“Se non vedete segni e prodigi, voi non credete”( Gv 4,48)

Meditazioni sulla liturgia di
lunedì IV settimana di Quaresima
letture: Is 65, 17-21; Salmo 29; Gv 4, 43-54

“Se non vedete segni e prodigi, voi non credete”( Gv 4,48)

Oggi la liturgia ci mette di fronte alla fede di un pagano che crede sulla parola a Gesù, prima di aver verificato se quello che dice è vero, vale adire se suo figlio è davvero guarito.
A leggere la Scrittura assistiamo a molti interventi di Dio sulla storia degli uomini, molti segni che indicano che Dio mantiene sempre le sue promesse, ma ciò che sconcerta è che ogni volta che si raggiunge l’obbiettivo, c’è una delusione, un ritorno al punto di partenza e si ricomincia da capo.
Non troviamo se non in casi rarissimi un “vissero felici e contenti” perchè la delusione accompagna ogni meta che sembra raggiunta.
Così è accaduto agli Ebrei che dopo essere stati liberati dalla schiavitù del faraone si ritrovarono a rimpiangere nel deserto le cipolle d’Egitto o quando, arrivati alla terra promessa, dovettero duramente combattere per conquistarla.
La delusione dei deportati quando tornarono dall’esilio fu grande e la fede messa a dura prova.
A quanto pare la vita è questa: mai considerarsi arrivati, a posto, senza problemi, perchè ai 40 anni di esilio se ne aggiungono altri e altri ancora e il deserto si estende a vista d’occhio.
Penso alla mia vita dove tutto questo è avvenuto, dove non c’è stata medaglia che non mi abbia mostrato il suo rovescio e dove il volto beffardo della morte era sempre in agguato.
Le parole di speranza ascoltate ieri durante la messa del “LAETARE” e quelle di oggi ci inducono a riflettere che niente è per sempre in questa vita, nè la gioia nè il dolore e che, se vogliamo qualcosa che duri dobbiamo fare un salto, guardare oltre e credere che non finisce qui la storia.
Quel “vissero felici e contenti” che tanto ci affascinava nelle favole raccontateci da piccoli non è roba di questo mondo.
Possiamo assaggiare qualche briciola del grande banchetto a cui siamo invitati.
Non possiamo immaginare come sarà dopo, ma voglio credere che fatica e dolore scompariranno, come anche la delusione per cose che ci aspettavamo migliori.
Voglio credere che lassù o quaggiù, fa lo stesso, non ci dovremo preoccupare del dopo perchè tutto è eterna gioia, pace, luce, verità giustizia e vita.
Del resto anche nel Cantico dei Cantici lo sposo e la sposa non vivono insieme ma continuano a cercarsi e s’incontrano e poi si perdono di vista per rincorrersi ancora e ritrovarsi di nuovo.

” Un solo Dio padre di tutti”.(Ef 4,6)

