SFOGLIANDO IL DIARIO…

“lo Spirito del Signore è sopra di me”
 
Quando lo Spirito del Signore è sopra di me?.
Quando amo il fratello che vedo, quando così facendo rendo visibile il regno di Dio, quando divento profezia della sua salvezza per ogni uomo.
La profezia che Gesù legge sul rotolo di Isaia è estesa ad ogni battezzato.
Il primo a dare l’esempio è Gesù.
“Lo spirito del Signore è sopra di me: per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato ad annunciare ai poveri il lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vita: per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore”.
Dio è amore.
Rimanete nel mio amore.
Lo spirito agisce in quelli che amano i propri fratelli.
Dove c’è l’amore è presente Dio.
Del resto se Dio non lo ha mai visto nessuno, come si fa a darne i connotati?
Giovanni spesso, poiché ama disegnare, mi ha chiesto come è fatto Dio, che faccia avesse.
Mi ha chiesto anche dov’era, dove trovarlo, perché voleva abbracciarlo e non lo vedeva.
Il primo disegno che ha fatto su Dio raffigura tre persone che si tengono per mano, un papà una mamma e un figlio, sotto il quale ha scritto: “Dio è amore”.
Quando deve disegnare Dio, la maggior parte delle volte, mette due o più persone che si vogliono bene, contornate da raggi dorati, come se dalla loro relazione, dal bene che si vogliono uscisse la luce.
Una volta ci mise un cuore come raccordo di raggi rossi che univano le persone di una stessa famiglia.
Dio, Giovanni lo rappresenta quindi come luce che si sprigiona da quelli che si amano.
Ma anche luce che dal cielo scende sulla terra, quando deve illustrare un dialogo tra Dio che non si vede e un personaggio di cui sta raccontando la storia.
Si serve anche degli angeli per parlare di Dio, angeli che sprizzano luce, i suoi messaggeri.
Spesso, come ieri, Dio gli parla di festa, di gioia.
Ha raffigurato l’ultima cena mettendo in mano agli apostoli palloncini e aggiungendo il tredicesimo apostolo che è lui, più piccolo, con un palloncino anche lui in mano, per partecipare alla testa.
In alto ci ha messo due personaggi, uno grande e uno piccolo, un maschio e una femmina, per indicare che alla festa siamo chiamati tutti.
Ha disegnato una casa grande e ce l’ha anche scritto: CASA GRANDE forse perché non poteva accettare che Gesù si limitasse a mangiare solo con 12 persone.
Man mano che faceva il disegno lo arricchiva di simboli e i 12 apostoli ad un certo punto sono diventati tredici e poi erano maschi e femmine, anche se avevano tutti i pantaloni.
Perché l’ultima cena è una festa e nessuno ne è escluso.
Del resto Giovanni ha ben chiaro cosa significa avere Dio nel cuore e si rende conto che in questi ultimi tempi lui dà ascolto al diavoletto.
Ma nessuno gli parla più di Gesù, di Dio, nessuno gli fa fare il segno di croce, e lui se lo dimentica.
