I bambini

 Meditazione sulla liturgia di
domenica della XXV settimana del tempo ordinario anno B
“Voi non ottenete perché chiedete male”.
“Chi è il più grande?”
La frase che mi ha colpito di più è quel chiedere male.
Già perché altrimenti non si spiega che le cose che ci affliggono non si risolvano per il meglio anche dopo un incessante preghiera.
Chiedere male.
Se una madre ha un bambino che sta morendo è normale che chieda la sua guarigione, se io ho un dolore che mi fa uscire fuori di testa è normale che chieda che mi passi …
Chiediamo male quando a Dio chiediamo soldi per comprarci la seconda macchina o anche la prima, se abbiamo possibilità, forza, per andare a piedi o con l’autobus.
Chiedere a Dio che incenerisca il nostro nemico è chiedere male.
Ma allora perché nel Vangelo troviamo scritto:”Chiedete e otterrete, bussate e vi sarà aperto”?
Il fatto è che Dio non ci dà ciò che vogliamo ma ciò che ci serve, indipendentemente dal fatto che glielo chiediamo oppure no.
Ci sono cose che Dio ci dà, la maggior parte direi, che diamo per scontate, per cui non ci passa neanche per l’anticamera del cervello di ringraziarlo, mentre se non ci dà ciò che desideriamo ardentemente, ce la prendiamo con lui, attribuendogli la responsabilità dei nostri problemi irrisolti.
”Bisogna sperare che i desideri s’ incontrino”mi diceva un addetto ai lavori, quando mi lamentavo perché non c’era corrispondenza fra i miei e i desiderata di Gianni, il mio sposo.
Certo è che questo discorso allora non mi veniva di riferirlo al rapporto che abbiamo con Dio, perché allora Dio per me esisteva come complesso di colpa, un Dio che mi scomodava sempre, specie quando ho deciso di farne a meno.
I più grandi complessi di colpa li ho avuti nei suoi confronti e posso dire con assoluta certezza che non mi sono goduta appieno niente, perché ritenevo tutto quello che facevo contrario a ciò che era giusto.
“Bisogna desiderare che desideri s’incontrino” quando me lo disse lo psicologo, pensai che dovevo cambiare quelli di mio marito manipolandolo fino a fargli fare quello che io volevo.
Ma Gianni è un ariete tosto, duro, irremovibile.
Se fa una cosa è solo per compiacerti, ma dimentica subito il motivo alla base del tuo desiderio.
Oggi, riflettendo sul rapporto che abbiamo con Dio, mi viene da dire che è lui che spera che i nostri desideri si incontrino con i suoi, vale a dire che impariamo a desiderare ciò che lui vuole, perché sicuramente è quello che ci fa bene.
Con Gianni siamo arrivati a desiderare insieme le stesse cose o a rispettarci per quei desideri che non collimano.
Siamo convinti entrambi che i nostri desideri devono essere presentati a Dio, vagliati da lui, perché, se è cosa buona, Dio ce la concederà.
Ma spesso, molto spesso non ci capiamo e scoppia la guerra che per fortuna non dura molto.
Ieri sera i nervi li avevamo tutti a fior di pelle, perchè non sono solo i nostri da dover armonizzare, ma anche quelli di chi incrocia i nostro cammino, che non sono pochi.
Sono prove da presentare al Signore perchè senza di Lui non possiamo fare nulla.
Lui ci rende capaci di amore, di tenerezza, di pazienza, di perdono verso i piccoli in cui ama nascondersi.
Annunci

“Mentre seminava una parte cadde lungo la strada”(Lc 8,5)

