“Il padre vostro sa di quali cose avete bisogno”.(Mt 6,8)

“Il padre vostro sa di quali cose avete bisogno”.(Mt 6,8)
Padre, tu mi scruti e mi conosci, mi vedi quando mi siedo e quando mi alzo, non ti erano sconosciute le mie ossa prima che fossero intessute nel seno di mia madre…
Padre tu che ami tutte le cose che hai creato, che nulla disprezzi di ciò che è uscito dalla tua mano che, se l’avessi disprezzato non l’avresti neanche creato…
Tu che, quando ero giovane, mi traevi a te con vincoii di tenerezza, mi sollevavi alla tua altezza, per comunicarmi il tuo amore…
Padre che non hai mai smesso di starmi vicino, di assistermi, guidarmi, amarmi…
Padre che, quando nacqui, dicesti: “Questa è mia, guai a chi me la tocca!”…
Parole che mettesti sulla bocca di mio padre ma che tu, attraverso il tuo spirito, hai continuato a ripetere, nonostante gli sbandamenti della mia vita…
Padre che mi hai accompagnato nel mio desiderio di cibo e di libertà con discrezione, vigilando a che non mi perdessi, ma non impedendomi di fare esperienze dolorose e avvilenti…
Padre che sempre attraverso le parole dei miei genitori nella carne, hai parlato, e visto, hai ascoltato la mia supplica, il mio desiderio di pane…
“Ho fame”. Mi ribattezzò mio padre perché ero insaziabile…
Ma tu conoscevi di cosa avevo bisogno e non hai permesso che il mio corpo vedesse la distruzione per il cibo che non dura, che porta alla morte….
Padre che con pazienza infinita hai aspettato che io entrassi nel deserto e avessi fame solo di parole d’ amore, di solidarietà, di giustizia, di consolazione, di verità, hai aspettato insieme a tuo Figlio inchiodato alla croce e mi hai toccato e ridato vita, fatto rinascere con il tuo soffio…
Padre che continui ogni giorno a nutrirmi di quella parola all’origine di tutte le altre, la Parola di vita, la Parola che suscita e che consola, la Parola lampada ai miei passi, sostegno nelle difficoltà, fondamento su cui posare i piedi senza pericolo…
Padre che ogni giorno mi ricordi che non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che esce dalla tua bocca….
Padre che continui a chiamarmi “Ho fame”, perché mai, finché muoio, cesserò di cercarti, cesserò di nutrirmi di quello che tu mi dici…
Padre ti rendo grazie perché mi hai dato gli strumenti per amplificare e decodificare i messaggi che tu mi mandi, attraverso le persone che mi metti a fianco, che mi affidi o a cui mi affidi…
Padre che non hai permesso al nemico di distruggermi, di allontanarmi da te, perché, attraverso le parole di mio padre,
sei rimasto fermo nel ribadire che per rimanere nella casa tua, le regole erano quelle da te dettate perché tu sai di che cosa abbiamo bisogno…
Padre che mi hai fatto sperimentare quanto l’oblio, la lontananza, siano dolorose, ma non hai ostacolato quest’esperienza di allontanamento dalla casa paterna, perché il desiderio di te fosse più consapevole, più forte, insopprimibile….
Padre che hai aspettato alla finestra che tornassi, e per tanto tempo hai guardato l’orizzonte per vedere se si muoveva, quando ancora cercavo rimedi umani alla mia fame ancestrale, quando cercavo ancora case di muri e non muri di carne, quando la cecità mi aveva chiuso il cuore…
Padre a cui oggi sento di appartenere come mi ricordò un giorno Giovanni, a cui, come a tutti i bambini hai dato il dono della profezia…
Gli suggeristi, ricordo, quando mi rammaricavo che mio figlio non mi abbracciava di dirmi:”Non ti preoccupare perché c’è in cielo un padre che ti abbraccia… ti sta aspettando”….
Padre a te questa mattina voglio dare gloria e onore, lode e gratitudine, voglio consegnare nelle tue mani il mio piccolo cuore, il mio amore che deve crescere ma che ha bisogno del tuo concime, della tua sapienza, la tua onnipotente pietà e misericordia.
A te Padre, consacro questa mia vita e ti ringrazio per averla resa più bella, più piena, più tua.
Il mio albero è il tuo albero, tu lo hai piantato, un albero che attinge acqua alla tua sorgente…
Cristo il mio Signore mi porta a te, Maria è la scala del Paradiso…
Questo è il paradiso Signore mio Dio, quando mi abbracci e mi consoli, quando mi fai delle improvvisate, quando fai sciogliere il mio cuore e fai cadere i muri dell’incomprensione si che le cose vecchie scompaiono e ne nascono di nuove…
Hai tolto dalla mia vita la maledizione e l’hai cambiata in benedizione, il ritorno a casa lo hai cosparso di fiori del tuo giardino, fiori da coltivare, da rispettare, da amare, fiori che mi parlano della tua bellezza, della tua bontà, della tua fantasia, della tua sapienza, della tua intelligenza, del tuo amore infinito….
PADRE
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” Davanti a te camminerà la tua giustizia”(Is 58,8)

