Era buio

” Salì sul monte in disparte a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo”(Mt 14,23)

Signore quante notti lontana da te, quante tempeste affrontate prescindendo da te!
Quante volte ho sentito le onde del mare innalzarsi paurosamente e minacciosamente per poi fragorosamente abbattersi su questo guscio di noce, la nostra barca Signore!
Questa mattina penso a quando abbiamo deciso di farti salire, entrare nel nostro piccolo spazio dove a fatica entravamo io Gianni, uno spazio che stava stretto a noi e che era impensabile condividere con qualcun altro.
Signore tu lo sai, da quando siamo sposati, una vita a combattere fianco a fianco per difenderci dagli attacchi assassini degli eventi dolorosi che si sono succeduti e sovrapposti.
Lo stare insieme non ci ha dato la felicità, ma ci ha permesso di non naufragare perché abbiamo unito gli sforzi.
Signore tu lo sai che la lontananza del cuore è quella che fa più male, quella che ci uccide, quando non siamo capaci di fare comunione, di solidarizzare, di vivere l’amore trinitario, la bella notizia dell’amore che salva, vincolati dai precetti, dal dover essere che ci giudica e ci condanna.
Quante traversate Signore nel mare in tempesta, quanta paura nel vederti camminare sulle acque senza riconoscerti!
Come potevamo noi riconoscere qualcuno che non avevamo
ancora incontrato?
Come Signore vedere in te il Salvatore, il figlio di Dio che ha scelto di diventare nostro fratello, amico, sposo, tutto?
Conoscerti Signore è stata la prima esigenza che ho sentito, quando in quella chiesa buia, la notte dell’Epifania, intravidi qualcuno che poteva salvarmi.
Eri lì attaccato ad una croce, indifeso, nudo, con i segni di una condanna ingiusta indelebilmente stampati, impressi sul corpo.
Eppure quella sera non ebbi paura, perché troppa era la solitudine, l’angoscia di essere rimasta sola a vagare nel deserto, nel mare infinito della vita.
Ero tanto sola che dicevo, (ne ero convinta ) che, se fosse venuto a casa mia un ladro, lo avrei trattenuto per parlarci un po’ e l’avrei fatto sedere perché mi parlasse e mi facesse compagnia.
Avevo preso l’abitudine di vivere con le porte aperte, anche quelle del bagno, perché non volevo precludermi la possibilità che qualcuno venisse e trovasse la porta chiusa.
“Io sto alla porta e busso”.
Io ci ho messo la chiave fuori della porta perché entrassi.
Ma poteva entrare anche un delinquente, ora che ci penso, né sapevo che tu chiedevi il permesso prima di entrare.
Signore l’acqua aveva invaso tutta la barca che stava per affondare quando tu mi hai suggerito di uscire fuori, di spostarmi e di cercare un’altra sedia, un’altra casa, un altro luogo per ascoltare qualcuno che mi parlasse.
Così fu quella mattina e così fu quella sera.
La mattina non riconobbi l’autore delle parole recitate nei salmi delle lodi mattutine, la sera il tuo ministro indirizzò il mio sguardo su un’immagine che suscitò in me il desiderio di conoscerti.
Ci deve essere sempre una motivazione perché due si mettano in comunicazione, si parlino.
Io volevo sapere chi eri, tu volevi da sempre che io mi mettessi in ascolto della tua parola.
Da sempre.
Signore era notte, ma fu quello il momento in cui avvertii un desiderio nuovo di bene.
La vita poteva avere un senso se aveva ancora qualcosa di nuovo da scoprire.
La tua parola è spirito e vita.
Ora è buio, la casa è immersa nel silenzio, si sente solo il respiro pesante di Gianni che dorme accanto a me.
Un buio Signore pieno di te, un buio in cui risplende la tua parola.: “Non temete sono io!”
Un buio luminoso, un buio pieno di consolazione e di vita.
Come un chicco di grano nel buio della terra marcisce e muore mentre sboccia la vita, così di queste lunghe notti insonni hai fatto lo strumento per parlare al mio cuore.
Come Nicodemo hai parlato a me di una rinascita dall’alto, di una paternità fuori dal tempo, di un amore senza confini, di un’eternità garantita dal tuo nutrimento.
La tua parola Signore mi permette di vivere, di riconoscerti, di amarti e servirti, di annunciarti con entusiasmo, con gioia, con gratitudine.

