Feste, FESTA

“Offrirete al Signore una nuova oblazione”(Lv 23,16)

Oggi la Chiesa fa memoria delle feste liturgiche che caratterizzarono il rapporto con Dio fin dall’antichità.
La religione, il culto nasce sempre da una dipendenza a qualcosa o a Qualcuno che ci supera, che ci sovrasta, qualcosa o Qualcuno a cui dobbiamo dire grazie.
Così è stato per i popoli nomadi come per quelli sedentari.
La natura era la fonte di ogni approvvigionamento, di ogni possibilità di vita.
La capacità dell’uomo scompariva di fronte alla ricchezza prodigiosa che la natura racchiudeva in sé.
Dio ci ha parlato attraverso il creato per farsi conoscere come chi dispensa sui buoni e sui cattivi la sua eterna misericordia.
Il popolo eletto fu educato a riconoscerne la grazia e a dare a LUI il giusto tributo.
Come i bambini anche i popoli hanno bisogno di tempo per vedere Dio all’opera nella storia.
Così le feste legate alle stagioni, ai cicli naturali della semina e del raccolto confluiscono e si fondono con quelle in cui Dio si rivela al suo popolo attraverso la liberazione, il cammino alla volta della terra promessa.
Dio ci guida attraverso il deserto, ci dà da mangiare e da bere, ci istruisce in vista di una terra stabile in cui dimorare, una terra che diventa strumento di salvezza per noi e per gli altri.
Sulle feste antiche se ne innestarono delle nuove, arricchendole di significato, perché Dio che opera nella nostra storia è lo stesso che fa piovere e fa crescere e provvede quindi il cibo a tempo opportuno.
Gesù, quando viene a visitarci contesta il formalismo delle feste antiche, e vuole riportare l’uomo a vivere la festa, non dimenticando il festeggiato, anzi mettendolo al primo posto.
Una volta Franco, nostro figlio, mi disse, che per il suo compleanno, non voleva la festa, cosa che ci turbò molto, visto che da quando era piccolissimo ne avevamo organizzate di sempre più belle, coinvolgendoci in prima persona per far divertire gli invitati e soddisfare la gola e la pancia con ogni genere di delizie.
“Quando il protagonista è la festa, non mi interessa” ci disse a giustificazione del suo rifiuto.
E aveva ragione, perché tutti intenti a organizzare giochi, preparare dolci, sistemare la casa e il giardino lui finiva sempre per passare in secondo piano.
Gesù è la nostra festa, è non solo il festeggiato, ma anche il cibo e la gioia e tutto quanto rende gradevole e indimenticabile lo stare insieme.
Nell’Eucaristia noi rinnoviamo questo desiderio di Dio di essere Lui la nostra festa, Lui la nostra salvezza, la nostra fonte di perenne grazia.
I suoi compaesani, pur meravigliandosi di quello che diceva e faceva, lo allontanarono con il pregiudizio che una festa per riuscire bene deve avere un animatore pagato a caro prezzo, un animatore che conosce il mestiere, che fa divertire.
Gesù, il figlio del falegname, aveva poche chances perché lo conoscevano tutti e nessuno si sarebbe sognato di investire su di lui la più piccola speranza.
Certo è che se avessero. saputo come sarebbe andata a finire, che la morte avrebbe fatto la sua parte nel copione di Dio, sicuramente l’avrebbero cacciato prima.
Ma la festa che si chiama Gesù non ci fa aspettare che tre giorni, per poi manifestare a tutti il miracolo della sua e nostra resurrezione, l’inizio dell’ottavo giorno, quando ogni momento è occasione d’incontro con il Signore.

