“Vedendo le folle ne sentì compassione” (Matteo 9,36).

“Vedendo le folle ne sentì compassione” (Matteo 9,36).
Signore la tua compassione la invoco, la cerco, ne ho bisogno più dell’aria che respiro, perché sono stanca di soffrire.
Non c’è niente che ti sia nascosto Signore e per questo ancora di più mi lasciano disorientata il tuo silenzio, la tua lontananza.
Signore io non conosco i tuoi pensieri perché non sono Dio, ma mi piacerebbe a volte che tu mi rispondessi senza farmi aspettare tanto, senza che l’acqua m arrivi alla gola e rischi di soffocarmi.
Non ho più gioia dalla vita se non quella di vedere la tua luce brillare in un evento imprevisto, in un incontro, in una scoperta, in un aiuto, un pensiero, una capacità nuova di riprendere il cammino, una chiave per risolvere certe crisi relazionali che mi distruggono.
Signore mi piacerebbe che i tuoi tempi fossero un po’ più raccordati a quelli dell’uomo, mi piacerebbe soffrire di meno e vedere soffrire di meno.
Mi piacerebbe purificare la memoria si da ricordare non solo il male subito ma il bene ricevuto e renderti grazie ora e sempre.
Mi piacerebbe Signore dare un senso a questo dolore continuo, dare una svolta a questa vita che si è insabbiata nel deserto…
Mi piacerebbe che l’energia che ho dentro potesse essere incanalata per il bene.
Il dolore non le persone è diventato protagonista della mia vita.
Un tempo lontano mi fermai e pensai, vedendo che la mia vita era senza senso, a ciò che avevo e0 che potevo utilizzare per stare bene e far stare bene.
Ricordo benissimo quella folgorazione.
Di abbondante ho il tempo, il tempo delle attese.
Del tempo dell’attesa, farò qualcosa di speciale, mi dissi.
Fu allora che cominciai a guardare ciò che mi circondava, a osservare con occhi nuovi la natura, a fermarmi ad ogni incontro e a dare valore a tutto ciò che incrociava la mia vita..
Fu in quel periodo che cominciai a scrivere per annotarmi quelle meraviglie.
“Il tempo è nelle nostre mani, nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori”, la frase che ogni anno scrivevo sulla prima pagina dell’agenda.
Riempire il tempo di te, Signore, mi sembrò cosa buona, perché scoprii ciò che mai mi sarei aspettata esistesse.
Nelle attese ho pregato, ho meditato, ho guardato, ho provato emozioni straordinarie che non sapevo di poter sperimentare.
C’eri tu in ogni cosa, Signore, nel mio tempo dedicato all’attesa di un responso, di una visita, di un ritorno.
Oggi non aspetto più niente e nessuno.
I giorni si arrotolano gli uni sugli altri e ho perso il gusto di attendere, perché già sto con il pensiero, con il corpo e con il cuore lì dove c’è la fonte della vita, dove sei tu.
Almeno così mi sembra.
Eppure questo stare nella cartella del Cristo morto e risorto, senza più aspettare, senza più meraviglia, non mi piace.
È come se mi fossi persa nei meandri di questa grande croce dove non solo io ma tanti fratelli sono inchiodati.
Mi sento al sicuro Signore, ma non sono felice e non trovo gioia nei visi e nelle storie dei miei compagni di viaggio e di sventura.
La croce non piace a nessuno0, quando non è collocazione provvisoria.
Da troppo tempo ormai sono qui inchiodata, troppo per me, e nessuno viene a staccarmi per mettermi nel sepolcro.
Ancora respiro, ancora vivo.
Cos’è successo Signore?
“Ne sentì compassione” dice oggi il vangelo.
La compassione non implica necessariamente un tuo intervento che rimette le cose a posto.. la compassione è il patire con.
Tu soffri con noi, Signore, è vero?
Tu non vorresti che noi fossimo in questa situazione di solitudine e di sofferenza.
Oggi indichi la strada perché questo calvario finisca.
“Pregate il padrone della messe perché mandi operai alla messe”.
Tu ci chiedi di chiedere operai.
Mi viene in mente quello che sto facendo in questi giorni, per vedere cosa ho, cosa posso aggiustare cosa fare di tutte le cose inutilizzate che giacciono negli armadi o delle stoffe o delle trine che ho accumulato nel tempo.
Mi succede così quando non posso risolvere i problemi.
Cerco sempre di aggiustare qualcosa o di utilizzare ciò che ho.
In questo momento di eccessivo, di tanto, ho solo il dolore.
Come un tempo riuscivo a trovare la chiave per non buttarlo via, perché desse frutto, ora devo fermarmi e cercare di pensare a che uso fare del dolore.
Tu lo hai offerto per la nostra salvezza.
La tua passione, la tua morte sono state essenziali perché noi avessimo la vita.
Io quando sto male, non riesco, se non qualche volta, a vivere positivamente il dolore.
A volte dico: “Sei venuto a trovarmi? Hai bisogno anche di questo? Ok te lo offro”.
A volte penso che la tua resurrezione sia testimoniata dal dolore, perché significa che sei vivo in noi.
Ma sono discorsi della mente che io non sono capace di reggere a lungo, pensieri più grandi di me.
Vorrei tornare bambina e non pormi troppe domande.
Vorrei solo la tua compassione sentirla tangibilmente sul mio corpo malato.
Un caro caro Signore come quelli che davo a Giovanni per consolarlo o farlo addormentare, una carezza, uno sguardo, cenno della mano, qualcosa che mi dica che il mio corpo non è pianta che sta morendo, ma preziosa ai tuoi occhi, destinata a vivere.
Signore sono tua figlia, abbi pietà di me!
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Dorma o vegli,il seme germoglia e cresce (Mc 4,27)

