” Tu sarai un popolo consacrato al Signore”(Dt 36,19)

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” Tu sarai un popolo consacrato al Signore”(Dt 36,19)
Signore tu non fai che ripetere cose che dovrebbero toglierci ogni preoccupazione, angoscia, turbamento.
Ci dici che sei nostro Padre, che noi siamo tuoi figli creati per amore e chiamati all’amore.
Ci dici che per te valiamo talmente tanto che per il nostro riscatto hai pagato di persona il prezzo più alto.
Ci dici che sei con noi tutti i giorni della nostra vita, che non dobbiamo temere.
Lo ripeti per 367 volte nella Bibbia, tanti quanti sono i giorni che compongono l’anno.
Signore io non so se sono normale, perchè ci sono delle volte che sperimento la verità di quello che dici, e mi sento consolata, sollevata, in momenti che chiamare drammatici è eufemistico.
E poi ci sono momenti e questo è uno di quelli, in cui ho magari meno problemi di dolore o di altro, e mi sento il cuore chiuso, stretto in una morsa, sento il peso di una vita che trascino senza entusiasmo, sento il peso di tutto e di tutti e vorrei tanto che con un colpo di bacchetta magica, il velo si sollevasse e io tornassi a vedere il cielo.
Vivere inventandosi la vita e non riuscirci, vivere senza vedere nè oasi, nè ombra in questo deserto che si stende a vista d’occhio, vivere la prospettiva di portare sopra le spalle pesi supplementari, aggiunti e non previsti, vivere sperando che arrivi presto la fine, non è vita.
Sono cose che mi piacerebbe non pensare come non vorrei mai mettere in dubbio la tua parola.
Io ti cerco Signore tu lo sai, sei la mia unica speranza, ti cerco ma non ti trovo questa sera, in questo silenzio assordante della casa che rimanda l’eco del mio lamento.
In cucina il mio sposo, sta provando a fare qualcosa ma il suo silenzio mi uccide.
Di fonte abita nostro figlio con la sua famiglia, sopra cognati e nipoti.
Ricordo quando vivevamo con la porta aperta e la nostra casa era casa di tutti e la casa di tutti era la nostra, quando non ci sentivamo mai soli, perchè c’era sempre qualcuno con cui condividere gioie e dolori della giornata.
Perchè Signore ci siamo ridotti a stare isolati, a non essere capaci di metterci in relazione con le persone che ci vivono attorno?
Questa mattina sono passata davanti alla casa di Graziella, le finestre erano tutte serrate, le serrande abbassate e mi si è stretto il cuore.
Graziella è morta e non sono potuta neanche andare al suo funerale .
Ricordo quando era bello la mattina presto incontrarla mentre andava ad aprire la Cappellina dell’Ospedale.
Era una gioia nutrirmi della sua fede incondizionata in te, della sua gioia.
Mi bastava quell’iniezione di vita per affrontare la giornata.
Di Grazielle hai cosparso il mio cammino Signore, ma oggi, te le sei riprese tutte o quasi tutte.
Mi hai lasciato sola Signore in questo deserto man mano che le mie forze diminuiscono e io ho più bisogno di santi che camminano con me.
Signore so che non posso pretendere che gli altri siano santi, che devo cominciare da me.
Ma le forze sono venute meno e io ho ancora più bisogno di forza che viene dall’alto, tu lo sai.
Mandala dai tuoi cieli santi perchè io voglio seguire i tuoi precetti e tu non puoi rinnegare le tue promesse.
Tu mi hai scelto Signore, aiutami a dire “Eccomi, io vengo a fare il tuo volere” Così sarò perfetta come tu vuoi.
Maria aiutami tu!
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ASCOLTO

crocifisso

“Non abbiamo ascoltato la voce del Signore”(Dn 9,10)

