“Molti credettero in lui”(Gv 8,30)

“Molti credettero in lui”(Gv 8,30)

Io non so come le parole che oggi hai pronunciato abbiano avuto l’effetto sperato: credere che tu eri quello he dicevi di essere, il Messia, il Figlio di Dio.
Ci sono cose incomprensibili che ci accadono nella vita e capita che ciò che mai avresti creduto di fare, di credere diventa esigenza insopprimibile del tuo spirito, del tuo essere uomo proiettato nell’oltre di Dio.
Così accadde ai tuoi interlocutori allora, a ridosso del tuo sacrificio, così accadde per me in un momento di grande turbamento, di solitudine estrema, in un momento in cui era stata azzerata qualsiasi relazione con il mondo esterno.
Per incontrarti Signore bisogna trovarsi in un deserto o cercarlo, perché la tua voce solo nel deserto è forte e chiara.
Solo nel deserto impari ad apprezzare ciò che il frastuono del mondo ti impedisce di sentire.
Molti credettero quando tu hai parlato di un innalzamento in cui il Padre non ti avrebbe lasciato solo, perché tu fai sempre la sua volontà.
Mi chiedo a cosa avranno pensato i tuoi interlocutori, se minimamente immaginavano che il tuo trono di gloria sarebbe stato la croce.
Ad.ognuno di noi Signore tu chiedi di fidarsi di te, chiedi di seguirti senza scandalizzarci se il Figlio di Dio subisce una morte così ignominosa.
Tu ci chiedi Signore, oggi che sappiamo come è andata a finire e che sappiamo quali frutti nacquero dal tuo sacrificio, di seguirti fino in fondo senza paura e tentennamenti, lasciando tutto e mettendo te al primo posto, fidandoci di te fino in fondo.
Signore io non so se sono capace con fede e con fermezza di seguirti in questo viaggio così burrascoso, difficile, pauroso, non so se riuscirò ad esserti vicino e rimanere sveglia nel momento del massimo abbandono, non so se sotto la croce riuscirò a rimanere salda con Giovanni e tua madre, lasciandomi lavare purificare rinnovare dal sangue e l’acqua che sgorga dal tuo costato.
Non so Signore se come i tuoi apostoli, piena di Spirito Santo saprò affrontare la persecuzione e la morte con la ferma certezza che tu non abbandoni i tuoi figli mai specie se sono nel bisogno.
Me lo ripeto questa mattina che i bagliori di morte sinistramente si intravedono, se credo in te, se ho fiducia in te, se sono certa che stai combattendo al mio fianco questa estrema battaglia.
Mi chiedo Signore se rimarrò salda fino alla fine nella certezza che tu sei in questo dolore, in questa sofferenza dell’anima , in questi dubbi, paure, tentennamenti.
Mi ripeto che tu sei il mio Signore che mi ha promesso un’alleanza eterna, hai detto che con noi sarai tutti i giorni della vita, che non devo temere anche se dormi, anche se non ti vedo, non ti sento, anche quando rimani muto e lontano.
Questa mattina penso a tutto questo e il mio cuore si dilata per accogliere la Parola di Dio.
Voglio contemplare e adorare Colui che hanno trafitto, lo voglio lodare e benedire perché con la sua croce ha redento il mondo.
Che la mia croce Signore non mi sembri troppo pesante da portare, che la.mia croce serva a salvare qualcuno dei tuoi figli dispersi. Aiutami Signore a dirti “eccomi,”specie quando la situazione che sto vivendo mi fa più paura.

