ESSERE E DOVER ESSERE

“Per voi tutto sarà puro”.(Lc 11,41)

Questo passo del Vangelo di Luca sembra molto simile ad altri passi paralleli dei sinottici in cui si parla del formalismo dei riti che finiscono per essere scambiati per il fine e non visti come mezzo per entrare nel mistero, essere traghettati nell’oltre di Dio e renderlo quindi visibile.
La lettera di San Paolo ai Romani parla della ricerca dell’uomo di Dio, che passa attraverso le meraviglie del creato che sono un veicolo potente per arrivare ad affermare l’esistenza, la potenza, la gloria del nostro Creatore.
Ma anche il creato può essere scambiato come fine della ricerca e non come strumento di conoscenza.
L’uomo quando non fa il salto della fede, molto spesso diventa il protagonista della ricerca, il Dio di se stesso, perché ciò che scopre lo conferma nella sua capacità di scoprire, quindi ne rafforza l’autostima.
Senza la fede l’uomo rischia di mettere sul piedistallo se stesso o un idolo muto.
La fede è dono e viene concessa a chi, consapevole dei propri limiti, si rivolge e tende a ciò che non conosce ma che sa essere più grande, migliore di lui.
Scambiare il mezzo (il creato, l’intelligenza) per il fine, crea il contrario della fede.
Così come i riti svuotati di senso finiscono per seppellirci nelle nostre tombe imbiancate.
Gesù dice che noi (farisei) ci preoccupiamo di pulire (apparire belli, buoni, bravi) ma poi agiamo come ladri del bene comune.
Infatti se invece di pulire l’esterno, dessimo in elemosina ciò che è contenuto dentro noi stessi, il nostro cuore, le nostre capacità, la nostra intelligenza, ecc.. e lo condividessimo con i nostri fratelli più bisognosi, sicuramente saremmo bianchi come la neve, del tutto mondi, puliti.
Quanto è difficile Signore liberarsi dalle scorie del dover essere, dell’apparire, quanto più facile lavarsi la coscienza con una messa o con un rosario!
Quanto ci costa Signore espropriarci delle cose che sono frutto di rapina (ciò che non ci serve non ci appartiene), ricchezza disonesta, perché attribuiamo a noi sempre il merito di essere avveduti e di saper accumulare e mettere da parte per vivere sicuri nella nostra vecchiaia.
Quanto siamo pigri Signore a donare agli altri anche solo un po’ del nostro tempo! Un tempo non inquinato da altri pensieri, un tempo di ascolto, di compassione, di condivisione!
Quanto ci costa Signore aprire il cuore all’altro, specie se non è amabile o ci ha fatto un affronto o solo ci giudica meno di quello che pensiamo di valere!
Signore insegnami a perdonare, insegnami ad amare, a condividere, a non aver paura di scoprire il petto e allargare le braccia per dire: “Mi fido di te!”.
Ma prima di potermi fidare degli altri Signore devo imparare a fidarmi di te e non sempre ne sono capace.
La fiducia che tu riponi in me è dono della tua eterna misericordia e non la ritiri mai, neanche quando non la merito, perché mi comporto come se tutto dipendesse da me.
Se riuscissi a farlo Signore, tutte le mie malattie scomparirebbero.
Ma io continuo ad essere legata al giudizio degli altri.
Liberami Signore dalle catene del dover essere!

Annunci

Seduta ai piedi di Gesù ascoltava la sua parola.(Lc 10,39)

SFOGLIANDO IL DIARIO…
8 settembre 2013
martedì della XXVII settimana del tempo ordinario
ore 6:20

Seduta ai piedi di Gesù ascoltava la sua parola.(Lc 10,39)