Dorma o vegli,il seme germoglia e cresce (Mc 4,27)
La Parola  di oggi ci invita ad avere pazienza nella certezza che Dio mantiene ciò che ha promesso , perché non è un Dio bugiardo, ma fedele per mille generazioni come a dire per sempre.
La pazienza purtroppo è una virtù che naturalmente non abbiamo.
Già da piccoli riveliamo la nostra impazienza nel non saper aspettare e nel volere tutto e subito.
I bambini piangono e si fanno sentire se non sono accontentati in quelli che sono i loro bisogni veri o i loro capricci, i grandi, a seconda dei casi o continuano a urlare come i bambini quando non ottengono quello che vogliono, divenendo anche violenti o disciplinano la bocca e mettono dentro la rabbia, vivendo comunque sempre male il tempo dell’attesa.
In pochi l’attesa diventa un tempo di grazia, un’opportunità per vivere con fiducia il tempo di Dio che ci chiama a fermarci su quello che ogni giorno ci è gratuitamente d

ato e non su ciò che vorremmo avvenisse subito.

Nella preghiera dei fedeli oggi ho trovato questa bella e significativa richiesta “Perchè impariamo la pazienza e la fiducia dai nostri contadini”
Il problema sta nel fatto che per chi vive in città è difficile incontrare un contadino, frequentarlo, condividere con lui la vita di ogni giorno, salvo se si decide di fare una vacanza in un agriturismo.
Anche l’attesa perchè il lievito fermenti la pasta non è condivisa nelle nostre famiglie, perchè si fa prima a comprarli già fatti la pizza e figuriamoci il pane.
Ma la realtà ogni giorno ci pone di fronte al problema dell’attesa, perchè a ben pensarci passiamo la maggior parte del nostro tempo ad attendere qualcosa o qualcuno.
“La vita è quella cosa che ci accade mentre siamo occupati a fare qualcos’altro” ha scritto Antony De Mello in un libro.
In effetti poichè passiamo il tempo a rincorrere i sogni, non ci accorgiamo dei miracoli che si snodano sotto i nostri occhi.
Dio non ci nega anticipazioni prelibate del suo banchetto, e come mia madre, quando friggeva le patatine, ci dava più di un assaggio mentre le cucinava un po’ per volta, così Dio ci fa pregustare le primizie del regno.
Ieri con Giovanni, che è venuto a fare i compiti da me, abbiamo parlato del BING BANG e del fatto che la professoressa di religione aveva detto che il crederci era anticristiano, scandalizzando tutti i compagni, compreso lui.
Ho pensato al granello di senapa, che guarda caso troviamo nel vangelo di oggi e l’ho portato a riflettere su ciò che accade ad un seme e alla pianta che ne scaturisce.
Gli ho detto che l’universo è come un seme, gettato da Dio. Noi ci siamo dentro e assistiamo alle trasformazioni che avvengono al suo interno, alcune visibili, altre invisibili, altre ancora inconoscibili.
E’ la storia del filo d’erba, del fiore, dell’albero e di ogni vita umana che si sviluppa nel grembo della madre.
La differenza tra chi crede e chi non crede sta nel non voler accettare che ci sia Qualcuno al di sopra di noi che in ogni cosa creata ha messo le informazioni per realizzare il suo progetto di vita.
Se quindi non incontriamo contadini sulla nostra strada leggiamo la Scrittura dove sono racchiuse le informazioni per imparare direttamente dal Contadino del cielo, il divino Seminatore ad avere pazienza aspettando che il frutto maturi.
“Il tempo sarà nelle nostre mani nella misura in cui l’infinito dimorerà nei nostri cuori”
 