Mentre seminava una parte cadde lungo la strada”(Lc 8,5)
Cosa mi sono lasciata sfuggire Signore, da cosa mi sono lasciata depredare?
Cosa vuoi dirmi Signore con questa parola che riguardi la mia vita, presente, passata o futura?
Io amo la tua parola, dipendo dalla tua parola, non posso fare a meno della tua parola.
Man mano che ti conosco penso che sia l’unica che mi possa indicare una strada di vita.
Un tempo ero strada ma forse anche oggi a volte lo sono, perché penso ad altro, perché mi concentro su me stessa e non mi affido completamente a te.
Pur amandoti sopra ogni cosa, spesso non ti metto al centro della mia vita ed è facile che mi ritrovi ripiegata su me stessa, impermeabile all’azione dello spirito.
Questo mi accade quando la delusione, lo scoraggiamento hanno la meglio, quando la prova si protrae nel tempo, quando i tuoi doni pian piano mi chiami a riconsegnarli.
Man mano che procedono gli anni riconosco di avere sempre meno terra da offrirti, perché il mio corpo in più parti malato è incapace di servirti come un tempo quando gli occhi, le orecchie,le braccia, le gambe ecc funzionavano e servivano a me e ai miei fratelli.
Il mio corpo è la tua terra, la terra che non ti sei stancato di seminare, ma ci sono parti che sono diventate dure, coriacee all’aratro, impermeabili alla pioggia e non si prestano a nessuna coltivazione.
Si riduce sempre più quindi la la zona produttiva e io temo il momento in cui mi chiamerai a riconsegnare anche la capacità di pensare a te, di pregarti, di riconoscerti, di amarti.
Gli anni si sa non aiutano a fare le cose nel miglior modo possibile e le forze ci abbandonano.
Cosa dirti Signore se non che questo mi fa paura?
“Se il chicco di grano non muore non porta frutto”.
La vita me la sento sfuggire di mano e la cosa mi disorienta non poco.
Perciò mi smarrisco e mi sento proiettata in un grande deserto.
Solo quando penso a te il cuore mi si dilata e dimentico tutto e come un bambino mi faccio consolare, abbracciare, cullare da te, da voi che siete la mia famiglia e mi asciugate le lacrime e mi dite “Coraggio, non temere sono io! Non avere paura!”
Quante volte Signore tu ripeti nella scrittura queste parole!
Ma io le dimentico nel momento in cui sono chiamata ad un’altra riconsegna e un brivido percorre freddo le ossa.
Io voglio essere terra buona, ben dissodata, voglio essere una terra accogliente anche se contenuta in un piccolo vaso.
Purchè germogli il seme e tu vi hai gettato.
Non mi piacciono i fiori recisi, non mi dicono niente, mi fanno pensare alla morte mentre amo le piante che debbano crescere, quelle che hanno bisogno di cure, quelle ammalate, quelle attaccate dagli insetti e non faccio che comperare terra buona che non basta mai, perché le radici pian piano occupano tutto lo spazio e tolgono alla pianta l’elemento vitale.
Ricordo quello che ci dicevamo io e mio padre prossimo alla fine.
“Quando la pianta è piccola si mette in un piccolo vaso, quando cresce ha bisogno di un vaso più grande, ma arriva il momento che non c’è vaso che la contenga…”ed è necessario piantarla in un giardino” concludeva lui.
Arriva quel momento per tutti e su questo voglio riflettere.
Il giardino che ci aspetta è quello da cui fummo cacciati ma che per la tua misericordia ci hai con il Battesimo riconsegnato perchè ce ne prendessimo cura.
Come riuscire a imparare l’arte difficile del contadino se non accogliamo il Tuo Seme, la Tua Parola, Gesù, facendoti spazio?
Come mi insegnò Giovanni quando mi chiese dove poteva trovarti, precedendomi nella risposta.
Bastava farti spazio, prima pensando ad una sedia, un posto dove farti accomodare, poi facendosi da parte nel letto per poterti abbracciare.

“La tua fede ti ha salvata!”(Lc 7,50)