Il pellegrino del tempo.

SFOGLIANDO IL DIARIO…
31 gennaio 20009
ore 5:52
Sabato III settimana del TO

“Lo presero con sé nella barca”

La tempesta sedata. La fede dei patriarchi. Antico e Nuovo Testamento.

Gesù si è messo in cammino.
Il Dio lontano si è fatto vicino ad ogni uomo.
Morendo è diventato l’ Emanuele, il Dio con noi,
Oggi l’uomo non è più solo di fronte alle avversità della vita perché lo Spirito di Dio lo abita attraverso i Sacramenti, la Parola, la preghiera, la carità.
Per entrare in contatto con Lui non ha bisogno sempre dei mediatori quali i profeti, i re e i sacerdoti, uomini unti, investiti da Dio per la missione, ma con il Battesimo ogni uomo è diventato un profeta e un sacerdote, lampada ai passi del fratello.
Siamo pellegrini insieme a Dio, varchiamo le acque del mondo, affrontiamo le tempeste inevitabili che scoppiano sul mare con Lui al fianco e, anche se non ancora ci è data la pienezza del regno, già ne godiamo il frutto, quando abbiamo Gesù vicino, quando nel momento del bisogno, non dobbiamo fare tanta strada per chiamarlo: basta stendere la mano.
Certo, come i discepoli che ebbero paura, avendolo preso con loro sulla barca, ci sembra naturale che ne abbiamo più noi, quando pensiamo di essere in pericolo di vita.
“Non ti importa che moriamo?”,
I discepoli non conoscevano ancora Gesù.
E’ una ricerca che non si ferma mai, quella del cristiano, una ricerca di stabilità, di certezza, di non contraddizione, di verità che troverà il suo culmine e compimento nell’incontro con il Risorto.
“Donna perché piangi?”
Un Dio tenero, un Dio appassionato, un Dio che si preoccupa dell’uomo, che se ne fa carico, che vuole asciugare le sue lacrime, consolarlo, che vuole farlo vivere nella pace, nella gioia, nella serenità senza tramonto.
“Donna perché piangi?”
Quando muore la persona più cara, quando viene meno ciò in cui avevi riposto tutta la tua speranza, quando il tuo diletto ti abbandona, quando rimani solo e niente più ti sorride perché sono crollate tutte le tue certezze, quando non c’è più niente , né nessuno a cui aggrapparti, senti una voce che dice: “perché piangi?”
Dio si fa più vicino a noi e ci sussurra personalmente le parole che ci risuscitano, chiamandoci per nome.
“Rabbuni!” è l’inevitabile parola che libera il groppo alla gola.
Dio ha un rapporto personale, intimo, unico, con ognuno di noi, ci chiama per nome e si fa riconoscere.
Abramo credette perché aveva ascoltato la voce di Dio, aveva creduto alle sue parole.
Abramo Dio non lo aveva mai visto, ma per fede obbedì.
La fede di Abramo è il prototipo di un affidamento cieco alla parola di Dio e anche una testimonianza, quella della sua vita, di una promessa che si realizza.
Come Abramo vide realizzato il suo desiderio ma non completamente, perché morì prima di vedere moltiplicati i sui figli come le stelle del cielo, prima di stabilirsi sulla terra promessa, così noi siamo in cammino, e ciò che viviamo oggi, è l’opera di Dio nella storia.
Il Dio con noi del quale siamo diventati collaboratori, ci fa attraversare acque, mari agitati, ci porta all’altra sponda, mettendo a tacere le tempeste quando attentano alla nostra vita.
La terra promessa è vivere l’opera di Dio nella storia, è l’ esserne coinvolti e partecipi, vivere il mutamento, il cammino, la prova, come agonia, come sforzo, come tensione, lotta per conquistare la palma della vittoria.
Dio è con noi e noi siamo suoi figli.
Di cosa dobbiamo avere paura?
Quante volte deve morire per testimoniarcelo?
Non basta che l’abbia fatto una volta per tutte?
Di quante prove abbiamo bisogno?
I miracoli sono segni.
Gesù mette sullo stesso piano la guarigione dei malati e la predicazione evangelica come leggiamo in Matteo 11,4.
Nel Vangelo di oggi Gesù dice “non avete ancora fede?” rivolgendosi ai discepoli che gli chiedono “non ti importa che moriamo?”.
Il miracolo non produce meccanicamente la fede, ma la può suscitare o risuscitare.
Nell’Antico Testamento bisognava pregare Dio perché calmasse le acque, dominasse il male, ora è Gesù stesso che fa ciò che prima solo Dio poteva fare.
Perciò i discepoli si chiedono, presi da timore: “Chi è costui?”
Ciò che il Dio dell’Antico Testamento faceva, ora lo fa Gesù perché è il Figlio di Dio, Dio in persona.

