Il niente e il tutto

“Il Signore guidi i vostri cuori all’amore di Dio” ( 2 TS 3,5)
Come vorrei che queste parole si avverassero, per me, per tutti quelli che sono nella prova, nella sofferenza, nel buio della notte!
Quando non hai più niente a cui aggrapparti, nessuna soluzione umana ai tuoi problemi, quando il cammino ti ha sfiancato e il deserto diventa sempre più inospitale e hai sete, hai fame, hai freddo, hai paura…
Il cuore si smarrisce quando la paura prende il sopravvento, quando la paura diventa panico perchè il luogo in cui ti stai inoltrando non lo conosci e lo temi.
Temi la tua incapacità di fronteggiare altre prove, temi di essere lasciata sola a combattere con gli sciacalli della notte, con gli avvoltoi che bramano di divorare la tua carne.
Li senti i loro morsi profondi, i loro denti aguzzi che ti fanno male, tanto male e non hai armi con cui difenderti.
Nella notte il tuo grido sale a Dio perchè intervenga a fermare la mano iniqua del grande accusatore, che venga in tuo aiuto e si chini sulle tue ferite, che ti consoli, ti prenda in braccio e ti porti lontano dai luoghi della perdizione.
“Alzo gli occhi verso i monti da dove mi verrà l’aiuto. il mio aiuto viene dal Signore, egli ha fatto cielo e terra.”
Continuo a sperare anche se non mi risponde, anche se le parole mi tornano come eco alle orecchie.
Ci sono momenti in cui la tua nudità ti sgomenta, i tuoi crolli ripetuti nel tempo da tante scosse di terremoto hanno reso inagibile la tua casa, il tuo paese, i luoghi degli incontri e della memoria.
Davanti hai un accumulo disordinato di macerie dove non è possibile neanche avvicinarsi per recuperare qualcosa che ti è appartenuto, che ti è caro, che ti serve,
Devi lasciare la tua terra come Abramo e andare incontro ad un futuro pieno di incognite.
Prego con le parole del Salmo 16
Ascolta, Signore, la mia giusta causa,
sii attento al mio grido.
Porgi l’orecchio alla mia preghiera:
sulle mie labbra non c’è inganno.
Tieni saldi i miei passi sulle tue vie
e i miei piedi non vacilleranno.
Io t’invoco poiché tu mi rispondi, o Dio;
tendi a me l’orecchio, ascolta le mie parole.
Custodiscimi come pupilla degli occhi,
all’ombra delle tue ali nascondimi,
io nella giustizia contemplerò il tuo volto,
al risveglio mi sazierò della tua immagine.
Voglio credere che la terra che mi sono lasciata alle spalle non è migliore di quella che il Signore ha in serbo per me.
La terra della condivisione, della comunione, della compresenza, della sussidiarietà, della gratuità non la conosci se non hai perso tutto, se non hai riconsegnato tutto nelle sue mani, se non ti volti indietro mentre lasci ciò che ti appesantiva le braccia e ti ostacolava il cammino.
Ti aspetta una terra di libertà, di condivisione, di gioia e di dolore, di morte e di vita che si abbracciano e si toccano e cantano la poesia, la bellezza, la potenza del Suo Amore.

“Mentre seminava una parte cadde lungo la strada”(Lc 8,5)

