" E' lui che battezza in Spirito Santo" (Gv 1,33)

domenica della II settimana del Tempo Ordinario
anno A

” E’ lui che battezza in Spirito Santo” (Gv 1,33)

Ci affatichiamo tanto a cercare l’amore, viviamo con sofferenza i rifiuti, le ambiguità, gli abbandoni, i tradimenti delle persone che ci amano come ci amano, ci rovinano la vita magari dopo avercela presentata su un piatto d’argento e tu ce la vuoi dare gratis.
Gli amori umani sono piccoli, fragili, a termine, sono inadeguati al nostro bisogno di essere amati per quello che siamo.
Le cronache sono piene di conclusioni violente di rapporti inquinati dal non perdono, dall’odio, dal desiderio di distruggere ciò che non possiamo ottenere.
L’hanno fatto con te Signore che non hai risposto alle aspettative del tuo popolo, che si è sentito tradito da te che offrivi altro da quello che si aspettavano.
Lo fanno in modo clamoroso quelli che salgono agli onori della cronaca, per l’efferatezza dei loro gesti distruttivi nei confronti di quelli da cui si sono sentiti rifiutati o non assecondati.
Signore anche noi, purtroppo ti condanniamo a morte, non facendoti esistere quando contrasti i nostri piani, non sei d’accordo con le nostre scelte, pretendi molto senza dare nulla di tangibile in cambio.
Perchè siamo abituati a vedere, toccare le cose che ci servono, che ci piacciono, a sceglierle noi, secondo i nostri gusti senza intromissioni di sorta.
Ci vogliamo sentire liberi e desidereremmo che tu ti facessi un po’ complice dei nostri sforzi per ottenerle.
Il regno di Dio è vicino, continui a dire oggi come allora, perchè tu sei quello che viene incontro, viene a cercarci, si sposta coprendo le distanze che ci dividono.
Tu vieni incontro alla nostra fame e alla nostra sete d’amore, sete ancestrale di un seno che ci ha allattato dal quale ci siamo volutamente staccati, di braccia che ci hanno sostenuto, di uno sguardo tenero, dolce, avvolgente di cui sentiamo la nostalgia, uno sguardo che non giudica ma accarezza l’anima e il corpo, un amore che si misura solo in ciò che ci manca…
“Ecco l’agnello di Dio” dice Giovanni, “Il regno di Dio è vicino” dici tu, “Il regno di Dio è vicino” dicono gli inviati, i tuoi testimoni…
Perchè continuiamo a cercare lontano ciò che è incredibilmente vicino?
Tu ci hai creati, Signore. Tu sei nostro Padre, fratello, promesso sposo.
Tu sei l’amore, non quello inquinato del mondo… tu sei la gioia, la pace… tu la bellezza senza tramonto.
Tu Signore sei il mio riposo, la mia gioia, la mia nostalgia, sei il silenzio e l’attesa, sei il riso e il pianto, il lampo, il tuono, il vento leggero.
Tu Signore sei tutto ciò che mi circonda, mi tocca, mi sfiora la pelle, mi apre il cuore.
Tu sei tutto Signore e io mi perdo…
Nei tuoi occhi vedo riflesso questo mondo che non ti onora, nei tuoi occhi velati dal pianto gli uomini distratti, affannati, oppressi da altri pensieri…
Tu sei qui, tu ci chiami, tu ci aspetti..basta aprire la mano, gli occhi, il cuore…lasciarti entrare …
Ma a noi piacciono le cose difficili.
Siamo bravi a complicarci la vita, a pensare che le cose a portata di mano sono per gli sciocchi, i semplici, gli ultimi…
E tu sei Dio e per giunta onnipotente, essere perfettissimo, creatore e Signore del cielo e della terra.
Come conciliare le cose?
Voglio ringraziare Giovanni, il discepolo amato, diventato santo, che ci ha presentato la scena del tuo Battesimo in modo diverso dagli altri evangelisti.
“Ecco l’agnello di Dio…E’ lui che battezza in Spirito Santo” fa dire di te a Giovanni Battista.
Sapere cosa sei venuto a fare fa la differenza, perchè la cosa ci riguarda da vicino.
Ad ogni uomo offri oggi come allora il battesimo nello Spirito Santo, l’immersione nell’oceano profondo incommensurabile dell’Amore divino in cui tutti gli amori terreni trovano compimento.
Cosa desiderare di più?
Che tutti possiamo accorgerci quando bussi alla porta.

