Fede

1752a-tempesta

“È un fantasma!”
(Cfr Mt 14,22-36)

Nella Bibbia si alternano momenti di grande di tribolazione a momenti di grande gioia, schiavitù e liberazione, peccato e salvezza, rifiuto, tradimento e perdono.
In tutto l’Antico Testamento non c’è situazione che si risolva felicemente una volta per tutte, perché nella storia di Israele tutto ciò che viene conquistato o riconquistato poi si perde un nuovo.
Solo nella storia di Giobbe, chiaramente inventata, la soluzione sembra appagare il lettore perché i beni materiali e la salute tornano a Giobbe che non aveva peccato e che aveva continuato a credere nella giustizia misteriosa di Dio.
Il compenso per tutte le tribolazioni lui lo vide su questa terra, ma anche per lui arrivò il tempo di lasciare tutto e di morire.
Non sappiamo se affrontò l’ultimo momento della sua vita con serenità e con il sorriso sulle labbra. Certo che morire con la consapevolezza di rimanere in vita attraverso i figli e i beni allora poteva essere consolante, rassicurante, ma la morte fa sempre paura, a mio parere, ieri oggi sempre.
Dicevo che a leggere la Bibbia non si assiste a niente di definitivo, di certo e, anche quando il popolo diventa un grande popolo e la monarchia raggiunge il massimo splendore, assistiamo ad un tracollo, ad una parabola discendente, perché niente è e definitivo.
Poi arriva Gesù che parla di qualcosa che non è destinato a finire, qualcosa di stabile, duraturo, di una vita eterna che realizza tutte le massime aspirazioni dell’uomo.
Gesù parla di un Bene infinito di una gioia infinita, di una comunione infinita, di una pienezza di una perfezione che non teme lo scorrere del tempo.
Questo è venuto ad annunciarci Gesù non solo con le parole ma soprattutto con la sua vita, dove amore e odio, tradimento e somma dedizione coesistono, dove troviamo chi gli profuma i piedi rompendo un vaso di olio preziosissimo o o chi lo tradisce con un bacio di notte, chi crede in lui ma tentenna e cade nel momento della prova, chi lo segue lasciando tutto, chi lo lascia solo pur essendo stato fatto partecipe del mistero più grande sul monte della Trasfigurazione.
La vita di Gesù è una vita di ricalcolo continuo come quella di ogni uomo.
Non c’è cosa che non dobbiamo volenti o nolenti sottoporre a revisione, se vogliamo evitare di affondare.
Gesù, ogni volta che faceva un miracolo o doveva affrontare una situazione difficile, si ritirava pregare, si connetteva con il campo base, mi viene da dire, da dove gli veniva il segnale di come procedere, dove andare senza sbagliare direzione.
Gesù è l’intermediario, e colui che ci rimanda il segnale, per non perderci.
In un mondo in cui gli imput sono contraddittori, perché promettono quello che non danno, in un mondo fatto di illusioni, di falsi profeti, è fondamentale servirsi di questo mirabile navigatore che ci indica, attraverso la sua Parola, il cammino da seguire.
Dobbiamo fidarci perché la sua è una connessione stabile, continua. E’ lui il garante che non ci fa perdere l’orientamento anche quando è notte e abbiamo perso la bussola e il cielo è coperto di nuvole spesse.
A volte gli eventi ci spaventano a tal punto che scambiamo le ombre per pericoli reali, ostacoli insormontabili e non riconosciamo Gesù, il volto di Dio, perché siamo abituati a dargli i nostri connotati.
La verità non sta tanto nell’aspetto esteriore quanto nella verità insita nelle sue parole.
“Non temete, sono io!”.
Ci dovrebbe bastare quando le grandi acque rischiano di sommergerci e di farci affogare.
“Non temete, sono io, sono qui!”.
La paura che ottunde la mente, ci chiude gli occhi, fa brutti scherzi.
Da piccola non conoscevo cosa fosse.
Mi ero convinta che non era degna di esistere perché nessuno se ne faceva carico almeno di quella che mi riguardava personalmente.
Così come tutte cose che non si sa come affrontare, l’ho rimossa, seppellita nel mio cuore, nella parte più profonda e sono andata avanti come se quel sentimento non mi appartenesse.
È venuto poi fuori alla grande dopo che le sicurezze acquisite per non dipendere da niente da nessuno sono naufragate.
Paura di andare da sola: la stessa paura di mamma, che l’ha accompagnata fino alla morte.
Io mi dicevo, quando ne presi coscienza che, se avessi avuto la fede non mi sarebbe successo.
Vinsi la paura lavorando 11 anni su me stessa per riconoscere i sentimenti che avevo rimosso e per comprendere quelli degli altri.
Quel lavoro mi aiutò a uscire fuori da me stessa ma per tornarvi con il trofeo di essere capace di guardare anche dentro il pozzo altrui.
Mi specializzai nel dare consigli, nel trovare soluzioni, nel risolvere problemi, nell’aiutare chiunque fosse nel bisogno.
Ma il punto di riferimento ero sempre e soltanto io. L’autoreferenza era grande.
Non avevo incontrato il Signore.
Ma nel momento in cui mi è stato tolto il palcoscenico, il microfono, e gli spettatori se ne sono andati, l’angoscia, lo smarrimento, il non senso mi caddero addosso fino a tramortirmi.
Fu allora che su quella strada in cui avevano fatto scempio di me passò il Signore, il buon samaritano.
Mi vide, si fermò, provò compassione, si chinò su di me, versò l’olio sulle mie ferite e mi caricò sulle spalle..
Ciò che toglie la paura è sentirsi guardarti, accolti da qualcuno che ti parla quando è buio, quando il mare è in tempesta, nel silenzio della notte, nella solitudine dei nostri appartamenti.
Qualcuno che ti parla e ti dice: “Non temere, sono io, sono qui per salvarti.”
Tu sei Signore quella persona che mi ha parlato e mi ha teso la mano perchè smettessi di avere paura e ti riconoscessi anche e soprattutto nelle tempeste della mia vita.

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