Quando Gesù fece la moltiplicazione dei pani e dei pesci disse ai suoi discepoli:” fateli sedere”, riferendosi alla folla che da tre giorni lo seguiva.
Per incontrare Gesù, per conoscerlo, per amarlo, per servirlo meglio, è necessario sedersi.
Nell’Equipe Notre-Dame questo dovere di sedersi è alla base di tutta la spiritualità del Movimento, rivolta ai coniugi per i quali questo è il primo dovere per guardarsi negli occhi e ascoltarsi.
Ascoltare l’altro senza interromperlo, ascoltarlo senza pregiudizi, con l’animo sgombro da qualsiasi rivendicazione, mettendo a fuoco solo ciò che ci dirà, e che quello che ci dirà gli appartiene, è suo, e ci mostra come egli è.
Dovere di sedersi, dovere di ascoltare, presupponendo che l’altro abbia ragione perché sta parlando di se stesso, anche quando non sembra.
Il servizio alla persona non può prescindere da una preventiva disponibilità all’ascolto.
Molto spesso pensiamo che sia giusto quello che facciamo e ci lamentiamo della fatica e dell’ ingratitudine dei destinatari dei nostri sforzi, senza mai chiederci se veramente è quello di cui hanno bisogno.
Ascoltare è possibile solo se si riesce fare silenzio, far tacere tutte le preoccupazioni che ci attanagliano e ci legano.
Silenzio interiore… è una parola!
Giovanni, quando era piccolo, diceva che pensieri lo disturbavano e si chiedeva perché Dio aveva inventato il cervello.
Allora sorridemmo delle sue domande precoci per un bambino di 5 anni, nelle quali io mi ritrovavo a quasi 70 anni.
Gianni, mio marito, soleva dire, quando cominciarono le vie dolorose, che dovevo farmi la lobotomia, perché solo così sarei guarita, spegnendo il pensiero.
In questi ultimi tempi i pensieri non riesco a fermarli, pur volendolo, pur desiderandolo con tutto il cuore, seduta ai Suoi piedi.
Mi sembra che, come vedo offuscato, così si sono offuscati i pensieri, come è incerto e traballante il mio andare, come è impreciso ciò che faccio con le mani.
Il Signore sa di cosa ho bisogno, ma io non ci capisco più niente.
Penso al riposo, al sonno, al nulla che potrebbero in questo momento porre fine a questa agonia.
Ti chiedo perdono Signore per questi pensieri, perché vorrei riposare, dormire, non ho voglia in questo momento di ascoltarti; a te lo posso dire, tu mi capisci.
Vorrei che tutti stessero zitti, che il mio cervello, ma specialmente il mio corpo cessasse di urlare.
Mentre stavano proiettando il film a Loreto “Una storia vera” mi sono sentita male almeno nella prima ora, tanto che sentivo urgente bisogno di fuggire per andare a distendermi.
Le gambe e i piedi s’erano addormentati e volevo fuggire da quel silenzio , da quella lentezza esasperata che scandisce la storia del film…
Ho pensato quanto mi dà fastidio l’assenza di parole , andare a rilento , sì che io cerco di riempire i vuoti lasciati dagli altri con le mie parole .
È una compulsione fortissima tanto che poi non riesco a smettere, anche se me l’impongo.
Sento la contraddizione tra quanto faccio e quello che desidero fare, mi sento dilaniata, divisa e vorrei riposare nelle tue braccia Signore .
So che sarebbe la cosa migliore ma non riesco a spegnere questo cervello.
Io so che non posso tirarmi indietro , che anche il pomeriggio sarò impegnata che non troverò riposo e probabilmente non sarò in grado di ascoltarti Signore.
Non potrò sedermi davanti a te oggi, anche se ne sento forte il bisogno.
Ripulisci il mio cervello Signore, liberami da tutti i pensieri inutili e dannosi, apri una via dove sembra non ci sia, anche se non ti ho lodato, benedetto e ringraziato.

“Una storia vera” il film che hanno proiettato a Loreto i coniugi Gillini, parlava di un handicappato che comincia un viaggio alla volta del fratello che non vedeva da anni e che stava male.
L’aver litigato ferocemente con lui dopo un periodo dell’infanzia veramente idilliaco (la cosa che ricordava era il cielo stellato su cui convergevano i loro sguardi, quando il sole tramontava, un cielo che li incantava e nel quale si perdevano, un cielo stellato che non appartiene a nessuno e tutti possono goderne)
Nel corso a cui stavamo partecipando (Nonni che fortuna!), una signora della nostra età, ricordando un gesto, un’emozione, un profumo, un gesto… ( ce l’avevano dato come compito) ha detto che il nonno per farle passare la tristezza se la metteva sopra le spalle e le diceva di tirare su le braccia perché così avrebbe toccato le stelle.
Un’altra ha ricordato il velo che avevano messo sulla bara del nonno che non le fece impressione, non la spaventò, perché le sembrò cosa bella per custodire anche in futuro stenderci un velo senza nascondere i tesori.
Non so perché sto dicendo queste cose, visto che volevo fare la relazione sul corso a cui abbiamo partecipato a Loreto.
A me venne in mente, ma non lo dissi, che l’immagine più forte che mi trasmise mio padre, fu la carezza, il buffetto che suo padre, morto a 28 anni, gli dette, mentre stava in braccio a sua madre.
Era l’unico ricordo che gli aveva lasciato, una carezza…
Era un ricordo che non mi riguardava all’apparenza, ma se ci penso, forse è la nostalgia di una Tua carezza che mi aiuta a sperare che ti ritroverò mio Signore e in silenzio mi siederò ai tuoi piedi per farti parlare…