Povertà

SFOGLIANDO IL DIARIO…

14 gennaio 2016
sabato I settimana del Tempo Ordinario
ore 9.13

” Io non sono venuto per i giusti ma per i peccatori” (Mc 2,17)

Quante volte ho letto questa parola e ho pensato che non mi riguardasse, ma quelli che vivono schiavi dei loro giudizi e pregiudizi, che scaricano sugli altri il dovere di essere buoni, bravi giusti, sentendosi esonerati dal rimettersi in discussione.
Ho pensato a tutti quelli che siedono al banco delle imposte per ricevere il tributo dovuto alla propria bontà, bravura, giustizia.
Chissà perchè la parola di Dio sembra sempre rivolta agli altri e pensiamo che Dio per noi è muto, non si interessa ai nostri problemi, non ci consiglia e non ci consola.
Come è accaduto questa mattina dopo l’ennesima notte di dolore, di lotta esasperata con il nemico che mi frantuma le ossa, mi macella la carne.
Ieri sera ho sperimentato come una che si ritiene già nella fossa, incapace di deambulare, di prendersi cura di se, di provvedere agli altri come sarebbe opportuno e giusto, possa essere utile al progetto di Dio, dandole lingua e sapienza in un incontro di fidanzati, dopo aver detto di sì a Lui, al Suo progetto d’amore.
Se non fosse stato per quella domanda che mi sono posta prima di prepararmi, di decidere di andare nonostante l’ora e il freddo e tutto il resto, sarei rimasta a casa avvoltolata nelle coperte a piangermi addosso, convincendomi che mi dovevo rassegnare ad essere arrivata al capolinea e che c’è un tempo per ogni cosa e per me il tempo di mettermi in cattedra era finito e dovevo consegnare il testimone.
“E’ per te Signore? Sei tu che me lo chiedi?” sono le domande che mi sono fatta, dopo essermi convinta che non era il caso di esibire le mie infermità.
Ho sentito nel profondo la sua risposta e ho preso coraggio e mi sono vestita, spogliata di ogni velleità, dell’orgoglio di essere brava, capace, in gamba per quel tipo di incontri.
Non avrei parlato sicuro, non ne avevo la forza, ma la vergogna quella l’ho superata, pensando che era il Signore che mi chiamava.
Poi tutto è diventato più semplice e al momento opportuno ho gridato, urlato la gioia del Signore risorto, la vita che nelle vene aveva ricominciato a pulsare come sempre quando parlo di Lui.
E’ l’ennesimo miracolo a cui assisto, di cui faccio esperienza, un miracolo che questa mattina mi ha fatto leggere con un altro spirito le parole scritte sul calendario liturgico.
“Non sono venuto per i giusti ma per i peccatori”
Ho pensato a quando facevo l’insegnante e quanta cura mettevo nel prepararmi.
Curavo il trucco, il vestito, l’atteggiamento, sì che tutto fosse ok per chi mi guardava, ascoltava.
Insegnante del metodo, tutta d’un pezzo, chiara ed efficace, coerente, di bell’aspetto ecc ecc.
Facevano a gara per scriversi alla mia sezione e io ne andavo fiera anche se la malattia mi costringeva a continue e brusche frenate.
Ho continuato a truccarmi anche quando mi hanno messo in pensione, chissà chi dovevo ingannare!
E ieri chi l’avrebbe detto che una povera vecchia handicappata e sofferente, con la mente annebbiata dai farmaci e da tante notti insonni sarebbe stata strumento di grazia nelle mani di Dio…
Così ho pensato che era bello essere sua figlia, sentirsi sua figlia, peccatrice, non ok per il mondo, ma immensamente preziosa ai suoi occhi, un padre che non ti lascia mai sola a combattere le sue battaglie, a portare alto il suo nome fino agli estremi confini della terra.

