” Senza di me non potete fare nulla”(Gv 15,5)

” Senza di me non potete fare nulla”(Gv 15,5)

Meditazioni sulla liturgia di
mercoledì della V settimana di Pasqua

” Senza di me non potete fare nulla”(Gv 15,5)

Lo so Signore che senza di te non posso fare nulla e aspetto che tu faccia qualcosa per questo dolore che mi attanaglia le gambe, i piedi e mi fa impazzire insieme a tutto il resto che non funziona.
Riconosco i segni della malattia che credevo in parte domata, ” debellata” è una parola grossa, e ho paura. sono scoraggiata Signore e un’angoscia mortale mi attanaglia lo stomaco e mi fascia la testa.
Riconosco i segni delle tue piaghe, dei chiodi e dei flagelli, Signore. Sei venuto a visitarmi e a stare con me un periodo più lungo.
Ti amo e ti temo Signore, perchè le tue visite sono sempre un po’ o tanto dolorose.
L’amore non è amore se non ti fa soffrire, lo so.
Mi piacerebbe che non fosse così Signore, ma l’esperienza ormai mi ha fatto da maestra.
Se non avessi dolore sicuramente ti cercherei meno, se avessi molti amici forse mi dimenticherei di te, se avessi tante cose da fare sicuramente non contemplerei il tuo volto,non affonderei il mio viso nel tuo petto, non invocherei il tuo nome con tanta fede.
Ho solo te Signore che puoi guarirmi, solo tu puoi darmi quello che il mondo mi nega, quello che ho ereditato dagli avi, le conseguenze del loro peccato.
Il medico che incontrai sulla tua strada, profeticamente scrisse nella diagnosi:” Neuropatia eredofamigliare”, termine che subito non capii nella sua valenza spirituale oltre che materiale.
Sto scontando le colpe dei miei antenati che non hanno saputo coltivare la terra che desti loro,inventandosi il mestiere del contadino, senza seguire i tuoi consigli.
Così ho ereditato una selva oscura e impraticabile, una terra dove non ci sono innesti che portano frutto.
Ma tu Signore lento all’ira e ricco di misericordia continui ad innestare in te gli avanzi di piante malate, in cancrena, continui con fiducia e con perseveranza a raccogliere ciò che dal mondo viene scartato e che morirebbe se tu non posassi il tuo sguardo sulle tue creature.
Questa terra tornerà ad essere un giardino se tu sei con me Signore mio Dio.
Non ci sarà più pianto nè lamento e il lutto si cambierà in gioia senza fine.
Io ti aspetto Signore, non me ne sono ancora andata anche se l’istinto è di fuggire da prove così dolorose.
Quanti tagli, quante cicatrici perchè attecchisca il pezzo di legno?
Non avevo mai pensato che il mio dolore è il tuo dolore perchè nell’innesto si è in due a soffrire e tu, Signore che ti offri per tutti che dovresti dire?
Sei il mio sposo nella buona e nella cattiva sorte, mai da te sarò delusa se tu rimani in me e io in te.

Annunci

” Gli corse incontro gli si gettò al collo e lo baciò.”(Lc 15,20)

Meditazioni sulla IV domenica di Quaresima
anno C

” Gli corse incontro gli si gettò al collo e lo baciò.”(Lc 15,20)