Ieri è venuto con la punizione che non doveva né poteva vedere la televisione fino a domenica.
In un primo momento ho pensato che la punizione era per le nonne che poi si dovevano inventare come tenerlo a freno, ma poi sono stata contenta perché abbiamo passato un pomeriggio a fare gli esploratori dell’amore di Dio.
Che bello tornare a parlare con Giò di tutte le cose belle che porta nel cuore, delle sue esperienze, le sue paure, ma anche delle sue certezze!
È stato un bel pomeriggio, come quando per due ore abbiamo vagato per la città a fare gli esploratori.
E dire che l’altro ieri ero caduta in depressione, quando mi aveva detto che preferiva andare da nonna Rita perché ha la casa più grande e ci si può fare rumore e perché non c’è nessuno che si lamenta.
La zia Adelina che abita accanto è sorda e non ci sono problemi.
Ho pensato ai nostri anni di sodalizio, intimità, a tutte le cose che ci siamo detti, al legame profondissimo che abbiamo, infranto da una casa più grande e una vicina sorda.
La sordità del vicino, la larghezza della casa, la possibilità di fare il comodo proprio, possono cancellare l’amore?
Ho pensato all’amore di Dio che non ci perde di vista.
Ieri il Vangelo di questo parlava, quando ha fatto riferimento a Gesù che era salito sul monte per pregare e aveva detto ai suoi discepoli di precederlo sull’altra riva.
Ho pensato a mercoledì, quando Giovanni mi ha preceduto, quando l’ ho accompagnato a basket e poi si è scordato completamente di aspettarmi, come gli avevo detto.
Io non lo avevo perso di vista, anche se al buio della strada poco illuminata, coperto dalle macchine, non sono riuscita a distinguerne la sagoma, mentre guadagnava la porta della palestra.
Ma poi l’ho raggiunto e l’ho riportato a casa, senza fargli fare l’allenamento, perché capisse che non deve dimenticare che è ancora piccolo e che è stato a me affidato.
Ho pensato allo sguardo di Dio che non si stacca mai da noi, lo sguardo puntato lontano che ti segue, ti abbraccia, ti prende.
Poi se te ne sei dimenticato e appare all’improvviso, pensi che sia un fantasma, specie se stai lottando contro il vento contrario.
Ho pensato che nessuna casa grande può togliermi Giovanni, perché ogni casa diventa grande dove c’è Gesù e c’è posto per tutti.
Per questo forse ieri ha disegnato una casa grande dove si poteva fare festa, dove c’erano grandi e piccini, dove Gesù spezzava il pane dava il vino a tutti.
Ecco a cosa porta un pomeriggio senza televisione.
Che non sia provvidenziale il fatto che Giovanni di tanto in tanto decida di fare il cattivo?.
È stato il suo modo di dire che è stufo della balia elettronica e che ha bisogno, ha voglia di qualcuno che gli parli di Dio, mettendosi in una relazione più profonda e più vera con lui.