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Meditazioni sulla liturgia di
Venerdì della settimana delle Ceneri
 
letture: Is 58, 1-9; salmo 50; Mt 9, 14-15
” Davanti a te camminerà la tua giustizia”(Is 58,8)
Il protagonista delle letture di oggi è il digiuno, parola che mi privazioni e sofferenza, povertà e obblighi da ottemperare.
Ricordo quando le suore con malagrazia mi strapparono dalle mani un panino con dentro l’odore rivestito di mortadella e lo buttarono nel cestino perchè era venerdì, rimproverandomi aspramente.
Era raro allora che nella nostra famiglia ci fosse da spartire una o due fette di mortadella e quindi si può capire come ci rimasi, vedendo volatilizzarsi il mio piccolo tesoro.
Ma non mi meravigliai, questo è vero, perchè ad aspettarmi, se non l’avessi fatto, ci sarebbero state le fiamme dell’inferno che mi avrebbero divorata viva insieme con l’odore di mortadella, come mi avevano convinta a credere.
Ringrazio il Signore che mi ha fatto capire di cosa abbiamo bisogno e a cosa dobbiamo rinunciare per stare bene e non morire di fame.
Chissà perchè, leggendo le parole che oggi la liturgia ci propone mi è venuta in mente la fetta di mortadella a cui dovetti rinunciare per non andare all’inferno!
Ma grazie a Dio ci sono digiuni e povertà, e questo l’ho capito un po’ tardi, che ti portano in paradiso.
” Beati i poveri di spirito, perchè di essi è il regno dei cieli”
Il deserto chiarifica il desiderio e ti porta a desiderare ciò che è essenziale, giusto e buono per noi.
Dio è in ciò che ci manca.
Il digiuno caratterizza l’attesa di essere riempiti di ciò che soddisfa la nostra fame, la nostra sete, il nostro desiderio di essere liberati da qualsiasi bisogno.
Beato è colui che è reso felice non quando ha ottenuto quello che vuole, ma che vuole ciò che gli fa bene.
Il cammino di fede è l’attesa gioiosa della sposa che si prepara alle nozze con lo sposo promesso.
Ma bisogna fargli spazio, questo è il vero ostacolo ad un incontro che ti cambia la vita.
Come la mongolfiera non può alzarsi se non getti via la zavorra, così noi se non liberiamo la nostra casa da tutto il ciarpame che vi abbiamo accumulato, non possiamo sollevarci da terra.
C’è da chiedersi il perchè di questo spogliamento graduale per entrare nelle stanze più riposte del palazzo del Re.
Un serbatoio si riempie di acqua pulita solo se si svuota, se apri il rubinetto e lasci uscire l’acqua sporca.
Ma cosa Dio mette nel nostro serbatoio? Di cosa abbiamo bisogno?
Di pane, di carne, di vestiti, di casa, di soldi ecc ecc?
A me sembra che il primo irrinunciabile bisogno dell’uomo sia l’amore, l’amore che muove tutte le cose.
Dio è amore.
Dio ci dà ciò che è.
La nostra croce è quella di non riuscire ad amare le persone che ci stanno sullo stomaco.
Gesù ci invita a seguirlo portando il nostro piccolo amore( la nostra croce) perchè lui la trasformi nella capacità divina di amare e perdonare sempre, a prescindere.
L’amore di Dio da un lato ci esonera dal digiunare, quando lo lasciamo entrare, facendoci da parte, dall’altro ci spinge a digiunare, aprire il rubinetto del nostro serbatoio per poterne dare anche agli altri.
Non a caso in Quaresima siamo invitati a intensificare le opere di misericordia corporale e spirituale.
Vale a dire aprire i rubinetti del cuore.
Tanto più sei con Lui tanto più puoi digiunare, perchè il vuoto si riempia e l’acqua pian piano purificata possa essere attinta da chi ha una brocca.
Il nostro sebatoio di pietra diventato di carne sarà capace di dilatarsi per accogliere l’amore di Dio e donarlo a quelli che lo cercano con cuore sincero.