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Ricchezze

“Quanto è difficile entrare nel regno di Dio!”
(Mc 10,27)

” Tutto ciò che il Padre ha è mio” ha detto Gesù.
Mi sono soffermata a pensare a cosa sia giusto possedere e ciò che invece dobbiamo vendere, di cosa dobbiamo spogliarci.
Se facciamo dipendere la nostra identità, il nostro valore da ciò che abbiamo, siamo fuori strada, se quel possesso è soggetto all’usura del tempo o dipende dalla memoria degli uomini, se cerchiamo di salvarci attraverso le opere meritorie che facciamo, non ancora siamo sulla giusta strada.
Al giovane ricco Gesù dice di vendere tutto quello che ha e di seguirlo.
Ci sono persone che riescono a sacrificare tutto e a dare la vita per i propri ideali, ma questo pare non basti a garantirgli la vita eterna.
“Gesù fissatolo lo amò” dice il vangelo.
Lo fissa e lo ama questo giovane ricco che fino a quel momento ha pensato che se la doveva guadagnare la salvezza, attraverso l’osservanza dei comandamenti.
Anche io un tempo pensavo che tutto aveva un prezzo che dovevo pagare attraverso monete da me coniate.
E poiché il potere di acquisto cambia a seconda di chi comanda, della persona a cui sei sottomesso, ho fatto i salti mortali per pareggiare i conti con tutti.
Con il Padreterno però le cose non funzionavano così, perché non conoscevo la sua moneta.
Che noi siamo la moneta di Dio, su cui ha apposto il suo sigillo, la sua immagine a cui siamo chiamati a somigliare non lo sapevo, prima di riscoprire la grazia battesimale.
Ma la tentazione di farci un Dio a nostra immagine e somiglianza è talmente forte che a lui attribuiamo le nostre modalità, le nostre cattive abitudini del “do ut des”(do perché tu mi dia).
Il rapporto di gratuità non lo conosciamo a meno che non viviamo in una sana e santa famiglia dove tutto è di tutti e dove i più grandi e i più forti si fanno carico dei più piccoli e più deboli senza mugugni e pretese di sorta.
“Gesù pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio;ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. ” ( Fil 2,6-8) troviamo scritto.
Gesù è venuto a scardinare le certezze acquisite e a mostrarci la gratuità del dono fatto da Dio ad ogni uomo, un dono promesso, un dono che è già operante se vendi tutto e lo segui.
Ma ti devi far guardare negli occhi, devi lasciare che la sua luce illumini la tua casa, che ne metta in evidenza il disordine e lo sporco e gli permetta di essere deposto nella tua mangiatoia.
Seguire Gesù, dopo esserti in lui specchiato, significa lasciare che provveda a che la tua vita cambi, che quella che ritenevi la tua casa bella, in ordine è solo il sotterraneo, la cantina, il ripostiglio di uno splendido castello dove Lui ti chiama ad abitare.
Ma lo devi seguire attraverso tutti i cunicoli, gli ostacoli, le strettoie, gli inciampi, le scomodità di un percorso che ti porta a vedere il sole.
Ma devi fidarti di Lui.
E’ lui che tiene in mano la lanterna, è Lui che conosce la strada, è Lui la Via, la Verità, la Vita.

