” Non vi sarà più notte…il Signore Dio la illuminerà”(Ap 22,5)

SFOGLIANDO IL DIARIO…
Sabato 29 novembre 2014
” Non vi sarà più notte…il Signore Dio la illuminerà”(Ap 22,5)
Così si conclude l’anno liturgico, con la splendida visione della città del Signore, una città dove il sole non tramonta mai e dove l’albero della vita elargisce i suoi frutti senza rispettare le stagioni.
Le parole dell’Apocalisse oggi non sono minacciose e terrificanti per quelli che non si trovano in grazia di Dio, anzi sembra quasi che il sole di giustizia, la luce di Cristo illumini solo la Gerusalemme nuova, il popolo che lui si è scelto, la città dei salvati.
Se non ci fosse il Vangelo a svegliarci oggi dal sonno e toglierci le illusioni a cui siamo tanto affezionati, diremmo che la situazione è idilliaca già da adesso e invece no, non è finita.
“Vegliate e pregate!” dice Gesù, perchè il giorno del giudizio non vi travolga e non vi tolga la luce.
Umanamente possiamo sperimentare quanto sia difficile, oserei dire impossibile vivere al buio.
La scoperta più importante dell’uomo fu il fuoco, perchè nella notte potesse muoversi più agevolmente e poi il fuoco da un lato teneva lontano le bestie feroci e dall’altro serviva per scaldarsi nelle gelide notti invernali, cucinare la carne degli animali catturati, ma anche fondere i metalli.
Il fuoco Prometeo lo rubò agli dei perchè gli uomini potessero sentirsi dei eliminando il limite invalicabile che li divideva.
Prometeo fu condannato in eterno a pagare il prezzo della sua ingordigia.
Legato ad una rupe, il fegato che gli veniva divorato di giorno, di notte ricresceva più rosso che mai.
Certo che è una favola in cui troviamo la grande verità che l’uomo non basta a se stesso.
Oggi si vive senza chiedersi da dove ci vengono tante cose,  diamo tutto per scontato, abituati alle magie della tecnica e della scienza, che cercano di facilitarci la vita in ogni ambito.
Eppure , nonostante tante conquiste frutto dell’intelligenza, della passione, della perseveranza, ma anche e soprattutto della curiosità e del bisogno dei nostri progenitori, pretendiamo senza sentire il dovere di dire grazie a qualcuno, non accettando che la nostra vita sia rimessa in discussione da qualche disguido.
Passiamo il tempo ad incolpare il governo, o gli altri in generale per tutto ciò che ci manca, ma raramente e in pochi  solleviamo il capo e alziamo gli occhi al cielo per ringraziare chi è all’origine di tutto, dell’essere e del non essere.
Voglio meditare questa mattina su ciò che vedo e ciò che non vedo. Umanamente la mia vista è fortemente compromessa e non è problema di occhiali, anzi ora è anche offuscata per via della cataratta che mi ha offuscato qull’unica diottria che mi era rimasta all’occhio sinistro dopo la trombosi.
E l’occhio destro non se la passa benissimo, anche se con la correzione leggo fino all’ultima riga. Ma devo vegliare e pregare perchè il macello del primo occhio non capiti anche all’altro, altrimenti entro nel buio totale.
Domani sarò sottoposta all’intervento di cataratta che di per sè è una cosa da niente, ma la mia è una cataratta rara e bisogna che non venga tolta tutta altrimenti si rischia che gli venga dietro ciò che è opportuno rimanga.
Cosa dire?
Ho paura, paura di tutto ciò che mi mettono negli occhi, un ago, un bisturi, un collirio che brucia, ma ciò che mi fa più riflettere è che tutto è cominciato da un paio di occhiali rotti per un tamponamento, il secondo nel giro di poco tempo, che mi ha portato a guardarmi alle spalle.
Ma non ancora ho imparato, purtroppo e ci prendo certe trenate che non mi aspetto.
Comunque è vero che quando vedi bene non vedi niente, non ti soffermi su niente, mentre quando comincia a venir meno la vista cerchi di guardare solo ciò che ti interessa, a fare delle scelte, cambiano posizione, usando occhiali da vicino, lenti d’ingrandimento o facendoti raccontare da qualcun altro ciò che si vede o anche se diventi completamente cieco facendoti accompagnare.
La cosa straordinaria è che da quando i miei occhi hanno problemi ho cambiato abitudini, ma anche posizione sì che quello che non vedevo ora lo vedo molto chiaramente perchè mi faccio guidare dagli altri sensi e mi soffermo di più su tutto quello che mi interessa o suscita il mio interesse.
“Vegliate e pregate” dice Gesù, e io voglio  che il terzo occhio, il cuore, come lo chiama Giovanni, sia l’unico a non spegnersi mai.
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“Le potenze dei cieli saranno sconvolte”. (Lc 21,26)