“Non è sorto nessuno più grande di Giovanni Battista”. (Cfr Mt 11,11-15)

“Non è sorto nessuno più grande di Giovanni Battista”. (Cfr Mt 11,11-15)

Quante cose ci dici Signore in questo periodo forte dell’anno, in cui siamo tutti presi da pensieri che con te hanno poca o nessuna attinenza!
Anzi (cosa che a me come a molti succede), il Natale è fonte di angoscia per via dei regali da fare, per i soldi, per il traffico e la confusione delle idee, per gli inviti, per tutto ciò che ci toglie dalla routine e ci stressa.
Ci piacerebbe riposarci Signore, non pensare a nessuno se non a te, a noi stessi, da te amati, consolati, rassicurati, guariti.
Mi piacerebbe che il Natale fosse confuso tra altre feste, venisse in sordina, arrivasse inaspettato, mi piacerebbe poterti ospitare Signore nella mia povera e disadorna casa, nella mia stalla, nella mia mangiatoia, senza preoccuparmi di nulla che non sia accoglierti e prendermi curadi te.
Da tempo non riesco a fare inviti che presuppongano un preavviso, perchè tutto mi mette ansia, ma gradisco enormemente le improvvisate.
Perciò il mio frigorifero è sempre pronto per soddisfarele necessità di chi bussa inaspettato alla mia porta.
Consapevole dei miei limiti, ho sperimentato che quando il protagonista della festa è la persona godo più profondamente il senso del tuo Vangelo.
Ti chiedo quindi di poter perseverare in questa gimkana di luci, di addobbi, di circolazione caotica, di mancanze fisiche e spirituali nella fede che tu verrai lo stesso a visitarmi anche questo Natale, come hai sempre fatto, so che tra un pacco, un impegnativa, una visita, il dolore, la stanchezza, i ricalcoli continui, busserai alla mia porta per cercare un luogo dove venire alla luce.
San Giovanni non ti aveva preparato regali splendidamente confezionati, ma ti riconobbe attraverso la gioia che la madre Elisabetta gli trasmise quando vide Maria che ti portava in grembo.
Quanta semplicità e quanta gioia in questo incontro di cui Luca ci parla!
Ecco vorrei un Natale così, un Natale che riconosco dal trasalimento del cuore.
Gesù dice di Giovanni che è il più grande nati prima di lui, ma nel regno dei cieli non si seguono le graduatorie del mondo e il più grande su questa terra non è detto cher lo sia anche in cielo.
A me non piace essere la prima, come un tempo, lo sai Signore. Vorrei solo la perseveranza di aspettarti con i fianchi cinti e i calzari ai piedi, perchè non voglio perdere l’occasione di ospitarti in casa mia.

