio della Bibbia è padre e madre, fratello e sposo e ci ha dato la vita perché fossimo a tutti gli effetti figli ed eredi del suo patrimonio di grazia e di amore.Il suo è un linguaggio familiare.
La famiglia in cui Dio ci ha chiamati è caratterizzata dall’amore profuso gratuitamente ad ogni uomo, chiamato di volta in volta “figlio”,”fratello”,”sposo”.
(Appartenere ad una famiglia significa essere una di queste cose.)
Dio testimonia il suo amore con la fedeltà alla promessa, al vincolo, all’alleanza che ha stretto con l’uomo, alleanza unilaterale, alleanza che con lo spirito Santo effuso da Cristo l’uomo è in grado di non rompere.La disponibilità al perdono non sette ma settanta volte sette è garanzia di stabilità e di realizzazione della promessa.
La famiglia, luogo privilegiato scelto da Dio per fare della diversità una ricchezza, della crisi una risorsa, dell’unione una possibilità di vita, ha bisogno di persone che attingano direttamente alla fonte dell’amore, per metterlo in circolo lì dove i serbatoi sono vuoti.
Alla famiglia ha dato il compito di trasmettere la vita, di continuare la sua opera creatrice..
L’uomo è uno e se impara a perdonare non farà differenza fra il fratello con cui si incontra una volta alla settimana e il marito o la nuora o la cognata che hanno comportamenti imperdonabili
Il perdono più difficile è quello che si dona a chi ci ha tradito, ha tradito la comunione, chi ha tradito la nostra fiducia, chi ci parla alle spalle, chi non riesce ad essere buono.
La volontà concreta di perdonare porta al perdono con l’aiuto di Dio.

Natività di Maria

” A lui sarà dato il nome di Emanuele, Dio con noi” (Mt 1,23)
 
Dio prepara una casa per il figlio, si prepara una casa per venire ad abitare con noi.
L’Emanuele, il Dio con noi ha bisogno di un terreno dissodato, un terreno fertile che lo accolga , lo custodisca, lo faccia crescere e lo dia alla luce.
Il terreno…la casa..
Maria è la casa, l’arca dell’alleanza che veniva portata insieme a tutto il resto nel trasferimento del popolo nel deserto da un luogo ad un altro, arca che ci ricorda un’altra arca, quella di Noè, un’ arca che salva dal diluvio, un’ arca che dona la vita.
L’arca troverà poi una stabile dimora nel tempio, ma sarà anche rubata, trafugata e il tempo andrà in rovina.
Come tutte le cose del mondo che conoscono la corruzione, scompariranno, mentre rimarrà in eterno la verità ad essi sottesa,
Così Gesù, il Salvatore, diventerà tempio,tenda, arca, unito strettamente alla madre che lo ha generato dallo Spirito, con lo Spirito.
Lo Spirito di Dio toccherà questa umile donna e la trasformerà in icona vivente dell’unità inscindibile dell’uomo con Dio, l’unica che dà forza.
Maria dallo Spirito è generata, con lo Spirito genera, dallo Spirito è consacrata sposa di Cristo.
LUI ce l’ha consegnata , donata sulla croce.
” Ecco tua madre !” l’inizio del cammino alla volta del cielo.
Il Dio con noi ha bisogno di chi lo porti con sè, che lo dia alla luce, che lo testimoni, che partorisca a Lui figli di Dio.
E’ la Chiesa che oggi deve farci vivere questa fecondità a cui è chiamata, rendendo visibile Dio nel mondo.
 