” Un solo Dio padre di tutti”.(Ef 4,6)
Oggi con un atto di volontà sono andata a messa, ieri si parlava del fuoco, della divisione.
“Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra, ma divisione”.
Certo le parole di Gesù sono destabilizzanti e da un po’ di tempo le recepisce solo la mia testa più che il mio cuore.
Questa cosa mi dispiace molto.
E come se avessi perso l’intimità con Lui.
Anche il vangelo di oggi parla al mio cervello, perché Gesù rimprovera chi non legge i segni dei tempi, quando invece da una nuvola o dal colore del cielo capiamo che tempo farà.
L’invito alla conversione è ribadito.
“Guarda di accordarti con il tuo avversario, prima di presentarti al giudice”.
Mi ha colpito come il il mio messalino abbia interpretato la parola ” avversario “.
A volte siamo noi avversari di noi stessi e dobbiamo riconciliarci, prima che con gli altri, con questo avversario interno che ci fa agire per il la nostra infelicità, che ci schiavizza.
In un passo della Bibbia leggiamo: “Lasciatevi riconciliare da Dio!”
Non noi ma Dio si vuole riconciliare con noi. Ma noi pensiamo di essere troppo cattivi per essere meritevoli della sua misericordia.
Ecco perché quando più pecchiamo, più ci allontaniamo da lui.
Non è un caso che, quando ci comportiamo male consapevolmente, quando cadiamo vittime dei nostri comportamenti sbagliati, diventandone schiavi, evitiamo di guardare in faccia la gente e diventiamo misantropi, a meno di trovare compagni di merende con cui gozzovigliare alla faccia di chi ci vuole male.
Ma una volta rimasti soli, il complesso di colpa ci schiaccia e per non pensare, continuiamo a stordirci di cattive azioni sempre più precipitando nel baratro.
Dio si vuole riconciliare con noi, sta alla finestra ad aspettarci o alla porta in attesa che gli apriamo.
Quando ci decideremo a mostrarci a lui così come siamo?
“Un solo Dio è padre di tutti” è scritto sul calendario liturgico.
Il papà di tutti i papà, come sono solita chiamarlo quando sto con i bambini.
Io ho avuto un padre solo negli ultimissimi anni della sua esistenza, quando ho deciso di prendermi cura di lui.
Solo allora l’ho ritrovato, ci siamo ritrovati.
“Forse mi passa se abbraccio qualcuno” disse Giovanni in piena crisi d’asma.
Forse devo abbracciare Antonietta perché sia possibile l’abbraccio di Dio, il papà di tutti i papà, mio Padre, mio Creatore, mio Salvatore.
Maria tu vedi, tu vigili, tu preghi.
Grazie madre perché le tue mani giunte sono la mia forza.

“Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto” (Lc 7,6).

Meditazioni sulla liturgia di
lunedì della XXIV settimana del Tempo ordinario
“Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto” (Lc 7,6).
Chi è degno Signore di riceverti nella propria casa?
Cristiani o non cristiani tutti abbiamo qualcosa da farci perdonare, abbiamo la casa in disordine, quella che tu ci hai dato per essere abitata dal tuo spirito, non tanto quella fatta di muri che provvediamo a tenere in ordine per salvare le apparenze o anche solo per ritrovare le cose quando la memoria comincia a fare cilecca.
Quando diventiamo vecchi riduciamo al massimo gli ingombri che potrebbero ostruirci il passaggio, quando oltre a noi devono passare carrozzelle o deambulatori.
Oppure provvedono i figli a buttarci le cose che a loro parere non servono a niente.
Se quindi siamo apparentemente a posto per quanto riguarda l’ambiente che ci circonda, non è poi così scontato che nei giovani come nei vecchi non alberghi un disordine più ostruttivo, quello dei pensieri, dei sentimenti non disciplinati, il disordine di una volontà deviata, il disordine del non amore come quello che ci illustra egregiamente San Paolo nella prima lettera ai Corinzi.
Mi ha colpito la frase:”Perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri “ che la dice lunga sul malcostume che si evidenzia in occasione di certe feste, in cui ci si affolla attorno al tavolo dove sono posizionate le vivande e “Beati gli ultimi se i primi sono onesti!” come diceva mio padre.
San Paolo alludeva all’Eucaristia dei primi Cristiani, che era seguita da un pasto comune dove si consumava il cibo messo in comune, che ognuno portava da casa.
Ma se è vero che sta scritto“ quando due o più si riuniscono nel mio nome, io sono in mezzo a loro”è epifania del Signore non solo in chiesa, ma ogni volta che le persone si radunano e condividono il cibo messo in comune.
Il radunarsi non è solo un radunarsi fisico, ma un raduno del cuore, nel momento in cui ti unisci ai fratelli nella preghiera e poi nell’agape fraterna, non trascurando i più bisognosi.
Prima di cominciare a mangiare non basta dire:” Signore benedici questo cibo che stiamo per prendere e fa’ che tutti ne abbiano”, lavandoci la coscienza, perché ci pensa il Padreterno.
Ci sono cose che facciamo inconsapevolmente, senza preoccuparci degli altri, pensando solo al nostro interesse alla nostra pancia, convinti che a noi nessuno può dire niente, perché non facciamo male a nessuno.
Il centurione, un pagano, ci dà una bella lezione di cosa sia la fede, che non è un affare per  primi della classe.
La fede non è pretendere ciò che ci spetta di diritto, ma attesa fiduciosa che Dio provveda a chi ne ha più bisogno servendosi di noi.
Ogni volta che vado alla messa nella cappellina della Madonna della Pace mi chiedo se l’orologio del sacerdote non sia per caso rotto, perché entra sempre con qualche minuto di ritardo, pur essendo già vestito e alla porta.
Ho capito solo da poco che il suo orologio è sincronizzato sulle esigenze dello Spirito che aspetta i ritardatari e non chiude i battenti a coloro che consapevolmente o meno arrivano a messa cominciata.
Così quella che ritenevo una scortesia nei confronti di quelli che arrivavano primi ( io sono una di quelli), la vivo come momento di grazia per gli ultimi e per me che ho più tempo per prepararmi alla comunione eucaristica.
“Domine non sum dignus” dice il Centurione e dovremmo dirlo ogni volta non solo con le labbra, quando andiamo alla messa, ma sempre con il cuore aperto ad accogliere la gratuità del dono che viene incontro alla nostra debolezza.
Voglio ringraziare il Signore perché attraverso la sua parola ogni giorno mi insegna qualcosa di nuovo e non è mai la stessa cosa come un tempo pensavo, una ripetizione noiosa di un testo già letto e riletto nell’anno e nel corso degli anni.
Gli anziani, per poter convincere Gesù, mettono davanti i meriti del Centurione che ha costruito la sinagoga ed è stato sempre benevolo nei loro confronti e della loro religione.
Ma a Gesù non interessano i meriti, perchè chi può vantarsi?
“Chi si vanta si vanti nel Signore” è scritto.