San Matteo

“Seguimi!” (Mt 9,9)
“Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto” (Ef 4,1)
Oggi il Vangelo ci interpella perché Gesù non invita solo Matteo a seguirlo, ma ognuno di noi che sta arroccato sul suo scranno ad aspettare che gli altri gli diano il giusto tributo di onore e di gloria.
Sentirsi chiamati a seguire Gesù non è cosa che capita tutti i giorni, non perché Gesù non ci chiami, ma perché le nostre orecchie sono occupate ad ascoltare altro e non ci accorgiamo neanche che c’è qualcuno che passa e ci guarda con compassione.
Chi non avanza qualcosa da qualcuno, chi non si sente trascurato, abbandonato, giudicato delle persone a cui tiene di più?
Chi non si sente emarginato, messo in un angolo se fa un brutto mestiere, maledetto mestiere, come quello di esattore delle imposte e collaboratore di ingiustizia?
Ma ci sono altri che non si pongono nessun problema, perché si sentono a posto, perché non fanno del male a nessuno, almeno così credono, ma sicuramente si lamentano e sono oppressi se non viene dato loro il giusto tributo.
Chi ha orecchie da intendere intenda, dice il Signore.
Bisogna avere le orecchie e Dio ce le ha date per ascoltare, non per tapparcele con gli auricolari collegati allo smartfhone.
“ Ascolta Israele, se tu mi ascoltassi!” troviamo scritto.
Ascoltare viene dal verbo “audire” (ascoltare), parente stretto di “oboedire” (obbedire, ascoltare agendo di conseguenza) e Dio vuole che noi apriamo le orecchie al suo messaggio e agiamo di conseguenza.
“Seguimi!”
Non è così facile seguirti Signore, anche se subito siamo affascinati dalla tua figura, dall’autorevolezza delle tue parole, da quello che si dice di te e decidiamo di spostarci, di cambiare posizione.
Ma quando vediamo cosa comporta la tua sequela ci allontaniamo da te.
“Sulla tua parola getteremo le reti” risposero gli apostoli a te che consigliavi di fare una cosa impensabile, addirittura da pazzi, quella di andare a pescare al mattino.
Tutti sanno che i pesci di giorno non li trovi in superficie, specie i pescatori.
“Seguimi!” dicesti a Matteo che da subito si trovò a doversi confrontare con il giudizio malevolo di coloro che ti criticavano.
“Non sono venuto a chiamare i giusti. ma i peccatori” rispondi ai tuoi detrattori.
Chissà come si deve essere sentito Matteo che comunque era consapevole di essere stato graziato nel momento in cui ha deciso di rispondere al tuo invito.
Quanti di noi accettano di sentirsi peccatori, sentirsi bisognosi di perdono! Ci sentiamo tutti i giusti, perché non facciamo male a nessuno e certe volte, quando decidiamo di andarci a confessare, facciamo una grande fatica a fare un esame di coscienza e a trovare qualche peccato da dire al sacerdote.
Molto spesso le nostre confessioni consistono nel raccontare i peccati degli altri, perché noi non ne abbiamo o, se ne abbiamo, sono pochi e di lieve entità.
I peccati di giudizio sono quelli che ci accomunano un po’ tutti, perché il cervello lo usiamo in genere per giudicare gli altri, ma molto raramente noi stessi.
“Misericordia voglio e non sacrificio”.
Quante cose facciamo con sacrificio ma senza amore, spendendoci in maniera forte per qualcuno o qualcosa, ma sempre lamentandoci se non ci corrispondono e non apprezzano i nostri sforzi.
“Fate poche cose ma quello che fate, fatelo con amore” ha detto Madre Teresa di Calcutta, perché è l’amore che salva, è l’amore che ti dà la pace, è l’amore che crea relazioni profonde.
Matteo è diventato santo perché è partito dalla consapevolezza di non essere nel giusto e di avere bisogno di qualcuno che lo rimettesse in piedi, che lo mettesse in un circolo di relazioni feconde e durevoli.
Leggendo il brano del Vangelo ho pensato che potevo essere Matteo, chiamato da Gesù, ma che potevo anche essere quella parte di gente che criticava il maestro per le sue frequentazioni, i puritani.
Certo che noi non possiamo dirci esenti da questo peccato, quando vediamo che persone che hanno commesso ogni genere di malefatte poi vengono da Dio perdonate.
Saremmo noi capaci di fare lo stesso nei confronti di chi ci ha fatto del male?
Perdonare non sette ma settanta volte sette sembra impossibile.
Ma niente è impossibile a Dio perché lui ci renderà capaci se ci fidiamo di lui.
Proviamo a metterci nei panni di Gesù e vedere come si comporta, perché dobbiamo imitare lui e non c’è da scandalizzarsi che si mischi con della gente poco per bene.
Basta guardare il luogo dove nacque e dove fu deposto, sicuramente un luogo dove nessuno si sognerebbe di far nascere un bambino, a meno che non vi sia costretto.
Dio per incarnarsi poteva scegliere una reggia, una clinica altamente qualificata ma da subito ci ha fatto capire quali sono le sue preferenze.
Alla fine non possiamo che dire come il centurione “Domine non sum dignus”.
Non siamo degni Signore di tanta grazia, di tanto amore perché siamo sporchi dentro e fuori, perché siamo cattivi, perché siamo gente di dura cervice, maleodoranti.
Eppure tu non ti schifi, non ti sei schifato perché ”tutto è puro per i puri” e il male non viene da fuori ma da dentro.
Niente può cambiare la naturale immagine che hai scolpito nel nostro cuore.
Impresse nella mente e nel cuore conservo e adoro le tue parole.
“ Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza, maschio e femmina li creò”.
Signore voglio somigliarti, voglio essere come te, voglio stare dentro di te, non mi voglio mai allontanare da te.
La meditazione di questa mattina ha rinforzato il desiderio di farmi ammaestrare da te, perché sono sempre più consapevole che giudizi e pregiudizi minano il nostro rapporto.
Aiutami Signore a guardare sempre te, ad aprire le orecchie alla tua parola, a metterla in pratica con il tuo aiuto.