” Signore insegnaci a pregare!” (Lc 11,1)

” Signore insegnaci a pregare!” (Lc 11,1)
Non basterà una vita perchè impariamo a farlo, non con parole che escano dalla bocca, anche se sono di Dio, ma da un sentimento forte e stabile che alberga nel nostro cuore.
Quanti paternostri ho detto in vita mia, ma quanti me li sono dovuti sudare con una supplica incessante a Dio perchè lo sentissi Padre!
Perchè il problema sta tutto lì.
Un conto è pensare che hai davanti Dio, Essere perfettissimo,Creatore e Signore del cielo e della terra davanti al quale ti senti una pulce, polvere sulla sua bilancia, un niente, peccatore recidivo, nonostante le promesse, un conto che stai parlando con tuo Padre, che, per quanto rispetto gli voglia portare è uno con cui hai confidenza e non ti vergogni di essere quello che sei.
Un padre ama i figli a prescindere, anche se disubbidiscono ed è pronto ad aiutarli sempre, se si trovano in difficoltà ( i padri normali, non i deviati, che purtroppo ci sono).
Conciliare le due cose è molto difficile e se ci riuscissimo avremmo trovato la chiave per vivere il paradiso già su questa terra.
Ci sono notti che la prima parte di questa preghiera mi rimane così difficile che dico rosari di avemarie perchè Lei, la perfetta Figlia mi insegni l’abc della fede.
Come faccio a sentire Padre un Dio che permette tanti lutti, tante sofferenze, tanto disordine, tanta ingiustizia qui su questa terra?
Ad uno sguardo superficiale mi verrebbe da dire che è patrigno e che questa vita me la poteva risparmiare, visto che nessuno gliel’ha chiesta.
Quando ho queste tentazioni diaboliche guardo la stella e invoco Maria.
Per fortuna che il Signore mi ha dato un sacco in cui riporre tutti i suoi doni, un sacco che sta a me riempire con i grazie che spontaneamente mi salgono alla bocca per qualcosa che non è scontato, un’improvvisata, un guizzo, un bagliore, una luce nel buio della notte.
La vita all’uomo la dà la memoria. Ricordare tanti suoi benefici ti porta a sollevare lo sguardo al cielo e credere che i miracoli sono ancora possibili perchè Dio non si stanca di amare.
“Insegnaci a pregare” dicono i discepoli a Gesù dopo aver osservato la sua abitudine a ritirarsi solo in disparte e tornare con il volto trasfigurato.
Credo che sia andata proprio così, perchè altrimenti non ci sarebbe stata ragione di chiederglielo.
Ricordo che quando per la prima volta misi piede in una chiesa ciò che mi colpì fu il volto sereno e gioioso delle persone che stavano pregando.
Qualunque cosa avessero mangiato per essere così gioiosi, ricordo che pensai, doveva diventare il mio pane quotidiano.
E così fu.
Dacci ogni giorno il nostro pane, non quello degli altri, nè più nè meno del giusto.
Non vogliamo sottrarre a nessuno il necessario e se noi non ne siamo capaci, affidiamo a Dio di distribuire ciò di cui abbiamo bisogno in modo imparziale secondo la sua giustizia.
San Luca non dice di chiamare il Padre “nostro” come riportano gli altri evangelisti, forse per paura che ce ne appropriamo e non vogliamo condividerlo con nessuno, come fanno i bambini che non si sognano di prestare il papà e la mamma a chichessia.
Nostri sono invece i peccati come i debitori e non possiamo rivenderceli.
Se guardiamo bene l’aggettivo possessivo “tuo” è usato due volte per il nome e per il regno.
” Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno”

Il tuo nome, il tuo regno, non il mio o quello di chi si crede di essere Dio o pretende di darti consigli.
Perchè tu sei un Dio di pace, un Dio di giustizia, di perdono e di misericordia, venuto a salvarci dalla nostra salvezza.
Perchè tu sei PADRE.

“Misericordia e verità s’incontreranno,
giustizia e pace si baceranno.
La verità germoglierà dalla terra
e la giustizia si affaccerà dal cielo” (Salmo 85)

“Ricostruite la mia casa” (Ag 1,8)

(Ag 1,1-8)

Ricostruite la mia casa, in essa mi compiacerò.