” Maestro non t’importa che siamo perduti?”(Mc 4,38)

VANGELO (Mc 4,35-41)
In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».
Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».
” Maestro non t’importa che siamo perduti?”(Mc 4,38)
Questo vangelo ci riguarda molto da vicino.
Chi non si riconosce in quello che almeno una volta nella vita, ma sono molte di più le occasioni che ce lo fanno pensare, non abbia rivolto a Dio questa domanda?
Dove sei? Signore mio Dio quando mi assalgono flutti di morte, dove sei?
Quando le acque mi stanno sommergendo dove sei?
Quando la paura mi sconvolge la mente e mi strazia il cuore dove sei?
Quando non ho nessuno che mi tenda la mano, nessuno che mi rialzi, mi sollevi dal fango in cui sono caduta, dove sei?
Dove sei Signore mio Dio quando la prova si prolunga nel tempo e le braccia sono sfibrate, incapaci di sollevarsi ancora in alto, dove sei?
Dove trovarti Signore quando il mio grido nella notte sale a te e mille demoni mi stritolano e mi legano con funi poderose le membra del corpo?
Dove sei quando mi tappano la bocca e m’impediscono di proclamare il tuo nome santo?
Dove sei Signore mio Dio quando tutto il mondo mi crolla addosso e nessuno si salva dalla grande catastrofe? Dove sei mio Dio?
Ti ho cercato per anni: scrivevo su ogni foglio, libro quaderno questa domanda che diventava sempre più assillante, quanto più la malattia e l’incomprensione di ci mi stava accanto aumentava.
Ti ho cercato Signore in ogni luogo, nel cielo, nelle dispute dotte, ti ho cercato lì dove mi avevano insegnato tu risiedessi immobile sul tuo trono di gloria.
Il cielo era troppo lontano per me, perchè mi avevano insegnato che là tu risiedevi, essere perfettissimo, creatore e Signore di tutto.
Ho pensato ad una radio: se avessi avuto una radio sicuramente avrei potuto connettermi con te, ma la ia radio non funzionava.
Mi arrivavano solo scariche rumorose e incomprensibile il messaggio ad essa affidato. Ho pensato che forse esisteva un bottone che io non conoscevo e che dovevo trovarlo. Sicuramente era un problema di bottone giusto da premere.
Così ho cercato quel bottone e finalmente ti ho incontrato inchiodato ad una croce.
E’ difficile accettare un dio crocifisso, un dio debole, un dio che dorme, ma a quei tempi per me è stato un miracolo vederti nell’impotenza e nel limite di un umanità che ci accomunava.
Tanti anni sono passdati e siamo diventati inseparabili, ma la strada si fa più erta, le insidie sono ad ogni passo, ad ogni passo rischio di cadere.
E cado e mi rialzo e cerco il tuo volto, un volto di carne, uno sguardo d’amore, una parola di vita.
Ma proprio quando ne ho più bisogno tu dormi.
Giovanni, se mi vedeva con gli occhi chiusi mentre mi raccontava cosa gli era successo, prima di addormentarsi il pomeriggio nel mio grande lettone, mi ficcava le dita negli occhi per tenermeli aperti “altrimenti significa che non mi stai a sentire!” diceva.
Io lo stavo a sentire, non c’è dubbio, perchè mi era affidato dai genitori e dovevo vigilare su di lui. Ma lui voleva un segno della mia costante attenzione.
Anche io Signore, nonostante non sia più una bambina, per problemi molto più grandi, cerco un segno della tua attenzione.
Ne ho bisogno Signore, specie quando la battaglia è senza esclusione di colpi, quando il nemico già sta pregustando la spartizione del bottino, quando le forze provate duramente mi stanno abbandonando e sulle labbra la preghiera si strozza, in un gemito, un sospiro, un pianto, un grido di ribellione.
Dio dove sei?