Quanti spunti di riflessione ci suscita la lettura di questo passo del Vangelo!
Una miniera di saggezza e di verità che abbraccia il passato, il presente e il futuro.
Da un lato c’è Gesù, il figlio di Dio stesso che deve farsi conoscere, che è venuto al mondo perché potessimo penetrare il mistero dell’amore di Dio, Gesù vero Dio ma anche vero uomo, una persona come noi, alla quale possiamo rivolgerci in qualsiasi momento, possiamo permetterci di svegliarlo quand’è notte e abbiamo paura come fanno i bambini con le loro mamme.
Dio sceglie noi, noi scegliamo Lui.
È un reciproco e continuo scegliersi. Ma poi arriva la paura perché non conosciamo abbastanza chi abbiamo scelto, a chi dire di si, non sappiamo chi sia e ci spaventiamo.
Gesù vuole che noi impariamo a conoscerlo e non basta averlo sentito parlare una sola volta.
I discepoli per capirci qualcosa dovettero aspettare la Pentecoste.
Noi abbiamo più chances, perché sappiamo com’è andata a finire, abbiamo il dono dello Spirito da quando siamo stati battezzati.
Ma conoscere Dio è frutto di una frequentazione, di un vivere con Lui e rendersi conto che anche se dorme, se sembra distratto non ci può capitare nulla di male.
Il tema che la liturgia oggi ci propone è la fede.
Per avere fede cosa bisogna fare?
Vedere un miracolo o frequentare il maestro e abilitare i nostri occhi a riconoscerne l’opera in ogni attimo della nostra vita?
La fede non consiste nello spostare le montagne ma vederle al posto giusto, al momento giusto.
La fede è vedere Dio all’opera in ogni momento della nostra vita.

“Sono io non abbiate paura”(Gv 6,20)