“Le potenze dei cieli saranno sconvolte”. (Lc 21,26)
Certo che queste parole non mi piacciono.
Questa vita è già tanto tribolata che sentire notizie di catastrofi aggiunte non è consolante.
Dovrei commentare il Vangelo di oggi su quanto avviene o sta per avvenire, cose per me scontate, perché ho imparato dalla vita che nulla dura in eterno delle cose che vediamo, tocchiamo, sentiamo, che percepiamo con i nostri sensi.
Tutto siamo chiamati a riconsegnare, chi prima chi dopo, chi a rate chi tutto insieme.
È un po’ quello che accade nella nostra vita di tutti i giorni, c’è chi paga a rate, chi in costanti.
Quelli che fanno a rate sono presumibilmente i più poveri, mentre chi ha i soldi non ha problemi a saldare il conto.
Viviamo in un tempo di crisi, i poveri sono aumentati, i ricchi si tengono stretto quello che hanno guadagnato spesso frodando il fisco e la gente.
Quelli che non possono più pagare aumentano sempre più di numero.
La resa dei conti si avvicina.
Ognuno dovrà presentarsi al trono dell’Altissimo per rendere conto dei beni assegnatigli.
Chi molto chi poco, tutti saranno chiamati a rispondere a Dio del dono o dei doni ricevuti.
È questa la fine dei tempi?
Certo è che la povertà aguzza l’ingegno e si fa sempre più ricorso a monete alternative per sopravvivere.
Ci si inventa mestieri sfruttando disposizioni, capacità, inclinazioni messi in cantina per sbarcare il lunario, ci si unisce per far fronte alla crisi e lì dove mangiavano due o uno ora mangiano in tanti.
Le famiglie si compattano, la solidarietà si rimette in moto, si esce dall’appartamento per chiedere e dare aiuto.
Lo scambio favorisce le relazioni e il mondo si umanizza.
Sì perché il denaro, i beni terreni avevano creato una barriera, la più grande barriera, alla cooperazione tra i popoli.
L’Apocalisse ci dice ciò che è sotto i nostri occhi, la crisi di tutte le certezze.
Nel momento in cui queste sono cadute ci si interroga sul senso da dare a questo nostro pellegrinaggio terreno, questa vita che si pensa finisca nel nulla e nel vuoto assoluto.
“Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia, chi vuol esser lieto sia di domani non c’è certezza”.
Così scriveva tantissimi anni fa un poeta.
Tutte le cose belle passano e spesso ci ritroviamo a piangere su ciò che non c’è più.
Siamo peraltro convinti che ci sia qualcosa che non muore e chiunque, anche se non credente, la cerca e continua a cercarla.
Beato chi la trova la moneta, il tesoro che non ha paura di essere attaccato dalla tignola, da ruggine o da qualsiasi altro agente necrotizzante.
“Beati gli invitati alle nozze dell’agnello di” dicono gli angeli nel passo dell’Apocalisse di oggi.
Noi siamo beati quando accogliamo l’invito di Dio a sederci a sua mensa.
Beati, resi felici anche solo dalla partecipazione, dall’invito al pranzo di nozze.
E già nella santa Eucaristia facciamo esperienza di quanto è buono il Signore, quanti doni elargisce senza merito alcuno.
Ma il cibo per nutrirci alla perfezione, è necessario che egli organi funzionino, che non abbiamo nel nostro corpo abitanti quali vermi, virus, batteri, muffe ecc. che ne impediscono l’assimilazione.
Per questo è necessaria una progressiva purificazione perché il nostro corpo, accogliendo Cristo, goda pienamente dei suoi benefici.
Cacciamo quindi i cattivi pensieri, le cattive inclinazioni, lasciamoci pulire dalla misericordia di Dio attraverso il Sacramento della Riconciliazione e affrontiamo i nemici con le armi invincibili di Gesù.