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” La nostra capacità viene da Dio”(2,Cr 3,5)

” La nostra capacità viene da Dio”(2,Cr 3,5)
“Non sono venuto ad abolire la legge, ma a dare compimento” (Mt 5,17)
Certo che non sono parole facili da comprendere se non ne facciamo un’esperienza viva attraverso l’ascolto e la preghiera che ci tiene saldamente uniti a Lui fonte di ogni verità, fonte di bene, fonte di vita.
Questa mattina, leggendo il vangelo ho ripensato alle parole che mi diceva mia madre quando mi affidava un compito o quando ero in panne.
Me lo disse anche Franco quando mi affidò i suoi figli da accudire, nonostante lo stato mi avesse messo a riposo per via della mia incapacità di deambulare.
L'”arrangiati” di mia madre provocò le più grandi sofferenze conseguenti al sentirmi sempre tanto sola in ogni frangente della mia vita.
Quell'”arrangiati” mi fortificò nel cercare e trovare espedienti, trucchi per ottenere il risultato migliore con il minimo investimento.
Ne feci una professione, quella di insegnare agli altri come l’ostacolo si può aggirare o lo si può usare a nostro vantaggio.
Insegnante del metodo mi chiamarono, perchè non ci dormivo la notte per rendere facile il difficile, per trasformare un ritaglio in uno splendido manufatto, sì che era diventato un valore la mia capacità di trovare soluzioni per ogni cosa, per farmi piacere le cose anche quando le avrei vomitate, sentendomi brava e capace sempre perchè, dove avevo gli occhi, avevo le mani, come soleva dire mio padre.
L’autoreferenza era un’esigenza per vivere, per sopravvivere nella mia famiglia d’origine dove se non eri malato non avevi attenzioni.
Così la bravura fu il mio distintivo, la bravura a cavarmela da sola, la bravura a farmi maestra di percorsi alternativi, per non soccombere al fallimento.
Ma poi mi sono trovata a fronteggiare qualcosa a cui non potevo trovare rimedio. L’occasione fu la malattia di mio fratello che lo condusse alla morte.
Bisogna prima o poi scontrarsi con una montagna che non puoi scalare, con l’inadeguatezza dei mezzi a tua disposizione, per capire che la strada da percorrere non è quella del fare da soli e vantarsene, ma quella di accettare il proprio limite, smettendo di dare ricette, non partendo dai tuoi bisogni ma da quelli di chi ti sta di fronte.
La più grande e insopprimibile esigenza è quella di sentirsi amati e noi facciamo l’errore di cercare tra gli uomini uno che ci ami a prescindere, anche se non siamo bravi, buoni, anche se abbiamo il destino segnato e non serviamo più a nessuno.
Così la vicenda di mio fratello mi mise di fronte all’impotenza dell’uomo di fronte alla morte.
Solo quando in quella morte vidi spuntare un germoglio, lo vidi crescere quando pensavo che tutto era finito, venni traghettata in un Oltre rassicurante, un Oltre che mi aprì le orecchie al battito del cuore di Dio in cui tu ero stata messa da quando ero stata pensata da Lui, perchè con Lui potessi godere del paradiso.
Quando Giovanni, il mio primo nipotino stava nascendo , ricordo che mi misi a pregare, e continuai a farlo per ogni attimo della sua vita e quella di suo fratello, specie quando mi dovevo prendere cura di loro.
Insegnante del metodo mi trasformai in nonna delle regole.
Il lupo perde il pelo ma non il vizio, visto che continuai a vivere i rapporti basandoli su regole, ma questa volta me le facevo suggerire da Dio.
La differenza sta tutta qui.
Non ero io che educavo, trovavo soluzioni, ma il Signore che invocavamo prima dopo e durante qualsiasi attività, compito,difficoltà.
Ricordo che un giorno mi vidi piombare la madre dei piccoli a casa dicendo che da quel momento il figlio doveva vivere senza regole, perchè glielo aveva detto lo psicologo.
Il piccolo aveva deciso di diventare cattivo inspiegabilmente, per questo era stato portato ad una visita specialistica.
Io rimasi turbata e come avevo imparato a fare quando ero in difficoltà mi misi a pregare.
Pregai perchè il bene venisse fuori, non il mio, ma quello del più debole, del più piccolo che non poteva difendersi.
Così, appellandomi al bene che tutti noi nonni, genitori, educatori in genere volevamo per il piccolo, ho detto che la cosa più importante è che ci mettessimo d’accordo, prima di tutto loro, i genitori.
In funzione del bene. Così il bambino non si sarebbe trovato disorientato con una serie di imput contraddittori.
I primi a doversi accordare erano loro, il papà e la mamma e poi noi.
Decidemmo di frequentare insieme un corso dal tema”Genitori non si nasce, si diventa” che fu una pietra miliare per passare dalla legge allo Spirito della legge.
Continuo a ringraziare il Signore perchè ci ha fatto capire che solo l’amore è alla base di ogni precetto buono e fecondo.