MEDITAZIONE sulla liturgia di
sabato della II settimana del tempo di Pasqua
18 aprile 2015
ore 6.45
letture: At 6,1-7; Salmo 32; Gv 6, 16-21
“Sono io non abbiate paura”(Gv 6,20)
Ti presenti Signore nei momenti più impensati, difficili, quando le acque si agitano e il vento fa traballare la nostra barca.
Tu cammini sulle acque agitate del male, tu domini le forze ostili che ci impediscono di fare la traversata e di giungere al porto sicuro.
Oggi, quando ho letto il vangelo, erano le 3, ho pensato che non avevi nulla di nuovo da dirmi, un vangelo, una storia che ho letto e commentato e meditato tante volte.
Cosa potevo apprendere di più di quanto già non sapessi?
Così ho rinunciato a scrivere la mia meditazione notturna e ho cercato una posizione per riprendere sonno, con il rosario tra le dita e il desiderio di unirmi a te e a Maria nella contemplazione dei misteri del dolore anche se oggi è sabato.
Ieri sera ero rimasta ferma al primo, quello in cui tu schiacciato dal peso dei nostri peccati, solo, preghi e soffri, sudi sangue, tanto grande è l’angoscia che ti opprime.
Così questa notte ho preso sonno dimenticando il resto della tua passione salvo poi svegliarmi con un tremendo dolore alla spalla, il solito da qualche mese che mi perseguita, costringendomi ad indossare il busto che attenua le fitte dolorose dei nervi schiacciati dai recenti crolli vertebrali.
Ho affidato a Maria il compito di traghettarmi fino al mattino con la preghiera a lei tanto cara, perchè ci stringe insieme a te, suo figlio e nostro fratello, in un unico e grande abbraccio.
Il tuo dolore è diventato il mio dolore attraverso Maria, il senso di quelle fitte spaventose mi si è andato man mano chiarendo e mi sono riappisolata mentre ti contemplavo Signore, vittima innocente, incenso purissimo sull’altare di Dio.
Il mio dolore è diventato il tuo dolore e ho trovato la pace pensando che solo tu potevi trasformarlo in offerta di soave odore per liberare i prigionieri e portare la luce a quelli che vivono incatenati dal peccato.
“Sono io non avere paura” mi sono sentita dire questa mattina, quando una fitta più dolorosa mi ha scosso dalla posizione a fatica cercata per non soffrire.
Sei tu Signore che vieni a visitarmi ogni volta che sto male.
Ti ringrazio perchè fughi le mie paure, perchè ogni giorno, ogni notte mi getti una scala dal cielo perchè io vi salga e mi trovi in paradiso.
Con Maria tutto questo sta divenendo possibile, reale, perchè con lei non posso sbagliare direzione, non posso che avvicinarmi sempre più a te.

“È un fantasma!”.(Mt 14,26)

L'immagine può contenere: una o più persone, persone in piedi, spazio all'aperto e acqua