Dio parla. Dio ci parla.
Io non l’ho mai saputo, non lo sapevo quando mi interpellarono le parole di un Salmo udito per caso mentre cercavo un posto riparato e sicuro all’interno di una chiesa dove potessi sedermi.
Se l’avessi saputo “Cent’anni di solitudine” il libro che mi aveva tanto affascinato e preso non avrebbe avuto la preminenza tra i miei preferiti.
La solitudine ha caratterizzato la mia infanzia, la mia giovinezza, la mia vita di sposa e di madre tanto che ne feci una malattia da curare.
Undici anni di psicanalisi ci vollero per liberarmi dal mostro che si nascondeva dentro di me, per conoscerne i connotati, per combatterlo con le armi giuste.
La paura di stare sola era di mia madre, sempre stata suo distintivo, la sua croce, ma io non la capivo, mi limitavo a guardare tutte le strategie messe in atto per vincere la dura battaglia della vita con 4 figli di cui prendersi cura e un lavoro che ogni mattina la portava lontana chilometri a fare scuola ai bambini.
E noi rimanevamo soli, mentre lei si districava nel labirinto delle sue paure… a me, la più grande era affidato il compito di tenere unita la famiglia, di dare sicurezza, aiuto ai miei fratelli, seguendo l’imput di quel primo
” Arrangiati! “che mi sentii rispondere quando ero sola a fronteggiare un problema più grande di me senza avere gli strumenti per farlo.
Un Dio che parla mi avrebbe fatto comodo allora come in seguito, un Dio prima di tutto che ascolta, che ti risponde, un Dio con cui puoi parlare, un Dio a cui puoi chiedere aiuto, consigli e un posto un po’ più vicino al suo cuore.
Un Dio che ascolta, ecco quello che avrei voluto inconsciamente trovare, ma che poi non rimaneva muto, ma ti diceva ciò che ti serviva.
Per anni stesa sul lettino dell’analista ho parlato da sola, mi sono analizzata, ho pescato nel secchio maleodorante del mio inconscio ingrommato di complessi di colpa, presunte colpe, ferite purulente mai scoperte, mai curate, ferite che mi avevano avvelenato la vita.
In quei lunghi anni su quel lettino Antonietta si è confrontata con Antonietta, il tu che mi mancava con la psicanalisi divenne protagonista indiscusso di una vita senza interlocutori.
Alla fine avevo imparato a stare sola.
Dopo 11 lunghissimi anni mi ero liberata di tanti fardelli riconoscendoli e accettandoli come miei, ma se avevo vinto la paura di Antonietta, non avevo trovato un tu diverso da me in cui specchiarmi.
Quando il 5 gennaio del 2000 sollevai lo sguardo al crocifisso dopo che don Achille aveva tuonato dall’ambone :”L’uomo crede di essere Dio, ma non è Dio” ricordo che dissi:”Pure tu!”
Quel “pure tu!” mi ha salvato la vita perchè avevo trovato qualcuno con cui condividere la mia pena, qualcuno che mi aveva strappata dalla mia solitudine e voleva camminare con me.
Avevo trovato un interlocutore che non conoscevo, ma che, visto come era messo, sicuramente non si sarebbe dato le arie e mi avrebbe ascoltata in silenzio e mi avrebbe fatto compagnia nei lunghi e faticosi attraversamenti di deserti senza fine.
Pure tu!
Incredibile questo Dio che si rimette a fare la storia con te, che ricomincia da capo, che ti spiega e continua senza stancarsi a ripeterti che quello che conta è uscire fuori dal bozzolo e aprirti alla vita che ti viene data da un Tu che diventa sempre più grande e luminoso, man mano che avanzi.
La sua luce, il suo corpo di luce è la fiaccola che illumina le tue notti tenebrose ma fa risplendere in tutta la sua ridente e sfolgorante bellezza le cose che ti circondano, i doni di cui ha cosparso il tuo cammino.
E scopri che hai un cuore, un cuore che batte, il tuo, ti accorgi di essere viva quando pensavi che niente e nessuno sarebbe stato in grado di risuscitarti, scopri che la luce non serve per essere guardata ma per farti vedere apprezzare i tanti “pure tu” di cui è cosparso il cammino.
Riconosci che non sei perfetta, che tante cose ti mancano, riconosci che la perfezione sta solo in paradiso ma non te ne preoccupi perchè è Lui sempre Lui che ti rende perfetto, che ti cambia il cuore di pietra in cuore di carne, che la misericordia, il giudizio prima di tutto lo devi usare su te stesso, perchè tu senta le tue ferite pian piano rimarginarsi sotto il suo sguardo di amore e di compassione

Fede

1752a-tempesta

“È un fantasma!”
(Cfr Mt 14,22-36)