Dal libro del profeta Aggèo

L’anno secondo del re Dario, il primo giorno del sesto mese, questa parola del Signore fu rivolta per mezzo del profeta Aggeo a Zorobabele, figlio di Sealtièl, governatore della Giudea, e a Giosuè, figlio di Iosadàk, sommo sacerdote.
«Così parla il Signore degli eserciti: Questo popolo dice: “Non è ancora venuto il tempo di ricostruire la casa del Signore!”».
Allora fu rivolta per mezzo del profeta Aggeo questa parola del Signore: «Vi sembra questo il tempo di abitare tranquilli nelle vostre case ben coperte, mentre questa casa è ancora in rovina? Ora, così dice il Signore degli eserciti: Riflettete bene sul vostro comportamento! Avete seminato molto, ma avete raccolto poco; avete mangiato, ma non da togliervi la fame; avete bevuto, ma non fino a inebriarvi; vi siete vestiti, ma non vi siete riscaldati; l’operaio ha avuto il salario, ma per metterlo in un sacchetto forato. Così dice il Signore degli eserciti: Riflettete bene sul vostro comportamento! Salite sul monte, portate legname, ricostruite la mia casa. In essa mi compiacerò e manifesterò la mia gloria, dice il Signore».

La parola che oggi la liturgia ci propone mi fa pensare alla famiglia, sempre più povera di case dove abitare, alla ricerca di chi o di cosa possa offrirle ciò di cui ha bisogno, uno spazio dove si coltivano piante in via d’estinzione, si allacciano legami che non si consumano, si tessono trame che non si scompongono, un luogo dove, nella ricerca dell’altro, l’uomo ritrova se stesso, dove, attraverso le relazioni intessute, si ricompone la sua frammentazione, la disgregazione a cui la società spesso lo costringe.
La casa dove ritrova la sua identità nell’essere uomo, nell’essere coppia, nell’essere famiglia, nell’essere popolo dei figli di Dio.
La casa, intesa come luogo dell’ascolto, del silenzio, della preghiera, della presenza di un Dio che si manifesta e cammina con noi, spazio di contemplazione e di adorazione, ma anche cantiere aperto a tutte le attività che servono per renderla stabile e salda, funzionale alle necessità di chi vi abita, aperta all’incontro e all’accoglienza.
Casa cantiere, dove le porte non sono blindate, dove le finestre sono aperte sul mondo, dove il pellegrino può poggiare il mantello e riposarsi.
Di quale casa ha bisogno l’uomo del nostro tempo? Chi deve accogliere, cosa deve contenere, la dimora dell’uomo che cerca l’unità di una vita vissuta disgregandosi attraverso le molteplici esperienze a cui la civiltà dei consumi lo chiama?
Se fosse un cane, diremmo che l’uomo ha bisogno di una cuccia e ci adopereremmo per costruirgliene una bella e confortevole, come anche se fosse un pappagallo, non ci sarebbe difficile costruirgli una gabbia quand’anche fosse d’oro.
Ma l’uomo ha bisogno di ben altro, anche se, a sentire la televisione o i giornali, sembrerebbe che i suoi bisogni siano belle donne, belle macchine, ricette per non invecchiare, cibo che non si prepara con la fatica, l’attenzione e l’amore di un tempo, quando il poco diventava molto nelle povere e sapienti mani delle nostre nonne, quando la sfida era invecchiare bene e con sapienza, quando il tempo non correva più in fretta dei sogni, quando la casa era riscaldata da veri camini di amore sofferto e condiviso.