Meditazioni sulla liturgia di 
giovedì della XXIV settimana del Tempo Ordinario
“La tua fede ti ha salvata!”(Lc 7,50)
La peccatrice con il suo atteggiamento umile, pentito, adorante, testimonia visibilmente con i gesti ciò che Dio ha fatto per lei e mostra gratitudine a Gesù, incurante del giudizio negativo del padrone di casa, Simone il fariseo, e dei commensali, nei suoi confronti.
Il vero Cristiano deve suscitare domande, deve stupire, deve uscire fuori dagli schemi, quando tutto ciò è finalizzato ad esprimere a Dio la gratitudine per essere stati accolti, salvati, perdonati.
L’amore di Dio si manifesta nella riconoscenza che porta ogni salvato a rendergli grazie, a mettersi ai suoi piedi, a lavarglieli con le nostre lacrime, ungendoli con olio profumato, asciugandoglieli con i nostri capelli.
Ognuno di noi deve sentire l’impulso di fare a lui quello che lui ha fatto a noi, lavandoci i piedi per rimetterci in piedi.
Quindi nessuna vergogna a proclamare la nostra fede, a prostrarci davanti a Dio, a dire non solo con le labbra ma anche con tutto il nostro essere…
Signore grazie, Signore ti amo, Signore concedimi di rimanere qui ai tuoi piedi perché continui a prendermi cura di te, perché i tuoi piedi sono stanchi, sudati, gonfi…
Hai percorso e continui a percorrere tutte le strade del mondo,  per predicare il vangelo, la buona novella dell’amore che salva.
Concedimi Signore di darti questa piccola consolazione, questo conforto.
Chiamami Signore a questo ministero!
Ogni giorno canterò le tue lodi, se mi permetterai di farlo a te e mi aiuterai a non fare la schizzinosa per ogni fratello di cui non mi devo mai sentire migliore.
Voglio Signore che tu mi conceda di vedere un altro te in ogni persona che ha bisogno di essere rimessa in piedi attraverso il mio perdono, attraverso il mio abbassarmi e mettermi al suo servizio, ringraziandolo perché è il dono che tu mi fai di te stesso che continui a camminare per le strade del mondo.
Aiutami a non giudicare Signore, aiutami a fare quello che tu hai fatto ad ognuno di noi, aiutami Signore a non sentirmi mai a posto con te e con i fratelli.

L’utero di Dio

 

“La carità non avrà mai fine “. (1Cor 13,8)
“Dio è amore”, scrisse Giovanni, sotto un disegno che mostrava una famiglia felice, una coppia con un bambino a lato, preso per mano, con tanti raggi gialli luminosi.
Giovanni ad ogni colore dava un significato e il giallo per lui esprimeva la felicità, come il verde l’odio, il viola l’invidia.
Straordinari questi bambini che ti aprono le porte del Paradiso!
Ai piccoli infatti sono svelati i segreti del regno.
“Quante cose si possono fare con Gesù!” aveva detto Marco, un altro bambino speciale speciale, non perché l’ho conosciuto io, ma perché tutti i bambini sono speciali quando li osservi, li ascolti e ti fai guidare da loro.
Quando mi sono sposata non pensavo che avere dei figli comportava fatica come quella che mi è rimasta impressa di insegnare a Franco a scrivere nelle  righe, passando dallo stampatello al corsivo.
Ma non sapevo che dai bambini impari a guardare il mondo con altri occhi.
Per fortuna che il Signore mi ha dato un’altra chanche affidandomi i miei nipotini per fare gli esami di riparazione.
Bisogna veramente osservarli i bambini, anzi  diventare bambini e rientrare dell’utero di chi ti ha generato, per vedere svelati i misteri del regno.
Solo così puoi capire i discorsi di Gesù, farli tuoi, diventare come lui  ci ha promesso.
Questa notte, meditando i misteri gloriosi del rosario, non riuscivo a staccare la mente dal pensiero che, per poter contemplare il mistero non lo dovevi guardare da fuori, ma lo dovevi guardare da dentro, da dentro la pancia, dall’interno dell’utero di chi ti ha generato.
Così questa notte ho fatto un trasloco e invece di pensare che dalla terra guardavo il cielo, ho capovolto la cosa e ho pensato che dal cielo guardavo la terra, più che altro dal cuore di Dio guardavo Antonietta e guardavo tutti i suoi figli.
Io galleggiavo leggera nel suo utero.
Dal liquido amniotico mi sentivo cullata, nutrita, amata da Dio Padre, Eterno Amante, dal Figlio Eterno Amato e dallo Spirito Santo, Eterno Amore.
L’accordo della mia famiglia d’origine, la loro comunione, il loro amore facevano sì che mi sentissi al sicuro.
Era una sensazione bellissima perché  finalmente ero felice.
Le parole del Vangelo “ Vi ho suonato il flauto e non avete ballato, vi ho cantato un lamento e non avete pianto” mi sembravano appartenere un passato che non ritorna.
Ero arrivata nella casella del Cristo morto e risorto in quell’assurdo gioco dell’oca dove i dadi mi rimandavano sempre al punto di partenza.
La  meta che mi si prospettava all’inizio come una croce che nessuno ama e che tutti vorrebbero rigettare il mittente, si era  trasformata  in un grande utero accogliente, dove mi sentivo amata, protetta e nutrita per essere portata a perfezione.
Ricordo, quando mi sono sposata, la soddisfazione di cambiare il cognome (allora la legge lo imponeva) perchè dalla mia famiglia mi ero sentita poco amata.
Pensavo che nella famiglia di mio marito quell’amore l’avrei trovato nella sua interezza.
Quanto mi sbagliavo!
Ma nè nella prima nè nella seconda ho trovato l’amore perfetto.
Per questo, senza sapere di stare a cercarlo, ho incontrato il Signore,perché io cercavo l’amore e non Dio.
Ma Dio è amore.
E’ l’amore  che ti riempie la vita, ti dà il coraggio di andare avanti, alimenta la speranza, dà un senso a tutto quello che fai.
Sentirsi amati è sentirsi vivi, in quel caldo e sicuro rifugio che è la Sua casa di carne.
Attingendo alla fonte non puoi non desiderare di fare altrettanto, perché quello che impari nella Sua casa, sei capace di farlo anche tu per le persone che Gli stanno a cuore, tutti i figli che formano il Suo Corpo, la Chiesa.
“La carità non abbia finzioni”, dice San Paolo.
Ad una bimba che assisteva all’incontro prebattesimale dei genitori ho chiesto se sapeva cos’era l’amore e se l’aveva imparato dalla televisione.
Mi ha risposto che l’amore lo vedeva nei suoi genitori perchè anche quando litigano si riappacificano.
Le ho chiesto allora cosa i genitori dovevano insegnare ai figli.
“A fare la pace!”, la sua risposta.