“Il Signore è mio sostegno, mi ha liberato e mi ha portato al largo, è stato lui la mia salvezza, perché mi vuol bene.” (Sal 18).

L'immagine può contenere: pianta, fiore e spazio all'aperto
“Il Signore è mio sostegno,offerta
mi ha liberato e mi ha portato al largo,
è stato lui la mia salvezza, perché mi vuol bene.” (Sal 18).
Come vorrei Signore poter dire con fermezza e certezza di non essere smentita che tu sei il Signore!
Quanta fatica ad accettare la prova, a non vedere, non toccare, non capire la via della salvezza!
L’angoscia diventa la tua padrona quando il corpo geme e le tue mani sono legate e i tuoi piedi e la testa e il cuore.
Solo la bocca va ripetendo i tuoi insegnamenti e ti loda con una preghiera violenta, senz’anima, nella speranza che tu ti muova a compassione e mi tenda la mano e mi dica” Coraggio, sono io, non avere paura!”
Quando dormi nella barca e le onde si fanno più minacciose vorremmo vederti all’opera, rimboccarti la veste, usare le mani e darci istruzioni per non affogare.
Quante volte mio Dio sei venuto in mio aiuto ed è bastata una sola parola, un’anelito dell’anima, quante volte sei venuto senza che me ne accorgessi, all’improvviso e mi hai aiutato a superare indenne l’abisso che mi si parava dinanzi.
Ora sempre più spesso, man mano che avanzo su questo sacro monte il tuo aiuto si fa attendere e io mi smarrisco e ho paura.
Signore ti offro la mia paura, la paura che fu di mia madre e che non capii fino a quando non la sperimentai sulla mia persona per 11 anni consecutivi, paura senza te da invocare, benedire o maledire, senza nessuno con cui relazionarmi nel bene e nel male.
La solitudine che mi schiacciava inconsapevolmente portava a te che sei un Dio di comunione, di condivisione, di amore.
Tu Signore hai riempito il vuoto dell’attesa, lo strazio delle ferite, l’angoscia dell’anima.
Tu Signore solo puoi traghettarmi nel tuo oltre, nel giardino che ci donasti quando ci hai creato e ridonato quando ci hai ripreso dall’inferno in cui eravamo piombati.
Le colpe dei padri ricadono sui figli, e noi stiamo sperimentando quanto sia vera questa affermazione che un tempo mi sembrava priva di ogni fondamento e sostanzialmente ingiusta.
Siamo abituati a guardare fuori di noi e a puntare il dito su tutto quello che gli altri fanno di sbagliato ma facciamo una fatica immane a riconoscere le nostre colpe e a fermare il male che come una valanga si ingrandisce man mano che avanza.
Pietà di noi Signore, contro di te abbiamo peccato, nel peccato mi ha generato mia madre..” Parole fino a poco tempo fa incomprensibili, perchè non vedevo la connessione tra il prima e il dopo, tra le buone o cattive abitudini che si ereditano volenti o nolenti.
E’ strano come sia chiaro e scontato applicare il principio dell’ereditarietà quando si tratta di caratteri somatici, di predisposizioni a certe malattie, di attitudini mentre è inammissibile quando si tratta di cattive abitudini, di uso colpevole, distorto di beni che non ci appartengono.
Ma ciò che più condiziona la nostra vita è l’incapacità di finalizzare le nostre azioni al bene comune.
Tu sei venuto Signore a dirci tutte queste cose che solo ora sto capendo quanto siano vere.
Da soli non ce la faremmo mai Signore a disboscare una terra incolta da tanti anni, a fare ordine nella nostra casa dove abbiamo ammassato ogni sorta di cose.
Da soli Signore saremmo persi, perchè il tuo e nostro nemico fa di tutto per confonderci le idee e attttirarci con soluzioni a buon mercato.
Da soli non possiamo fare nulla, Signore, perchè grande è la nostra colpa e nella colpa siamo stati generati.
Ma tu Signore, Dio di amore, compassionevole, lento all’ira e ricco di compassione ci hai dato tutto, ma proprio tutto quello che ti apparteneva.
Ci hai dato prima di tutto una madre, Tua madre, perchè ci parlasse di te, ci ricordasse tutto quello che tu hai detto e fatto, intimamente unita attraverso lo Spirito a te, ci hai dato i tuoi angeli che ci custodiscono e ci spianano la strada, ci hai dato i tuoi santi esempio di vita vera e feconda, ci hai dato il tuo Spirito Signore per trasformare i nostri cuori di pietra in cuori di carne, perchè uscissimo dai nostri seplcri e tornassimo a vivere nel tuo giardino.
Come è bella la primavera quando i fiori si schiudono e l’erba cresce e gli alberi si rimpolpano di foglie e tutto ci sorride.
Dovrebbe durare sempre la primavera, perchè il cuore si apre alla speranza della vita che si rinnova.
Fa che rimaniamo ancorati alla tua parola, nella certezza che il tempo è nelle nostre mani nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori.