Non basta mai rileggere e meditare quanto è scritto in questa parabola specie ora che siamo in Quaresima e viviamo in funzione di questo abbraccio che Dio riserva a ciascun uomo quando decide di lasciarsi riconciliare con Lui.
Noi siamo abituati a lamentarci di tutto, perchè ci manca sempre qualcosa per sentirci pienamente sazi, soddisfatti, magari senza spostarci più di tanto.
Quando eravamo bambini molto piccoli vivevamo sereni perchè accanto sapevamo che c’era chi si prendeva cura di noi, prevenendo spesso il nostro pianto o asciugando con una carezza e un abbraccio le nostre lacrime.
I bambini sono i nostri maestri, l’ha detto Gesù e addirittura se vogliamo vivere nella pace e nella gioia e nell’amore di una casa dove non manca mai niente, bisogna rinascere dall’alto, come dice Gesù a Nicodemo.
La Bibbia ci parla dell’esodo come la più importante e significativa esperienza dell’uomo alla volta della terra promessa.
Abbiamo tanta paura della morte e cerchiamo in ogni modo di esorcizzarla.
Ma come si può chiamare la nascita, la prima nascita nella carne se non una morte a ciò che prima eravamo?
La permanenza nell’utero della madre dura nove mesi poi è tempo
espatriare, di uscire, di attrezzarci a respirare da soli, con i polmoni, anche se l’aria quando entra la prima volta fa male, molto male. Perciò piangiamo.
Il pianto è il segno che siamo vivi e sani e se qualcuno tarda interviene subito qualcuno a darci uno sculaccione perchè i nostri polmoni incomincino a funzionare.
Abramo obbedì al Signore quando gli disse di lasciare la propria terra e incamminarsi per un paese sconosciuto di cui Lui dava garanzia di prosperità e di vita.
Se Abramo disse sì a Dio per fede a noi non è chiesto il permesso di farci uscire dal grembo materno in cui eravamo tranquilli, al buio, ma provvisti di tutto.
Come ad Adamo non fu chiesto se era disposto a togliersi una costola per partorire Eva, così a noi non è chiesto se vogliamo o non vogliamo uscire allo scoperto, se vogliamo rinunciare ai vantaggi di stare in un ambiente protetto e sicuro.
Ma pare che sia importante avere consapevolezza di ciò che ci viene gratuitamente dato ed oltremodo più importante sapere che il bene, la felicità, la pace ha un prezzo.
Il prezzo più alto perché noi riavessimo tutto questo l’ha pagato Gesù, ma non basta a farti felice, se non ritorni nella sua casa.
E quando ci entri ti accorgi che sei tornato dentro un utero più grande dove non vivi solo tu, dove Lui provvede a che tu viva dell’opera delle tue mani, sapendo che chi fa piovere e fa crescere è sempre e solo Lui.
Non ci fa l’anestesia per farci partorire l’altro, il tu , la terra in cui Lui si è inchiodato, l’albero della vita che porta frutto a chiunque se ne voglia cibare, accettando di imparare da Lui la difficile ma non impossibile arte del contadino.

Entrate per la porta stretta (Mt 7,13)

L'immagine può contenere: spazio all'aperto
Entrate per la porta stretta (Mt 7,13)
Mi chiedo quale sia la porta stretta attraverso cui dobbiamo passare per metterci al sicuro.
In un passo del vangelo ricordo la risposta di Gesù a un discepolo che gli obiettava che non era facile seguirlo se non conosceva la via.”Io sono la via la verità la vita” rispose Gesù.”
Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”
In un altro passo dice:” Io sono la porta delle pecore…chi non passa da questa porta o è un ladro o un brigante”
Sembra che non abbiamo scelta, non ci sono altre strade che portino in Paradiso, nella casa del Padre, nella casa della nostra famiglia originaria dove il pensare, il volere e l’agire sono frutto di un accordo, di una comunione continua e feconda tra le persone della Trinità.
Senza Cristo, vero Dio e vero uomo non possiamo rientrare in quella casa, in quel giardino, in quella terra dove scorre latte e miele.
Gesù fa la differenza tra un Dio inaccessibile onnipotente e santo e un Dio che scende, che si mette nei nostri panni e c’insegna l’alfabeto dell’amore…
un amore che non guarda dall’alto ma dal basso, per lavarci i piedi e rimetterci in piedi.
Quella terra da noi offesa, oltraggiata e disprezzata non poteva dare i suoi frutti se non fosse stata rovesciata, smossa, arata dalla fede di una donna, perfetta figlia di suo figlio, vergine e sposa, destinata ad essere la nostra regina.
“Una spada ti trafiggerà l’anima,” le disse il vecchio Simeone dopo aver esultato vedendo il Salvatore.
La via stretta non fu risparmiata neanche a Maria, la madre, la regina, la nuova Eva.
E noi che siamo battezzati non possiamo dimenticare che essere Re Profeti e Sacerdoti ci incorpora nello stesso Suo destino di morte e di vita,di sconfitta e di gloria.

