“Il Signore è qui e non lo sapevo!”(Gen 28,16)

“Il Signore è qui e non lo sapevo!”(Gen 28,16)

Da quando don Cristiano ci commentò questa pagina della scrittura durante un ritiro dal titolo” Riconciliarsi con la propria storia” non posso fare a meno di cercare Dio nei momenti più bui della mia vita, certa che è in quel luogo, in quella situazione, in quello smarrimento, nel dubbio, nella paura, nella sconfitta, nell’abbandono, nella solitudine, nel tradimento e in tutto quello che ci sembra insuperabile e sconvolgente.
Lo cerco e lo trovo, anche se non in automatico, come all’inizio pensavo o pretendevo.
Mi ha aiutata la parola di Dio a ripercorrere la mia storia e a cercare le tracce della sua presenza anche e soprattutto quando ne ero inconsapevole. E il libro di ricordi si è colorato di foto luminose, a colori, sviluppando tutti i negativi che avevo ammassati nelll’angolo più nascosto del mio cassetto.
Non c’è che dire, Dio ci sorprende sempre, perchè lo vedi dopo che è passato, perchè non vuole che lo imprigioniamo in idee e schemi preconcetti, perchè ci fidiamo di lui e teniamo sempre occhi e orecchi e cuore aperti alle sue improvvisate, alle sue incursioni d’amore.
Per la mia esperienza personale ciò che ha tagliato in due il prima e il dopo è stata proprio una notte oscura come quella di Giacobbe, una notte di silenzio e di disperazione, una notte dalla quale mi sentivo risucchiata.
Se non avessi avuto il bisogno, l’esigenza di uscire fuori di casa all’alba, di cambiare abitudini e posizione, se non fossi stata animata dal desiderio di trovare uno che mi rispondesse, cosa che mio marito aveva cessato di fare, che si accorgesse della mia assenza e si chiedesse la ragione, non sarei uscita ad un’ora improbabile per una passeggiata.
Era l’alba e il nostro matrimonio era naufragato in un silenzio mortale, le parole erano pietre che facevano solo male.
Così ci ignoravamo nel quotidiano, separati in casa, soffrivamo in silenzio per qualcosa a cui non sapevamo nè potevamo porre rimedio.
E poi il lavoro che mi era stato tolto per motivi di salute e la morte di mio fratello, inaspettata anche se avevamo avuto sei mesi per prepararci.
Quei sei mesi erano diventati il banco di prova per porre rimedio ad un evento ineluttabile.
Ma i tentativi per indorare la pillola furono vani e le cose andarono come andarono.
Dal pulpito, pur non conoscendo Dio, il giorno del funerale gridai che non era morto, che anzi era più vivo che mai da quando la sua malattia ci aveva ricompattati e riuniti in una gara di solidarietà per assisterlo, per stargli vicino, per venire incontro ai suoi bisogni.
Era vivo perchè la sua malattia aveva messo a fuoco quello che mancava ai nostri legami famigliari, alle nostre relazioni malate.
Gli portai la Comunione, perchè sapevo che gli avrebbe fatto piacere, mentre stava morendo, non perchè io credessi, ma perchè lui credeva e ne avrebbe tratto un beneficio.
In quel gesto disinteressato, in quell’ora suprema, Dio si è fatto presente e ha aperto una fessura perchè la sua acqua scavasse la mia roccia.
I rapporti con Gianni divennero insostenibili man mano che mi venivano meno motivazioni per vivere.
Malata, senza interlocutori che avessero riempito il vuoto del prepensionamento e attutito le conseguenze negative dell’handicap che aveva determinato la mia messa a riposo, un matrimonio in rovina, un figlio che ormai grande era tutto proteso per la sua futura sposa e aveva scambiato la casa per un albergo dove tutto è dovuto, un disagio sempre crescente, un vuoto, una paura, un senso di annientamento….mi sentivo impazzire.
Fu allora che nel fondo della mia disperazione trovai la forza di fare un estremo tentativo per trovare un tu che mi stesse di fronte e mi rispondesse.
“Il signore è qui e non lo sapevo!”