“Il Tempo è nelle nostre mani nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori”

” Io cancellerò dal mio libro colui che ha peccato contro di me”(Es 32,33)

Quando Dio si arrabbia non mi piace per niente, come succedeva quando mio padre si arrabbiava con noi perchè facevamo cose che non dovevamo fare.
Ricordo di quando girai intorno al tavolo non so quante volte per sfuggire alla giusta punizione per aver mancato di rispetto ad una persona.
Quella volta fu mia madre a salvarmi e anche in seguito la sua mediazione fu risolutiva.
Nella fede abbiamo la nostra Madre celeste che ci ha lasciato Gesù, a cui ci ha affidato, che intercede per noi che siamo degli inguaribili peccatori.
Se poi andiamo a guardare, Dio ha una pazienza infinita e prima di darci un castigo le prova tutte, tanto da sacrificare il figlio Gesù, perchè ci convinciamo che le sue minacce sono per il nostro bene, vale a dire che lui vede dove ci portano le nostre cattive azioni e fa di tutto perchè non cadiamo nel fosso.
Mio padre non era Dio e spesso sperimentavamo i segni lasciati sul nostro corpo di uno schiaffo dato di santa ragione.
Non condanno l’educazione severa che mi ha dato, perchè oggi solo capisco che alla base di ogni rimprovero c’era l’amore per noi figli che voleva preparare alla vita senza che soccombessimo agli inevitabili ostacoli, rimanendo onesti, educati e rispettosi delle regole.
Oggi godo dei frutti dei suoi insegnamenti; ma quanto tempo è dovuto passare perchè me ne accorgessi!
Le esperienze sono state come un lievito o come un seme che è maturato pian piano.
Ho dovuto attendere per capire che essere genitore comporta una grande responsabilità che ti porta a dire no dolorosi ma necessari, pochi in verità rispetto ai tanti sì dettati ugualmente dall’amore.
Oggi mi è più facile capire le parabole del regno, perchè in tutte vedo Dio che opera per il mio bene.
Ma bisogna attendere, non avere fretta.
Il granello di senapa come il lievito hanno bisogno di tempo per mostrare la forza dirompente che è al loro interno.
A noi non piace aspettare e vogliamo tutto e subito.
La nostra civiltà per un verso ci ha portato ad accorciare i tempi d’attesa attraverso le nuove tecnologie, per l’altro non ci ha esonerato dal fare la fila per qualsiasi cosa occorra, al supermercato, in ospedale, in banca, sulla strada e sull’autostrada, ecc. ecc.
Penso che l’arte di attendere è virtù divina per questo Gesù ci invita a non avere fretta e a sperare che tutto si compirà.
Sono capace di attendere?
A questo proposito voglio ricordare un incontro che mi ha cambiato la vita.
“Il Tempo è nelle nostre mani nella misura in cui l’infinito è nei nostri cuori”
A Champoluc (dove mi accorsi che i veri malati, i grandi malati non s’incontrano per le strade del mondo, non frequentano salotti perbene, non fanno bella mostra di se nelle vetrine di lusso), senza capirle al momento, me l’ero appuntate su un foglio quelle poche parole che avrebbero cambiato il mio correre in fretta, correre sempre senza mai fermarmi un momento.
La madre di un bimbo piccolo piccolo (…un mucchio di ossa scomposte in un corpo di cera…due occhi indifesi, ma il viso disteso, sereno di una dolcezza struggente nel languore di chi si abbandona fiducioso all’abbraccio) …quella donna così rispondeva alla mia stizza per il tempo che mi sfuggiva di mano.
Da allora, per paura di dimenticarle avevo deciso di trascriverle ogni anno nella prima pagina dell’agenda quelle parole.
Oggi non ho più bisogno di scriverle sulla prima pagina dell’agenda per meditarle e farle mie, perché le ho scritte nel cuore e a quell’angelo mandato dal cielo, il mio grazie sincero e riconoscente giunga come dolce carezza .