“Chi è l’uomo perché te ne curi, chi è l’uomo perché te ne ricordi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli di gloria e di onore lo hai coronato, tutto hai messo ai suoi piedi”.
Se l’uomo è così importante da suscitare tanta attenzione da parte di Chi ha costruito il mondo e tutto quanto contiene, sicuramente ha diritto a qualcosa di speciale.
La casa luogo dell’incontro con Dio, luogo dell’incontro con i fratelli attraverso i quali Dio si manifesta.
La vita alla casa lo dà l’amore che è fatto di condivisione, di solidarietà, di patire con e per, di rapporto stretto con un Dio che tiene unite tutte le stanze, attraverso i fili del telefono, della luce, le condutture dell’acqua e del gas…
Stanze di uomini, in comunicazione tra loro attraverso ciò che Dio dispensa con abbondanza, se si tengono aperti, puliti i canali, non lasciandoli otturare o rompere dal desiderio di isolarsi, appartandosi e agendo per conto proprio.
Bella e suggestiva è l’immagine (tratta dall’Antico Testamento), della casa tenda, come quella che si porta sulle spalle (come la croce), che si porta anche per gli altri, per i piccoli, i malati, gli anziani, ma che a sera si pianta per accogliere la famiglia , tenda che si dilata fino a non avere confini e ad abbracciare il mondo, pronta a ricevere, accogliere chiunque abbia bisogno.
La casa, cuore di un’umanità inquieta e sofferente, duro, incapace di amare, di donarsi, di dilatarsi.
La casa cuore di pietra che diventa cuore di carne, è l’immagine consolatoria che comunica il Dio della tenda, il Dio con noi, che viaggia con noi, che si mostra , si manifesta lì dove c’è fede, dove c’è apertura a Lui, dove c’è povertà di spirito, desiderio di essere da Lui riempiti.
Il Dio della tenda è il Maestro, per ricostruire le nostre case traballanti, fondate sulla sabbia, case in cemento armato che conservano l’armatura , per difendere il proprio egoismo e difendersi da quello altrui, case che hanno perso il cemento per tenere uniti i mattoni inerti che si staccano e rendono invivibile uno spazio sforacchiato, aperto a tutte le intemperie.
La casa dell’Antico Testamento è il luogo in cui Dio abita, dove l’uomo può abitare, perché la si porta dietro, sulle spalle, nel cuore, perché è aperta alle relazioni, al dialogo, aperta allo Spirito.
La casa di carne è quella che più di ogni altra noi siamo chiamati a costruire, quella che in Cristo Gesù si realizza, Gesù tempio, casa di carne, che si fa spezzare ogni giorno sopra gli altari dal sacerdote, che si fa pane per spegnere la fame di tutti gli affamati del mondo.
Nello sforzo di rendere visibile il Dio relazione d’amore, il Dio uno e trino, si costruisce la casa che può subire mille traslochi senza perdere mai la sua identità.
In una casa siffatta tutto appartiene a Dio e quindi vi prende stabile dimora la santità.
Partire dall’uomo primo Adamo, e tornare a Cristo, nuovo Adamo è l’unica strada per sapere di quale casa egli ha bisogno, quale casa ricostruire.