“Lasciarono tutto e lo seguirono” (Lc 5,1).

“Lasciarono tutto e lo seguirono” (Lc 5,1). 

Lasciare tutto e seguire Gesù.
Mi interrogo su quello che questa parola ha significato nel tempo per me, da quando l’ho incontrato e ho desiderato di seguirlo, di stargli accanto, di non perderlo mai di vista.
All’inizio ti sembra che tu per lui lasci tutto, perché non puoi vivere senza di lui.
Come quando nell’innamoramento lo sposo diventa la tua luce, la tua gioia, il tuo tutto e non hai più bisogno di niente, basta che stai con lui.
Poi il tempo dell’innamoramento finisce e comincia il tempo della scelta, quando l’altro ti si presenta così come egli è, nella verità che non è corrispondente all’idea che ti sei fatta di lui.
Con Gesù avviene la stessa cosa.
Dopo il primo colpo di fulmine  ti rendi conto che la sequela non è semplice e che lui non è quello che credevi, colui che ti avrebbe liberato da tutte le schiavitù, dai problemi, dalle malattie.
Ti accorgi che il suo linguaggio è difficile e che i sentieri che egli percorre sono accidentati, aspri, sconosciuti, apparentemente impercorribili.
Ma se stai con Lui non devi avere paura per quello che sono le conseguenze del tuo dire, del tuo fare, quando agisci nel suo nome.
Così, quel lasciare tutto emblematicamente riporta al progressivo spogliarti di tutto, perchè ti rendi conto che hai troppo e che forse quelle cose che hai ti appesantiscono e le devi pian piano lasciare.
Se ti lasci guidare dalla sua parola riesci a dare agli altri ciò che non ti serve e che quindi non ti appartiene.
Per portare la croce devi avere le mani libere e quindi devi gettare nel tesoro del tempio anche l’ultimo spicciolo.
Non sono solo le cose materiali che devi lasciare, perché c’è un’altra riconsegna più dolorosa, più difficile, che è quella degli affetti, come anche delle tue capacità di vedere, di sentire, di camminare, di pensare, di parlare, insieme al tempo che si accorcia e la vita  intorno a te continua.
Diventando vecchi sono sempre di più le cose che ti trovi a dover riconsegnare, senza rimpianti, con gioia, con gratitudine.
Gesù ci chiede tutto questo ma non è cosa facile, anche se non puoi fare a meno di lui, anche se sai che non c’è salvezza al di fuori di lui, senti sempre lo strazio ogni volta che ti viene a mancare una persona cara o un amico ti tradisce, oppure la malattia ti costringe a rinunciare pian piano alla tua autonomia e devi accettare di essere portata lì dove tu non vuoi, perché la veste te la cingeranno gli altri.
Ogni coppia di sposi deve percorrere questo calvario, dall’amore istintivo all’amore di scelta che con la grazia di Cristo non potrà mai finire.
Il Signore vuole che impariamo da lui che è mite e umile di cuore e non ha dove posare il capo, che segue la legge senza esserne schiavo, che va incontro alla morte nella certezza che solo l’amore salva e risuscita.
“Vi farò pescatori di uomini” dice Gesù.
Ma bisogna cambiare posizione, gettare le reti dall’altra parte e ascoltarlo anche quando ciò che ci dice ci sembra illogico, come andare a pescare al mattino, quando i pesci non li trovi, neanche a cercarli con il lanternino.
Ma ti devi fidare, a Lui devi affidare i tuoi progetti di vita e ascoltare cosa ogni giorno lo Spirito suggerisce al tuo cuore.
Gesù vuole trasformare le nostre vite di relazione in vite sante, vite gioiose, vite di chi ogni giorno dice di sì all’amore, ogni giorno perdona, ogni giorno accoglie, ogni giorno muore per far risorgere l’altro.