Nella Bibbia si alternano momenti di grande di tribolazione a momenti di grande gioia, schiavitù e liberazione, peccato e salvezza, rifiuto, tradimento e perdono.
In tutto l’Antico Testamento non c’è situazione che si risolva felicemente una volta per tutte, perché nella storia di Israele tutto ciò che viene conquistato o riconquistato poi si perde un nuovo.
Solo nella storia di Giobbe, chiaramente inventata, la soluzione sembra appagare il lettore perché i beni materiali e la salute tornano a Giobbe che non aveva peccato e che aveva continuato a credere nella giustizia misteriosa di Dio.
Il compenso per tutte le tribolazioni lui lo vide su questa terra, ma anche per lui arrivò il tempo di lasciare tutto e di morire.
Non sappiamo se affrontò l’ultimo momento della sua vita con serenità e con il sorriso sulle labbra. Certo che morire con la consapevolezza di rimanere in vita attraverso i figli e i beni allora poteva essere consolante, rassicurante, ma la morte fa sempre paura, a mio parere, ieri oggi sempre.
Dicevo che a leggere la Bibbia non si assiste a niente di definitivo, di certo e, anche quando il popolo diventa un grande popolo e la monarchia raggiunge il massimo splendore, assistiamo ad un tracollo, ad una parabola discendente, perché niente è e definitivo.
Poi arriva Gesù che parla di qualcosa che non è destinato a finire, qualcosa di stabile, duraturo, di una vita eterna che realizza tutte le massime aspirazioni dell’uomo.
Gesù parla di un Bene infinito di una gioia infinita, di una comunione infinita, di una pienezza di una perfezione che non teme lo scorrere del tempo.
Questo è venuto ad annunciarci Gesù non solo con le parole ma soprattutto con la sua vita, dove amore e odio, tradimento e somma dedizione coesistono, dove troviamo chi gli profuma i piedi rompendo un vaso di olio preziosissimo o o chi lo tradisce con un bacio di notte, chi crede in lui ma tentenna e cade nel momento della prova, chi lo segue lasciando tutto, chi lo lascia solo pur essendo stato fatto partecipe del mistero più grande sul monte della Trasfigurazione.
La vita di Gesù è una vita di ricalcolo continuo come quella di ogni uomo.
Non c’è cosa che non dobbiamo volenti o nolenti sottoporre a revisione, se vogliamo evitare di affondare.
Gesù, ogni volta che faceva un miracolo o doveva affrontare una situazione difficile, si ritirava pregare, si connetteva con il campo base, mi viene da dire, da dove gli veniva il segnale di come procedere, dove andare senza sbagliare direzione.
Gesù è l’intermediario, e colui che ci rimanda il segnale, per non perderci.
In un mondo in cui gli imput sono contraddittori, perché promettono quello che non danno, in un mondo fatto di illusioni, di falsi profeti, è fondamentale servirsi di questo mirabile navigatore che ci indica, attraverso la sua Parola, il cammino da seguire.
Dobbiamo fidarci perché la sua è una connessione stabile, continua. E’ lui il garante che non ci fa perdere l’orientamento anche quando è notte e abbiamo perso la bussola e il cielo è coperto di nuvole spesse.
A volte gli eventi ci spaventano a tal punto che scambiamo le ombre per pericoli reali, ostacoli insormontabili e non riconosciamo Gesù, il volto di Dio, perché siamo abituati a dargli i nostri connotati.
La verità non sta tanto nell’aspetto esteriore quanto nella verità insita nelle sue parole.
“Non temete, sono io!”.
Ci dovrebbe bastare quando le grandi acque rischiano di sommergerci e di farci affogare.
“Non temete, sono io, sono qui!”.
La paura che ottunde la mente, ci chiude gli occhi, fa brutti scherzi.
Da piccola non conoscevo cosa fosse.
Mi ero convinta che non era degna di esistere perché nessuno se ne faceva carico almeno di quella che mi riguardava personalmente.
Così come tutte cose che non si sa come affrontare, l’ho rimossa, seppellita nel mio cuore, nella parte più profonda e sono andata avanti come se quel sentimento non mi appartenesse.
È venuto poi fuori alla grande dopo che le sicurezze acquisite per non dipendere da niente da nessuno sono naufragate.
Paura di andare da sola: la stessa paura di mamma, che l’ha accompagnata fino alla morte.
Io mi dicevo, quando ne presi coscienza che, se avessi avuto la fede non mi sarebbe successo.
Vinsi la paura lavorando 11 anni su me stessa per riconoscere i sentimenti che avevo rimosso e per comprendere quelli degli altri.
Quel lavoro mi aiutò a uscire fuori da me stessa ma per tornarvi con il trofeo di essere capace di guardare anche dentro il pozzo altrui.
Mi specializzai nel dare consigli, nel trovare soluzioni, nel risolvere problemi, nell’aiutare chiunque fosse nel bisogno.
Ma il punto di riferimento ero sempre e soltanto io. L’autoreferenza era grande.
Non avevo incontrato il Signore.
Ma nel momento in cui mi è stato tolto il palcoscenico, il microfono, e gli spettatori se ne sono andati, l’angoscia, lo smarrimento, il non senso mi caddero addosso fino a tramortirmi.
Fu allora che su quella strada in cui avevano fatto scempio di me passò il Signore, il buon samaritano.
Mi vide, si fermò, provò compassione, si chinò su di me, versò l’olio sulle mie ferite e mi caricò sulle spalle..
Ciò che toglie la paura è sentirsi guardarti, accolti da qualcuno che ti parla quando è buio, quando il mare è in tempesta, nel silenzio della notte, nella solitudine dei nostri appartamenti.
Qualcuno che ti parla e ti dice: “Non temere, sono io, sono qui per salvarti.”
Tu sei Signore quella persona che mi ha parlato e mi ha teso la mano perchè smettessi di avere paura e ti riconoscessi anche e soprattutto nelle tempeste della mia vita.