COSA CONTA

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“Anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che possiede”(Lc 12,8)

La parola di oggi invita a riflettere su quanto io sia attaccata alle mie cose e quanto restia a condividerle con gli altri o addirittura a regalarle, prenderne le distanze, disfarmene.
Più vado avanti nel cammino di ascolto della Parola e più mi sento inadeguata e non conforme al modello che Gesù ci pone davanti.
E quello che dice non è pazzia, frutto di farneticazioni, ma terribilmente vero.
Chi di noi non sa che deve morire? Chi non sa che dietro non ci possiamo portare niente, perchè tutto ciò che non serve nel mondo di là verrà distrutto e non sopravviverà in eterno?
Di cosa quindi ci dobbiamo preoccupare? Mi viene in mente la parabola delle 10 vergini e dell’olio che solo cinque avevano provveduto a portare con sè. Quindi qualcosa ci serve per essere traghettati nell’Oltre di Dio, nel suo regno di pace, di amore, di verità e di giustizia.
L’olio che non ha niente a che vedere con le eredità del mondo, con i beni deperibili che ci hanno lasciato i nostri avi.
Chi chiede a Gesù di fare giustizia dividendo l’eredità con suo fratello, non conosce con chi sta parlando.
Una cosa certa è che Gesù è venuto a riunire, a fare di due popoli un popolo solo, che la divisione è l’arte del diavolo.
Se si tratta di soldi non possiamo dubitarne.
Gesù per tutto il tempo della sua predicazione non ha fatto altro che predicare l’amore, la condivisione, la solidarietà, la sussidiarietà perchè siamo, grazie al suo sacrificio, figli di un unico Padre e suoi fratelli.
Poichè l’eredità che ci è stata promessa, assicurata, se lo seguiamo, è quella dell’amore di Dio, amore infinito, che per quanto tu lo voglia dividere, infinito rimane.
E l’amore, ne siamo certi non muore con il nostro corpo, anzi lo mantiene pronto per ricongiungersi con l’anima nell’ultimo giorno.
Ciò che rende possibile il miracolo della vita, dell’eternità è l’amore di Dio che si estende a tutti e che è efficace solo se decidiamo di vuotare la nostra casa di bagagli ingombranti e deperibili e gli facciamo spazio per accoglierlo.
E’ un po’ come il gas nella mongolgiera che non si alza se non ce lo metti, ma anche se ce lo metti si solleva solo se getti a terra, lasci a terra la zavorra.
Signore Gesù tu ci hai creato per amore e ci hai chiamati all’amore.
Quanto sono distante dal tuo progetto, quante cose riempiono i miei armadi, le mie cantine, le mie case, i miei frigoriferi!
Questa mattina trovo questa parola che mi invita a cominciare da me.
Non ancora ho digerito tante ingiustizie emerse dalla non divisione dell’eredità di mamma e papà.
E poi, come se non bastasse, ho pensato e ricordato quanto male ci ha fatto l’indebito arricchimento di alcuni parenti a nostro danno.
Tante ingiustizie che ci hanno mostrato le ferite ancora aperte, il non perdono che continua a corrodere il nostro cuore.
Signore Gesù noi vogliamo essere tuoi completamente, vogliamo aspettarti con l’unica provvista che ci dà la possibilità di stare sempre con te.
L’olio delle lampade, non venga mai meno, Signore.
Aiutaci ogni giorno a capire cosa conta e cosa serve per essere veramente tuoi discepoli.