E’ QUANDO NON HAI NIENTE
CHE PORTI CRISTO NELLA SUA INTEREZZA

Dio non è dei morti, ma dei vivi”(Lc 20,38)

“Dio non è dei morti, ma dei vivi”(Lc 20,38)

Ricordo quanto mi fu difficile accettare questa verità di fede: la resurrezione della carne, tanto che chiesi a don Gino se era un dogma, altrimenti avrei cambiato religione.
Ero giunta stremata ai piedi del crocifisso, dilaniata nella carne, trascinando a fatica un corpo che mi aveva dato sempre problemi in crescita esponenziale, tanto che se volevo avere una tregua ai dolori che mi affliggevano, dovevo estraniarmi, negargli l’esistenza.
Per anni il corpo non l’ho fatto esistere, quando non mi piaceva come era fatto, quando mi sentivo brutta, goffa, inguardabile.
Avevo cominciato a mangiare sì da raggiungere un peso proibitivo sì che lo sprezzante giudizio sul mio corpo dei miei coetanei lo alimentavo con il mio comportamento autolesionistico.
Del mio corpo non mi piaceva nulla, i capelli, troppo lisci, gli occhi troppo piccoli, le spalle curve, la bocca troppo sottile, il dorso curvo , il sedere grosso, le gambe storte e i piedi lunghi e piatti.
Ma non mi accontentavo di criticarne la forma, perchè avevo metabolizzato attraverso gli imput di chi si doveva prendere cura di me che non dovevo parlare, ridere, piangere, fare la pipì, chiedere aiuto , avere paura, dormire, mangiare, ascoltare, ecc ecc.
Il mio corpo aveva cessato di esistere, era stato sepolto in un cimitero vivo, il cimitero del mio inconscio pechè tutto gli era proibito.
Non parliamo poi dei divieti della religione che mi avevano insegnato le suore e che mia madre e mia nonna assecondavano.
Così sono vissuta per tanti anni pensando al corpo come l’impedimento più grande alla mia felicità.
Ma quel corpo che io avevo seppellito vivo ha cominciato a reclamare i suoi diritti, ad urlare per uscire dal sepolcro in cui l’avevo o l’avevano seppellito.
Le malattie esplosero quando mi sposai, ma molte avvisaglie le ebbi tanto tempo prima a cui però non detti il diritto di esistere, vale a dire che al corpo tappai la bocca.
Ma la cosa divenne impossibile quando le malattie divennero tanto invalidanti da costringermi all’immobilità che la scienza pensò di garantire con una miriade di gessi e di tutori.
Ma fu tutto inutile perchè nulla riuscì a far tacere il mio bambino malato.
“Il tuo corpo ti parla” fu il libro che una terapista della riabilitazione mi regalò e che mi introdusse nel mistero di una lingua che non conoscevo, che non si studia a scuola.
Eppure ero laureata in lettere antiche, conoscevo i segreti della lingua italiana, greca, latina. Ma ci sono linguaggi che solo la vita ti può insegnare e quello del corpo è uno di questi.
Dicevo quindi che volevo cambiare religione, se era vero che dopo la morte il corpo mi avrebbe seguito e non mi sarei potuta separare mai da ciò che aveva decretato la mia infelicità.
Leggendo il vangelo di oggi il mio cuore si apre invece alla speranza che niente è accaduto invano e che, grazie al corpo, Dio mi ha parlato, attraverso il suo corpo mi ha salvato e mi ha donato la gioia di essere Sua figlia, creata per non morire, ma per mettere a servizio del regno questo corpo così com’è, perchè diventasse attraverso lo sforzo e la fatica, le ferite e tutto il resto, una magnifica farfalla destinata a volare libera nel cielo nelle braccia del Suo Creatore.

Il regno di Dio è in mezzo a voi.

SFOGLIANDO IL DIARIO…

13 ottobre 2014
ore 6.15
giovedì della XXXII settimana del TO

VANGELO (Lc 17,20-25) In quel tempo, i farisei domandarono a Gesù: «Quando verrà il regno di Dio?». Egli rispose loro: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: “Eccolo qui”, oppure: “Eccolo là”. Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!».
Disse poi ai discepoli: «Verranno giorni in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, ma non lo vedrete. Vi diranno: “Eccolo là”, oppure: “Eccolo qui”; non andateci, non seguiteli. Perché come la folgore, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno. Ma prima è necessario che egli soffra molto e venga rifiutato da questa generazione».
Parola del Signore

Oggi la liturgia ci fa riflettere su cosa sia il regno di Dio, del quale abbiamo qualche idea, ma almeno io, spesso confusa.