In questi ultimi tempi, anche guardandonmi intorno, mi chiedo se sei in ciò che ci manca, in ciò che ti nega, nel silenzio del deserto sconfinato, nel minaccioso turbinare delle onde, nella tribolazione di tanti che non ti conoscono, nella superbia di chi ti nega.
“palpita sulla poltrona del presidente e nei calzari dell’atleta. Egli è qui, non cercatelo nelle chiese…”
Così si concludeva il tema di una ragazza di 15 anni a cui avevo dato da svolgere un tema su un pensiero di Bacone
” Questo Dio che celebro nelle mie carte, lo vedo presente ovunque, lo vedo nei fiori del mio giardino…”
Allora non ti conoscevo Signore, ma a quel compito misi il massimo, tanto mi aveva fatto vibrare le corde più profonde del cuore.
Ma ora non mi basta vedere i fiori del giardino, non mi basta sollevare lo sguardo al cielo stellato, nè immergermi nell’incanto del mare scintillante di luce, quando il sole sorge al mattino.
Non mi basta quando il dolore mi impedisce di assumere qualsiasi posizione, quando non c’è medicina che lo allevi, quando non trovo consolazione e gioia nella preghiera, quando il deserto si stende a vista d’occhio e il cielo sembra tanto lontano.

Preghiera e fatica

“Qui vi è uno più grande di Giona”.(Lc 11,32)

Questa generazione cerca un segno, generazione malvagia, così dici Signore a chi vuole da te la prova che tu sei veramente il Messia, il figlio di Dio.
Signore questa mattina anche io cerco un segno da te, non perché abbia dei dubbi sulla tua identità.
Come potrei?
… con tutto ciò che mi hai fatto sperimentare durante l’attraversamento di guadi di morte, di deserti infuocati, di abissi terribili, di attacchi diabolici perseverati nel tempo…
Tu sei il Signore, l’unico vero indiscutibile padrone della mia vita, re dell’universo, creatore e padre ricco di misericordia, lento all’ira e pieno, traboccante di amore verso i tuoi figli.
Signore non ho dubbi che tu tutto puoi, che la mia vita è nelle tue mani, che la stai ricamando con estrema maestria e mi stai conducendo con fermezza e con autorità, non disgiunta a consolazione, compassione, condivisione, amore, perdono, verso il tuo monte Santo.
Ma che fatica! A volte non comprendo, a volte mi sento venire meno, a volte la paura mi ghiaccia le vene, a volte Signore un velo passa davanti ai miei occhi e non vedo la luce, a volte metto i piedi nel vuoto perché spesso non sento l’appoggio e sbando.
Questo cammino è faticoso Signore e la vetta ancora tanto lontana.
Cerco invano un luogo dove trovare riposo per un tempo ragionevole, sì che possa con più lena riprendere il cammino.
Ti prego per questo Signore.
Tu sei infaticabile, ed è difficile starti dietro,
Ma io ho bisogno, lo vedi, lo sai, di una tregua alla paura, alla stanchezza, alla fatica, al dolore, ai no ripetuti di una vita sempre più avara di sorrisi, di gioia, di sonni tranquilli, di spensieratezza.
Tu solo puoi darmi la pace Signore, non ho bisogno di segni che mi comprovino la tua onnipotenza, ho bisogno di compassione, quella virtù divina che tu conosci più di ogni altro, compassione per me che sono nella prova e che non ho tregua nella lotta contro il nemico.
Signore abbi pietà di me, scendi con potenza su di me, rendimi forte, invulnerabile sì che il nemico si arrenda e non mi tormenti ancora.
Signore invoco su di me la tua grazia.
Mandala dai tuoi cieli santi.
La tua grazia Signore io cerco, la cerco attraverso la mediazione di tua madre, nostra madre, attraverso la mediazione dei miei cari, dei tuoi santi, la cerco Signore con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta me stessa.