“È un fantasma!”.(Mt 14,26)  
Nella Bibbia si alternano momenti di grande di tribolazione a momenti di grande gioia, schiavitù e liberazione, peccato e salvezza, rifiuto, tradimento e perdono.
In tutto l’Antico Testamento non c’è situazione che si risolva felicemente una volta per tutte, perché nella storia di Israele tutto ciò che viene conquistato o riconquistato poi si perde di nuovo.
Solo nella storia di Giobbe, chiaramente inventata, la soluzione sembra appagare il lettore perché i beni materiali e la salute tornano a Giobbe che non aveva peccato e che aveva continuato a credere nella giustizia misteriosa di Dio.
Il compenso per tutte le tribolazioni lui lo vide su questa terra, ma anche per lui arrivò il tempo di lasciare tutto e di morire.
Non sappiamo se affrontò l’ultimo momento della sua vita con serenità e con il sorriso sulle labbra. Certo che morire con la consapevolezza di rimanere in vita attraverso i figli e i beni allora poteva essere consolante, rassicurante, ma la morte fa sempre paura, a mio parere, ieri oggi sempre.
Dicevo che a leggere la Bibbia non si assiste a niente di definitivo, di certo e, anche quando il popolo diventa un grande popolo e la monarchia raggiunge il massimo splendore, assistiamo ad un tracollo, ad una parabola discendente, perché niente è e definitivo.
Poi arriva Gesù che parla di qualcosa che non è destinato a finire, qualcosa di stabile, duraturo, di una vita eterna che realizza tutte le massime aspirazioni dell’uomo.
Gesù parla di un Bene infinito di una gioia infinita, di una comunione infinita, di una pienezza di una perfezione che non teme lo scorrere del tempo.
Questo è venuto ad annunciarci non solo con le parole ma soprattutto con la sua vita, dove amore e odio, tradimento e somma dedizione coesistono, dove troviamo chi gli profuma i piedi rompendo un vaso di olio preziosissimo o o chi lo tradisce con un bacio di notte, chi crede in lui ma tentenna e cade nel momento della prova, chi lo segue lasciando tutto, chi lo lascia solo pur essendo stato fatto partecipe del mistero più grande sul monte della Trasfigurazione.
La vita di Gesù è una vita di ricalcolo continuo come quella di ogni uomo.
Non c’è cosa che non dobbiamo volenti o nolenti sottoporre a revisione, se vogliamo evitare di affondare.
Gesù, ogni volta che faceva un miracolo o doveva affrontare una situazione difficile, si ritirava pregare, si connetteva con il campo base, mi viene da dire, da dove gli veniva il segnale di come procedere, dove andare senza sbagliare direzione.
Gesù è l’intermediario, è colui che ci rimanda il segnale, per non perderci.
In un mondo in cui gli imput sono contraddittori, perché promettono quello che non danno, in un mondo fatto di illusioni, di falsi profeti, è fondamentale servirsi di questo mirabile navigatore che ci indica, attraverso la sua Parola, il cammino da seguire.
Dobbiamo fidarci perché la sua è una connessione stabile, continua.
E’ lui il garante che non ci fa perdere l’orientamento anche quando è notte e abbiamo perso la bussola e il cielo è coperto di nuvole spesse.
A volte gli eventi ci spaventano a tal punto che scambiamo le ombre per pericoli reali, ostacoli insormontabili e non riconosciamo Gesù, il volto di Dio, perché siamo abituati a dargli i nostri connotati.
La verità non sta tanto nell’aspetto esteriore quanto nella verità insita nelle sue parole.
“Non temete, sono io!”.
Ci dovrebbe bastare quando le grandi acque rischiano di sommergerci e di farci affogare.
“Non temete, sono io, sono qui!”.
La paura che ottunde la mente, ci chiude gli occhi, la paura fa brutti scherzi.
Da piccola non conoscevo cosa fosse.
Mi ero convinta che non era degna di esistere perché nessuno se ne faceva carico almeno di quella che mi riguardava personalmente.
Così come tutte cose che non si sa come affrontare, l’ho rimossa, seppellita nel mio cuore, nella parte più profonda e sono andata avanti come se quel sentimento non mi appartenesse.
È venuto poi fuori alla grande dopo che le sicurezze acquisite per non dipendere da niente da nessuno sono naufragate.
Paura di andare da sola: la stessa paura di mamma, che l’ha accompagnata fino alla morte.
Io mi dicevo, quando ne presi coscienza che, se avessi avuto la fede non mi sarebbe successo.
Vinsi la paura lavorando 11 anni su me stessa per riconoscere i sentimenti che avevo rimosso e per comprendere quelli degli altri.
Quel lavoro mi aiutò a uscire fuori da me stessa ma per tornarvi con il trofeo di essere capace di guardare anche dentro il pozzo altrui.
Mi specializzai nel dare consigli, nel trovare soluzioni, nel risolvere problemi, nell’aiutare chiunque fosse nel bisogno.
Ma il punto di riferimento ero sempre e soltanto io. L’autoreferenza era grande.
Non avevo incontrato il Signore.
Ma nel momento in cui mi è stato tolto il palcoscenico, il microfono, e gli spettatori se ne sono andati, l’angoscia, lo smarrimento, il non senso mi caddero addosso fino a tramortirmi.
Fu allora che su quella strada in cui avevano fatto scempio di me passò il Signore, il buon samaritano.
Mi vide, si fermò, provò compassione, si chinò su di me, versò l’olio sulle mie ferite e mi caricò sulle spalle..
Ciò che toglie la paura è sentirsi guardarti, accolti da qualcuno che ti parla quando è buio, quando il mare è in tempesta, nel silenzio della notte, nella solitudine dei nostri appartamenti.
Qualcuno che ti parla e ti dice: “Non temere, sono io, sono qui per salvarti.”
Tu sei Signore quella persona che mi ha parlato e mi ha teso la mano perchè smettessi di avere paura e ti riconoscessi anche e soprattutto nelle tempeste della mia vita.