Mentre seminava una parte cadde lungo la strada”(Lc 8,5)
Cosa mi sono lasciata sfuggire Signore, da cosa mi sono lasciata depredare?
Cosa vuoi dirmi Signore con questa parola che riguardi la mia vita, presente, passata o futura?
Io amo la tua parola, dipendo dalla tua parola, non posso fare a meno della tua parola.
Man mano che ti conosco penso che sia l’unica che mi possa indicare una strada di vita.
Un tempo ero strada ma forse anche oggi a volte lo sono, perché penso ad altro, perché mi concentro su me stessa e non mi affido completamente a te.
Pur amandoti sopra ogni cosa, spesso non ti metto al centro della mia vita ed è facile che mi ritrovi ripiegata su me stessa, impermeabile all’azione dello spirito.
Questo mi accade quando la delusione, lo scoraggiamento hanno la meglio, quando la prova si protrae nel tempo, quando i tuoi doni pian piano mi chiami a riconsegnarli.
Man mano che procedono gli anni riconosco di avere sempre meno terra da offrirti, perché il mio corpo in più parti malato è incapace di servirti come un tempo quando gli occhi, le orecchie,le braccia, le gambe ecc funzionavano e servivano a me e ai miei fratelli.
Il mio corpo è la tua terra, la terra che non ti sei stancato di seminare, ma ci sono parti che sono diventate dure, coriacee all’aratro, impermeabili alla pioggia e non si prestano a nessuna coltivazione.
Si riduce sempre più quindi la la zona produttiva e io temo il momento in cui mi chiamerai a riconsegnare anche la capacità di pensare a te, di pregarti, di riconoscerti, di amarti.
Gli anni si sa non aiutano a fare le cose nel miglior modo possibile e le forze ci abbandonano.
Cosa dirti Signore se non che questo mi fa paura?
“Se il chicco di grano non muore non porta frutto”.
La vita me la sento sfuggire di mano e la cosa mi disorienta non poco.
Perciò mi smarrisco e mi sento proiettata in un grande deserto.
Solo quando penso a te il cuore mi si dilata e dimentico tutto e come un bambino mi faccio consolare, abbracciare, cullare da te, da voi che siete la mia famiglia e mi asciugate le lacrime e mi dite “Coraggio, non temere sono io! Non avere paura!”
Quante volte Signore tu ripeti nella scrittura queste parole!
Ma io le dimentico nel momento in cui sono chiamata ad un’altra riconsegna e un brivido percorre freddo le ossa.
Io voglio essere terra buona, ben dissodata, voglio essere una terra accogliente anche se contenuta in un piccolo vaso.
Purchè germogli il seme e tu vi hai gettato.
Non mi piacciono i fiori recisi, non mi dicono niente, mi fanno pensare alla morte mentre amo le piante che debbano crescere, quelle che hanno bisogno di cure, quelle ammalate, quelle attaccate dagli insetti e non faccio che comperare terra buona che non basta mai, perché le radici pian piano occupano tutto lo spazio e tolgono alla pianta l’elemento vitale.
Ricordo quello che ci dicevamo io e mio padre prossimo alla fine.
“Quando la pianta è piccola si mette in un piccolo vaso, quando cresce ha bisogno di un vaso più grande, ma arriva il momento che non c’è vaso che la contenga…”ed è necessario piantarla in un giardino” concludeva lui.
Arriva quel momento per tutti e su questo voglio riflettere.
Il giardino che ci aspetta è quello da cui fummo cacciati ma che per la tua misericordia ci hai con il Battesimo riconsegnato perchè ce ne prendessimo cura.
Come riuscire a imparare l’arte difficile del contadino se non accogliamo il Tuo Seme, la Tua Parola, Gesù, facendoti spazio?
Come mi insegnò Giovanni quando mi chiese dove poteva trovarti, precedendomi nella risposta.
Bastava farti spazio, prima pensando ad una sedia, un posto dove farti accomodare, poi facendosi da parte nel letto per poterti abbracciare.

“Chi perderà la propria vita per causa mia la salverà”(Lc 9,24)