Morire è un fiorire

Image for Salmo 136

” Chiunque chiede riceve e chi cerca trova”(Lc 11,10)

Non mi è mai piaciuto chiedere perchè non volevo sentirmi in debito con nessuno. Facevo prima a sbrigarmele da sola le cose, come mi aveva insegnato la vita, l'”arrangiati” di mia madre quando mi trovavo in panne e le chiedevo aiuto.
Forse da lì ho tratto le conseguenze che uno non deve dipendere da nessuno per essere libero e felice.
A Dio non ho mai pensato perchè me lo avevano presentato come uno che vuole da te l’impossibile per darti il paradiso che non sai cosa sia.
Mentre l’inferno lo sapevo molto bene descrivere, disegnare, immaginare perchè lo vivevo ogni giorno, me lo sognavo la notte perchè non riuscivo ad essere buona come pretendevano le suore.
Mi sentivo sempre in peccato per cose di poco conto, che la fantasia e il dito puntato dei miei educatori ingigantivano a dismisura.
Ringrazio Dio che mi ha mostrato il suo cuore di carne liberandomi dal dover essere.
Ma ho tanto da imparare ancora su cosa è giusto chiedere per vivere la mia identità di figlia di un unico Padre, sorella in Gesù.
Ieri i discepoli chiedono a Gesù di insegnare loro a pregare.
Ho meditato molto su quanto sia difficile pregare partendo dalla parola PADRE.
Perchè il resto viene di conseguenza.
Devi sentire, essere convinto che ti stai rivolgendo ad un padre, quando preghi e ti devi quindi fidare di Lui.
“Quale padre se il figlio gli chiede un pesce gli dà una serpe o se gli chiede un uovo gli darà uno scorpione?”
Chiedere, chiedere con insistenza, per ottenere cosa?
Quello che vogliamo?
Non mi sembra.
Quante volte ho chiesto a Dio ciò che mi sembrava giusto e indispensabile e non sono stata esaudita!
Non è detto che Dio ti dia quello che gli chiedi.
Bisogna imparare a chiedere per essere esauditi.
Il deserto chiarifica il desiderio e ti fa capire cosa è essenziale.
Questo ho capito in questo cammino irto di ostacoli, un cammino che ti fa apprezzare ciò che mai avresti pensato di desiderare perchè scontato.
Uscire dallo scontato è la svolta che ti fa riconoscere che tutto è dono, tutto è in funzione di un bene più grande e duraturo.
Ho letto da qualche parte che “Morire è un fiorire.”
Chi ci avrebbe pensato?
Gesù ci parla di un seme che deve marcire e morire per portare frutto.
Noi viviamo questa vita mortale assistendo all’involuzione, al deterioramento, all’invecchiamento e poi alla morte della carne. E questo ci angoscia e ci fa paura. Una fine che tocca tutti, perchè la morte non fa sconti a nessuno.
Ma se il morire è un fiorire perchè averne paura?
Gesù per per primo ha dato l’esempio offrendosi ai suoi carnefici perchè il seme portasse frutto..
Il dono dello Spirito Santo è frutto di quel sacrificio, di quella morte assurda, ingiusta, insensata, colpevole.
Allora quando preghiamo, se vogliamo essere certi di ottenere quello che ci fa stare bene chiediamo lo Spirito Santo, con insistenza invochiamolo ogni mattina perchè in ogni cosa che ci accade vediamo Dio all’opera per farci stare bene.
Preghiamo perchè possiamo in ogni cosa, in ogni evento gioioso o doloroso riconoscere il dito di Dio che ci sta scrivendo una lettera d’amore.