” Gesù si recò a casa dei capi dei farisei per pranzare”(Lc 14,1)

” Gesù si recò a casa dei capi dei farisei per pranzare”(Lc 14,1)
Tutto concorre al bene di chi ama il Signore, mi viene da dire pensando a tutto quello che è successo in altre simili occasioni di incontri nel suo nome.
Gesù scandalizza i capi dei farisei che lo avevano invitato a pranzo guarendo un idropico nel giorno di sabato.
Non è la prima volta che il suo comportamento è controcorrente e suscita la riprovazione del suo uditorio, la critica anche dei suoi più stretti collaboratori.
Gesù è l’esempio della libertà esercitata in vista di un bene non personale, ma universale, il bene per l’uomo che è venuto a salvare dalle conseguenze del suo peccato e del peccato dei suoi antenati.
La conseguenza del suo operato la conosciamo: il rifiuto, la persecuzione, la morte.
Mi chiedo fino a che punto sia io capace di espormi per affermare la verità, per portarla avanti senza paura, senza infingimenti, se sono capace di accettare le conseguenze del mio operato o mi tiro fuori e mi apparto per non turbare le coscienze, per non rimanere sola.
Penso che Gesù non aveva niente da rimproverarsi  perchè era sempre in stretta connessione con la volontà del Padre e dello Spirito Santo, la famiglia nella quale era innestato da sempre.
Quanto vorrei avere la Sapienza di Dio per distinguere il bene dal male, per agire in conformità al suo volere, per fare bene ogni cosa.
Ma purtroppo la mia umanità, ancora corrotta dal peccato originale, non mi permette di essere perfetta e come san Paolo dico che faccio il male che non voglio, mentre sento il desiderio di fare il bene che voglio.
Se mi guardo alle spalle non posso che constatare come il mio desiderio di affermare, promuovere, annunciare il bene  molto spesso mi ha procurato emarginazione, rifiuto, condanna.
C’è stato un tempo in cui ho, come si suol dire, abbassato la testa, ho rinunciato alle mie idee, alle mie rivendicazioni per evitare rotture.
Avevo paura di rimanere sola e per questo ero sempre pronta a ripropormi con atteggiamenti accomodanti, facendomi piacere cose anche quando le avrei vomitate.
Ma quando la misura di tutte le cose ero io, non mi rammarico di questo comportamento accomodante, non litigioso, perchè non ho creato danni più grandi.
Ma da quando ho incontrato il Signore e la Sua Parola, è Lui la misura di tutte le cose e per questo mi interrogo.
Continua a succedere che incontri persone che non sono d’accordo con quello che faccio, che dico, che sono.
Da un lato ho creato vuoti, dall’altra ho trovato persone disposte a prendere il posto di quelli che ritenevo amici.
La Parola di Dio è come lama affilata, lama a doppio taglio e non si può dire che non faccia male.
Nella mia meditazione mattutina voglio riflettere su ciò che negli ultimi tempi mi sta accadendo.
La malattia mi ha isolata dal mondo, ma mi ha unita più strettamente a Dio nella ricerca continua della Sua Volonta’.
Mi rendo conto di quanto ancora debba fare, per fare spazio a Gesù, ai suoi piccoli, e gli chiedo di aiutarmi per l’intercessione di Maria, la madre che ho accolto nella mia casa perchè mi ricordi tutto quello che ha detto e fatto Gesù e come si è comportata di fronte a tutto ciò che non capiva.
Di fronte a te Signore metto da un lato le persone , i tuoi figli, i miei amici, quelli a cui mi hai mandato, quelli di cui devo rispondere, a cui devo rispondere, nella libertà e nella giustizia, dall’altra i nostri limiti che non vorrei fossero di impedimento all’annuncio della tua Parola.
Signore quanto vorrei che tu mi illuminassi perchè l’amore per la tua Parola non mi chiudesse gli occhi di fronte alle necessità dei fratelli e impedisse loro di venire a te!
Ti chiedo di non di esonerarmi dalle conseguenze di una parola vera e giusta, ma di suggerirmi parole vere e giuste, le tue!
A volte sembra che il nemico abbia la meglio.
Ma tu hai vinto il mondo e io ho scelto te Signore.
Tu mi aiuterai a testimoniare il tuo amore anche a costo di un grande sacrificio, purchè la verità, la tua verità, risplenda e converta.
Misericordia e giustizia si incontreranno, giustizia e pace si baceranno, è scritto.
Fa’ Signore che non debba aspettare di morire perchè si compia ciò che hai detto.
Maria a te affido questa preghiera.