George Edmund Street,Decorazione a piastrelle della navata, 1875 circa. Roma, San Paolo Dentro le mura.

“Voi siete il corpo di Cristo”(1Cor 12,27)

“Voi siete il corpo di Cristo”(1Cor 12,27)
Gesù risuscita il figlio della vedova di Naim perché è mosso a compassione delle lacrime della madre.
La morte non lo tocca, non è per lui un problema, perché l’ha vinta per sempre, offrendosi in sacrificio per noi.
Gesù in questo passo viene chiamato il Signore per la prima volta dall’evangelista Luca che gli dà il titolo che gli spetta, nel momento in cui mostra il suo potere sulla morte
Sant’Ambrogio ha visto nel pianto della donna prefigurato il pianto della Chiesa per la morte di Cristo.
Quel “Non piangere!” ci fa venire in mente il “Donna perchè piangi?”, parole rivolte da Gesù alla Maddalena che lo cercava in un cimitero.
“Non cercare tra i morti colui che è vivo “dicono i due angeli alle donne sconcertate davanti al sepolcro vuoto.
 Gesù è Signore della vita.
Luca mette questi due miracoli, quello della resurrezione del giovanetto e quello della guarigione del servo del centurione, a sostegno della risposta di Gesù sulla sua identità, agli inviati di Giovanni Battista.
«Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona notizia. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».
“Sei tu quello che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?” gli avevano chiesto.
I discepoli di Giovanni Battista non so se ne furono convinti fino in fondo e certe volte viene pure a noi il desiderio di sapere se è vero che Gesù è Cristo, il padrone della morte o se ne dobbiamo aspettarne un altro, visto che a morire continuiamo a morire tutti e nessuno è tornato a dirci il contrario
Ciò che affligge l’uomo di tutti i tempi è proprio il pensiero di dover morire, per cui si cerca in tutti i modi di anestetizzarsi perché non si accetta di dover lasciare prima o poi la propria vita con tutto ciò a cui si è legati.
La vita è un dono, ma  non tutti la ritengono tale, quando la malattia o la morte vengono a visitarci.
“Donna ecco tuo figlio!”
Lo dice Gesù sulla croce alla madre consegnandogli Giovanni un altro figlio da amare e a cui trasmettere tutto ciò che lui aveva insegnato,
“Figlio ecco tua madre!”
Lo dice al discepolo perché si prenda cura di lei, della Chiesa  di tutti i fratelli che la costituiscono, che formano il Suo Corpo mistico.
Tanti Gesù a cui dare vita..questo è il compito di ogni cristiano.
In punto di morte Gesù si preoccupa della sua Chiesa che non può reggersi se non c’è chi si prenda cura l’uno dell’altro
Noi siamo corpo di Cristo con il Battesimo, siamo innestati in Lui e da Lui attingiamo la fede, la speranza e l’amore, vale a dire quella predisposizione dell’anima ad anteporre ai nostri interessi gli interessi dell’altro.
Come  serbatoi veniamo riempiti dalla Sua linfa vitale e ci svuotiamo per irrigare le terre deserte e infruttuose di tanti fratelli lontani.

“Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto” (Lc 7,6).

Meditazioni sulla liturgia di
lunedì della XXIV settimana del Tempo ordinario
“Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto” (Lc 7,6).
Chi è degno Signore di riceverti nella propria casa?
Cristiani o non cristiani tutti abbiamo qualcosa da farci perdonare, abbiamo la casa in disordine, quella che tu ci hai dato per essere abitata dal tuo spirito, non tanto quella fatta di muri che provvediamo a tenere in ordine per salvare le apparenze o anche solo per ritrovare le cose quando la memoria comincia a fare cilecca.
Quando diventiamo vecchi riduciamo al massimo gli ingombri che potrebbero ostruirci il passaggio, quando oltre a noi devono passare carrozzelle o deambulatori.
Oppure provvedono i figli a buttarci le cose che a loro parere non servono a niente.
Se quindi siamo apparentemente a posto per quanto riguarda l’ambiente che ci circonda, non è poi così scontato che nei giovani come nei vecchi non alberghi un disordine più ostruttivo, quello dei pensieri, dei sentimenti non disciplinati, il disordine di una volontà deviata, il disordine del non amore come quello che ci illustra egregiamente San Paolo nella prima lettera ai Corinzi.
Mi ha colpito la frase:”Perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri “ che la dice lunga sul malcostume che si evidenzia in occasione di certe feste, in cui ci si affolla attorno al tavolo dove sono posizionate le vivande e “Beati gli ultimi se i primi sono onesti!” come diceva mio padre.
San Paolo alludeva all’Eucaristia dei primi Cristiani, che era seguita da un pasto comune dove si consumava il cibo messo in comune, che ognuno portava da casa.
Ma se è vero che sta scritto“ quando due o più si riuniscono nel mio nome, io sono in mezzo a loro”è epifania del Signore non solo in chiesa, ma ogni volta che le persone si radunano e condividono il cibo messo in comune.
Il radunarsi non è solo un radunarsi fisico, ma un raduno del cuore, nel momento in cui ti unisci ai fratelli nella preghiera e poi nell’agape fraterna, non trascurando i più bisognosi.
Prima di cominciare a mangiare non basta dire:” Signore benedici questo cibo che stiamo per prendere e fa’ che tutti ne abbiano”, lavandoci la coscienza, perché ci pensa il Padreterno.
Ci sono cose che facciamo inconsapevolmente, senza preoccuparci degli altri, pensando solo al nostro interesse alla nostra pancia, convinti che a noi nessuno può dire niente, perché non facciamo male a nessuno.
Il centurione, un pagano, ci dà una bella lezione di cosa sia la fede, che non è un affare per  primi della classe.
La fede non è pretendere ciò che ci spetta di diritto, ma attesa fiduciosa che Dio provveda a chi ne ha più bisogno servendosi di noi.
Ogni volta che vado alla messa nella cappellina della Madonna della Pace mi chiedo se l’orologio del sacerdote non sia per caso rotto, perché entra sempre con qualche minuto di ritardo, pur essendo già vestito e alla porta.
Ho capito solo da poco che il suo orologio è sincronizzato sulle esigenze dello Spirito che aspetta i ritardatari e non chiude i battenti a coloro che consapevolmente o meno arrivano a messa cominciata.
Così quella che ritenevo una scortesia nei confronti di quelli che arrivavano primi ( io sono una di quelli), la vivo come momento di grazia per gli ultimi e per me che ho più tempo per prepararmi alla comunione eucaristica.
“Domine non sum dignus” dice il Centurione e dovremmo dirlo ogni volta non solo con le labbra, quando andiamo alla messa, ma sempre con il cuore aperto ad accogliere la gratuità del dono che viene incontro alla nostra debolezza.
Voglio ringraziare il Signore perché attraverso la sua parola ogni giorno mi insegna qualcosa di nuovo e non è mai la stessa cosa come un tempo pensavo, una ripetizione noiosa di un testo già letto e riletto nell’anno e nel corso degli anni.
Gli anziani, per poter convincere Gesù, mettono davanti i meriti del Centurione che ha costruito la sinagoga ed è stato sempre benevolo nei loro confronti e della loro religione.
Ma a Gesù non interessano i meriti, perchè chi può vantarsi?
“Chi si vanta si vanti nel Signore” è scritto.