Rinneghi se stesso

Meditazioni sulla liturgia di domenica
della XXII settimana del TO anno A
 
«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.” (Mt 16,24)
Mi sono sempre fermata su quel “Prenda la sua croce” che viene dopo, perché di croci mi pareva di intendermene, visto come le cose sono andate e continuano ad andare.
La croce è diventata sempre più pesante e portarla con te mi ha salvato.
Mi ha salvato dal desiderio di farla finita, di inveire, imprecare, urlare, scaraventarla verso il cielo, nella convinzione che tu non ci sei, che non sei Padre, perché permetti che i tuoi figli subiscano le pene dell’inferno, prima ancora di andarci.
Ti ho incontrato inchiodato ad una croce e mi sentii accomunata dallo stesso destino, tanto che mi venne spontaneo esclamare, alzando gli occhi al crocifisso quella sera del 5 gennaio del 2000: “Pure tu!”
Allora non feci attenzione più di tanto alle parole che precedettero quel movimento della testa e degli occhi simultaneo alle parole del sacerdote: “L’uomo crede di essere dio ma non è Dio”.
Mi colpì il fatto che tu fossi sofferente come me.
Da quel momento cominciò il viaggio con te, standoti accanto, non dietro.
Ho desiderato di conoscerti meglio, di più e non ho trascurato niente per sapere chi eri, da dove venivi e dove andavi.
Ricordo che le tue parole, quando mi vennero incontro, le divorai con avidità, questo sì, erano parole nuove, balsamo per la mia anima, ma al centro continuavo ad esserci io, la protagonista di un destino “sfigato”, una vita di solitudine, di dolore, di no ripetuti quasi all’infinito.
Volevo che quei no si cambiassero in sì, che si accendesse qualche scintilla di luce per illuminare la mia notte.
E tu Signore ogni notte sei venuto a visitarmi, a parlarmi, a farmi scendere pian piano dal mio piedistallo, su cui mi ero posta, facendomi un vanto anche di quella croce.
Un vanto nell’essere riuscita a portarla fino a quel momento da sola, senza impazzire, un vanto perché non mi ero data per vinta, un vanto anche l’aver averti incontrato, aver desiderato di conoscerti sempre di più.
Tu sai tutto Signore, il viaggio che abbiamo fatto insieme, senza che io ti riconoscessi davvero, perché ho continuato per tanto tempo a sentirmi uguale a te.
Quanta superbia ha contraddistinto gli anni in cui tu mi spiegavi le scritture, quanta mitezza, pazienza, quanto amore in te che hai permesso che io ti trattassi come una persona simile a me, non Dio, l’essere perfettissimo, creatore e signore del cielo e della terra.
Lo Spirito pian piano mi ha accompagnato in questa discesa graduale dal podio dei vincitori e mi ha fatto sentire il sapore della polvere di cui ero fatta, terra impastata dalle tue mani, terra su cui tu hai soffiato la vita.
Ti lodo, ti benedico e ti ringrazio perché più mi nutro di te più mi viene fame, più desidero che tu non ti allontani da me, che continui ad illuminare i miei passi, e mi purifichi da ogni sozzura e mi dia vita nuova, vita vera, vita di pace, vita di amore, gioia piena alla tua presenza.
Ho sperimentato che nella mia debolezza è la tua forza, che con te si possono fare cose grandi, che senza di te sono come uno che scende nella fossa.
Le parole del Vangelo di oggi le ho sentite tante volte ma non sono mai andata oltre quel “prenda la sua croce”
Ma bisogna rinnegare se stessi. A questo non avevo mai fatto caso.
Lasciare che tu e non noi decidiamo cosa è bene e giusto per vivere non un giorno da dio, ma tutta la vita da figli rigenerati dallo Spirito e destinati ad una gloria più grande.
Ti ringrazio Signore di questo progressivo ridimensionamento, ti ringrazio perchè “ Il tuo giogo infatti è dolce e il tuo carico leggero (cfr Mt 11,30).

Lo Sposo

Meditazioni sulla liturgia di
Venerdì della XXI settimana del TO
 
“Ecco lo Sposo, andategli incontro!”(Mt 25,5)
Questo è l’anelito di chiunque abbia conosciuto il Signore e vive la sua vita nell’attesa di unirsi intimamente a Lui nel giorno delle nozze.
Una vita protesa ad amare ciò che Lui ama, a cercare di discernere la sua volontà in ogni più piccolo gesto, pensiero, decisione, progetto.
Andare incontro allo Sposo è un tendere a Lui continuo e incondizionato, pendendo dalle sue labbra, leggendo le lettere che ci ha scritto e che ci aiutano a non dimenticarlo e a preparare la festa di nozze.
Ricordo quando eravamo fidanzati io e Gianni, quando dipendevo dalle sue lettere…
Quanto tempo passato alla finestra ad aspettare il postino che me le recapitasse!
Il telefono era un lusso mentre le lettere me le rileggevo fino a quando non arrivavano delle nuove.
Erano il mio tesoro, la testimonianza che mi voleva bene.
L’idea che ci eravamo fatti della felicità, quella sensazione stordente di eternità, di infinito, di comunione, di trascendenza, di uno e distinto pensavamo fosse eterna e non pensavamo che era nostalgia di Lui, frammento, lampo di una luce, di un calore, di una felicità che solo Lui poteva rendere eterna.
“Ecco lo Sposo, andategli incontro!” Dice la voce all’approssimarsi dell’ora.
Dio con noi è stato clemente e ci ha mostrato quanto ci ama.
Non come giudice ma come buon Samaritano si è chinato sulle nostre ferite e pian piano le sta guarendo con l’olio della sua tenerezza.
Lo sappiamo che ha già pagato per noi, affidandoci alla chiesa, ogni giorno nutrendoci del Pane e della Parola che è sempre parola e pane di perdono.
Quando quella parola è diventata l’unica cosa che ci permette di vivere, di esistere, e risplendere con la luce negli occhi, di comunicare agli altri la gioia di essere innamorati, siamo con l’equipaggiamento giusto.
La lampada è quella che porta la luce, permette alla luce di risplendere, allo stoppino di bruciare.
Noi siamo le lampade, contenitori, strumenti di salvezza, di gioia, di festa, di pace, di amore.
Ma una lampada senza olio non arde.
Per questo è necessario procurarsi l’olio perché lo Spirito di Dio lo accenda e lo faccia bruciare per illuminare la festa.
Se ti avessimo incontrato e conosciuto prima Signore, forse la nostra vita non sarebbe stata così tribolata!
Con umiltà e pazienza con te stiamo riattaccando i cocci della nostra anfora seppellita nel mare dopo il naufragio dei nostri idoli, la nostra anfora che tu hai destinato ad accoglierti per somministrare agli invitati alle nozze il vino della gioia.