“Il vino nuovo bisogna metterlo in otri nuovi.” (Lc 5,38)

“Il vino nuovo bisogna metterlo in otri nuovi.” (Lc 5,38)

“Quando tu sei con me, questa stanza non ha più parenti”, dice una canzone.
L’amore umano fa sperimentare nell’apice dell’attrazione, quanto le categorie umane passino in secondo ordine, quanto il giudizio degli uomini non sia tenuto in nessuna considerazione, perché i nostri occhi vedono ciò che gli altri non vedono, non sperimentano, non toccano, non sentono.
Così una stanza può non avere più pareti, ma alberi infiniti.
Il corpo dell’amata diventa un giardino e gli occhi perle e la bocca ha il sapore di un frutto succoso.
Dimentichi di mangiare, di bere, vivi nell’attesa gioiosa e vigilante, tendi l’orecchio, sussulti al minimo rumore di passi che senti avvicinarsi, quando lo sposo è lontano.
Tu Signore sei lo sposo ed è bello pensare a te, collegando la meraviglia dell’inizio di ogni amore umano con la meraviglia di questo rapporto sponsale con te che non ci abbandoni, che sei fedele sempre, che non deludi mai le aspettative, man mano che diventi più intimo a noi, ci introduci nelle più segrete stanze della tua casa e ci doni il tuo corpo come suggello di un amore che non conosce limiti, condizionamenti, misura.
Tu Signore dai tutto e da noi pretendi tutto, perché nel tutto si perfeziona l’amore.
Quando vogliamo lasciare qualcosa per noi è come se un vestito liso volessimo renderlo nuovo mettendoci una toppa di stoffa robusta o volessimo chiudere un vino nuovo in otri vecchi.
Tu Signore rinnovi la meraviglia dell’inizio, quando ci accostiamo a te con amore sincero.
Tu ci fai pregustare le meraviglie del regno, quando ci metti davanti l’amore.
L’amore umano è segno del tuo amore divino, è frammento, scintilla.
Quanta gioia, quanta trepidazione, quanta incoscienza nella prima fase dell’innamoramento.
Sembra che la terra non stia più sotto i nostri piedi e ci sembra di volare quando i nostri desideri s’incontrano.
Purtroppo nell’amore umano i desideri ben presto divergono e ciò che prima sembrava scontato, eterno, indistruttibile, immutabile, mostra i segni del deperimento, dell’invecchiamento, si logora, si rompe e mostra le nostre nudità, le nostre ferite, lo sporco che non si vedeva.
Con te, Signore le cose vanno così e durano perché tu non inorridisci di fronte alla nostra nudità, non ti ergi a giudice delle nostre inadeguatezze, ma curi le nostre ferite, lavi le nostre brutture, ti chini sulle nostre cadute e ci rialzi.
Tu Signore non sei come gli uomini del mondo che amano fin quando siamo amabili, ma continui a mostrarci il tuo volto mite e generoso, lento all’ira e ricco di grazia verso di noi, tue creature, che tu vuoi ridare alla luce, far rinascere dall’alto, rivestire di una veste nuova e splendente, indistruttibile corazza contro il nemico.
Tu Signore sei lo sposo perfetto che non delude e con te l’idillio dura in eterno.
Tu continui a scriverci lettere d’amore, tu continui a fidarti di noi, ad aprirci le braccia e a sussurrarci all’orecchio di fronte a qualsiasi difficoltà: “non temere sono con te tutti i giorni”.
Anche se non ti vediamo Signore tu sei con noi, l’Emanuele, il Dio con noi, oggi e sempre.
“Sono stato dovunque sei andato” hai detto a Davide che voleva costruirti una casa e circoscriverti in un tempio fatto di muri.
“Il Signore è qui e non lo sapevo!” dice Giacobbe nella notte più buia della sua vita.
Tu Signore sei vicino a noi nei nostri fallimenti, non ti scandalizzi né ci giudichi per le nostre dimenticanze, per i nostri peccati, ma continui a tenderci la mano, continui a parlarci d’amore.
Signore, se gli uomini potessero scoprire quanto ci ami!
Se potessero incontrarti nei momenti più drammatici della propria vita, quando ci si sente schiacciati da pesi incommensurabili, incapaci di scrollarci di dosso tutto quello che ci è caduto sulle spalle.
Se gli uomini, potessero vedere quali sono le cose di cui hanno veramente bisogno! Se riuscissero a riconoscerti anche se hai il volto sfigurato e ripugnante di un uomo flagellato, colpito, gonfio, tumefatto, sporco per gli sputi, segnato per le ferite, deturpato per i segni dell’irriverenza e la derisione di chi voleva cancellare la tua immagine e toglierti di mezzo!
Gli occhi Signore però non li hanno toccati, gli occhi te li hanno risparmiati, quegli occhi dai quali mi sento guardata, nei quali mi specchio, quegli occhi che mi definiscono come figlia, sorella, sposa.

“L’uomo non divida ciò che Dio ha congiunto”(Mt 19,6)

“L’uomo non divida ciò che Dio ha congiunto”(Mt 19,6)