“Ogni giorno insegnava nel tempio”( Lc 19,47)

“Ogni giorno insegnava nel tempio”( Lc 19,47)
Ieri il Vangelo parlava del pianto di Gesù davanti al tempio di Gerusalemme, perchè non aveva riconosciuto il tempo in cui era stato visitato.
Ma c’è un tempio che lo ha riconosciuto, prima ancora che lo vedesse e lo ascoltasse, prima ancora che venisse alla luce.
Questo tempio è Maria, la donna scelta da Dio per accoglierlo nel suo grembo e darlo alla luce.
Il primo tempio su cui il Signore non dovrà piangere, nè cacciare i mercanti, il primo tempio, casa di preghiera è Maria, la madre, colei che ascolta e mette in pratica la Parola di Dio.
Maria si è nutrita di quella Parola fin dal primo vagito, Maria ha consacrato il suo corpo, la sua persona a Dio fin dalla sua prima giovinezza e anche se i vangeli non riportano questo episodio, ci sono testimonianze in proposito che non facciamo fatica a ritenere vere.
Maria fu scelta per essere la madre del figlio di Dio, non a caso.
Solo chi ha fatto e fa l’esperienza di essere figlia di Dio, amata oltremisura dal Suo Creatore, chi si riconosce indegna di tanta grazia, chi non inorgoglisce per essa ma magnifica il Signore, lo loda, lo ringrazia e lo benedice ogni momento, chi fa esperienza perfetta dell’amore del Padre, può essere madre, dare vita al figlio e trasmettere a Lui ciò di cui il Padre l’ha colmata.
Maria è la piena di grazia, il Signore è con lei,  sempre.
La liturgia di venerdì della XXXIII settimana ci presenta Gesù che caccia i venditori, i cambiavalute dal tempio perchè non vuole che la sua casa sia un mercato, non vuole che si faccia mercato delle cose sante.
Maria, la prima dei salvati è diventata tempio puro, santo e immacolato, luogo incontaminato dove la parola può attecchire e venire alla luce.
Ieri  con il salmo abbiamo ringraziato Dio perchè ci ha consacrato sacerdoti, ricordandoci come con il battesimo mettiamo il nostro corpo la nostra vita a servizio del regno, della costruzione del grande tempio che nessuno mai potrà demolire, perchè innestate sulla pietra scartata dai costruttori e diventata testata d’angolo.
Noi pietre vive, con la liturgia della vita contribuiamo, sull’esempio di Maria, a edificare la casa del Signore, il grande tempio dove tutte le genti affluiranno per unirsi al coro degli angeli e cantare all’unisono, Gloria, benedizioni, Santo è il Signore Dio dell’universo.
Vogliamo quindi oggi ringraziare Maria perchè continua ad indicarci la strada per fare tutto ciò che Lui ci dirà, come fece a Cana, come fa ogni volta che vede che la gioia viene meno e la festa rischia di finire .

” Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?” (Ap 5,2)

” Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?”(Ap 5,2)
Il libro della vita tu ce lo consegni nel giorno del Battesimo perchè lo leggiamo e impariamo a vivere felici cercando la bellezza nel nostro cammino alla volta della patria beata.
Qui siamo pellegrini, ospiti in una terra inospitale, con tante difficoltà da superare, tanti ostacoli, tanti che ci remano contro, che ci minacciano e ci condannano a  morte.
Noi non sappiamo leggere Signore quando riceviamo il libro e i nostri genitori non sempre sono preparati al compito di trasmetterci questa arte divina che è quella di guardare oltre, di vivere in te, con te e per te ogni attimo della vita.
Ci sono i più fortunati che nascono in famiglie dove tu sei di casa, dove la tua lingua non è sconosciuta, anzi non ne conoscono altre.
Ma ci sono famiglie in cui tu sei il grande assente, perchè i  beni del mondo riempiono gli armadi, i forzieri, la loro bocca.
Come imparare a leggere il libro della vita se non c’è nessuno che ce lo insegni?
Me lo sono chiesto molte volte, ma alla fine ho capito che quando mancano maestri, tu vieni in nostro aiuto nascondendoti tra le pieghe, le ferite, gli strappi della nostra quotidianità.
Le cose per quanto ci sforziamo non vanno mai come vorremmo e dobbiamo fare i salti mortali, per raggiungere le mete che ci siamo prefissi.
Spesso, perchè questo accada, dobbiamo ricorrere a sotterfugi, non tener conto del male che facciamo a chi ci sta accanto, alle conseguenze negative dei nostri ” successi”.
Siamo disposti a fare carte false pur di emergere, affermarci, sentirci bravi, arrivati, avere il plauso della gente, stare sulla cresta dell’onda.
Ma quanti scivoloni, quante brutte cadute, quanti ricalcoli rabbiosi, per ottenere quello che ci piace, ci soddisfa, ci rende felici anche solo per un attimo.
Le nostre sbandate le attribuiamo agli altri, sono gli altri la causa dei nostri fallimenti, delle nostre cadute, della profonda insoddisfazione che ci porta ad affinare le armi per metterli a tacere per sempre.
Hanno fatto così con te Signore, condannandoti a morte, riducendoti al silenzio perchè volevi insegnare agli uomini la lingua dello Spirito, volevi che imparassero il linguaggio universale dell’amore.
Che dire Signore? Riconosco la mia colpa perchè anche io ho cercato lontano ciò che avevo vicino, nascosto nel cuore.
Ma dovevo fermarmi e ascoltare ciò che tu mi hai rivelato attraverso le parole di gioia contenute nel Tuo libro.
Era un Salmo di gioia e di giubilo per te che stavi arrivando.
La bellezza e la gioia mi colpirono quel giorno di estrema tristezza, perchè io l’avevo perduta.
Le tue parole furono un balsamo per il mio cuore malato, afflitto, disperato,
Non sapevo che parlassi una lingua per me comprensibile. Grande fu la meraviglia perchè non ti conoscevo.
Ma tu, che conosci l’uomo perchè l’hai creato e fai tuoi i suoi più veri e intimi bisogni, hai risvegliato in me la nostalgia dei miei primi vagiti che convogliarono su di me le attenzioni di occhi, di orecchi, di braccia premurose, amorevoli, accoglienti.
Il tuo libro è diventato il mio libro, perchè il linguaggio dell’amore è unico, irripetibile, universale.
I sigilli li hai tolti con il tuo corpo offerto in sacrificio per noi, consegnandoci alla storia bagnati del sangue e dell’acqua usciti dal tuo costato.
Ma non basta rimanere ai piedi della croce per conoscere i segreti riposti nel libro della vita.
Con il Battesimo ci doni gli strumenti per risalire la corrente di grazia che bagna la chiesa, risalire per entrare attraverso quel piccolo foro e rinascere dall’alto, dopo aver contemplato le meraviglie del tuo amore nel tuo cuore di padre, di madre, di fratello, di sposo.
Sta a noi decidere su quale libro imparare la bellezza, la gioia, la pace che vengono dal non cercare altri maestri, dall’usare nelle nostre relazioni solo la lingua madre, che è la tua, una lingua comprensibile non ai dotti e ai sapienti, ma agli umili, agli oppressi, agli emarginati, gli sbagliati, gli improduttivi , i malati, i soli, quelli che hanno perso tutto nei  terremoti della vita o non hanno mai avuto niente che non fosse la tua parola come riferimento costante,
Ci hai costituito un popolo di re, profeti e sacerdoti, un popolo di santi che ti onora con le labbra, ma non sempre purtroppo anche con il cuore.
Tu Signore non ti stanchi di rompere i sigilli, non ti stanchi di insegnare l’a b c dell’amore, della condivisione, della comunione, non ti stanchi di riaprire quella ferita che ti fa male ma che è l’unica porta per conoscere il mistero che ci abita, il mistero del tuo amore in cui il Battesimo ci ha innestato.
Tu piangi Signore perchè non abbiamo capito quando sei venuto a visitarci e ti  abbiamo trattato come un ladro o un impostore, condannandoti a morte non una volta sola.
Come vorrei asciugare le tue lacrime, come vorrei poter essere strumento di grazia per tutti quelli che non ancora ti conoscono o si sono fatti di te un’immagine distorta  e riduttiva.
Manda il tuo Spirito Signore perchè io sia la voce di colui che grida nel deserto.
Ascoltate la Parola del Signore e mettetela in pratica.
I sigilli sono rotti e dalla croce emana il profumo dei fiori sbocciati in primavera.

” Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi”( Lc 19,14)

Meditazioni sulla liturgia di
 mercoledì XXXIII TO 
VANGELO (Lc 19,11-28)
In quel tempo, Gesù disse una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi pensavano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro.
Disse dunque: «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”. Ma i suoi cittadini lo odiavano e mandarono dietro di lui una delegazione a dire: “Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi”. Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò e fece chiamare quei servi a cui aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ciascuno avesse guadagnato.
Si presentò il primo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate dieci”. Gli disse: “Bene, servo buono! Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città”.
Poi si presentò il secondo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate cinque”. Anche a questo disse: “Tu pure sarai a capo di cinque città”.
Venne poi anche un altro e disse: “Signore, ecco la tua moneta d’oro, che ho tenuto nascosta in un fazzoletto; avevo paura di te, che sei un uomo severo: prendi quello che non hai messo in deposito e mieti quello che non hai seminato”. Gli rispose: “Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l’avrei riscosso con gli interessi”. Disse poi ai presenti: “Toglietegli la moneta d’oro e datela a colui che ne ha dieci”. Gli risposero: “Signore, ne ha già dieci!”. “Io vi dico: A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me”».
Dette queste cose, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme.
Parola del Signore
” Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi”( Lc 19,14)
Questa parabola riportata anche da Matteo  parla di noi, di come viviamo la nostra esperienza cristiana.
Possiamo essere quelli che non vogliono che Gesù venga a regnare su di noi perchè vogliamo essere noi a decidere tutto e non sopportiamo il giogo che la vita ci impone, la nostra inadeguatezza, i nostri limiti e  pensiamo che da soli possiamo superarli, evitarli, annullarli.
Delle regole, delle buone maniere ce ne infischiamo almeno quando non ci vede nessuno.
Perciò, anche se viviamo nella società dell’informazione globalizzata, in un mondo dove tutto è monitorato più o meno palesemente ci illudiamo di essere invisibili e di poter fare il comodo nostro.
Ma purtroppo come avvenne per Adamo ed Eva che andarono a nascondersi, dopo aver commesso il peccato, ma non riuscirono a fuggire allo sguardo di Dio, così noi ci illudiamo che nessuno ci veda quando facciamo ciò che non è consentito.
Quindi pur non volendo padroni a cui rendere conto ci assoggettiamo ad una miriade di padroni che ci tolgono la libertà , ma soprattutto la gioia di vivere.
Quando un lavoro ti piace lo fai con gioia e non ti pesa, e incredibilmente i lavori che pesano meno sono quelli che si fanno per far stare bene qualcuno a cui tieni.
Ognuno di noi sperimenta come diminuisca il peso delle incombenze quando l’amore ci mobilita.
Allora invece di vivere nascosti, o di nascondere i doni che Dio ci ha dato, perchè non cominciamo a recuperare le motivazioni per metterli a frutto, partendo da ciò che ci ha lasciato detto, il suo testamento?.
Mi vengono in mente tutti gli atavar, le maschere dietro cui si nascondono amici e non amici, sui social network.
Quando mi chiedono l’amicizia cerco prima di tutto tra le foto se ce n’è una a volto scoperto per sapere con chi ho a che fare.
Quando non ci si mette la faccia, è il talento, la mina che si nasconde, perchè siamo fatti a Sua immagine e somiglianza.
Perchè avere paura?
C’è chi ci mette la faccia di un altro, o anche la propria ma di quando era più giovane, più bello o addirittura di quando era  bambino.
Insomma è una gara a nascondersi per paura di non essere accettati, per evitare giudizi e pregiudizi, per carpire l’amicizia con moneta falsa.
Il vangelo di questa mattina a tutto questo mi ha fatto pensare e io non mi tiro indietro, perchè chi è senza peccato scagli la prima pietra.
Comunque cerco la faccia e il nome di non cambiarla e ultimamente aggiorno la foto, man mano che le rughe aumentano e gli occhi si fanno più spenti.
Voglio non dimenticare mai che Gesù ci ha messo tutto e che ad ognuno dice di fare lo stesso, perchè siamo segno del suo amore per noi, siamo segno di una misteriosa grandezza che non può manifestarsi se la tieni coperta.