” Rabbi è bello per noi stare qui” (Mc 9,5)

L'immagine può contenere: una o più persone
” Rabbi è bello per noi stare qui” (Mc 9,5)
Oggi Signore ci ricordi la bellezza del nostro corpo, mostrando il tuo trasfigurato come apparve dopo che fosti sfigurato e crocifisso.
E’ un anticipo di paradiso quello che oggi, ci fai pregustare ed è bene che questo accada.
Spesso ci dimentichiamo a cosa siamo chiamati, da dove veniamo e dove andiamo, ci dimentichiamo che questa vita che stiamo vivendo nella carne è il seme che darà frutto a suo tempo.
Le pagine che la liturgia oggi sottopone alla nostra meditazione, il pane che oggi ci doni non possono non farmi pensare a quale speranza siamo chiamati e cosa concretamente ci sarà dato dopo la fine di questo viaggio, da quando abbiamo lasciato la nostra terra e ci siamo incamminati su una strada che non conoscevamo, fidandoci di te, come Abramo..
Tu Signore ci prometti una terra dove scorre latte e miele, dove tu hai preparato un banchetto di grasse vivande dove tutti i popoli confluiranno per godere della tua gloria in eterno, per sempre.
Bisogna salire sul monte per contemplare la bellezza della terra che tu hai promesso ai nostri padri e che hai dato a noi attraverso il Battesimo.
Mosè la vide da lontano, non gli fu permesso entrarvi perchè doveva aspettare te che negli Inferi saresti andato a liberarlo, mentre i tuoi piangevano la tua morte, insieme con tutti quelli che in vita non vi entrarono, ma che credettero alla tua promessa.
Il nostro corpo che tu hai impastato con la terra e su cui hai alitato il tuo Spirito è destinato alla corruzione da quando quella terra abbiamo deciso di usarla per trarne un piacere personale, infischiandocene dei tuoi consigli di progettista e di padre.
…di te che sei Dio, Creatore e Signore di tutte le cose e che se di tutte hai detto che era cosa buona, solo dell’uomo maschio e femmina hai detto che era cosa molto buona.
A tua immagine e somiglianza ci hai ceato per l’eternità.
Ma noi siamo un popolo di dura cervice e abbiamo voluto fare di testa nostra, perciò ci ritroviamo in questa valle di lacrime.
Penso alla terra e al corpo a cui tu hai dato forma e vita, penso all’uso che di questo corpo ho fatto nella mia vita e sono presa da grande angoscia e afflizione.
Certo raramente, prima di incontrarti, l’ho messo al tuo servizio, vale a dire a servizio dell’amore.
Il mio corpo ha cominciato a parlare, a gridare più forte, a urlare il suo dolore perchè non lo usavo per ciò per cui tu l’avevi creato.
Il mio corpo si è ammalato, è diventata una macchina incidentata che perde i pezzi per strada.
Ma oggi che ti ho fatto salire, sei il mio navigatore che mi porta dove è necessario.
A spinta, in riparazione, a tre cilindri, con la carrozzeria che va a pezzi, non ho mai fatto tanta strada e spesso mi sembra di essere entrata nella terra promessa.
Peccato che queste incursioni dello spirito durino giusto il tempo per non farmi dimenticare tanti tuoi benefici.
Bisogna scendere a valle e fidarsi di te, come di te mi fido quando mi chiedi di accompagnarti sul monte.
Tu hai restituito alla mia terra la dignità perduta, gli hai dato e rinnovato la sua funzione di essere luogo in cui germoglia la vita.
Tu Signore mi hai fatto attraversare il deserto per farmi convincere che non di solo pane vive l’uomo e che mai mi farai rimanere a digiuno.
Ti ringrazio Signore del corpo che tu mi dai nell’Eucaristia, ti ringrazio di quello che oggi moltiplicherai sugli altari del mondo, non guardando all’entità dell’offerta, ma a quel poco che riusciamo a darti, non sempre le primizie del nostro raccolto, nè gli animali migliori dei nostri allevamenti, che tu non ti stanchi di benedire.
Tu Signore ci renderai capaci, ne sono certa, di offrirti tutto, man mano che procediamo in questo esodo, su questa terra piena di spine.
Sono certa che tu ci farai dire: ” Un corpo mi hai dato, e io ho detto -Eccomi! Sul rotolo del libro è scritto di fare il tuo volere-“
So Signore che saremmo raggianti guardando te, adorando te, specchiandoci in te.
Credo che trasformerai il nostro corpo, la terra che ci hai promesso in un luogo di delizie come hai fatto per Maria.
Perchè tu sei la nostra terra promessa , tu sei il luogo del nostro riposo, tu la pianta in cui innestare la terra di cui siamo fatti, il nostro corpo mortale, perchè diventi di carne, fonte di grazia per tutti gli affamati del mondo