Paura

 
Mt 8,23-27
 
In quel tempo, salito Gesù sulla barca, i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco, avvenne nel mare un grande sconvolgimento, tanto che la barca era coperta dalle onde; ma egli dormiva. 
Allora si accostarono a lui e lo svegliarono, dicendo: «Salvaci, Signore, siamo perduti!». Ed egli disse loro: «Perché avete paura, gente di poca fede?». Poi si alzò, minacciò i venti e il mare e ci fu grande bonaccia. 
Tutti, pieni di stupore, dicevano: «Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?».
Parola del Signore
I discepoli seguono nella barca Gesù, ma, quando si scatena la tempesta e lo vedono dormire, sono presi dalla paura.
L’averlo accolto nella propria barca fà si che lo possano chiamare, senza spostarsi più di tanto e assistere al miracolo.
Quando Gesù è con noi, si fa meno fatica a chiamarlo in aiuto.
Ma non basta un miracolo a farci capire che abbiamo incontrato il Signore.
“Chi è costui al quale anche il vento e il mare obbediscono? “si chiedono spaventati i discepoli.
Alla paura della morte subentra un’altra paura: quella che ci paralizza di fronte al mistero di cose incomprensibili al nostro intelletto.
Anche durante la tempesta che si scatena, subito dopo la moltiplicazione dei pani, i discepoli sono presi da paura, vedendo Gesù camminare sulle acque.
” E’ un fantasma!”esclamano.
” Coraggio, non temete, sono io!”può dire Gesù, che aveva avuto modo di farsi conoscere attraverso il più significativo dei miracoli.
Ma è ancora la mancanza di fede che genera la paura, la stessa che caratterizzerà lo stato d’animo degli Undici, riuniti nel Cenacolo, quando videro apparire Gesù che credevano morto.
” E’ un fantasma!”esclamarono, ancora una volta.
Gesù spaventa sempre quando appare all’improvviso, quando gli abbiamo dato i nostri connotati, dando per scontato che Dio sia a nostra immagine e somiglianza.
“Pace a voi!”
Una frase che spiazza tutte le previsioni, visto come si erano comportati nell’ora suprema.
“Pace a voi, anche se continuate a non fidarvi di me, pace a voi perchè il mio perdono vi tolga di dosso ogni paura! “
No. Non basta averlo incontrato e aver assistito a tutti i miracoli per toglierci di dosso la paura.
Bisogna sentirsi perdonati per tutte le volte che non l’abbiamo riconosciuto, quando scoppiano le tempeste, quando il vento soffia contrario, quando i punti di riferimento ci vengono a mancare.
Vieni Spirito Santo, vieni ad aprirci gli occhi e a scaldarci il cuore, quando siamo nella prova e la paura spegne la speranza.

Raccontiamoci una storia

“Maestro non t’importa che moriamo?”(Mc 4,38)