“Quanti sperano nel Signore riacquistano forza” (Is 40,31)

VANGELO (Mt 11,28-30)
In quel tempo, Gesù disse:
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».Parola del Signore

Imparate da me, questa è la chiave perchè si realizzi ciò che promette il Signore.
Ma noi nasciamo imparati, come si dice dalle nostre parti, e abbiamo la presunzione di sapere e capire tutto prima ancora che uno apra la bocca.
Io sono una di quelle che non aspettava che l’altro finisse di parlare per dire la mia, prima di cominciare un serio cammino di conversione.
Perchè le parole del vangelo di oggi sono molto allettanti e ci catturano.
Chi non si sente stanco e oppresso? Chi non si sente manipolato, schiavizzato, usato?
Incominciano i figli a fare di noi polpette e noi ci arrendiamo subito alle loro esigenze prioritarie per farli contenti, per non starli a sentire, per guadagnarci la loro riconoscenza, il loro amore.
Spesso la fatica è proprio quella di mettere a tacere le persone, di tappargli la bocca, di impedire loro di farci del male per non rischiare quel poco di tranquillità che abbiamo acquisito con i nostri silenzi, con la nostra acquiescenza.
Ma il prezzo pagato è altissimo, perchè diventiamo schiavi delle buone maniere, del dovere, del nostro tornaconto, schiavi e infelici.
Gesù ci invita ad andare da lui e ci promette tutto ciò che ci dona la vita, senza compromessi.
Gli effetti del nostro agire egoistico si vedono accendendo la televisione o aprendo i giornali.
La violenza impazza, violenza dentro e fuori le case, un abisso di odio e di rancore represso che sta facendo esplodere il mondo.
E noi ci sentiamo sempre meno al sicuro e vorremmo ma non possiamo frenare la furia omicida.
Prendiamo precauzioni, limitando il numero degli amici, dei luoghi da frequentare, anteponendo la nostra sicurezza ai valori in cui abbiamo sempre creduto.
Vediamo nemici dappertutto, viviamo con il cuore blindato e l’aria si fa sempre più rarefatta….per tutti. Perchè il mondo è dall’altra parte del muro e noi siamo qui in tanti asserragliati dalle nostre paure.
“Imparate da me che sono mite e umile di cuore”.
La risposta non è nell’alzare muri, scavare trincee per difenderci dall’ira assassina ma è in quell’essere umili e miti di cuore, andando alla sua scuola.

 

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” Voi siete tutti fratelli”(Mt 23,8)

” Voi siete tutti fratelli”(Mt 23,8)
Bisogna che ce lo ricordi Signore, ancora di più, perchè ce lo dimentichiamo e la maggior parte lo ignora.
Tu dici queste parole a conclusione del discorso che stigmatizza il comportamento dei sacerdoti, delle guide che predicano bene e razzolano male.
A me veramente d’istinto, appena ho cominciato a leggere il vangelo di oggi, è venuto di pensare di pensare ai nostri sacerdoti, a quante cose vorrei che facessero e non fanno, cose che ci farebbero desiderare di frequentare con più assiduità i Sacramenti.
Siamo sempre pronti a sposare la tua causa quando ad essere condannati sono gli altri, quando le pagliuzze negli occhi degli altri ci sembrano travi e noi ci guardiamo bene dallo specchiarci.
I peccati degli altri  ci indignano, maggiormente se a commetterli è chi dovrebbe dare l’esempio.
Tu giustamente non ti limiti a condannare , ma proponi la via maestra del servizio, perchè siamo tutti fratelli, tutti salvati, tutti amati a prescindere.
Il Battesimo ci consacra re, profeti e sacerdoti e, anche se non avessimo avuto la pazienza di andare fino in fondo nella lettura del vangelo che oggi la liturgia propone alla nostra riflessione, potevamo arrivarci con quello che dovremmo sapere, in quanto cristiani.
Purtroppo, abituati a compiacere, a cercare il plauso della gente  anche attraverso la nostra discrezione nel non interferire sulla vita altrui, facendoci i fatti nostri, prendiamo le distanze anche dalla Tua Parola.
Il sacerdozio è parola che non è entrata nel nostro vocabolario come impegno di vita cristiana, convinti che riguardi solo gli ordinati dal vescovo.
Ti chiedo perdono Signore per tutte le volte, e sono tante, che ho parlato male dei tuoi ministri, che non li ho accolti nel cuore, non ho pregato per loro, nè mi sono sognata di interessarmi alle loro difficoltà.
Invoco la tua misericordia su tutti i peccati di orgoglio, quando ho pensato che le omelie le avrei sapute far meglio di loro.
Aiutami Signore a non guardare ciò che manca ma ciò che c’è nella tua e mia casa, nella mia e tua famiglia, aiutami a lodarti benedirti e ringraziarti per tutto ciò che gratuitamente ci doni attraverso i tuoi sacerdoti.
E voglio questa mattina impegnarmi a pregare per loro, ma anche per tutti i battezzati perchè con il Tuo aiuto viviano con piena consapevolezza l’essere tuoi figli, chiamati a collaborare a che il tuo progetto d’amore si realizzi.