Nel Padre nostro, Gesù ci invita a chiedere al Padre che venga il suo regno.
Noi nella nostra vita chissà quante volte abbiamo recitato la preghiera che ci ha insegnato Gesù, senza renderci conto di ciò che chiedevamo.
Molto spesso associamo la venuta del regno con la realizzazione dei nostri desideri, con l’esaudimento delle nostre preghiere di liberazione, di guarigione ecc ecc .
Forse, anzi sicuramente, è una delle preghiere che ci hanno insegnato da piccoli insieme all’Avemaria e all’Angelo di Dio.
Nella messa domenicale è d’obbligo dopo la consacrazione eucaristica.
Ma se penso a me, mi fermo più sull’ultima parte che sulla prima, quella dove si dice” Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” e ogni volta penso che quel “come” che io abolirei, perchè, se Dio mi trattasse come io tratto gli altri, certo la mia sorte sarebbe segnata.
Ma il Padrenostro comincia proprio con presentarci il regno come la cosa più importante da chiedere.
Ma cos’è il regno di Dio? Dove sta? Quando verrà?. Si vede, si tocca?
Il regno di Dio è forse l’ adesione a vivere nella libertà di figli di un unico padre, una libertà che ti porta a fare cose incomprensibili per il mondo ma infinitamente appaganti per chi sta dentro, chi ha come unico ed eterno riferimento Gesù.
Il regno di Dio quindi è una condizione, uno stato di dipendenza e di libertà, termini che per il mondo sono contrapposti, ma che il Signore nostro Gesù Cristo è venuto a conciliare sì da farne le facce di un unica medaglia.
Dipendenza e libertà sono per il mondo completamente opposte l’una all’altra.
Siamo creature, imperfette; come i bambini non possiamo fare nulla da soli, abbiamo bisogno di chi si prenda cura di noi, altrimenti moriremmo.
La nostra incompletezza, i nostri limiti mettono in evidenza l’amore di chi ci nutre, ci guida, ci aiuta a diventare grandi, autonomi, autosufficienti.
Ma se il diventare grandi nella nostra economia significa poter dimenticare chi si è preso cura di noi e metterlo in un ospizio quando non serve a niente, nell’economia di Dio il diventate grandi, significa essere in grado di prendersi cura gli uni degli altri, non per dovere, ma per amore.
Il regno di Dio è quando si instaurano all’interno della comunità umana rapporti, relazioni di gratuità totale, come se tutti fossero nostri figli, come figli siamo stati e continuiamo ad essere nei confronti di Dio.
Quando viviamo il regno di Dio, viviamo l’amore gratuito e scambievole, viviamo relazioni feconde e felici, viviamo la pace che tanto manca a questo mondo che si vuole svincolare da Dio e vuole ridurre in schiavitù gli uomini.
Allora oggi con più consapevolezza, forza, fede chiediamo al Signore” venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”
Chissà perchè mi viene in mente l’immagine dell’arcobaleno che, lungo la strada di ritorno dall’ultimo viaggio fatto, invano abbiamo cercato di catturare con la macchinetta fotografica, che congiungeva il cielo alla terra, partendo da una polla d’acqua su cui il sole si specchiava e dopo essere salita in alto toccava un’altra polla d’acqua qui su questa terra.
Il regno di Dio è come quell’arcobaleno che non si lasciava prendere, ma era possibile solo se due pozze d’acqua lasciavano che il sole vi affondasse i suoi raggi.