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Quante volte Signore mi viene il dubbio che non t’importa che moriamo, di paura, di dolore, per qualcosa che ci viene a mancare e che riteniamo indispensabile per la nostra vita.
Vedi Signore noi siamo uomini, e forse qualche volta te lo dimentichi, e siamo tanto fragili, tanto bisognosi di certezze, di stabilità, di tante cose che lottiamo per conquistarle, cose non peccaminose ma utili che ci rendono la vita meno dura.
Vedi Signore tu ci hai dato gli occhi per stupire di fronte alla bellezza del creato, al sorriso di un bimbo, un’opera d’arte. E arriva il momento che te li dobbiamo riconsenare, anche in parte. Non a tutti capita, A me è capitato e ho fatto fatica, faccio fatica ad andare avanti con un occhio solo, che non vede neanche bene.
Ci hai dato le gambe per percorrere le strade del mondo, per muoverci, spostarci da un posto all’altro.
A me piaceva camminare, tanto, e la passione per le lunghe passeggiate è stato ciò che mi ha fatto innamorare dell’uomo che poi ho sposato.
Pensavamo di coltivare questo comune interesse, per tutta la vita, ma dopo neanche un anno ho dovuto riconsegnare ciò a cui ero più legata e di cui andavo orgogliosa.
Paradossalmente io, che del mio corpo salvavo solo le gambe che tutti mi ammiravano, sono stata chiamata a riconsegnarle molto presto.
Mi sono consolata con il fatto che mi piaceva guidare l’auto e andavo fiera dei miei parcheggi al millimetro, dei sorpassi dei tir su strade in salita, della capacità di destreggiarmi nel traffico o di lanciarmi a tavoletta su strade a scorrimento veloce.
Quando piano piano impariamo a fare a meno di ciò che ritenevamo indispensabile, tu presenti un conto ancora più salato e faccio fatica a ridimensionarmi, riducendo lo spazio di azione intorno a me.
Tu sei la mia salvezza, la mia unica speranza, Signore, ma ci sono momenti in cui non riesco a sentirti vicino e vigile, a pregarti, a chiederti aiuto.
Sono i momenti più brutti quelli in cui ogni parola pronunciata sembra inutile, perchè tu sei Dio e vedi tutto e sai tutto e non hai bisogno di qualcuno che ti tiri la giacca o ti conficchi le dita negli occhi, come faceva Giovanni “Sennò significa che non mi stai a sentire!” quando ci raccontavamo le storie nel grande lettone, storie vere, una io e una lui.
Vedi Signore questa dolce abitudine che ci ha accompagnato nei primi anni di vita di questo bimbo, il libro di carne che mi hai mandato a domicilio ora è solo nostalgia di un sogno vissuto in un rendimento di grazie a te.
I nipoti diventano grandi e sentono sempre meno il desiderio di rifugiarsi nelle braccia di chi li ha cresciuti a preghiere, con amore con passione, con la percezione di averti sempre accanto a potenziare le poche forze avanzate allo scempio di tanti naufragi.
Il silenzio di queste stanze ora mi fa più paura di un mare in tempesta.
Come vorrei venire trafitta da una tua parola, come vorrei che tu ti mettessi al mio fianco e mi dicessi; “Raccontiamoci una storia, vera, una tu e una io” e scoprire che è la stessa storia guardata da due punti diversi e che basta solo usare i tuoi occhi e il tuo cuore per vederne la bellezza e innamorarsene.

Fede e salvezza

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” Salvaci ,Signore, siamo perduti!” (Mt 8,25)