Risultati immagini
“Chi perderà la propria vita per causa mia la salverà”(Lc 9,24)
Ieri il sacerdote con l’imposizione delle ceneri ci ha ricordato la nostra natura mortale, terra da cui veniamo e terra a cui torneremo.
Anche se cerchiamo di non pensarci è questa una triste realtà che non ci piace ricordare e che non vorremmo che gli altri lo facessero.
Eppure il cammino quaresimale parte da una certezza, da una constatazione che è inconfutabile.
Oggi il tema della terra ci viene riproposto nella prima lettura dal discorso che Mosè rivolge agli Israeliti prima di entrare nella terra promessa.
Mosè invita a prendere oggi una decisione per intraprendre il cammino alla scoperta della nostra vera natura, della nostra identità liberata dalle maschere che abbiamo gettato a Carnevale.
Chi può dirci chi siamo? Chi può guidarci alla conoscenza della nostra vera natura? Chi può dirci la verità sul nostro destino?Chi può farci godere dei frutti della terra che ci ha donato insegnandoci a coltivarla?
Gesù è venuto a darci le istruzioni di persona, mostrando come non si possa entrare nel mistero della morte se non morendo a se stessi, rinnegando i propri giudizi e pregiudizi con le orecchie tese a non far cadere neanche una briciola del pane quotidiano che spezza per noi e con gli occhi aperti a guardare quello che fa.
Quando l’11 febbraio del 1998 con il secondo tamponamento andarono in frantumi le lenti multifocali e insieme a loro le mie certezze, la mia identità, tutto, fu allora che mi fu decretata la morte con la fine di tutto ciò che mi faceva esistere, primo fra tutti il lavoro.
“La Madonna di Lourdes ti ha salvato”, mi disse qualcuno leggendo il libro che in seguito scrissi sulla mia conversione, dove avevo annotato la data dell’incidente e le conseguenze nefaste che ne derivarono.
Fu forse allora che cominciò il mio cammino quaresimale alla ricerca dell’identità perduta.
Inconsapevolmente mi ritrovai a vedermi terra arida e incolta, terra inutile perchè senza vita.
Il mercoledì delle ceneri durò parecchi anni, senza un sacerdote che me lo ricordasse.
Tanti anni a vagare in un deserto sconfinato di cui io non ero che un granello di sabbia, confuso tra i tanti che il vento mescolava e confondeva di continuo.
Chi ero io, dove andavo, da dove venivo?
Poi l’incontro con il crocifisso, con Gesù che ha cominciato a parlarmi e a sussurarmi nelle notti dolorose della malattia sempre più invalidante, parole nuove, parole di speranza, parole di vita.
Non mi disse subito che dovevo rinnegare me stessa, non mi parlò di morte, ma mi prese per mano e mi aprì il senso delle Scritture.
Oggi medito su quella terra che mi sono lasciata alle spalle, quella su cui non riuscivo a stare in equilibrio e penso al dono stupendo di questa nuova terra, vivificata dallo Spirito nella quale mi ha fatto rientrare per coltivarla con Lui in Lui e per Lui.

  ” Chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14, 11)

” Chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14, 11)
Questa mattina il Signore ci invita a riflettere sull’umiltà, parola che in sè contiene il seme della vita.
Maria, nel Magnificat, esplode in un inno di gioia e di gratitudine a Dio perchè aveva guardato l’umiltà della sua serva.
Dio per realizzare il suo progetto sceglie sempre persone sconosciute, per il mondo non capaci, non all’altezza, inadatte al compito da svolgere, cosa che sembra un controsenso.
Sceglie ciò che il mondo scarta, mette da parte, disprezza per mostrare che il valore non ce lo dà il mondo, ma Lui che per primo ci ha amati e ci ha chiamato all’esistenza.
Umile ha al suo interno la parola latina “humus” che significa terra.
Noi veniamo dalla terra, siamo fatti di terra su cui il Signore ha alitato il Suo Spirito.
Il primo uomo si chiamò Adamo, il terrestre, fatto di terra.
Non posso per associazione d’idee non pensare alla terra promessa verso la quale tendiamo, una terra dove scorre latte e miele, dove i fiumi battono le mani e tutta la natura è in festa.
Un banchetto di grasse vivande sarà ad aspettarci sul santo monte dell’eredità promessa.
Il primo uomo con il peccato perse la possibilità di trarre frutti buoni e commestibili dalla terra di cui era fatto, dal lavoro delle sue mani, ma solo frutti che intossicano e che man mano ti tolgono la vita.
Per questo Dio si è incarnato, è diventato terra come noi, ma buona, humus nel senso che oggi diamo alla parola, terra ricca di fermenti vivi per accogliere il seme e farlo germogliare.
Gesù la nostra terra.
Come ci ricorda San Paolo nella lettera ai Filippesi 2, 6-11
“Egli pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!,
a gloria di Dio Padre.
Non possiamo non tener conto di tutto questo per ridimensionarci e lasciare a Dio il compito di sollevarci alla sua altezza.
Ma come si fa a vivere l’umiltà evangelica?
Me lo chiedo, perchè a volte mi sento arrogante e molto determinata nel professare la mia fede, nell’affermare che Gesù Cristo è il Signore, provocando negli altri fastidio e rifiuto.
Si può essere umili e nel tempo stesso tempo determinati e orglogliosi della verità che portiamo dentro?
“Chi si vanta, si vanti nel Signore” è scritto.
Quando al centro della mia vita sei tu Signore non mi basteranno mai parole per santificare il tuo nome, per dire a tutti che ci ami e che vuoi darci tutto di te, vuoi darci cose che nè tignola nè ruggine attacchino, ma gioia senza fine nel godimento della bellezza, della bontà, della verità, della giustizia, ma soprattutto della tua misericordia.
Tu Signore, contadino del cielo, insegni agli uomini a coltivare la terra che hai dato ad ognuno, unendola al tuo concime, che la trasforma in humus fecondo.
Ma concretamente come si puòn esercitare l’umiltà?
Gareggiare nello stimarci a vicenda, non agire per vanagloria, essere sempre consapevoli di che pasta siamo fatti, a quale speranza siamo chiamati…
L’umiltà è quando la scelta di Dio ti fa naturalmente sedere all’ultimo posto, perchè non ti senti degno di tanto onore…tanto amore.