La vigna

“Piantò una vigna…”(Mt 21,33)
Dio fece un giardino, l’Eden e vi mise Adamo, l’uomo fatto con la terra su cui alitò il suo spirito.
Il giardino che Dio diede ad Adamo era il suo amore da accogliere, custodire, coltivare.
Adamo rifiutò di sottostare alle regole del suo Creatore e di quel giardino non fu riconoscente, né si preoccupò di coltivare la relazione con il suo benefattore, anzi ne approfittò per sottrargli la signoria di quel luogo, volendo prescindere da lui e tenersi tutto per sé.
L’amore di Dio è dono, ma non personale proprietà, perché è amore per tutti, è amore che suscita altro amore, amore che genera figli, uva buona, il vino della festa, della gioia, della vita senza tramonto.
Così Dio si riprese il giardino e lo diede da coltivare ai profeti, ai poveri, alle vedove, agli orfani, alle sterili, a persone che per la società non valevano nulla o meno di nulla, perché tutti preparassero la venuta del figlio, il nuovo Adamo, che avrebbe insegnato a noi come si coltiva la vigna del Signore e come la vigna dia frutti buoni e saporiti.
Gesù è venuto a irrigare con il suo sangue la terra, quel luogo ormai preda di ladri, sconvolto e abbandonato alla furia degli elementi.
Lui, il Signore, è diventato muro di cinta e poi torre e frantoio e tutto ciò che occorreva perché la vigna possa essere tutelata da qualsiasi attacco nemico.
Gesù con il suo sacrificio mise al sicuro la sua eredità, perché ne potessimo godere anche noi che non siamo stati scelti per primi.
Ma questo vino oggi noi lo dobbiamo somministrare, offrire, far gustare a quelli che hanno perso ogni speranza, che sono tristi, che non godono della bellezza di quanto esce dalla mano del Signore.
Nella Bibbia a volte ci riconosciamo nella terra, a volte siamo vigna, a volte siamo tralci, a volte siamo città.
Gerusalemme è un luogo dove è eretto il tempio del Signore, luogo di riferimento in cui si celebra il culto e nel quale ci si riconosce figli di un unico padre.
Gerusalemme sarà distrutta e il tempio andrà in rovina.
Di Gerusalemme ciò che era importante, ciò che aveva sempre contato era il tempio.
Noi siamo quel tempio che Dio vuole abitare.
Gesù è disgustato dell’uso che se ne faceva e scaccia i venditori del tempio, perché ne avevano fatto una spelonca di ladri e di furfanti.
I rapporti, le relazioni erano basate sull’uso, sull’interesse egoistico e personale.
Ognuno pensava a prendere, nessuno si preoccupava più di dare gratuitamente all’altro la propria attenzione, il proprio sguardo, il tempo di un sorriso, di una carezza, di una stretta di mano disinteressata.
Non c’era più nessuno che si prendesse cura dell’altro.
A Dio ci si rivolgeva solo per placarne l’ira e ottenere vantaggi personali.
Gesù ricostruisce il tempio con il suo corpo dopo che gli uomini ne hanno decretato la morte e sulla croce con le braccia spalancate e il cuore trafitto attira tutti a sé, perché innestiamo i nostri cuori di pietra, le nostre vite selvatiche, pezzi di legno senza futuro nelle sue ferite, perché la vigna riprenda a dare frutto.
E la terra? Dov’è la terra?
La croce ha due braccia: quelle verticali attingono dal cielo lo spirito di vita, quelle orizzontali abbracciano il mondo per dargli la vita.
Grazie Gesù, grazie Padre, grazie Spirito Santo.
Noi siamo i vignaioli destinati a dare buoni frutti perché il mondo ritrovi la gioia.
Innestati a Gesù non potremmo che essere certi di questo.
Se la vigna si è inselvatichita e l’uva è immangiabile, significa che dobbiamo chiedere al Signore un nuovo innesto.