Il niente e il tutto

“Il Signore guidi i vostri cuori all’amore di Dio” ( 2 TS 3,5)
Come vorrei che queste parole si avverassero, per me, per tutti quelli che sono nella prova, nella sofferenza, nel buio della notte!
Quando non hai più niente a cui aggrapparti, nessuna soluzione umana ai tuoi problemi, quando il cammino ti ha sfiancato e il deserto diventa sempre più inospitale e hai sete, hai fame, hai freddo, hai paura…
Il cuore si smarrisce quando la paura prende il sopravvento, quando la paura diventa panico perchè il luogo in cui ti stai inoltrando non lo conosci e lo temi.
Temi la tua incapacità di fronteggiare altre prove, temi di essere lasciata sola a combattere con gli sciacalli della notte, con gli avvoltoi che bramano di divorare la tua carne.
Li senti i loro morsi profondi, i loro denti aguzzi che ti fanno male, tanto male e non hai armi con cui difenderti.
Nella notte il tuo grido sale a Dio perchè intervenga a fermare la mano iniqua del grande accusatore, che venga in tuo aiuto e si chini sulle tue ferite, che ti consoli, ti prenda in braccio e ti porti lontano dai luoghi della perdizione.
“Alzo gli occhi verso i monti da dove mi verrà l’aiuto. il mio aiuto viene dal Signore, egli ha fatto cielo e terra.”
Continuo a sperare anche se non mi risponde, anche se le parole mi tornano come eco alle orecchie.
Ci sono momenti in cui la tua nudità ti sgomenta, i tuoi crolli ripetuti nel tempo da tante scosse di terremoto hanno reso inagibile la tua casa, il tuo paese, i luoghi degli incontri e della memoria.
Davanti hai un accumulo disordinato di macerie dove non è possibile neanche avvicinarsi per recuperare qualcosa che ti è appartenuto, che ti è caro, che ti serve,
Devi lasciare la tua terra come Abramo e andare incontro ad un futuro pieno di incognite.
Prego con le parole del Salmo 16
Ascolta, Signore, la mia giusta causa,
sii attento al mio grido.
Porgi l’orecchio alla mia preghiera:
sulle mie labbra non c’è inganno.
Tieni saldi i miei passi sulle tue vie
e i miei piedi non vacilleranno.
Io t’invoco poiché tu mi rispondi, o Dio;
tendi a me l’orecchio, ascolta le mie parole.
Custodiscimi come pupilla degli occhi,
all’ombra delle tue ali nascondimi,
io nella giustizia contemplerò il tuo volto,
al risveglio mi sazierò della tua immagine.
Voglio credere che la terra che mi sono lasciata alle spalle non è migliore di quella che il Signore ha in serbo per me.
La terra della condivisione, della comunione, della compresenza, della sussidiarietà, della gratuità non la conosci se non hai perso tutto, se non hai riconsegnato tutto nelle sue mani, se non ti volti indietro mentre lasci ciò che ti appesantiva le braccia e ti ostacolava il cammino.
Ti aspetta una terra di libertà, di condivisione, di gioia e di dolore, di morte e di vita che si abbracciano e si toccano e cantano la poesia, la bellezza, la potenza del Suo Amore.

La porta

SFOGLIANDO IL DIARIO…
29 ottobre 2008
Meditazioni sulla liturgia di
mercoledì della XXX settimana del T.O.
ore 4.40

“Sforzatevi di entrare per la porta stretta”.(Lc13,24)

Nella Bibbia si parla spesso di porte, una stretta e una larga.
Quella per entrare nel regno di Dio è stretta, quella che ci porta all’inferno è larga.
Nella parabola del buon pastore, Gesù indica qual è la porta e quale sia lo strumento per entrare nell’ovile.
Lui è la porta ma anche il guardiano delle pecore, per cui in Lui, via, verità, vita, si identificano.
In Lui troviamo tutto ciò che serve quindi per vivere.
Quando Gesù parla di vita, allude a una condizione esistenziale che prescinde dal tempo, e anzi lo annulla, trasformando il κρόνος in καιρός.
Il καιρός è il tempo delle occasioni favorevoli, il tempo dell’incontro con l’infinito di Dio.
Quando incontri Dio, esci fuori dal tempo per fare un’esperienza di vita totale, completa, profonda, eterna, trascendente.
La porta è Gesù, la porta stretta attraverso la quale passare per entrare nel grande mistero dell’amore infinito di Dio e naufragare dolcemente nel suo mare.
Ma perché troviamo scritto: “Io sto alla porta e busso?”
Che ci sia un’altra porta diversa da quella già qui citata?
Certamente.
La porta dell’uomo.
Non si può entrare nel regno di Dio se prima non abbiamo aperto la porta del nostro cuore a Lui, una porta che si apre dall’interno e che ci permette di fare conoscenza di Chi ci renderà capaci di diventare tanto piccoli da poter sperare di passare definitivamente dall’altra parte.
Già aprire il cuore.
“Aprite le porte a Cristo”, le parole del papa.
Gesù è l’unico dietologo che ci può far fare la cura dimagrante, insegnandoci e abilitandoci a fare a meno di tanti cibi dannosi per la nostra salute, cibi che ci portano alla morte.
Gesù, attraverso l’Eucaristia ci nutrirà con un pane speciale, il suo corpo che non provoca intolleranze, ma sicuramente ci depura da ogni scoria cattiva, dannosa, velenosa.
È questo un tempo in cui vanno di moda le medicine alternative per curare le intolleranze alimentari.
Siamo diventati tutti intolleranti e siamo disposti a venderci anche l’anima per trovare nei negozi addetti, farine alternative con cui impastare un pane che non ci intossichi.
Strano che tutto questo capiti oggi in cui il crocifisso è oggetto di discussione e causa di scandalo per molti che lo sentono come un attentato alla propria libertà.
Comunque la si veda la cosa, certo è che, se vogliamo dimagrire, per entrare nella casa di Dio e rimanerci per sempre, è necessario aprire la porta al medico alternativo, Gesù Cristo, che verrà se uno lo ama, insieme con il Padre e lo Spirito Santo, a dimorare presso di noi.
Le ricette sono pronte, basta leggerle e poi fare ciò che c’è scritto da 2000 anni a questa parte per capire il principio attivo, le indicazioni terapeutiche e gli effetti collaterali, che potrebbero turbare e far decidere di usare altri farmaci.
La porta stretta del Vangelo mi fa pensare oggi ad un’energica cura dimagrante che posso e devo fare, aprendo la mia porta a Cristo.