Meditazione sulla liturgia di

domenica della XXVIII settimana del TO anno A
“Tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze”(Mt 22,9)
Così è scritto sul foglietto del calendario liturgico appeso sul comodino.
Un tempo partivo sempre dalla parola che vi leggevo, la prima su cui al risveglio avevo deciso di posare gli occhi e la mente.
Ed era bello constatare, attraverso le associazioni di idee, i pensieri, le riflessioni, i ricordi supportati dal tuo Spirito, che quella parola era per me, rivolta a me, anche quando a prima vista non sembrava.
Poi ho smesso, perché le letture che si ripropongono durante l’arco dell’anno, sono le stesse e mi sembra che nonabbiano niente di nuovo da dirmi.
“Dio mi parla, Dio è qui, Dio non mi lascia mai sola “, mi dicevo, perché immancabilmente scoprivo nella Parola un nesso, una connessione con la mia vita e crescevo nella fede.
Oggi è come se avessi gli occhi appannati, il cuore indurito, la mente non più tanto agile come accade ai vecchi che dimenticano spesso quello che stanno vivendo o facendo e sono bravi solo a ricordare il passato.
Il presente è sempre nebuloso per gli anziani, come se avessero perso la capacità di vivere il qui e ora.
Così questa mattina la tua parola Signore, mi proietta su quanto per me è stato importante scoprire: che la messa è un invito a nozze e che l’abito necessario per parteciparvi è la consapevolezza di quanto tu sei grande e quanto noi siamo immeritevoli, consapevoli della distanza, consapevoli della grazia, consapevoli di non meritare tutto quello che tu ci dai.
Ho letto da qualche parte che la vita è un invito a nozze, continuo, non solo la domenica, ma anche ogni giorno, ogni minuto.
Ci chiami a mangiare il tuo corpo e a bere il tuo sangue, a fare tutto quello che tu hai fatto perché fosse per noi un memoriale vale a dire attuazione di ciò che accadde sulla croce..
“Mangiatene e bevetene tutti… Fate questo in memoria di me… “
La notte in cui fosti tradito, la notte più terribile, più angosciosa, la notte in cui al peso dei nostri peccati, alla condanna immeritata che ti si prospettava, alla solitudine a cui ti hanno lasciato i tuoi amici più intimi, in quella notte tu ci ha invitato a nozze, al banchetto di grasse vivande, di cibi succulenti, la notte in cui fosti tradito hai dato il tuo corpo, il tuo sangue, tutto te stesso, e non ci ha invitati ad essere spettatori delle tue nozze ma ad unirci nel corpo oltre che nello spirito a te.
Scoprire che non siamo invitati ma sposi del Figlio ci coglie impreparati, ci riempie il cuore di gratitudine, di grazia incommensurabile, perché ad una festa di nozze se gli invitati godono del banchetto, lo sposo e la sposa sono quelli che realizzano la loro tensione all’unità, il loro amore in tutte le sue componenti.
Tu Signore chiami tutti alla festa della vita e pian piano ci conduci sull’alto monte e progressivamente ci istruisci e ci farai assaggiare a piccoli sorsi il vino buono e, dopo che è finito, un altro ancora migliore, trasformando l’acqua in vino perché la festa duri e il tempo si fermi nella gioia dell’incontro con te.