Questo vangelo ci riguarda molto da vicino.
Chi non si riconosce in quello che almeno una volta nella vita, ma sono molte di più le occasioni che ce lo fanno pensare, non abbia rivolto a Dio questa domanda?
Dove sei? Signore mio Dio quando mi assalgono flutti di morte, dove sei?
Quando le acque mi stanno sommergendo dove sei?
Quando la paura mi sconvolge la mente e mi strazia il cuore dove sei?
Quando non ho nessuno che mi tenda la mano, nessuno che mi rialzi, mi sollevi dal fango in cui sono caduta, dove sei?
Dove sei Signore mio Dio quando la prova si prolunga nel tempo e le braccia sono sfibrate, incapaci di sollevarsi ancora in alto, dove sei?
Dove trovarti Signore quando il mio grido nella notte sale a te e mille demoni mi stritolano e mi legano con funi poderose le membra del corpo?
Dove sei quando mi tappano la bocca e m’impediscono di proclamare il tuo nome santo?
Dove sei Signore mio Dio quando tutto il mondo mi crolla addosso e nessuno si salva dalla grande catastrofe? Dove sei mio Dio?
Ti ho cercato per anni: scrivevo su ogni foglio, libro quaderno questa domanda che diventava sempre più assillante, quanto più la malattia e l’incomprensione di ci mi stava accanto aumentava.
Ti ho cercato Signore in ogni luogo, nel cielo, nelle dispute dotte, ti ho cercato lì dove mi avevano insegnato tu risiedessi immobile sul tuo trono di gloria.
Il cielo era troppo lontano per me, perchè mi avevano insegnato che là tu risiedevi, essere perfettissimo, creatore e Signore di tutto.
Ho pensato ad una radio: se avessi avuto una radio sicuramente avrei potuto connettermi con te, ma la ia radio non funzionava.
Mi arrivavano solo scariche rumorose e incomprensibile il messaggio ad essa affidato. Ho pensato che forse esisteva un bottone che io non conoscevo e che dovevo trovarlo. Sicuramente era un problema di bottone giusto da premere.
Così ho cercato quel bottone e finalmente ti ho incontrato inchiodato ad una croce.
E’ difficile accettare un dio crocifisso, un dio debole, un dio che dorme, ma a quei tempi per me è stato un miracolo vederti nell’impotenza e nel limite di un umanità che ci accomunava.
Tanti anni sono passati e siamo diventati inseparabili, ma la strada si fa più erta, le insidie sono ad ogni passo, ad ogni passo rischio di cadere.
E cado e mi rialzo e cerco il tuo volto, un volto di carne, uno sguardo d’amore, una parola di vita.
Ma proprio quando ne ho più bisogno tu dormi.
Giovanni, se mi vedeva con gli occhi chiusi mentre mi raccontava cosa gli era successo, prima di addormentarsi il pomeriggio nel mio grande lettone, mi ficcava le dita negli occhi per tenermeli aperti “altrimenti significa che non mi stai a sentire!” diceva.
Io lo stavo a sentire, non c’è dubbio, perchè mi era affidato dai genitori e dovevo vigilare su di lui. Ma lui voleva un segno della mia costante attenzione.
Anche io Signore, nonostante non sia più una bambina, per problemi molto più grandi, cerco un segno della tua attenzione.
Ne ho bisogno Signore, specie quando la battaglia è senza esclusione di colpi, quando il nemico già sta pregustando la spartizione del bottino, quando le forze provate duramente mi stanno abbandonando e sulle labbra la preghiera si strozza, in un gemito, un sospiro, un pianto, un grido di ribellione.
Dio dove sei?
In questi ultimi tempi, anche guardandonmi intorno, mi chiedo se sei in ciò che ci manca, in ciò che ti nega, nel silenzio del deserto sconfinato, nel minaccioso turbinare delle onde, nella tribolazione di tanti che non ti conoscono, nella superbia di chi ti nega.
“palpita sulla poltrona del presidente e nei calzari dell’atleta. Egli è qui, non cercatelo nelle chiese…”
Così si concludeva il compito di una ragazza di 15 anni a cui avevo dato da svolgere un tema su un pensiero di Bacone
” Questo Dio che celebro nelle mie carte, lo vedo presente ovunque, lo vedo nei fiori del mio giardino…”
Allora non ti conoscevo Signore, ma a quel compito misi il massimo, tanto mi aveva fatto vibrare le corde più profonde del cuore.
Ma ora non mi basta vedere i fiori del giardino, non mi basta sollevare lo sguardo al cielo stellato, nè immergermi nell’incanto del mare scintillante di luce, quando il sole sorge al mattino.
Non mi basta quando il dolore mi impedisce di assumere qualsiasi posizione, quando non c’è medicina che lo allevi, quando non trovo consolazione e gioia nella preghiera, quando il deserto si stende a vista d’occhio e il cielo sembra tanto lontano.