Parole sante, parole profetiche che il 5 gennaio del 2000 non conoscevo.
Quel giorno avevo bisogno di chi mi ridesse la speranza che la gioia esiste e che devi solo cercarla.
Quel giorno la trovai nella natura in festa, nei fiumi che battevano le mani della liturgia delle ore.
Ero entrata nella chiesa che non sapevo fosse la mia parrocchia, calpestando cacche di piccioni di cui era cosparso il sagrato, attraversando porte scrostate e cadenti, alla ricerca di una sedia.
Cercavo una sedia e ho trovato Dio.
Incredibile solo a pensarci.
Spesso non ci sentiamo ascoltati nelle nostre preghiere e pretendiamo di dare consigli al Padreterno, come se fosse un vecchio rincitrullito che non vede e non sente.
Attraverso una sedia, che era il mio limite, l’incapacità di stare in piedi da quando mi ammalai , Dio mi ha dato l’opportunità di fermarmi e di mettermi in ascolto di chi mi stava parlando.
Il mio limite è diventato la mia forza, la possibilità di mangiare il cibo che Dio moltiplica su tutti gli altari del mondo e fa distribuire dagli apostoli a quelli che stanno seduti.
Quante volte ho pensato che questa malattia che la scienza non ancora è riuscita a spiegare era la mia condanna, la mia croce che volentieri avrei rimandato al mittente.
“Il tempo è nelle nostre mani, nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori”.
Ma ti devi sedere, ti devi fermare, per poter esclamare: ” il Signore è qui e non lo sapevo!”.

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“Sento compassione di questa folla”(Mc 8,2)

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“Sento compassione di questa folla”(Mc 8,2)
Oggi la liturgia ci parla del miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, un miracolo riportato dai quattro evangelisti perchè è il più importante e significativo.
Parte da un sentimento, quello della compassione di Gesù per la folla che da tre giorni lo seguiva e pendeva dalle sue labbra.
L’iniziativa è sempre di Dio che sa di cosa abbiamo bisogno e guarda il cuore.
La folla seguiva Gesù per quello che diceva e per quello che faceva.
Orecchi e occhi coinvolti nella sequela di Cristo.
Ci sono persone che lo fanno ma distrattamente di corsa, non sono disposte a fermarsi, a sedersi, per gustare quanto è buono il Signore.
Dovere di sedersi, di fermarsi.
Facile a dirsi, impossibile a farsi.
Abbiamo troppe cose importanti che ci occupano la mente e come prestigiatori riusciamo a fare una miriade di cose contemporaneamente.
I telefonini o i tablet, conquista della nostra civiltà consumistica dove tutto e subito è portato su un piatto d’argento ci aiutano a spaziare con gli occhi e con la mente su un universo di informazioni..
Collegati con il mondo intero non ci accorgiamo che stiamo morendo di fame e che c’è Chi quella fame la potrebbe saziare, senza denaro.
Incontriamo ogni giorno sul nostro cammino chi offre a Dio la sua povertà, il suo pane e il suo companatico povero, semplice perché Gesù lo benedica e lo moltiplichi per darlo a noi.
Ma noi siamo distratti, abbiamo tutto e niente, il mondo in mano e niente che ci nutra veramente e ci sazi davvero.
Dio ha compassione di noi e aspetta che ce ne accorgiamo, che ci rendiamo conto che quello che ci serve solo lui lo può dare perché siamo suoi figli e conosce quali sono i nostri veri bisogni.
Penso a Giovanni, il nipotino che ho allevato a preghiere che non ha più tempo neanche per venirmi a dare un saluto, pur abitando di fronte a casa mia, sullo stesso pianerottolo.
Non ha tempo Giovanni perché frequenta il liceo, studia musica perché ha talento, si allena in una squadra di pallavolo per mantenersi in forma , e partecipa con interesse alle attività scoutistiche ogni settimana, con profitto studia e s’impegna in tutte le discipline, riempiendo i vuoti da un impegno all’altro chattando con il telefonino o con lo stesso ascoltando musica e guardando i video dei suoi beniamini.