Perché alla fine della festa ci vieni a chiamare e ci porti in disparte e ci rivolgi parole d’amore e ci sollevi alla tua altezza e lontano da occhi indiscreti ti doni totalmente a chi ha accettato l’invito e ha apprezzato i tuoi doni e ne è riconoscente nella misura in cui la povertà, la malattia, l’emarginazione sociale avevano decretato la fine della sua funzione su questa terra.
Tu così hai fatto con me e penso che questo accada a tutti quelli che ti cercano con cuore sincero.
Io ti amo Signore, mio Dio e mio redentore, mia roccia, mio Salvatore, ti adoro, mi prostro davanti ai tuoi piedi e ti rendo grazie per tanta tenerezza, mentre dal cuore trafitto sgorga l’acqua viva.
Signore questa mattina mi sono svegliata un po’ arrabbiata, triste perché la malattia, il dolore non mi dà pace il banchetto a cui tu mi chiami è sempre da me bene accetto, man mano che diminuiscono le chances di poter partecipare a quelli del mondo.
Il cibo è stato sempre il mio amico-nemico, amico perché, attraverso di esso, qualunque esso fosse, colmavo il vuoto che sentivo abissale dentro di me, la solitudine, la mancanza di relazioni, l’anaffettività che mi stavano distruggendo.
Mi sono ammalata a quanto pare a causa di ciò che ho ingerito: tutte le malattie che oggi ho, dipendono dalle cose che ho mangiato e che mi hanno avvelenato.
Ricordo il cibo ma non la mano che me lo porgeva, la parola che lo accompagnava, un cibo mangiato in silenzio, di nascosto, spesso un cibo che non mi saziava, mi lasciava inappagata.
Signore non ti conoscevo e ho sofferto come una bestia per quel cibo che per me era sempre insufficiente, troppo poco, cattivo, specie quello che preparava mia madre di corsa.
A Bologna città di dei miei studi a casa degli zii che mi ospitavano alla pari, di cibo ne avevo quanto ne volevo, ma anche lì era un cibo rubato, pagato a caro prezzo.
Oggi che ti ho incontrato, conosciuto, sono ancora a combattere con il cibo materiale perché ci sono troppe buone cose che si possono mangiare, che potrei preparare o comprare già fatte, ma mi fanno male.
Ogni giorno devo fare i conti con le conseguenze nefaste di un cibo che per un motivo per un altro mi intossica.
Solo il tuo cibo Signore mi fa stare bene, ma ci sono momenti e questo è uno, in cui vorrei vivere una vita più spensierata una vita non così strettamente dipendente da quello che mangio.
Sono stanca Signore di occuparmi della mia salute fisica, di come muovermi, quando muovermi, con chi… stanca di sentire la continua frustrazione di non poter più godere delle cose belle buone che la vita ci pone davanti.
Sento una continua limitazione associata a dolore per tutte le cose con tempo mi facevano anche distrarre oltre che divertire e sentirmi viva.
Gli amici, le persone care se ne sono andate.
Sono rimasta sola, ma è più giusto dire che mi sento sola Signore.
Non mi basta la tua grazia e ti chiedo perdono
Mi piacerebbe che il mio sposo fosse più loquace,mi piacerebbe condividere gioie dolori con lui, senza dover pagare un prezzo così alto.
Mi piacerebbe Signore poter programmare un banchetto con la famiglia di mio figlio come un tempo, senza la paura di soccombere alla fatica, con la certezza che non starò male.
Mi piacerebbe Signore non sentire il peso di questa vita che si svolge su questo treno di sofferenza.
Dacci oggi il tuo pane quotidiano, Signore e donami di rendere appetibile qualsiasi altro ingrediente, uniitoto ad esso.