Disegni


SFOGLIANDO IL DIARIO…
15 novembre 2009
“Il cielo e la terra passeranno ma le mie parole non passeranno”.(Mc 13,31)
Un tempo ti avrei chiesto “Quali parole Signore?” perchè non sapevo neanche che tu avevi parlato.
Ignoravo che tu conoscessi il nostro linguaggio, né pensavo poter mai mettermi in relazione con te.
Chi ero io per poter scalare il cielo e incontrarti?
Del resto non pensavo valesse la pena mettermi nelle condizioni di essere da te giudicata e condannata.
Più stavo lontana da te, più mi sentivo al sicuro, con complessi di colpa che però mai mi abbandonavano.
Mi avevano parlato di te come un giudice severo e inflessibile, e una cosa sola mi faceva paura: l’inferno.
Ieri sera alla domanda quali erano le mie paure da bambina ho a fatica cercato di ricordare qualcosa che mi facesse paura a quei tempi, ma non l’ho trovata, dal che ho dedotto che non avevo paura di niente, che non conoscevo la paura, non sapevo cosa significasse.
Questa mattina, leggendo il Vangelo, che parla della fine del mondo con immagini apocalittiche, mi è tornata in mente la paura, quella di essere scoperta mentre facevo ciò che era proibito.
Mi sognavo la notte il giudizio finale e, volendo sfuggire a quello, mi sono allontanata da te.
Ma la paura era ed è paura del giudizio delle persone, cosa che ha condizionato la mia vita.
Ma, se almeno nella giovinezza potevo fare a meno di te, non mancandomi la salute, l’entusiasmo, la speranza, con il passare degli anni la tua presenza è diventata un’esigenza per confrontarmi con te, per cercare in te regole compatibili con la vita.
Alla ricerca di indicazioni sulla vita buona, ho scartato tutto ciò che non era dimostrabile, scartato tutto ciò che mi dava ricette del momento, bocciato tutto ciò che non appagava la mente e il cuore.
Mi sembrava che per esistere dovevo essere buona, brava, dimenticare me stessa e diventare quello che l’altro voleva che fossi.
Ma la non verità non paga.
Sono diventata esperta in coperture mimetiche, tanto che dicevo di me minimizzando che  ero un grande bluff.
Andare incontro ai desiderata degli altri mi faceva esistere.
Non sopportavo il rifiuto o l’indifferenza di chi mi avrebbe potuto condannare a morte.
La paura che ho negato da piccola come sentimento non buono, la vedevo rappresentata in mamma.
“Diana, la paura” si diceva, quando giocavamo a tombola e usciva il 90.
Poi la sua paura incomprensibile  è toccata anche a me.
Una paura irrazionale e ritenuta colpevole come colpevole erano ritenute le malattie che mi erano venute dopo sposata.
La malattia come la paura di stare sola non mi permettevano più di indossare gli abiti che mi erano sempre serviti per mimetizzarmi, per nascondermi.
Così ne ho inventati di sofisticati, ma portandomi dietro la necessità di dover essere come agli altri piaceva, perché il consenso che cercavo doveva essere universale.
Signore non so perché, meditando il Vangelo, ho detto tutte queste cose e direi che sono andato fuori tema.
Ma ora che ti ho incontrato e conosciuto, non ho paura di essere giudicata da te per un tema uscito male.
So che tu sei qui e mi hai guidato in questa riflessione perché prendessi coscienza dei miei limiti, perché ti ingraziassi per la verità che mi hai mostrato, che rende libere le persone di essere quelle che sono, di andare in carrozzella o camminare, di essere sana o malata, guarita o in via di guarigione, di essere vera, di non ricorrere a mistificazioni per nascondersi agli occhi altrui.
Perché tu sei un padre Signore che ama tutte le sue creature in modo speciale, unico, ma sei anche un Dio che non guarda a quello che faccio ma a quello che sono, ci fai esistere anche quando pecchiamo, un Dio che mi fai ogni giorno, ogni momento, un Dio che cammina con noi, che ogni giorno nutre e rinnova, plasma e riempie le sue creature.
Non ho paura Signore di te, ho paura di me, del male che posso fare e continuo a fare a me stessa e ai fratelli, quando sono giudice severo delle mie e delle altrui debolezze.
Ti ringrazio Signore perché il tuo sacrificio ci ha salvato una volta per tutte, ti lodo e ti benedico perché mi stai pian piano spogliando per scoprire il capolavoro che tu hai fatto con me.
Penso ai capolavori che faccio con Emanuele e un tempo con Giovanni.
Mi entusiasmavano quelli di Giovanni perché mi sorprendeva con le sue intuizioni.
Giovanni voleva mettere una forma alle cose, dare forma, rinserrandole nei suoi schemi mentali.
L’osservazione attenta lo ha portato a fare tanti capolavori che parlavano di te.
Emanuele non sa disegnare.
È un po’ come me, ma non me ne cruccio, perché partiamo da scarabocchi, perché poi lui possa vedervi le cose che conosce, che ama, che desidera.
La maggior parte del lavoro lo faccio io, ma lui vede ciò che io non vedo. Lui mi aiuta a vedere e io l’aiuto a rendere visibile l’invisibile.
Alla fine attacchiamo il capolavoro alla porta con due firme, nonna Etta e Emanuele, nonna Etta e Giovanni.
Che bello Signore vedere il mondo sotto il metro d’altezza!
Che bello scoprire ciò che già c’è, basta tirarlo fuori.
Tu Signore così hai fatto con me.
Mi hai spogliato perché mi volevi dare una veste perché risplendesse, attraverso di me, la tua gloria.
Così aiuto Emanuele e Giovanni a scoprire i doni di cui tu li hai colmati.