Tenetevi pronti

“Tenetevi pronti” (Mt 24,44).
O Dio tu sei il mio Dio all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia… Nel mio giaciglio di te mi ricordo… esulto all’ombra delle tue ali…
Signore grazie, grazie per il dono della fede, grazie per il dono della Parola, attraverso la quale tu continui a mandarmi messaggi di pace, di amore, di gioia piena.
Sul monte Sion sarà allestito un banchetto di grasse vivande dove affluiranno il mosto e l’olio e tutti i popoli della terra.
Lì Signore ci incontreremo tutti e faremo festa con te, che fai discendere il cielo, lo pieghi alla nostra altezza sì che tu ci possa abitare.
Grazie dell’amore che tu stai seminando nel mio cuore, che stai alimentando in modo costante e misterioso, grazie per tutto ciò che oggi mi hai portato a disprezzare e per ciò che mi hai insegnato a scegliere, ad amare, ad anteporre a tutto.
Grazie perché in questo esilio tu non mi hai abbandonata, non mi hai detto “arrangiati!”, come mi diceva mia madre, ma mi hai mostrato la tua provvidenza.
Sei tu il Dio con noi che cammini nella storia e diventi storia e fai bella la nostra storia, la trasformi in storia sacra, storia di salvezza.
Signore non sapevo quando ti ho incontrato che sarei arrivata a tanto non per i miei meriti ma per tua grazia, non sapevo cosa mi aspettava quando ho aperto la porta nascosta del mio tugurio, non sapevo dove mi avresti portato, ma mi sono fidata.
Chiunque affamato, assetato, ignudo, perseguitato, offeso, messo a morte, non può non riconoscersi in te Signore che tutte queste cose le hai vissute sulla tua pelle per tua scelta.
Io non ho scelto nulla delle cose che oggi mi affliggono: la malattia, il dolore, la persecuzione, l’emarginazione, la solitudine, l’abbandono degli amici, l’impotenza, la vecchiaia…
Invece tu l’hai fatto e io voglio guardare a te, senza ribellarmi, ma soprattutto senza disorientarmi e spaventarmi.
Voglio avere gli occhi fissi a te, Signore, perché “se il chicco di grano non muore non porta frutto”
Dicevo che io non ho scelto ciò che oggi sto vivendo non senza angoscia, quando ti sento lontano, quando i miei sensi sono disturbati dai morsi dei nemici, dal morso del peccato.
Non so quanta strada dovrò ancora fare, ma so che alla fine sarai lì ad aspettarmi e mi abbraccerai e mi donerai l’anello e ucciderai vitello grasso e farai un grande banchetto in mio onore.
“Siete pronti!” È l’invito che oggi ci fai.
Signore sono in cammino e tu lo sai quanto sono lontana dalla perfezione.
Sto cercando di alleggerire il mio bagaglio, sto cercando di liberarmi di tutte le catene che mi separano da te e che rallentano la marcia.
A volte mi demoralizzo, quando una zampata mi riporta indietro ed è come se annullasse anni di sequela.
Ma tu Signore mi riprendi, mi sollevi alla tua altezza, mi fai volare così che poi supero quei guadi di morte e mi accorgo che ho accorciato la distanza che mi separa da te.
Continua Signore a vigilare sul mio cammino.
Con Maria vengo a te, unico mio vero Bene