Giovanni fa tutte le cose bene, ci tiene a non far brutta figura ed è dotato, grazie a Dio di una bella intelligenza, spirito creativo e insaziabile ricercatore di ciò che non conosce.
Così Giovanni, un ragazzo ok da tutti i punti di vista non ha tempo per dire buongiorno a chi gli abita di fronte e che guarda caso è la nonna che lo ha cresciuto e che ora sta ancorata ad una sedia.
Ricordo quando era piccolo e non esistevano queste diavolerie che passavamo il tempo a raccontarci una storia vera, una lui e una io.
Quante cose ci siamo inventate, quante scoperte, quanti scintillanti abbiamo colto nello snodarsi delle ore e dei giorni passati insieme!
So che Giovanni mi vuole bene e se non mi cerca è perché sa dove trovarmi quando gli serve qualcosa, senza cercare la connessione, visto che io ho una rete protetta e salvata garantita da qualsiasi evento distruttivo.
Riflettendo sul miracolo dei pani e dei pesci la mia attenzione non può non andare a chi non riesce a fermarsi, a sedersi per mangiare del pane dei figli.
Non a caso mi vengono in mente, alll’approssimarsi dell’11 febbraio, tutte le occasioni che il Signore mi ha messo davanti per fermarmi e ascoltare la sua voce.
All’inizio ho presunto che si può camminare, viaggiare anche stando fermi, prima ancora che inventassero tablet e telefonini.
Quando 45 anni fa successe la prima volta che mi fermò la malattia, me la cavai alla grande, come in seguito scoprendo in me inesauribili risorse per non soccombere ai colpi inclementi della sorte che mi riportava immabcabilmente a fare i conti con i miei limiti, ricorrendo a interventi, tutori gessi di ogni tipo e per tutte le parti del corpo.
L’11 febbraio del 1998 un tamponamento mandò in frantumi con le lenti multifocali le mie speranze, le mie certezze, tutto.
Fui costretta a fermarmi di brutto allora e per sempre, perché a causa di quell’incidente mi fu tolta la possibilità di continuare a svolgere il mio lavoro d’insegnante.
Mi convertii il 5 gennaio dell 2000 quando entrai in una chiesa per cercare una sedia e trovai il Signore ad aspettarmi nella Sua Parola di vita.
Dall’ascolto nacque anche il desiderio di partecipare alla mensa eucaristica dove il poco viene benedetto, moltiplicato, distribuito.
Non so se sarebbe accaduta la stessa cosa se avessi avuto a disposizione un telefonino o un tablet con cui riempire il vuoto dei giorni.
Grazie a Dio il mio nulla ha veicolato il Suo Tutto e per questo lo lodo, lo benedico e lo ringrazio.
Prego per tutti quelli che non hanno tempo di fermarsi, per quelli che rimangono a digiuno rincorrendo sogni, fantasie e desideri il cui appagamento dà soddisfazioni effimere e spesso delusioni cocenti.
Maria operi oggi e sempre perchè attraverso di lei ci venga il desiderio di sintonizzarci sulle frequenze dell’amore di Dio, in Lui trovando pace, gioia e vita senza fine.

” Che cosa cercate?” (Gv 1,38)

” Che cosa cercate?” (Gv 1,38)
Oggi il vangelo è incentrato sulla domanda che tu ci fai mentre siamo in cammino per diventare tuoi discepoli.
Capita spesso che ci mettiamo a seguire qualcuno senza sapere in effetti cosa cerchiamo, cosa ci aspettiamo da lui.
Molte volte ci facciamo un’idea troppo grande delle persone e le omaggiamo senza motivo, altre volte le disprezziamo e magari facciamo buon viso a cattivo gioco, perchè ci conviene o perchè non abbiamo alternative percorribili o più appetibili.
Siamo un branco di pecoroni e sempre più spesso cambiamo direzione e leader al primo soffio di vento contrario.
E’ incredibile ma rassicurante quello che attraverso le tue parole Signore ci fai capire. Tu vuoi che noi veniamo a te senza costrizioni e ci fai la domanda fondamentale che è quella di prendere coscienza del motivo per cui siamo cristiani.