“Signore, da chi andremo?” (Gv 6,68)

“Sceglietevi oggi chi servire” (Gs 24,15)
“Anche voi volete andarvene?”(Gv 6,67)
Gesù chiede ai suoi discepoli, come anche Giosuè al popolo di scegliere. Molti se ne andarono e, anche tra chi rimase, ci fu chi poi lo tradì.
Pietro di fronte alla domanda: “Ve ne volete andare anche voi?” risponde: “Signore dove andremo? Tu solo hai parole di vita eterna”.
Pietro non aveva capito tutto di Gesù, né gli altri discepoli che davanti alla croce fuggirono e si nascosero.
Però Pietro come gli altri aveva sperimentato che Gesù è l’unica alternativa valida per non morire.
Oggi penso che Gesù rivolga anche a me questa domanda.
Le esigenze della fede si fanno sempre più intransigenti, dure, incomprensibili a volte, ma io penso a quando stavo alla base di questa montagna, quando credevo che il punto dove ero arrivata era il più alto che potesse essere raggiunto.
Penso a questa scalata che dura da diciotto anni, in compagnia della Parola, al percorso accidentato, agli ostacoli, agli smarrimenti, alle improvvise schiarite, ai luoghi nascosti improvvisamente illuminati dal sole dove ho visto spuntare i fiori più belli.
Penso alla consolazione, alla gioia di tante piccole soste nel cammino in cui Dio mi ha dato da mangiare e da bere, mi ha curato, mi ha preso in braccio.
Sono molto affaticata, perché la montagna è alta e ripidi e stretti i suoi sentieri, ma penso che non solo chi ha le gambe può godere del meraviglioso panorama che la natura ci offre.
Le cime di Lavaredo si possono gustare e vedere solo se percorri lo stretto e lungo sentiero che costeggia i tre giganti dell’aria, ma anche chi è preso per mano dal Figlio, è sollevato alla sua altezza, ha chi lo porta sopra le spalle e, come un bambino, vede più in alto del genitore, perché  sta più in alto della sua testa.
Signore ti ringrazio di ciò che mi doni attraverso gli infiniti canali della tua grazia
Elisabetta, mentre faceva la passeggiata in alta quota, davanti alle cime di Lavaredo, pensava a me che non posso camminare.
Probabilmente ne aveva più bisogno più di me, vista la vita frenetica che spesso impedisce di mettersi in contatto con te, attraverso le grandiose opere d’arte della tua creazione.
Io ho tanto tempo a disposizione per esplorare l’universo che hai messo nelle mie mani, un universo d’amore, di pace, di gioia, di perdono.
Ora sono qui su questa montagna e mi smarrisco, ma non posso tornare indietro, perché so cosa mi sono lasciata alle spalle e so che in te ho trovato un alleato potente.
No Signore, anche se a volte il tuo linguaggio è duro, anche se non lo capisco subito, non me ne voglio andare.
Voglio rimanere con te.
Sempre.
Solo tu hai parole di vita eterna.