” Rallegrati piena di grazia, il Signore è con te” (Lc 1,28)

Immacolata Concezione
 
” Rallegrati piena di grazia, il Signore è con te” (Lc 1,28)
C’è poco da rallegrarsi se mi guardo intorno, se penso a questa mia vita sempre più tribolata, alla nostalgia dei natali della mia infanzia dove non si parlava di Gesù, tanto come ora che lo si combatte senza esclusione di colpi.
Del Natale ricordo il profumo di buono che usciva dalla cucina, l’affaccendarsi gioioso di noi tutti perchè il banchetto di grasse vivande ci riunisse attorno ad un unica mensa, noi che eravamo costretti a mangiare a turni per via del lavoro di mamma e papà.
Allora la festa era la festa e i negozi rimanevano chiusi, e se ti eri dimenticato qualcosa il vicino non si scandalizzava se glielo chiedevi, anzi ti dava anche in aggiunta il suo che aveva preparato e che voleva che tu assaggiassi.
Mi manca il calore della famiglia, la spensieratezza di quando ero bambina e il mio compito era solo quello di nascondere le nostre letterine nel tovagliolo di papà senza che se ne accorgesse. Infatti eravamo quattro e io la più grande, quella a cui mamma affidava gli incarichi di responsabilità.
Il calore di quei giorni prima e dopo la festa ancora mi percorre le vene, ma se mi guardo intorno oggi vedo solo deserto.
I natali mi fanno paura, mi mettono ansia, mi scomodano a tal punto che vorrei saltarli a piè pari. Un tempo le feste di Natale coincidevano con le feste a scuola e siccome mamma faceva l’insegnante, finalmente ce l’avevamo a casa tutta per noi.
Mi chiedo come sia possibile che ti rimanga il profumo e il sapore di una festa senza che si parli del festeggiato, fatta eccezione delle letterine che le suore ci facevano scrivere a scuola.
Davvero questo Dio che celebro nelle mie carte, che mi ha cambiato la vita è un Dio misterioso, lascia tracce dappertutto e ci invita a fare la caccia al tesoro.
Penso che questo è il bello della nostra fede, di non sentirsi mai arrivati, ma di avere il cuore sempre aperto alla speranza che la carta successiva sia quella vincente.
Il Natale dei miei anni spensierati era anche e soprattutto tempo di gioco, insieme con pochi spiccioli continuavamo la festa, il banchetto, cambiando solo la tovaglia, il terreno su cui dovevamo passare con le nostre scarpe.
Il denaro non era il protagonista di quei giochi innocenti tra gli adulti che ridiventavano bambini, ma la gioia di avere complici, compagni di viaggio, maestri gli stessi che durante l’anno non avevano tempo per noi quando li cercavamo per giocare insieme.
Non ricevevamo regali, perchè il regalo era lo stare insieme.
Ti accorgi che ti sei fatto vecchio quando non hai voglia di regali, ma di persone.
E’ arrivato anche il mio turno e la nostalgia è più grande quanto più la casa ti sta larga man mano che la caccia al tesoro procede.
Quando gli spazi si allargano, diventa più difficile trovare la carta vincente.
La Parola di Dio ci ha convocato nel deserto, e in questo luogo aspro e desolato dobbiamo cercare  quel profumo, quel sapore di buono che ti spinge ancora a cercare, che non ti spegne la speranza che potrai anche tu, come un tempo sedere al banchetto preparato per tutti i popoli, un banchetto di grasse vivande dove nessuno sarà deluso e la festa sarà festa eterna perchè le scuole saranno chiuse per sempre, e noi per sempre avremo  Chi  si fermerà con noi a giocare senza che aspettiamo il Natale.
La festa di oggi è occasione per riflettere sulla gioia che vorrei fosse piena, ma che pregusto come quando da piccola assistevo e in minima parte collaboravo alla realizzazione della festa.
A Maria l’angelo disse”Rallegrati!, piena di grazia, i Signore è con te”. Mi piace pensare che queste parole sono rivolte anche a me oggi, in cui ho il morale a terra perchè non c’è più nessuno di quelli con cui ho festeggiato i natali di un tempo, vorrei sentirmi confermata nell’amore di Dio che mi ama così come sono, anche se non sono senza peccato, vorrei tanto che la sua grazia riempisse il vuoto che sento dentro di me per tutto ciò che sono stata costretta a lasciare, strada facendo, a riconsegnargli con dolore e fatica.
Chiedo a Maria di potermi unire a lei in questo straordinario viaggio per imparare come  anche da vecchi si può dare alla luce Gesù.
“Nulla è impossibile a Dio!”dice l’angelo a Maria, perchè non dovrebbe poterlo dire anche a tutti quelli che come me  conservano il profumo e il sapore dell’amore condiviso?

” Che cosa cercate?” (Gv 1,38)