Io so chi sei, so come ti chiami, so cosa vuoi, so che sei tu che continui a tramare inganni perchè l’uomo si separi da Dio il tuo e nostro creatore, da Dio al quale tu hai deciso di ribellarti perchè volevi essere come Lui, volevi sostituirti a Lui.
Ma l’uomo non può coscientemente abbandonare la luce per vivere nelle tenebre e, se lo fa, è perchè tu lo inganni con monete false, con falsi piaceri, con falsi beni, con tutto ciò che gli dà un piacere immediato che lo porta alla morte.
Io so che sei il divisore, che non vuoi che stiamo insieme e che andiamo d’accordo, perchè l’unione fa la forza e tu temi chi si unisce nel nome del Signore, temi tutto ciò che sbarra la strada al tuo progetto di distruzione e di morte.
” Quando due o più sono uniti nel mio nome io sono in mezzo a loro” ha detto Gesù che ha anche detto” Voglio che siano una sola cosa con me e con te, Padre”.
Signore tu ci hai chiamato all’unità. ci hai dato, attraverso lo Spirito effuso sulla croce e versato sulla tua chiesa Maria, tua madre e Giovanni, il discepolo che tu amavi, e vuoi che le nostre diversità diventino materiale vivo per costruire la tua Chiesa , la sposa, una costruzione di cui tu, pietra scartata dai costruttori, sei diventato testata d’angolo.
Tu vuoi Signore che ci amiamo, che la famiglia insegni e testimoni l’amore, che il mondo, attraverso l’indissolubilità del patto coniugale, ripeta e rinnovi ogni momento il sì alla tua alleanza che è alleanza di pace, di amore, di gioia, di festa, di eternità.
Tu Signore ci chiedi quello che ci rende felici, ciò che ci rende fecondi, ciò che ci fa come te, figli ed eredi del patrimonio d’amore senza fine che tu hai già assegnato ad ognuno di noi.
Siamo tuoi figli e gregge del tuo pascolo.
Tu ci nutri con fior di frumento, vedi e provvedi ai nostri bisogni, indicandoci la strada per non rimanere soli nel deserto e morire.
Questa notte credevo che tu mi chiamassi finalmente a stare con te, Signore, perchè i giorni sono terribili, con i dolori che mi schiantano, mi dilaniano, mi fanno venir meno.
Ma io Signore credo a quello che tu hai detto e, se la notte non c’è nessuno che si unisca alla mia preghiera, c’è sempre Maria alla quale ci siamo consacrati e incatenati io e il mio sposo, con la quale posso aprirti il cuore e invocarti e chiederti la liberazione dai lacci di morte, catene che mi vogliono dividere da te, che mi vogliono convincere che tu non sei un Padre ma solo un aguzzino.
Prego con Maria, certa che tu non parli a vanvera.
Ieri pomeriggio eravamo in tre a chiederti di avere pietà e misericordia di noi, perchè abbiamo unito le nostre braccia a lei, tua madre, nostra madre.
Mentre pregavo guardavo i braccialetti al polso, segno della nostra consacrazione alla Madonna ed ero felice perchè eravamo tre a rivolgerti la preghiera.
Tu l’hai detto, “quando due o tre.. si riuniscono nel mio nome, io sono in mezzo a loro”.
Ho gridato, ho pianto, ho invocato il tuo nome, mi sono fatta portavoce del desideri della tua piccola chiesa perchè scendessi e sollevassi la mia croce.
L’immagine di te, Padre, che mantieni la croce di Gesù mi aveva accompagnato per tutta la giornata e da quell’icona ho tratto forza per non soccombere.
Lo spirito Santo ti univa al Figlio, lo Spirito Santo ha unito noi tre che pregavamo nella valle della disperazione e ci ha mostrato che eravamo quattro a rivolgerti il grido d’aiuto.
Perchè Gesù era con noi…
Non potevi essere sordo alle nostre preghiere, perchè i nostri alleati l’avevamo scelti tra i migliori, erano e sono i tuoi alleati da sempre, uniti a te da un vincolo d’amore che mai si è spezzato.
Se ieri pensavo che eravamo in quattro, questa mattina penso e credo che lo Spirito Santo è presente, era presente anche ieri, non si è aggiunto oggi, per l’occasione.
Lo Spirito Santo è il tuo amore che fonde i cuori, scioglie i lacci che ci impediscono di uscire fuori dal nostro io, di rinnegare noi stessi, lo Spirito Santo è il dono che oggi tu ci mostri come il tesoro da cui possiamo sperare di trarre tutto il bene possibile, il tesoro che ci fa vivere, l’antenna che si sintonizza sulle frequenze del cielo e ci fa sentire un popolo unico guidato da un unico pastore.
La divisione sia anatema, la maledizione sia trasformata in una benedizione ora e sempre.

FEDE E BAMBINI

SFOGLIANDO IL DIARIO…
11 agosto 2015
martedì della XIX settimana del TO
SANTA CHIARA
ore6.32

” Il Signore cammina egli stesso davanti a te” (Dt 31,8)