Non è cosa da poco.
Da piccola ero cristiana perchè mia madre e mio padre mi hanno battezzato, mi hanno insegnato a pregare, mi hanno fatto frequentare una scuola cattolica e non mi hanno fatto conoscere altro che questa dottrina che per me è diventata un peso, un obbligo, un tormento di doveri e di devozioni di cui avrei volentieri fatto a meno.
La cosa strana è che mi sono chiesta sempre il perchè di tutto ciò che mi riguardava, ma per la religione non ho mai messo in dubbio quello che mi veniva inculcato.
Poi ho trovato l’amore, una persona in carne ed ossa che almeno all’inizio mi ha dato tutto quello che tu mi avevi negato e così ti ho messo da parte, ho smesso di seguirti non senza grossi complessi di colpa.
Quando le illusioni sono crollate, quando non avevo più niente e nessuno a cui aggrapparmi, nessuno da seguire, nessuno che mi indicasse la strada ho desiderato incontrarti per fare un discoso alla pari con te.
Ho pensato tante volte a te, ma ti pensavo lontano, eri un estraneo da cui dovevo stare alla larga perchè mi avresti oppresso con i tuoi doveri.
Poi con il tempo il mio desiderio tu l’hai chiarificato, dopo anni di deserto e di percorsi massacranti e deludenti, falimenti e prove dalle quali uscivo sempre più disorientata e confusa, angosciata e senza luce.
Ho cominciato a sentire il desiderio di instaurare con te un raporto nuovo, adulto per poter avere un interlocutore nella immensa solitudine in cui mi avevano fatto piombare i miei fallimenti.
Ho cominciato cercando un bottone, il bottone della mia radio, un bottone nascosto che mi ero andata convincendo esisteva per sintonizzarmi sulle tue frequenze.
Spesso mi dicevo che la mia radio era rotta e che non avrei mai trovato quel bottone.
Mi convinsi che solo in una chiesa avrei trovato una collocazione, un ruolo, un’occasione per mettere a frutto la scienza e la conoscenza che avevo acquisito in tanti anni di insegnamento al liceo, uniti alla mia esperienza di vita che era confluita in tanti progetti per la prevenzione del disagio giovanile.
Tante cose avevo imparato tante ne avevo sperimentato, tante avevano portato frutto, specie quelle che erano nate dal dolore e dalla sofferenza protratta nel tempo.
Non ti conoscevo Signore, ma la sofferenza mi aveva aperto il cuore e gli occhi a quella di tanti giovani, di tanti genitori che desideravano solo essere ascoltati.
Avevo aperto un centro d’ascolto nella scuola e ne ero fiera per i risultati conseguiti.
Tu allora eri una nebulosa, eri un essere indistinto a cui non sapevo nè potevo dare i connotati, mentre i connotati della sofferenza ce li avevo ben chiari.
Così quando mi misero in pensione perchè incapace di deambulare desiderai non far morire quello che ero andata maturando
Quale luogo migliore poteva accogliere ciò che volevo mettere a servizio?
A suo tempo scegliemmo la chiesa per mettere nostro figlio al sicuro dai mali del mondo e nella chiesa ho cercato una sedia per poter continuare il mio lavoro.
Ne avevamo testate già tante, io con Gianni, che mi accompagnava in questa ricerca di un posto che potesse accogliere non solo il mio desiderio, ma anche il mio corpo che aveva delle necessità ben precise dopo tutti gli interventi alla colonna andati male.
Quando entrai nella chiesa che poi divenne ed era la mia parrocchia cercavo una sedia.
Anche se tu non me l’hai chieso penso che in qualche modo ci hai messo del tuo per suscitare in me questo desiderio.
Dovere di sedersi.
Forse io anche se la malattia mi costringeva a stare seduta non avevo preso coscienza di quanto fosse importante sedersi per ascoltare.
Così a te che mi chiedevi cosa cercavo ho risposto nella maniera più giusta.
“Fateli sedere” hai detto ai discepoli prima della moltiplicazione dei pani.