” Che cosa cercate?” (Gv 1,38)
Oggi il vangelo è incentrato sulla domanda che tu ci fai mentre siamo in cammino per diventare tuoi discepoli.
Capita spesso che ci mettiamo a seguire qualcuno senza sapere in effetti cosa cerchiamo, cosa ci aspettiamo da lui.
Molte volte ci facciamo un’idea troppo grande delle persone e le omaggiamo senza motivo, altre volte le disprezziamo e magari facciamo buon viso a cattivo gioco, perchè ci conviene o perchè non abbiamo alternative percorribili o più appetibili.
Siamo un branco di pecoroni e sempre più spesso cambiamo direzione e leader al primo soffio di vento contrario.
E’ incredibile ma rassicurante quello che attraverso le tue parole Signore ci fai capire. Tu vuoi che noi veniamo a te senza costrizioni e ci fai la domanda fondamentale che è quella di prendere coscienza del motivo per cui siamo cristiani.
Non è cosa da poco.
Da piccola ero cristiana perchè mia madre e mio padre mi hanno battezzato, mi hanno insegnato a pregare, mi hanno fatto frequentare una scuola cattolica e non mi hanno fatto conoscere altro che questa dottrina che per me è diventata un peso, un obbligo, un tormento di doveri e di devozioni di cui avrei volentieri fatto a meno.
La cosa strana è che mi sono chiesta sempre il perchè di tutto ciò che mi riguardava, ma per la religione non ho mai messo in dubbio quello che mi veniva inculcato.
Poi ho trovato l’amore, una persona in carne ed ossa che almeno all’inizio mi ha dato tutto quello che tu mi avevi negato e così ti ho messo da parte, ho smesso di seguirti non senza grossi complessi di colpa.
Quando le illusioni sono crollate, quando non avevo più niente e nessuno a cui aggrapparmi, nessuno da seguire, nessuno che mi indicasse la strada ho desiderato incontrarti per fare un discoso alla pari con te.
Ho pensato tante volte a te, ma ti pensavo lontano, eri un estraneo da cui dovevo stare alla larga perchè mi avresti oppresso con i tuoi doveri.
Poi con il tempo il mio desiderio tu l’hai chiarificato, dopo anni di deserto e di percorsi massacranti e deludenti, falimenti e prove dalle quali uscivo sempre più disorientata e confusa, angosciata e senza luce.
Ho cominciato a sentire il desiderio di instaurare con te un raporto nuovo, adulto per poter avere un interlocutore nella immensa solitudine in cui mi avevano fatto piombare i miei fallimenti.
Ho cominciato cercando un bottone, il bottone della mia radio, un bottone nascosto che mi ero andata convincendo esisteva per sintonizzarmi sulle tue frequenze.
Spesso mi dicevo che la mia radio era rotta e che non avrei mai trovato quel bottone.
Mi convinsi che solo in una chiesa avrei trovato una collocazione, un ruolo, un’occasione per mettere a frutto la scienza e la conoscenza che avevo acquisito in tanti anni di insegnamento al liceo, uniti alla mia esperienza di vita che era confluita in tanti progetti per la prevenzione del disagio giovanile.
Tante cose avevo imparato tante ne avevo sperimentato, tante avevano portato frutto, specie quelle che erano nate dal dolore e dalla sofferenza protratta nel tempo.
Non ti conoscevo Signore, ma la sofferenza mi aveva aperto il cuore e gli occhi a quella di tanti giovani, di tanti genitori che desideravano solo essere ascoltati.
Avevo aperto un centro d’ascolto nella scuola e ne ero fiera per i risultati conseguiti.
Tu allora eri una nebulosa, eri un essere indistinto a cui non sapevo nè potevo dare i connotati, mentre i connotati della sofferenza ce li avevo ben chiari.
Così quando mi misero in pensione perchè incapace di deambulare desiderai non far morire quello che ero andata maturando
Quale luogo migliore poteva accogliere ciò che volevo mettere a servizio?
A suo tempo scegliemmo la chiesa per mettere nostro figlio al sicuro dai mali del mondo e nella chiesa ho cercato una sedia per poter continuare il mio lavoro.
Ne avevamo testate già tante, io con Gianni, che mi accompagnava in questa ricerca di un posto che potesse accogliere non solo il mio desiderio, ma anche il mio corpo che aveva delle necessità ben precise dopo tutti gli interventi alla colonna andati male.
Quando entrai nella chiesa che poi divenne ed era la mia parrocchia cercavo una sedia.
Anche se tu non me l’hai chieso penso che in qualche modo ci hai messo del tuo per suscitare in me questo desiderio.
Dovere di sedersi.
Forse io anche se la malattia mi costringeva a stare seduta non avevo preso coscienza di quanto fosse importante sedersi per ascoltare.
Così a te che mi chiedevi cosa cercavo ho risposto nella maniera più giusta.
“Fateli sedere” hai detto ai discepoli prima della moltiplicazione dei pani.

” Chi ama il suo fratello rimane nella luce” (1Gv 2,3-11)

” Chi ama il suo fratello rimane nella luce”
(1Gv 2,3-11)
 