Se vuoi essere perfetto, vendi quello che possiedi e seguimi ( (Mt 19,16-22)

“La Roccia, che ti ha generato, tu hai trascurato;
hai dimenticato il Dio che ti ha procreato!” (Dt 32,18)
I nostri padri hanno peccato e tu li hai perdonati Signore.
Con il tuo sangue hai offerto a Dio il sacrificio puro incontaminato per riparare l’offesa infinita fatta a Te che sei infinito amore.
Cosa poteva darti di più il Figlio, Signore mio Dio?
Eppure siamo schiacciati dalla conseguenza della colpa, continuiamo a peccare, a rincorrere falsi idoli, a nasconderci, a trovare soluzioni, ricette, lontani da te, senza consultarti, senza ascoltare la tua parola, chiudendo cuore ed orecchie ai tuoi insegnamenti.
La storia non ci fa da maestra, la memoria di tanti tuoi benefici si offusca a tal punto che ci convinciamo che tu sei lontano da noi e che non ti possiamo scomodare per cose di poco conto rispetto ai problemi del mondo, alle catastrofi a cui ogni giorno assistiamo.
Così viviamo come se non ci fossi, arrangiandoci come possiamo, non trascurando però di farci il segno di croce, se passiamo davanti ad una chiesa o  di osservare i tuoi comandamenti non soffermandoci troppo sul primo.
Cerchiamo di non pestare i calli a nessuno e di farci i fatti nostri, di vivere appartati nei nostri appartamenti, perchè di guai ne abbiamo già troppi e figuriamoci se possiamo pensare o farci carico di quelli degli altri.
Ci sono cose scritte nel vangelo che scivolano sulla nostra pelle come l’olio, come se non le avessimo mai lette e tu non le avessi mai dette.
Sono le cose che ci turbano, che pensiamo siano accessorie, dei santi, dei bigotti, e noi non aspiriamo a tanto e disprezziamo i bigotti.
Quando ti arrabbi pensiamo che non fai sul serio, come i genitori quando alzano la voce per fare paura ma poi tornano ad essere quelli di prima e danno quello che  vogliono ai figli,  anche se gli fa male, solo per non starli a sentire, illudendosi così di farli felici.
Quanto mi riconosco nel giovane ricco Signore, che voleva seguirti con tutto il cuore, affascinato da quello che dicevi, da quello che facevi, da come lo facevi e come lo dicevi!
Tu non hai mai chiuso le porte del tuo cuore al popolo che ti sei scelto, non hai mai smesso neanche un momento di averne cura, mai Signore, nè allora, nè oggi che sembra il mondo stia riuscendo a cancellare i segni della tua presenza.
Tu sei fedele, ma noi non ci riusciamo, e continuiamo a peccare come fecero i nostri padri, ripetendo all’infinito gli errori che ci chiudono le porte della vita.
Se guardo al passato non posso che constatare la mancanza di amore in tutto quello che ho fatto, per te e per gli altri.
Il dover essere ha schiacciato l’essere e non ho mai goduto del frutto del mio impegno ad osservare le regole, a vivere senza dare adito a scandali, rotture, giudizi negativi.
Mi sono arrangiata, come si suol dire a conquistarmi un posto nella famiglia, nella società a costruirmi una torre tutta mia, una torre dove le lingue si confondono, dove è assente la comunicazione e non ci si capisce.
Ho portato mattoni alla mia torre, ho invitato a salirvi altre persone, ho dato loro da mangiare e da bere, persone di cui non conoscevo la lingua.
Poi sei venuto tu Signore a parlare con un linguaggio nuovo e io che sono una testona e anche testarda, ho voluto andarci a fondo come facevo quando trovavo una cosa che non capivo, sui libri di scuola, nelle parole degli amici, nelle esperienze della vita.
Così ho scoperto che di tutto il tuo insegnamento rimane una cosa sola importante: l’amore, quello che mi manca, quello di cui ho bisogno.
Perchè si ama come si è stati amati e io non credo di essere stata amata in modo perfetto.
Per questo mi sono attaccata a te, perchè mi insegni ad amare, ad obbedire, ad ascoltare sì che non la mia ma la tua torre, la croce, sia il segno che lo Spirito Santo opera anche in questa pretesa di autosufficienza mortificante e dannosa.
Ti chiedo Signore di poterti consegnare tutto, ma proprio tutto, con l’aiuto di Maria.
Gioie e dolori, salute e malattia perchè tu le trasformi in luce del cammino, strumenti di salvezza, liberazione dai miei nemici, desiderio di servirti, gioia senza fine.