Al centro l’uomo

“E’ Lui che noi annunciamo” (Col 1,28)
Annunciare te Signore, metterti al centro della nostra vita, questo è il nostro desiderio, questo l’orientamento della nostra vita.
Sappiamo che così facendo facciamo più il nostro interesse che il tuo.
Tu sei perfetto, sei Dio e non hai bisogno di nulla, perchè significherebbe che ti manca qualcosa e questo contraddirebbe la tua identità.
Siamo noi ad aver bisogno di te, un bisogno purtroppo non riconosciuto, perchè identifichiamo il nostro bene in ciò che ci piace e che ci fa stare bene senza fatica e senza dover aspettare.
Vogliamo tutto e subito, gratis, vogliamo decidere autonomamente dove andare e con chi.
Non ci fidiamo di te Signore perchè il seguirti comporta sacrificio, attenzione, pazienza, orecchi, occhi e cuore aperti alla novità che ogni giorno ci metti davanti.
Siamo purtroppo ingessati nei nostri giudizi e pregiudizi, nei nostri ragionamenti sempre uguali, le nostre logiche umane che contrastano con quello che tu dici e fai.
Signore quante volte , pur avendo sperimentato quanta verità c’è nelle tue parole, me ne allontano e antepongo a te i miei interessi, i miei desideri che non corrispondono ai tuoi!
Quando questo succede la conseguenza è la perdita della serenità e della pace che connotano i tuoi figli che vivono nella consapevolezza di esserlo realmente.
Così, come accade in una partita di calcio, quando l’arbitro dice di mettere la palla al centro, mi dico che, se sto male, è perchè ti ho messo in un angolo e non ti permetto di operare per il mio bene.
Tu nel vangelo di oggi mostri ai farisei e agli scribi chi mettere al centro.
Paradossalmente non ti metti tu che ne hai tutto il diritto, ma metti l’uomo, un uomo che ha bisogno di aiuto nel giorno di sabato in cui non era permesso guarire un malato.
Signore l’uomo dalla mano inaridita sono io che non riesco a lasciarmi andare per aprirla ed accogliere il dono del tuo amore che ci fai attraverso l’Eucaristia.
La domenica, a differenza del sabato ebraico, è un giorno speciale, un giorno in cui le mani devono bere di aprirsi e di muoversi per venire a prendere da te ciò che ci serve per la giornata che stiamo vivendo per la settimana che comincia.
Oggi, leggendo il vangelo, per la prima volta non ho pensato all’avarizia di chi vuole tenere tutto per sè, e al dovere del cristiano di soccorrere i bisognosi.
Grazie Signore, perchè il tuo gesto mi ha mostrato che per te non è importante la legge, ma l’uomo, che tu hai messo al centro di tutta la creazione, perchè viva del frutto delle sue mani in un costante rendimento di grazie.
Apri le nostre mani inaridite, trasformale in coppe capienti per prendere e non disperdere i tuoi doni che non ti stanchi mai di farci recapitare, se ci lasciamo provocare e convocare da te, al centro della nostra umana fragilità, del nostro limite.
Tocca e guarisci Signore le nostre rigidità, rendici capaci di abbracci lasciandoci abbracciare da te.

Libertà

Legge e compimento

Image for Popolo mio che male ti ho fatto?Non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. (Mt 5,17)