“Chi perderà la propria vita per causa mia la salverà”(Lc 9,24)

Risultati immagini
“Chi perderà la propria vita per causa mia la salverà”(Lc 9,24)
Ieri il sacerdote con l’imposizione delle ceneri ci ha ricordato la nostra natura mortale, terra da cui veniamo e terra a cui torneremo.
Anche se cerchiamo di non pensarci è questa una triste realtà che non ci piace ricordare e che non vorremmo che gli altri lo facessero.
Eppure il cammino quaresimale parte da una certezza, da una constatazione che è inconfutabile.
Oggi il tema della terra ci viene riproposto nella prima lettura dal discorso che Mosè rivolge agli Israeliti prima di entrare nella terra promessa.
Mosè invita a prendere oggi una decisione per intraprendre il cammino alla scoperta della nostra vera natura, della nostra identità liberata dalle maschere che abbiamo gettato a Carnevale.
Chi può dirci chi siamo? Chi può guidarci alla conoscenza della nostra vera natura? Chi può dirci la verità sul nostro destino?Chi può farci godere dei frutti della terra che ci ha donato insegnandoci a coltivarla?
Gesù è venuto a darci le istruzioni di persona, mostrando come non si possa entrare nel mistero della morte se non morendo a se stessi, rinnegando i propri giudizi e pregiudizi con le orecchie tese a non far cadere neanche una briciola del pane quotidiano che spezza per noi e con gli occhi aperti a guardare quello che fa.
Quando l’11 febbraio del 1998 con il secondo tamponamento andarono in frantumi le lenti multifocali e insieme a loro le mie certezze, la mia identità, tutto, fu allora che mi fu decretata la morte con la fine di tutto ciò che mi faceva esistere, primo fra tutti il lavoro.
“La Madonna di Lourdes ti ha salvato”, mi disse qualcuno leggendo il libro che in seguito scrissi sulla mia conversione, dove avevo annotato la data dell’incidente e le conseguenze nefaste che ne derivarono.
Fu forse allora che cominciò il mio cammino quaresimale alla ricerca dell’identità perduta.
Inconsapevolmente mi ritrovai a vedermi terra arida e incolta, terra inutile perchè senza vita.
Il mercoledì delle ceneri durò parecchi anni, senza un sacerdote che me lo ricordasse.
Tanti anni a vagare in un deserto sconfinato di cui io non ero che un granello di sabbia, confuso tra i tanti che il vento mescolava e confondeva di continuo.
Chi ero io, dove andavo, da dove venivo?
Poi l’incontro con il crocifisso, con Gesù che ha cominciato a parlarmi e a sussurarmi nelle notti dolorose della malattia sempre più invalidante, parole nuove, parole di speranza, parole di vita.
Non mi disse subito che dovevo rinnegare me stessa, non mi parlò di morte, ma mi prese per mano e mi aprì il senso delle Scritture.
Oggi medito su quella terra che mi sono lasciata alle spalle, quella su cui non riuscivo a stare in equilibrio e penso al dono stupendo di questa nuova terra, vivificata dallo Spirito nella quale mi ha fatto rientrare per coltivarla con Lui in Lui e per Lui.

” lo chiameranno Signore, nostra giustizia”(Ger 23,6)