“Chi fa la volontà di Dio rimane in eterno”
(1Gv 2,12-17)
Ieri la lettera di Giovanni parlava dell’amore come strumento indispensabile per entrare nella luce della vita, oggi sempre Giovanni parla della necessità di fare la volontà di Dio per entrare nell’eternità del Suo amore.
La volontà di Dio noi non possiamo conoscerla se non attraverso la sua parola.
Il nostro Dio non è un idolo muto, una statua di fine oro cesellato, tempestato di pietre preziose, non è un bene di consumo che appunto perchè di consumo finisce dopo che ne abbiamo usufruito, non è un idea, non è una filosofia, non è una formula, non è niente di tutto ciò che l’uomo può con la sola ragione pensare, argomentare, dimostrare.
Dio è una persona, e come tale è un essere dialogante che per esistere ha bisogno di un tu che lo definisca e di un frutto che testimoni che la relazione è vitale.
Questo Dio uno nella natura è trino, perchè ogni funzione in lui diventa persona. così abbiamo Dio padre, un Dio che crea, ma non da solo.
Per creare ha bisogno della Parola, che è strumento di comunicazione e dell’amore, che definisce il fine per cui egli opera.
Nell’atto creativo tutte e tre le persone della Trinità sono interessate, agiscono, e non ci sarebbe creazione se non ci fosse collaborazione, intesa perfetta tra le tre persone.
Perchè Dio abbia pensato a noi per comunicarci il suo amore è un mistero.
Poteva scegliere altri modi per raggiungere lo stesso scopo?
Me lo chiedo spesso.
Ci sono tante cose che non capisco, ma so che le capirò un giorno.
Lo Spirito di Dio ci guiderà alla verità tutta intera, ma non è detto che anche dopo la morte noi saremo capaci di penetrare e comprendere tutto ciò che Lo riguarda, perchè siamo creature e infinitamente più piccole di Lui.
I nostri contenitori, penso, per quanto dilatati dalo Spirito non potranno essere riempiti oltre la loro capacità che è diversa a seconda della nostra apertura a farlo entrare dentro di noi.
Ma in fondo quello che interessa, dopo questo esilio, se arriveremo alla terra promessa, è che ci sentiremo sazi, appagati, perchè fame, sete, freddo, caldo sono soggettivi e Dio dà ad ognuno secondo il suo bisogno.
E’ senza discussione , almeno per me, che Dio è amore, perchè solo l’amore dura in eterno, vale a dire che ha in se il germe dell’eternità.
Dio ci ha creati a sua immagine e somiglianza e, se vogliamo capire qualcosa di Lui, dobbiamo osservarci.
Gesù dice di guardare i bambini, perchè non hanno pregiudizi e sono consapevoli di aver bisogno di chi si prenda cura di loro.
I bambini non devono imparare le lingue per farsi capire.
L’amore della madre supera qualunque barriera comunicativa e la madre è strutturata per accogliere il seme e farlo crescere senza vederlo, intuendo dai segni che in lei c’è la vita, è lei che si adopera a che arrivi a perfezione vivendo in sua funzione.
La madre è l’unica che vive per un ‘altra persona e che fa sacrifici per lei senza mai averla vista.
Si può quindi amare ciò che non si vede, fare sacrifici per qualcosa che si spera, desiderare che il figlio che hai generato sia felice, eterno nella fecondità dell’amore.
Noi uomini pensiamo purtroppo che la felicità dipenda dall’avere tante cose o tutto quello che puoi comprare con il denaro o con dei compromessi, ma con il passar del tempo ti accorgi che la felicità ti viene da uno che ti voglia bene.
Giovanni, il mio nipotino che ora è tanto cresciuto, quando era ancora piccolo mi disse proprio queste parole, dopo aver constatato che la montagna di giochi che gli aveva portato Babbo Natale gli aveva solo fatto venire il nervoso.
I bambini ci insegnano i misteri del regno , attraverso le relazioni con il mondo esterno.
Quando uno ama desidera condividere tutto con la persona amata.
Questa è l’esperienza he fanno gli sposi quando si innamorano e decidono di andare a vivere insieme.
Dio si è sempre presentato al suo popolo nell’Antico Testamento come padre e madre ma anche come promesso sposo, quindi fidanzato dell’umanità.
Ma doveva mandare il figlio, Gesù perchè conoscessimo a che punto arrivava il Suo amore, un figlio che si è fatto nostro fratello per farci partecipi della comune eredità di figli di Dio.
L’amore umano è diverso a seconda che l’oggetto sia un fratello, un amico, un figlio, un genitore, uno sposo, un conoscente.
Tanti tipi di amori, un unico verbo contemplato dalla lingua italiana.
Anche la lingua di Gesù ne contemplava uno solo, per cui ami o odi, vale a dire il suo contrario.
La lingua greca ne contemplava più di uno, amore di amicizia, phileo, amore agapico, agapao, o altri termini per indicare per esempio l’amore per la cultura, l’otium litterarum, dei latini.
Ciò che mi convince e mi affascina è il fatto che in Dio non troviamo tutte queste sottigliezze.
Per Lui l’amore è uno solo ed è quello che ci è venuto a testimoniare Gesù incarnandosi.
L’amore di Dio ci ha dato la vita, l’amore di Dio ci tiene in vita, l’amore di Dio è quello che ti fa fare la sua volontà.
Lui solo sa come aiutarci a diventare farfalla da bruco strisciante, Lui solo può compiere il miracolo di trasformarci tutti in componenti dell’unica e infrangibile famiglia, quella dei figli di Dio dove l’amore trinitario diventa esigenza di vita.