” Da Lui usciva una forza che guariva tutti” (Lc 6,19)

SFOGLIANDO IL DIARIO…

28 ottobre 2016
Meditazione sulla liturgia di
venerdì della XXX settimana del T.O.

Ss.Simone e Giuda Apostoli
ore 17.37

” Da Lui usciva una forza che guariva tutti” (Lc 6,19)

Mi piacerebbe approfittarne, accorrere come la gente del vangelo per ascoltarti ed essere guarita.
Guarivi tutti, c’è scritto, bastava toccarti.
Ma io sono qui, ancorata ad una sedia, con tanta stanchezza sulle spalle, alla fine di una giornata di servizio alla famiglia e di ricerca di un antidoto a tanto dolore.
La notte è stata lunga, buia e tormentata.
Il corpo straziato dalle corde impazzite dei nervi non ha trovato riposo. ù
Il rosario avvolto sul braccio è rimasto come segno di una fede paralizzata nell’attesa che tutto finisse.
La vita, non il dolore.
Tu Signore di notte ti ritiravi a pregare, prima di prendere qualsiasi decisione, pregavi per chiedere consiglio, per ringraziare, per benedire, per comunicare gioie e dolori di una vita donata a Dio Padre e agli uomini, anche a quelli che ti hanno tradito e continuano a farlo ancora oggi con più tenacia, perversione, malignità.
Hai pregato specialmente quando hai sentito l’impotenza della tua natura umana, la fragilità del tuo corpo, lo smarrimento dello spirito, hai sudato sangue nell’Orto degli Ulivi, mentre i tuoi più intimi amici dormivano.
Tu Signore eri certo che Dio ti stava ascoltando e hai detto, nel momento supremo “Dio mio, Dio mio perchè mi hai abbandonato?”
Anche io questa notte l’ho detto.
E’ l’unica preghiera che ho fatto.
Non c’erano altre parole che potessi rivolgerti nel vuoto e nel buio di un’angoscia senza fine.
Tante volte ti ho benedetto, lodato e ringraziato, tante volte la tua parola è stata un balsamo per suscitare in me altre parole di vita.
Il senso a tante notti passate insonni ormai da 40 anni l’ha dato la preghiera, la meditazione su quanto tu mi suggerivi giorno per giorno.
Questa notte, nel deserto,nel buio, nel tempo fermo sul dolore con un corpo che non sentivo più appartenermi, preda di uccelli rapaci e di bestie avide di preda, cosa potevo dirti che già non ti avevo detto?
Cosa chiederti che non ti abbia già chiesto e che tu conosci meglio di me?
Mi hai lasciato senza parole, senza strumenti per dirti ancora sì.
Hai permesso che di me facessero scempio le bestie feroci, hai permesso che mi fosse tolta anche la speranza di morire al più presto per porre fine al martirio.
Ora sono qui a chiedermi dove ho sbagliato, perchè non sono riuscita a toccare il tuo mantello.