” Seguimi!” (Mt 8,22)

” Seguimi!” (Mt 8,22)
 
” Per questo l’uomo abbandonerà sua madre e suo padre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola”.
(Gn 2,24).
Chissà perché leggendo il Vangelo oggi mi è venuto in mente questo passo della Scrittura, dove si parla del taglio radicale che comporta il matrimonio tra un uomo e una donna innamorati.
Quando nel giorno più bello per due l sposi viene letta questa parola nessuno si scandalizza, perché è normale che l’amore abbia la priorità su tutto, quando fai esperienza di paradiso, attraverso la relazione che si instaura nel periodo del fidanzamento.
La coppia fa esperienza di Dio, di eternità, di infinito, di uno e distinto, di comunione, di trascendenza, quando gli occhi e il cuore sono solo per l’altro.
Come non pensare che questa situazione iniziale non duri all’infinito?
Come dubitare che sia possibile lasciare il padre e la madre non solo fisicamente, anteponendo a loro le esigenze della famiglia nuova che ti accingi a formare?
Eppure accade che ben presto la meraviglia dell’inizio, lo straordinario assaggio di ciò che sarà lo straordinario, irripetibile, eterno pranzo di nozze, dove il vino non verrà mai a mancare, vengono dimenticati, e la routine logora le buone intenzioni, i sogni, le speranze, l’euforia iniziale.
Il giardino dimentichiamo di annaffiarlo, concimarlo, prendecene cura, anteponendo alla fedeltà promessa nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, interessi, desideri, persone, cose che niente hanno a che vedere con l’altro a cui pensavamo di volere un mondo di bene.
Sono gli amori a termine che ci fanno perdere di vista l’autenticità e la verità, ma soprattutto la fattibilità di ciò che Gesù ci chiede.
Seguirlo anteponendolo a qualsiasi interesse, persona, gioia o dolore.
Sembra assurdo ciò che ci chiede, ma forse un frammento di verità lo possiamo sperimentare anche nel rapporto che si instaura tra madre e figlio, madri normali, dico, madri che amano i figli a prescindere da ciò che dicono, fanno, a prescindere dalla risposta alle loro attenzioni, preoccupazioni, cura.
Quando un figlio ha bisogno di te non ti preoccupi di sbrigare prima le cose che ritieni più urgenti, non ti preoccupi di salutare nè di partecipare al funerale di chicchessia.
Se tuo figlio è malato corri al suo capezzale, se ha bisogno del tuo aiuto lasci tutto e corri da lui.
Gesù sa che siamo capaci di grandi sacrifici se amiamo.
Gesù rivendica a se tutte le attenzioni che siamo soliti dare per un periodo di tempo più o meno prolungato a persone a cui ci sentiamo intimamente legate, di cui siamo innamorate.
Quando Gesù parla così sembra che ci voglia togliere qualcosa per mettersi avanti e condizionare tutte le nostre scelte future, la nostra volontà, la nostra felicità.
Il Vangelo letto superficialmente sicuramente non ci tocca il cuore, non ci cambia nel profondo, non ci apre ad una felicità più piena e duratura.
Gesù vuole che lo seguiamo fidandoci di lui, perché vuole qualificare i nostri amori, qualificare le nostre scelte, rendere perfette le nostre relazioni sì che siano feconde e vitali.
In Lui troveremo tutte le nostre sorgenti, ad esse ci abbevereremo e mai moriremo di sete anche se ci troveremo ad attraversare deserti sconfinati di incomprensioni, non risposte, silenzi e rifiuti da parte di quelli che abbiamo amato, quelli a cui abbiamo dato tutto il nostro cuore.
E’ Lui che ci insegna ad aprire le braccia, a portare il nostro piccolo pezzo di legno dietro a Lui, perché il nostro amore imperfetto inchiodato alla croce diventi un abbraccio per tutta la vita a tutti quelli che in Lui sentiamo fratelli, figli di un unico Padre a cui siamo con il Suo aiuto chiamati a rispondere, perchè in noi si compia il Suo progetto di vita, di gioia, di amore senza confini.