Vide e credette (Gv 20,8

Vide e credette (Gv 20,8)

Maria di Màgdala, come anche Pietro, pensano che il corpo di Gesù sia stato trafugato, quando trovano il sepolcro vuoto.
Solo Giovanni, ” vide e credette”.
Giovanni, “il discepolo che Gesù amava”, la dice lunga sulla capacità del giovane di percepire fino in fondo l’amore appassionato e fedele del Maestro.
Egli vide la stessa scena e non ebbe dubbi.
Non aveva mai avuto dubbi sul suo amore.
Non lo aveva mai perso di vista, specie quando Gesù s’ inerpicò faticosamente sulla strada che porta al Calvario.
Il peso delle braccia di legno, a cui dovevano essere inchiodate le sue… il suo abbraccio eterno,Vide e credette infinito non potè dimenticarlo, neanche quando emise l’ultimo respiro.
Perciò dice:
“Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi.”(Cfr 1Gv 1,1-4)

Spesso ci accade che Gesù non lo troviamo perchè il lutto, la prova, ci fanno ripiegare su noi stessi, nel rimpianto di ciò che non c’è più e ci impediscono di guardare nella giusta direzione.
Adorare il corpo morto, quan’anche fosse quello del Figlio di Dio, non serve a nessuno.
Dobbiamo continuare a cercarlo, come la sposa e lo sposo del Cantico dei Cantici.
L’amore è un rincorrersi, un nascondersi, un ritrovarsi per poi staccarsi di nuovo e mettersi di nuovo in cammino, per provare di nuovo la gioia dell’abbraccio, dopo una ricerca faticosa e a volte infruttuosa.
Gesù ci aspetta lì dove non ci pensiamo di trovarlo. Apriamo il cuore alla meraviglia e allo stupore per la cosa nuova che trae dal suo cappello di giocoliere infaticabile e fantasioso.
Dio ha cura dei suoi figli e li ama tutti; ma allo spettacolo si divertono solo quelli che riescono a tornare bambini.
Lui, Dio dei vivi e non dei morti, ci invita nel giardino, che ci ha destinato e di cui continua a prendersi cura.
Ascoltiamo cosa ha da dirci.
Nella Scrittura c’è sempre una parola rivolta a noi, una parola che ci asciuga le lacrime e ci riempie il cuore di gioia.

Signore, io sono quel Giovanni che tu ami.
Lo siamo tutti, Signore, perchè tu non fai preferenze.
Eppure non tutti ci accorgiamo della tua presenza.
Ti cerchiamo lontano, mentre tu sei vicino, accanto a noi.
Continuiamo a gettare le reti dalla parte sbagliata e non prestiamo ascolto alla tua voce.
Signore, anche se sei risorto, continuiamo a cercarti in un cimitero, tra le tombe dei nostri idoli infranti, delle nostre speranze naufragate, dei nosti sforzi vanificati dall’imprevedibilità di un evento o dalla cattiveria degli uomini.
Signore, come vorrei potermi fidare di te, sempre!
Come vorrei non avere paura!
Come vorrei sentirmi amata da te, specie quando è notte e non ho nulla da offrirti che il mio fallimento.

sfogliando il diario…

“Figlioli rimanete in Lui”(1 Gv 2,28)