“E voi chi dite che io sia?”(Mc 8,29)

SFOGLIANDO IL DIARIO…
13 settembre 2009
Domenica della XXIV settimana del T.O. anno B
“E voi chi dite che io sia?”(Mc 8,29)
Oggi  Signore mi riproponi la domanda che esige una risposta chiara e convinta.
I tuoi discepoli fecero fatica a capire fino a quando non scese lo Spirito Santo sopra di loro.
Dovevi morire, Signore, perché la tua identità fosse svelata e non ci fossero dubbi su Chi ti aveva mandato e su cosa eri venuto a mostrare.
Le letture di oggi parlano dell’agire conseguente all’essere, della fede che, senza le opere, non vale a nulla, perché, se uno ama, agisce di conseguenza.
La conseguenza dell’amore, la testimonianza di quanto tu tenevi e tieni a noi l’hai data, offrendoti in sacrificio per la nostra salvezza Dovevi patire e morire, perché potesse scendere lo Spirito Santo a illuminarci.
Trentotto anni fa io e Gianni ci siamo sposati con la testa piena di sogni, ignari di quanto la vita matrimoniale fosse impegnativa, di quanto l’amore fosse  intransigente.
Abbiamo camminato, lottato fianco a fianco per tanti anni, da soli, vicini nel corpo, ma non uniti nello spirito, contro le avversità della vita.
Non noi , la nostra relazione di coppia, ma la mia malattia è stata la protagonista del nostro matrimonio.
Tu ci portavi in braccio in quegli anni bui, quando tutte le illusioni man mano cadevano, ma noi non ce ne siamo accorti.
Oggi sei diventato il nostro punto di riferimento, Signore , che ci sforziamo di non perdere mai di vista.
Ti vogliamo lodare, benedire e ringraziare, perché tu sei la ragione della nostra speranza.
Tu doni pace al tumulto del cuore, tu ci togli la paura e riannodi i fili spezzati della nostra comunicazione ancora tanto faticosa da sembrare a volte impossibile.
Tu Signore sei stato la nostra salvezza, tu la roccia che non crolla, dai senso al nostro soffrire, forza alle nostre braccia stanche.
Tu rinnovi ogni giorno il nostro cuore, rendendolo capace di amare.
Signore grazie per questo tirocinio costante, questa lotta a cui tu ci stai abituando, perché possiamo gustare già da adesso un frammento di paradiso e dire agli smarriti di cuore:” Coraggio, il Signore è con te!”
Signore non so come e dove saremmo oggi se non ti avessimo incontrato.
Certo che il nostro cuore sarebbe in subbuglio, forse ci avremmo messo un catenaccio perchè non andasse in frantumi.
Saldamente legati, vincolati con doveri di reciproco amore, tu hai riscritto la nostra storia perché ti rendessimo gloria e mostrassimo al mondo quanto è grande la tua misericordia.