PREGARE SEMPRE SENZA STANCARSI MAI

 

Meditazioni sulla liturgia di
sabato della XXXII settimana del TO anno pari
letture:3Gv 1,5-8; Sal 111;Lc 18,1-8
“Eterno sarà il ricordo del giusto”
Sembrano avere poca attinenza la prima con la seconda lettura. Nella prima (3 Gv ,5-8) si parla di ospitalità gratuita fatta in nome del Signore Gesù Cristo.
La gratuità è alla base di ogni azione che parta dal cuore di Dio e dal cuore di qualsiasi uomo che si lascia illuminare da Lui.
Di gratuità  e di amore si parla anche nel vangelo contrapposti allo spirito del mondo che agisce sempre per un proprio tornaconto.
Nel caso del giudice iniquo e delle giuste richieste della vedova, la molla dell’agire del primo sicuramente non è l’amore ma un desiderio di sbarazzarsi prima possibile di una persona scomoda che disturba il suo normale e  gaudente tran tran.
Il giudice iniquo quindi fa giustizia e accorda alla vedova quanto gli viene chiesto, come peraltro è suo preciso e specifico dovere.
L’orfano e la vedova erano tenuti in grande considerazione nella società ebraica come aveva prescritto Mosè.
La vedova quindi vede esauditi i suoi desideri, trova risposta alle sue richieste di aiuto e di giustizia con la sua insistenza, perseveranza nella richiesta a chi non è Dio, ma un uomo che si stava comportando ingiustamente.
Nel racconto parabola, per antitesi, si aggiunge un altro personaggio, Dio, che sicuramente non si può paragonare ad un giudice ingiusto che fa i suoi comodi e non risponde alle nostre preghiere, anzi.
Da quello che troviamo scritto pare che Lui non solo risponde alle preghiere dei suoi eletti che a Lui si rivolgono giorno e notte, ma  le esaudisce prontamente.
Cosa che non sembra accadere , perchè a volte passano anni prima che la nostra preghiera sia esaudita, oppure non ne vediamo il frutto se non dopo la morte.
C’è quindi qualcosa che non funziona nella nostra esperienza di Dio.
Io credo che il Vangelo sia uno scrigno pieno di perle preziose e che quelle che a prima vista sembrano le più scadenti, con il tempo si rivelano le più pregiate.
Quindi che la nostra preghiera venga esaudita prima ancora che la formuliamo sono certa.
So che in questo momento, lo credo fermamente, che Dio è all’opera per farmi giustizia e che non mi rimanderà a mani vuote.
Ma come per ogni cosa che decidiamo di fare per un altro abbiamo bisogno di un tempo, così Dio, non perchè non sia capace di fare magie, ma perchè ciò che poi ci dona siamo in grado di apprezzarlo, usarlo nel migliore dei modi.
In fondo il nostro rapporto con Lui è come una scuola, dove se non ti impegni non impari nulla e rimani una capra per tutta la vita.
Il maestro, il professore ogni giorno s’impegna a spiegare, correggere i compiti assegnati, ma solo alla fine degli studi noi potremo con quel bagaglio affrontare la vita, il lavoro ecc ecc.
Ciò che muove Dio è l’amore e tutto quello che fa è per il nostro bene.
A noi il compito di essere attenti alla sua parola, fare domande, impegnarci sempre, senza saltare neanche una lezione, perchè alla fine possiamo riconoscere che la Sua giustizia è anche la nostra giustizia, perchè Dio fa bene ogni cosa.