” In mezzo a voi c’è uno che non conoscete” dice Giovanni Battista a quelli che lo interrogano sulla sua identità.
Riconoscere Cristo non è semplice e io questa mattina sono andata dal sacerdote perchè mi aiutasse a vivere lo smarrimento di un Dio muto e sordo, per vincere la paura e l’angoscia di esere lasciata sola a combattere quest’ennesima, se non ultima battaglia.
Gesù non deve venire, c’è, è qui in mezzo a noi, dice Giovanni Battista.
Ma come trovarlo?
Quali sono i suoi connotati, da cosa possiamo capire che è lui, anche quando non ci salva dalla nostra salvezza?
Questa mattina sono andata da padre Carlo a confessargli la paura, l’angoscia, la disperazione per non essere in grado di vivere in lui tutto quello che mi stava succedendo.
Volevo trovare Gesù, volevo trovare quel Padre di cui è venuto a parlarci, un padre che se gli chiedi un pane non ti dà una pietra.
E in questi ultimi tempi a me sembra che dal suo tavolo cadano solo pietre che fanno sprofondare sempre più in basso.
Dopo aver consultato tutti i medici ufficiali e alternativi, dopo aver fatto indigestione della Parola di Dio, dopo aver ripetutamente ogni notte chiesto a Maria come aveva potuto rimanere in silenzio di fronte a cose così tanto grandi e incomprensibili a cui era stata chiamata, dopo aver urlato, pianto, supplicato perchè un segno mi illuminasse la strada, sono andata da Lui.
Sì perchè se non trovi il Signore significa che ti sei dimenticato dov’è la sua casa, il luogo del suo riposo che diventa anche nostro se non te ne allontani.
Perciò sono andata a confessare la mia poca fede, bussando alla porta del confessionale dove avrei mendicato il suo abbraccio misericordioso.
E non mi sarei allontanata se non avessi sentito su di me la sua mano benedicente, il suo sguardo posarsi sulle mie ferite, il suo olio spalmato sulle lacerazioni di tante lotte.
La fede è pace, è gioia, è speranza, è sangue che torna a fluire nelle tue vene.
E così è stato.
Ho ripensato a Giobbe il primo personaggio incontrato sulla strada del ritorno a casa, tanti anni fa, quando cominciai un cammino all’indietro, un cammino in compagnia del Crocifisso, incredibilmente vivo, perchè è da allora che ha cominciato a parlarmi.
Lo faceva anche prima, ma ci vuole del tempo per accorgerti che Dio è nel terremoto, nella tempesta e nella bonaccia, nel vento forte e nella brezza leggera.
Allora non capii cosa significava rinunciare a capire, fidarsi e affidarsi alla persona che conosci per sentito dire.
Mai come oggi ho capito la lezione di Giobbe che ritrovò i suoi beni quando accettò di non capire e riconobbe la superiorità del Suo creatore nel quale aveva sempre confidato.
Così il mio lamento si è mutato in danza e il desiderio di rimanere nella sua casa è tanto grande che nulla mi sembra più desiderabile.
Ma io so che torneranno i dubbi e le paure, le angosce e i dolori del parto, ma io voglio fare incetta di questi “scintillanti” per trarli fuori dalla mia bisaccia in tempo di carestia.
2 gennaio 2016

Essere famiglia

Sfogliando il diario

Si parla tanto di famiglia, di quella che lo stato deve riconoscere, di quella che non c’è nei momenti di difficoltà e di prova, si parla di famiglia, luogo di conflitti e di contraddizioni.

La società sente l’esigenza di ripartire dalla famiglia, per ricostruire al suo interno relazioni durevoli e formative, cercando surrogati da etichettare come buoni, ignorando di fatto ciò che è buono e che sfugge all’occhio distratto e superficiale del legislatore.

La T.V., i giornali, ogni giorno ci parlano di tragedie che scoppiano inaspettate all’interno delle case, polveriere in attesa che una miccia accesa le faccia esplodere.

E’ possibile che dobbiamo inventarci qualcosa di nuovo per far funzionare la società, surrogati di famiglie che non è detto che funzionino per il fatto che sono riconosciute come tali?