Perseveranza

“Non abbiate paura! Siate forti.” (Es 14,13)
Certo al posto degli Israeliti anche noi avremmo agito come loro e ci saremmo lamentati con chi, alimentando le nostre speranze, ci aveva portato in una situazione oggettivamente senza sbocco.
Uno il coraggio non se lo può dare e se ti insegue un esercito di cani arrabbiati non puoi pensare di farla franca.
La fede è un mistero perchè in certe situazioni è inspiegabile come la parola di Dio che ti arriva all’orecchio, ti scuote, ti rianima, ti dà pace e sicurezza.
La parola di Dio la riconosci perchè ti toglie la paura, ti apre il cuore alla speranza, ti dà coraggio, ti fa credere che quella battaglia, quella situazione incresciosa, quell’ostacolo, quel bisogno non sei solo ad affrontarlo, perchè Dio è con te, combatte per te.
Così Mosè, strumento nelle mani di Dio , debole, fragile, senza poteri umani, riesce a diventare credibile facendo le opere di Dio.
Il passo dell’Antico Testamento che oggi la liturgia ci propone, lo possiamo riportare alla nostra esperienza ordinaria.
La paura, il dubbio, la sensazione di essere incalzati da un problema irrisolvibile, da situazionin senza sbocco, da ricalcoli della vita, da rifiuti, impotenza sono pane per tutti…
Dicevo che la fede è un mistero, ma è più giusto dire che è un dono, un dono di Dio che non ha nè braccia, nè mani, nè bocca per dire per fare ciò che noi ci aspettiamo.
Ma ha cosparso il nostro cammino di tanti intermediari, tanti angeli che operano al posto suo.
Mosè è uno di questi, che acquisì potere agli occhi di Dio quando lo perse agli occhi degli uomini.
Divenne credibile perchè dette tangibilmente segni di un potere che gli permetteva di fare cose che nessun uomo avrebbe potuto fare senza l’aiuto di Dio.
Gli Israeliti quindi seguirono Mosè perchè compiva prodigi, ma anche e soprattutto perchè era Dio a renderli, docili all’ascolto della Sua Parola.
“Neanche se vedessero uno risuscitato dai morti crederebbero” dice Abramo al ricco epulone che voleva che fossero avvertiti i suoi famigliari della sorte che li aspettava se avessero perseverato nella loro condotta ingiusta.
Ma spesso siamo soli e non abbiamo intermediari che ci salvino dall’assalto dei nemici.
E’ capitato a me questa mattina che avevo deciso, dopo aver letto la Parola di Dio, di uscire fuori al balcone e trarre da ciò che vedevo e sentivo occasione per lodare e benedire il Signore, nonostante il dolore non mi avesse dato tregua.
Il sole stava salendo nel cielo, ma io stavo al fresco sul dondolo del grande balcone pieno di piante e di fiori che viene raggiunto dai suoi raggi nel pomeriggio.
E’ la mia postazione preferita, la mia chiesa, perchè lì il cuore mi si apre alla lode e alla gratitudine a Dio che continua a farmi regali attraverso le sue più belle creature.
Ma il regalo più grande erano due piccole piante non comprate che senza che io facessi nulla, senza averci speso tempo e denaro e forze, sono spuntate in due vasi abbandonati con un po’ di terra e più delle altre mostrano vitalità e bellezza e forza e grazia.
I farisei e gli scribi cercavano un segno, anche gli Israeliti ne avevano bisogno, ma io questa mattina li avevo davanti i segni della misericordia di Dio che veste i gigli dei campi e provvede al cibo degli uccelli del cielo.
Quelle piantine con i loro teneri germogli mi portavano a lodarlo, benedirlo e ringraziarlo e mi comunicavano una grande pace.
Una pace che continuo ad avere nonostante sia dovuta fuggire dalla mia postazione per un temporale improvviso, per il formicolio doloroso alle mani e ai piedi che mi impedivano di continuare la mia preghiera che volevo condividere con gli amici dell’Unico Eterno e Fedele Amico .
La fede è rimanere fermi nella convinzione che tutto è possibile se credi che non tu ma Lui agisce anche attraverso una Tachipirina e una sdraio al coperto.