” lo chiameranno Signore, nostra giustizia”(Ger 23,6)
Oggi le letture ci parlano di giustizia, una parola che amiamo sbandierare per rivendicare i nostri diritti, ma che spesso bypassiamo quando riguarda i nostri comportamenti non proprio giusti.
Mi chiedo perchè siamo sempre pronti a puntare il dito sulle inadempienze altrui e così poco propensi a farci un serio esame di coscienza.
Dio, è scritto, susciterà il germoglio giusto, quello che ci ricondurrà nella nostra terra, la terra di Dio, la terra che Dio ha voluto condividere con noi, il campo dove ci ha chiamati a lavorare, ma che sarebbe infruttifero se non ci fosse lui.
” Nè chi pianta e irrriga è qualcosa, ma è Dio che fa crescere” è scritto.
Voglio mettermi alla sua presenza questa mattina, presentarmi a lui come sono, una pianta inaridita, deturpata dal vento, dalla siccità, dagli uomini, con tanti rami secchi o tranciati di recente, voglio a lui chiedere uno sguardo di misericordia, perchè possa sperare di rinascere in un piccolo virgulto che ora non vedo, ma che si sta preparando a sfondare la corteccia dura del mio albero.
Chiedo a Dio di poter essere liberata da qualsiasi schiavitù, di poter ritrovare la forza e l’entusiasmo per il santo viaggio e riprenderlo con più lena, chiedo a Maria di starmi accanto, come al suo sposo Giuseppe, perchè mi aiutino a non perdere neanche una sillaba che esce dalla Sua bocca.
A loro fu affidato il Redentore, l’Emanuele, e loro lo accolsero e se ne presero cura prima ancora che cominciasse a parlare, perchè Dio non smette mai di comunicarti il suo amore, anche quando è un piccolo seme, anche quando emette solo vagiti.
Ho pensato che Maria e Giuseppe non ebbero dubbi sul da farsi perchè da dentro la voce di Dio li istruiva e li guidava verso la realizzazione del suo progetto d’amore.
Tante cose non le capirono subito, ma si affidarono al Padre che sapevano essere al di sopra di ogni giustizia umana, si fidarono perchè forte era il loro legame con chi li aveva generati.
La parola che questa mattina mi ha colpito è tratta dalla profezia di Geremia al ventitreesimo capitolo” Pertanto verranno i giorni, nei quali non si dirà più : Per la vita del Signore che ha fatto uscire dal paese d’Egitto, ma pittosto : Per la vita del Signore che ha fatto uscire e che ha ricondotto la discendenza della casa di Israele dalla terra del settentrione e da tutte le regioni dove li aveva dispersi: costoro dimoreranno nella propria terra”.
La terra che bramo, che desidero, che cerco, che voglio con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta me stessa è l’amore di Dio è quella terra in cui si mossero Maria e Giuseppe prima che spuntasse il germoglio sul tronco di Iesse, la terra in cui si mossero non solo spiritualmente, ma anche e soprattutto umanamente, quando si trovarono a confrontarsi con il mistero dell’incarnazione, quando Gesù divenne un dono scomodo, un dono di cui non capivano la portata, quando dovettero difenderlo dalla ferocia di Erode, quando tutto sembrava contraddire le promesse di Dio.
Quella terra vorrei coltivare, vorrei essere capace di capire quando è tempo di seminare, quando di aspettare e vigilare, quando è tempo di raccogliere.
Come vorrei vivere in un rendimento di grazie continuo la mia collaborazione a che la terra ridiventi un giardino profumato con tutti i colori dell’arcobaleno.
Quanto sarebbe bello, o Signore, vivere l’intimità della tua casa, sentirmi avvolta e protetta dal tuo amore, quanto vorrei che i brutti pensieri, le paure, le sofferenze del momento presente non offuscassero i tuoi raggi, non impedissero a te di far germogliare la vita.
Ieri non ho fatto meditazioni sulla parola che tu mi hai donato, una parola così pregna di significato che , se fossi stata bene, avrebbe dato vita al più grande poema sulla mia storia che tu hai trasformato nella tua .
Il compleanno di Franco che coincide con l’inizio delle ultime ferie dell’Avvento, mi ha riportato indietro negli anni, quando non capivo, quando non ti conoscevo, quando con un nome volevo azzerare la storia.
Non volevo che si chiamasse come chi ci aveva fatto tanto soffrire.
Solo quando mi svegliai dall’anestesia trovai la sorpresa.
Tu Signore hai voluto che questo figlio riscattasse il nome che qualche antenato disonorò e per questo hai voluto che lo stesso nome fosse anche fonte di gioia e di amore condiviso.
Così è accaduto.
Siamo tutti in cammino Signore, ma dal cuore questa mattina è sgorgata la preghiera riconoscente che mi ha liberato dall’angoscia.
Grazie Signore perchè questo figlio ama ed è amato dai suoi figli e dalla sua sposa, grazie perchè dona il suo tempo anche agli altri bambini di cui si prende cura, con la sua sposa, grazie perchè amo oggi il suo nome perchè tu glielo hai messo.
Ho sentito circolare il tuo soffio di vita ieri sera, attorno alla tavola, specie quando mi ha fatto vedere il video che i figli gli avevano preparato come augurio e mandato sul suo cellulare.
Ho sentito il tuo soffio perchè, nonostante le precarie condizioni di salute mie e di Gianni, hai reso possibile questa condivisione di te, del tuo amore e della tua benedizione.
Signore continua ad irrigare la nostra teerra, ti prego, continua a rialzarci ogni volta che inciampiamo e ci scoraggiamo.
Continua Signore a mandare il tuo Spirito e a stupirci per i nuovi germogli che spuntano da piante destinate a morire.
Maranathà, vieni Gesù!
E tu Maria non mi lasciare la mano, continua a chiudermi gli occhi come ogni sera mia nonna faceva, per farmi addormentare, continua a tenermeli aperti quando passa Gesù.

  ” Chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14, 11)

” Chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14, 11)
Questa mattina il Signore ci invita a riflettere sull’umiltà, parola che in sè contiene il seme della vita.
Maria, nel Magnificat, esplode in un inno di gioia e di gratitudine a Dio perchè aveva guardato l’umiltà della sua serva.
Dio per realizzare il suo progetto sceglie sempre persone sconosciute, per il mondo non capaci, non all’altezza, inadatte al compito da svolgere, cosa che sembra un controsenso.
Sceglie ciò che il mondo scarta, mette da parte, disprezza per mostrare che il valore non ce lo dà il mondo, ma Lui che per primo ci ha amati e ci ha chiamato all’esistenza.
Umile ha al suo interno la parola latina “humus” che significa terra.
Noi veniamo dalla terra, siamo fatti di terra su cui il Signore ha alitato il Suo Spirito.
Il primo uomo si chiamò Adamo, il terrestre, fatto di terra.
Non posso per associazione d’idee non pensare alla terra promessa verso la quale tendiamo, una terra dove scorre latte e miele, dove i fiumi battono le mani e tutta la natura è in festa.
Un banchetto di grasse vivande sarà ad aspettarci sul santo monte dell’eredità promessa.
Il primo uomo con il peccato perse la possibilità di trarre frutti buoni e commestibili dalla terra di cui era fatto, dal lavoro delle sue mani, ma solo frutti che intossicano e che man mano ti tolgono la vita.
Per questo Dio si è incarnato, è diventato terra come noi, ma buona, humus nel senso che oggi diamo alla parola, terra ricca di fermenti vivi per accogliere il seme e farlo germogliare.
Gesù la nostra terra.
Come ci ricorda San Paolo nella lettera ai Filippesi 2, 6-11
“Egli pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!,
a gloria di Dio Padre.
Non possiamo non tener conto di tutto questo per ridimensionarci e lasciare a Dio il compito di sollevarci alla sua altezza.
Ma come si fa a vivere l’umiltà evangelica?
Me lo chiedo, perchè a volte mi sento arrogante e molto determinata nel professare la mia fede, nell’affermare che Gesù Cristo è il Signore, provocando negli altri fastidio e rifiuto.
Si può essere umili e nel tempo stesso tempo determinati e orglogliosi della verità che portiamo dentro?
“Chi si vanta, si vanti nel Signore” è scritto.
Quando al centro della mia vita sei tu Signore non mi basteranno mai parole per santificare il tuo nome, per dire a tutti che ci ami e che vuoi darci tutto di te, vuoi darci cose che nè tignola nè ruggine attacchino, ma gioia senza fine nel godimento della bellezza, della bontà, della verità, della giustizia, ma soprattutto della tua misericordia.
Tu Signore, contadino del cielo, insegni agli uomini a coltivare la terra che hai dato ad ognuno, unendola al tuo concime, che la trasforma in humus fecondo.
Ma concretamente come si puòn esercitare l’umiltà?
Gareggiare nello stimarci a vicenda, non agire per vanagloria, essere sempre consapevoli di che pasta siamo fatti, a quale speranza siamo chiamati…
L’umiltà è quando la scelta di Dio ti fa naturalmente sedere all’ultimo posto, perchè non ti senti degno di tanto onore…tanto amore.