Di quale famiglia l’uomo ha bisogno? Di quella formata da due omosessuali, che essendo uguali, non mettono in conto la fatica di accettare la diversità come risorsa o di quelle che chiedono garanzie allo stato, quelle che non sono loro in grado di dare con un impegno che duri tutta la vita?

Di quale famiglia l’uomo ha bisogno?La legge sull’aborto, la 194, per intenderci, è nata dall’esigenza di tutelare la salute della madre: oggi di chi si vuole tutelare la salute?

Ci occupiamo e ci preoccupiamo delle aspirazioni, dei desideri, delle esigenze delle coppie cosiddette di fatto, molto meno delle necessità dei figli nati da quei matrimoni.

La natura ci mette davanti quanto conti l’amore nel guidare le nostre scelte, come all’interno di famiglie che funzionano, non si guardi l’orologio o il dispendio di energie o di denaro, quando è in gioco la salute o il bene di uno dei suoi componenti.

L’amore gratuito lo troviamo solo all’interno della famiglia, di quello che non fa rumore, che non va sui giornali, ma trasmette serenità e sicurezza a chi da esse si lascia toccare.

Da una settimana il reparto di geriatria, ala est, dell’Ospedale Civile della mia città, è diventato il mio luogo d’osservazione e di meditazione. Non per mia scelta, perché mia madre avrei desiderato non avesse avuto bisogno di quella struttura per stare bene.

Ma l’Ospedale è luogo d’incontro, incontro con la sofferenza prima di tutto, la sofferenza dipinta sul volto dei ricoverati, quella di chi se ne fa carico, ma è luogo d’incontro con l’amore di Dio che si manifesta nelle parole gentili degli infermieri, che, nonostante la stanchezza, a fine turno, hanno ancora la forza di sorridere e di tranquillizzare con una carezza o una stretta di mano.

Il volto di Cristo sofferente l’ho visto in quello di mia madre, la sera del ricovero, quando la febbre impediva al sangue di affluire al cervello o nei lineamenti contratti di mia sorella, medico, che senza tregua si adoperava per rianimarla.

Ho contemplato il Signore in quei volti, in quella relazione d’amore che stava per rompersi agli occhi degli uomini. Io guardavo e la tenerezza e il pianto hanno cancellato ogni altro pensiero che non fosse di apertura alla grazia che Dio in quel momento mi stava donando.

Di fronte al letto di mamma, per tre giorni le mani di due anziani coniugi hanno catturato il mio sguardo, quella inerte di lei, ancora viva, nonostante i tubi e le macchine a cui era attaccata e quella di lui perennemente poggiata sopra, mano tremante e calda di un vecchio che non voleva staccarsi dalla sua sposa. Due novantenni con le mani intrecciate a dire che l’essere famiglia è questo: restare fedeli alla promessa finché morte non li separi.

Ho visto, in quei giorni, nipoti assistere i nonni, anche durante la notte, accudirli con amore, con dedizione, con delicatezza, anche se molto anziani e con la mente confusa, gli unici capaci di farli sorridere, di rasserenarli, penetrando il loro silenzio.

Ho visto persone sole, abbandonate, senza famiglia, che ne hanno trovata una in quelli che, per l’occasione, sono diventati il braccio, gli occhi, la tenerezza di Dio, essendo chiamati ad allargare la propria, mentre si trovavano ad accudire un parente, un amico o solo un compagno di stanza o un vicino di letto.

Nell’Ospedale ho contemplato il progetto di Dio sulla famiglia umana e me ne sono innamorata ancora di più, ho contemplato il progetto di Dio su tutti gli uomini, chiamati a diventare famiglia, fratelli in Cristo, figli di Dio.

Vale proprio la pena d’impegnarsi perché il Suo progetto vada a buon fine, perché i miracoli li compie solo l’amore. E quale luogo è più idoneo per farlo crescere e sviluppare?

Alla famiglia Dio ha dato il compito di renderLo visibile al mondo, quando ha creato l’uomo maschio e femmina a Sua immagine e somiglianza.

Voglio ringraziare il Signore perché ha avuto fiducia nella coppia, ritenendola capace di continuare la sua opera creatrice, attraverso l’amore gratuitamente donato.
5 novembre 2005