Libertà

eabca-la2bs-2bbibbia

Cristo ci ha liberati per farci vivere effettivamente nella libertà. (Gal 5,1)

Tutti cercano un segno, una convalida che ciò che stai ascoltando, facendo, usando è una cosa buona,che non ti nuoce, che ti fa bene, che realizza i tuoi più profondi desideri di libertà.
Viviamo infatti costretti da una congerie di regole, divieti, imposizioni, ci sentiamo schiacciati dal dover essere, dalla necessità di compiacere gli altri, quelli che contano, viviamo sempre come se dovessimo rendere conto a qualcuno di quello che facciamo,diciamo, pensiamo.
Tutta la vita a cercare un equilibrio tra ciò che appare e quello che è, tra quello che pensiamo noi e quello che pensano gli altri.
Purtroppo il nostro interlocutore non è Dio che non giudica, ma ama, ascolta, istruisce, guarda i pensieri del tuo cuore e ti abbraccia anche quando sei impiastrato di escrementi fino ai capelli.
Il nostro interlocutore purtroppo è la proiezione dei nostri giudizi e pregiudizi e i primi accusatori di noi stessi siamo noi che non ci assolviamo dal non essere perfetti, onnipotenti.
Quanta fatica per compiacere e quante lacrime quando i nostri sforzi non raggiungono il risultato sperato, l’osanna globale, il trionfo, la stima e l’onore!
Quanta sofferenza quando, scendendo dal piedistallo, ci accorgiamo che a non compiacere riceviamo ancora più rifiuti, abbandoni, sofferenze, solitudini.
Sembra che non ci sia via d’uscita, perchè qualunque cosa fai c’è sempre qualcuno che non gradisce, che non capisce, che non vuole capire, qualcuno a cui sei d’ingombro, di ostacolo alle sue realizzazioni personali.
Bisogna incontrare Gesù per capire cosa significa essere liberi davvero, leggere il Vangelo e farti ammaestrare da Lui.
Gesù non si è mai preoccupato di quello che diceva la gente ma ci teneva a che capisse chi era e a quale prezzo avrebbe pagato la sua carta d’identità.
” La gente chi dice che io sia?”
“E voi chi dite che io sia?”
Bellissimo questo passo in cui Pietro fa la sua professione di fede, illuminato dallo Spirito. “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.
Prima di vestirci la mattina, appena svegliati, cerchiamo di rispondere a questa domanda
” Chi sono io?”
Perchè il vestito lo sceglieremo in base alla risposta.
Ma la domanda rivolgiamola al nostro INTERLOCUTORE, a Gesù che ci definisce, ci risponde e ci corrisponde, nella verità, nella giustizia e nell’amore.
Lui ci dirà di cosa ci dobbiamo rivestire per non essere vittime del giudizio del mondo e rimanere sempre noi stessi, figli di un unico Padre, fratelli in Gesù, famigliari di DIO.
Noi saremo il segno che Dio è venuto a salvarci e non è morto invano.

Uomo, ti è stato insegnato ciò che richiede il Signore da te.( Mi 6,8)