Se non ci fossi tu a rassicurarmi Signore scapperei dalla paura, tornerei indietro, mi nasconderei e mi lascerei morire, dimenticata da tutti.
Se non ci fossi tu Signore che mi dai ogni giorno una parola di speranza, mi ricordi quanto hai fatto per i tuoi figli in generale e per ognuno in particolare, se non ci fossi Signore bisognerebbe inventarti, in tutto uguale a te, cosa per noi uomini difficile se non impossibile.
Con il tuo aiuto Signore impariamo a riconoscere i veri bisogni, impariamo a parlare con te e a chiederti ciò che tu vuoi, che è buono per noi, impariamo a fidarci perchè mai ci hai fatto mancare il pane, la parola di vita, necessario viatico per godere dei beni promessi.
Ti ringrazio Signore perchè mi hai fatto rientrare nel tuo utero di padre e di madre, nel tuo utero accogliente e sicuro, nella tua casa dove niente manca per realizzare il tuo progetto d’amore e godere della tua eredità.
Grazie Signore di questa progressiva infanzia spirituale, di questa fiducia che aumenta ogni giorno di più nei confronti di te che ti prendi cura di me.
Tu non fai come faceva mia madre quando ero in panne, dicendomi” Arrangiati!” parole che mi hanno condizionato tutta la vita, perchè ho dovuto imparare un arte che mi serviva per non soccombere agli inevitabili ostacoli della vita, ma che hanno alimentato e rafforzato l’orgoglio e l’autosufficienza fino a pensare che potevo fare a meno di tutti.
Tu conosci la mia storia Signore, conosci quante insidie si nascondono dietro la corsa, lo sforzo per conquistare l’autonomia, l’autosufficienza, per poter bastare a me stessa, senza dire grazie a nessuno.
Tu sai Signore quanto è stato duro il cammino nel deserto che mi costruivo intorno e che si allargava sempre più a dismisura, man mano che raggiungevo da sola il trofeo del ” ci sono riuscita!”, un deserto che ha allontanato da me le voci degli uomini, mi ha chiuso le orecchie e gli occhi a ciò che stava fuori e ciò che dentro, senza accorgermene, nascondevo e mettevo a tacere.
Spesso ho pensato di essere nata grande, di non aver mai avuto il diritto di stare nelle braccia di qualcuno, tanto meno nelle tue braccia, perchè le pecore madri tu non le metti sopra le spalle come gli agnellini appena nati.
Ho pensato che il mio destino era segnato, da quando sono nata in una famiglia numerosa con tanti fratelli da accudire, essendo la più grande.
Mamma lavorava e si fidava di me, completamente, si appoggiava a me per essere aiutata a gestire la casa, il lavoro, i figli in un tempo in cui i problemi dell’assistenza ai più deboli si risolvevano in famiglia.
Questa scuola mi ha tanto fortificato da pensare che a me tutto era possibile, che per ogni problema sapevo trovare la soluzione, che tutto questo potevo insegnarlo anche agli altri.
Per questo sono diventata insegnante di metodo, più che di discipline.
Ho fatto tanta fatica Signore per diventare grande, autonoma, autosufficiente, brava agli occhi degli altri, impeccabile, contorsionista, prestigiatore, pagliaccio, tutto per rimanere al centro del palcoscenico in attesa di applausi.
Poi il teatro si è svuotato, le luci si sono spente e io sono rimasta sola con un pugno di mosche, fumo che non riusciva a coprire le mie vergogne.
Mi sono sempre paragonata ad un titano e ne ero fiera, e quello che più mi ispirava era Prometeo perchè aveva osato rubare il fuoco al suo dio e ne era fiero, anche se ne aveva subito un’irreversibile condanna.
Il suo cuore, divorato la notte da un animale rapace, di giorno ricresceva più rosso che mai, e questo era il suo e mio vanto.
Poi ti ho incontrato, nel deserto, e a te ho rivolto parole, le prime dopo anni di solitudine, parole che oggi mi sembrano blasfeme, vedendo in te uno come me, uno che soffriva, uno con cui potevo parlare alla pari, condividere il mio dolore, la mia solitudine, la mia disperazione che era anche la tua.
“Pure tu!” esclamai,” Pure tu!”
Chissà perchè mi venne da dire così, quando c’era tanta gente che soffriva e moriva. “Pure tu!”
Avevo trovato qualcuno a cui non dovevo dare consigli, suggerire soluzioni, ma qualcuno con cui condividere l’impotenza, il dolore, l’abbandono, la morte.
Anche se stavi attaccato ad una croce che mi sovrastava ed era molto più grande di me, ricordo che il mio parlare con te fu come con un compagno di viaggio, alla pari, un uomo che forse poteva insegnarmi qualcosa e aiutarmi ad uscire dal mio deserto.
Da quel giorno, non ho smesso di ascoltare la tua voce o Signore che mi arrivava più distinta man mano che scendevo da quel piedistallo che mi faceva sentire pari a te.
Ora sono ai tuoi piedi Signore e mi sento piccola, tanto piccola, incapace anche di camminare.
Ora non mi sento di dare consigli a nessuno, ma di mettermi in ascolto di quello che tu mi dici.
Voglio diventare ancora più piccola Signore, un granello di senapa, invisibile quasi, voglio essere l’ultima nata del tuo gregge per avere la speranza di un abbraccio, di un bacio, di una carezza, di un latte non inquinato, preso alla fonte delle tue mammelle, tanto piccola da rientrare nel tuo utero dove nè bombe, nè soldati, nè paure, nè sfollamenti, attentino alla mia sicurezza.
Sì Signore voglio essere la tua piccola bimba, la tua consolazione, il tuo gioco, il tuo diletto, la delizia dell’anima tua.
Aiutami Signore a non crescere in sapienza e intelligenza, ma a vivere nella fiducia tenera e costante nel mio Creatore e Salvatore .
Oggi voglio vivere l’ebbrezza, la gioia di essere portata in braccio, sicura di non cadere mentre sento il tuo cuore pulsare sul mio.