Quando leggiamo la Scrittura, ci sono parole che ci turbano, ci indignano, ci fanno star male.
Sono quelle che, se prese alla lettera e interpretate secondo il nostro uso corrente, ci mostrano il volto di un Dio despota, inclemente e poco amorevole.
Le parole che oggi la liturgia sottopone alla nostra riflessione sono: legge, decreti, comandamenti, norme,osservanza, trasgressione,-castigo.
Gesù rincara la dose perchè non è venuto a cancellare neanche uno iota di quello che Dio ha detto al suo popolo ma a dare compimento.
Parole difficili che ci costringono a fermarci e a interrogarci su quali norme seguiamo e se ci costa sacrificio, se obbediamo per paura o per convinzione, se siamo convinti che senza regole non si può vivere e che le regole non sono frutto di un voto di maggioranza ma di una volontà che ci supera e che si identifica con il bene assoluto per noi.
Nell’arco dei secoli si sono succeduti al potere governi di vario tipo, che hanno imposto leggi giuste o ingiuste, imperfette, a volte del tutto inaccettabili, leggi che badavano più al tornaconto di chi le emanava che all’effettivo vantaggio di chi le doveva osservare.
A vari liveli ogni comunità piccola o grande ha dovuto darsi delle norme a cominciare dalla famiglia, altrimenti l’anarchia è totale e la vita diventa impossibile.
Adamo ed Eva vollero prescindere dalla legge di Dio come oggi sta accadendo alla nostra società evoluta, perchè ci si vuole convincere che noi siamo artefici della nostra sorte e ci apparteniamo ed è nostro diritto, perchè siamo liberi di fare quello che più ci piace.
Un discorso del genere anche se ci affascina,(a chi non piace prescindere dagli orari, daigli obblighi che vengono dalla civile convivenza?) non può che portarci al degrado, alla morte, perchè sappiamo come vanno a finire certe vite che hanno voluto fare di testa propria.
Mi viene in mente Giovanni, quando decise di diventare cattivo, molto cattivo, perchè si era reso conto(ma questo l’abbiamo capito dopo, dopo averlo portato dallo psicologo) che le regole non sono uguali per tutti, e che i suoi compagni agivano diversamente da come gli avevamo insegnato e che le mamme non li riprendevano e che anche noi suoi educatori, madre, padre, nonni materni e paterni non eravamo concordi nell’insegnare ciò che è giusto e ciò che non lo è.
Aveva deciso di diventare cattivo per vedere cosa succedeva.
L’anno prima, il primo di scuola materna, lo chiamavano San Giovanni, tanto era buono, obbediente, collaborativo.
Ricordo quanto mi pesavano le regole che mi imponevano i miei, specie mio padre, il più severo, riguardo alla libertà da dare a noi figlie femmine.
Così decisi di sposarmi per svincolarmi da regole per me incomprensibili e tacitare i complessi di colpa verso Dio e verso i miei famigliari quando contravvenivo a ciò che mi veniva imposto.
Il tempo ha portato consiglio e il Signore non ha permesso che sulla mia tomba facessi scrivere”Volli, sempre volli, fortissimamente volli”,” Homo faber fortunae suae”.
Ho preso trenate a non finire prima di rendermi conto che il volere è dell’uomo, ma il potere è di Dio e che il volere di Dio è espressione di un amore viscerale verso i suoi figli.
Dio ci ama e sa di cosa abbiamo bisogno.
Ci ha partorito Lui e siamo carne della sua carne, ossa delle sue ossa, pur essendo Lui Dio infinitamente perfetto e distante da noi, ma intimamente connesso con noi attraverso la Sua Parola.
Mi viene in mente l’immagine del bimbo che, quando sta nella pancia della madre da lei viene nutrito, senza vederla e, ascoltando la sua voce, impara a distinguerla tra tutte le altre.
La voce della madre è quella che Dio ci ha fatto ascoltare nell’antico Testamento, quando Dio nessuno l’aveva mai visto, avendo già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi.
Ma poi Gesù è venuto a dare compimento, vale a dire a mostrare il volto del Padre, che è di carne, un volto, un cuore che ci contiene tutti e che ci ama a prescindere, sempre, additandoci ciò che ci salva da morte sicura.
Il bambino , dopo essere venuto alla luce, riconosce che la stessa persona che con amore gli ha parlato tutto il tempo che era al buio, si prende cura di lui .
Così comincia la storia di ogni uomo che è chiamato alla vita da Chi ci ha amato per primo e sa con certezza e senza ombra di errore di cosa abbiamo veramente bisogno per ereditare ciò che è suo.
Per questo ha mandato suo figlio a spiegarci lo spirito della legge, che è l’amore.