La vigna

“Piantò una vigna…”(Mt 21,33)
Dio fece un giardino, l’Eden e vi mise Adamo, l’uomo fatto con la terra su cui alitò il suo spirito.
Il giardino che Dio diede ad Adamo era il suo amore da accogliere, custodire, coltivare.
Adamo rifiutò di sottostare alle regole del suo Creatore e di quel giardino non fu riconoscente, né si preoccupò di coltivare la relazione con il suo benefattore, anzi ne approfittò per sottrargli la signoria di quel luogo, volendo prescindere da lui e tenersi tutto per sé.
L’amore di Dio è dono, ma non personale proprietà, perché è amore per tutti, è amore che suscita altro amore, amore che genera figli, uva buona, il vino della festa, della gioia, della vita senza tramonto.
Così Dio si riprese il giardino e lo diede da coltivare ai profeti, ai poveri, alle vedove, agli orfani, alle sterili, a persone che per la società non valevano nulla o meno di nulla, perché tutti preparassero la venuta del figlio, il nuovo Adamo, che avrebbe insegnato a noi come si coltiva la vigna del Signore e come la vigna dia frutti buoni e saporiti.
Gesù è venuto a irrigare con il suo sangue la terra, quel luogo ormai preda di ladri, sconvolto e abbandonato alla furia degli elementi.
Lui, il Signore, è diventato muro di cinta e poi torre e frantoio e tutto ciò che occorreva perché la vigna possa essere tutelata da qualsiasi attacco nemico.
Gesù con il suo sacrificio mise al sicuro la sua eredità, perché ne potessimo godere anche noi che non siamo stati scelti per primi.
Ma questo vino oggi noi lo dobbiamo somministrare, offrire, far gustare a quelli che hanno perso ogni speranza, che sono tristi, che non godono della bellezza di quanto esce dalla mano del Signore.
Nella Bibbia a volte ci riconosciamo nella terra, a volte siamo vigna, a volte siamo tralci, a volte siamo città.
Gerusalemme è un luogo dove è eretto il tempio del Signore, luogo di riferimento in cui si celebra il culto e nel quale ci si riconosce figli di un unico padre.
Gerusalemme sarà distrutta e il tempio andrà in rovina.
Di Gerusalemme ciò che era importante, ciò che aveva sempre contato era il tempio.
Noi siamo quel tempio che Dio vuole abitare.
Gesù è disgustato dell’uso che se ne faceva e scaccia i venditori del tempio, perché ne avevano fatto una spelonca di ladri e di furfanti.
I rapporti, le relazioni erano basate sull’uso, sull’interesse egoistico e personale.
Ognuno pensava a prendere, nessuno si preoccupava più di dare gratuitamente all’altro la propria attenzione, il proprio sguardo, il tempo di un sorriso, di una carezza, di una stretta di mano disinteressata.
Non c’era più nessuno che si prendesse cura dell’altro.
A Dio ci si rivolgeva solo per placarne l’ira e ottenere vantaggi personali.
Gesù ricostruisce il tempio con il suo corpo dopo che gli uomini ne hanno decretato la morte e sulla croce con le braccia spalancate e il cuore trafitto attira tutti a sé, perché innestiamo i nostri cuori di pietra, le nostre vite selvatiche, pezzi di legno senza futuro nelle sue ferite, perché la vigna riprenda a dare frutto.
E la terra? Dov’è la terra?
La croce ha due braccia: quelle verticali attingono dal cielo lo spirito di vita, quelle orizzontali abbracciano il mondo per dargli la vita.
Grazie Gesù, grazie Padre, grazie Spirito Santo.
Noi siamo i vignaioli destinati a dare buoni frutti perché il mondo ritrovi la gioia.
Innestati a Gesù non potremmo che essere certi di questo.
Se la vigna si è inselvatichita e l’uva è immangiabile, significa che dobbiamo chiedere al Signore un nuovo innesto.