La vigna

“Piantò una vigna…”(Mt 21,33)
Dio fece un giardino, l’Eden e vi mise Adamo, l’uomo fatto con la terra su cui alitò il suo spirito.
Il giardino che Dio diede ad Adamo era il suo amore da accogliere, custodire, coltivare.
Adamo rifiutò di sottostare alle regole del suo Creatore e di quel giardino non fu riconoscente, né si preoccupò di coltivare la relazione con il suo benefattore, anzi ne approfittò per sottrargli la signoria di quel luogo, volendo prescindere da lui e tenersi tutto per sé.
L’amore di Dio è dono, ma non personale proprietà, perché è amore per tutti, è amore che suscita altro amore, amore che genera figli, uva buona, il vino della festa, della gioia, della vita senza tramonto.
Così Dio si riprese il giardino e lo diede da coltivare ai profeti, ai poveri, alle vedove, agli orfani, alle sterili, a persone che per la società non valevano nulla o meno di nulla, perché tutti preparassero la venuta del figlio, il nuovo Adamo, che avrebbe insegnato a noi come si coltiva la vigna del Signore e come la vigna dia frutti buoni e saporiti.
Gesù è venuto a irrigare con il suo sangue la terra, quel luogo ormai preda di ladri, sconvolto e abbandonato alla furia degli elementi.
Lui, il Signore, è diventato muro di cinta e poi torre e frantoio e tutto ciò che occorreva perché la vigna possa essere tutelata da qualsiasi attacco nemico.
Gesù con il suo sacrificio mise al sicuro la sua eredità, perché ne potessimo godere anche noi che non siamo stati scelti per primi.
Ma questo vino oggi noi lo dobbiamo somministrare, offrire, far gustare a quelli che hanno perso ogni speranza, che sono tristi, che non godono della bellezza di quanto esce dalla mano del Signore.
Nella Bibbia a volte ci riconosciamo nella terra, a volte siamo vigna, a volte siamo tralci, a volte siamo città.
Gerusalemme è un luogo dove è eretto il tempio del Signore, luogo di riferimento in cui si celebra il culto e nel quale ci si riconosce figli di un unico padre.
Gerusalemme sarà distrutta e il tempio andrà in rovina.
Di Gerusalemme ciò che era importante, ciò che aveva sempre contato era il tempio.
Noi siamo quel tempio che Dio vuole abitare.
Gesù è disgustato dell’uso che se ne faceva e scaccia i venditori del tempio, perché ne avevano fatto una spelonca di ladri e di furfanti.
I rapporti, le relazioni erano basate sull’uso, sull’interesse egoistico e personale.
Ognuno pensava a prendere, nessuno si preoccupava più di dare gratuitamente all’altro la propria attenzione, il proprio sguardo, il tempo di un sorriso, di una carezza, di una stretta di mano disinteressata.
Non c’era più nessuno che si prendesse cura dell’altro.
A Dio ci si rivolgeva solo per placarne l’ira e ottenere vantaggi personali.
Gesù ricostruisce il tempio con il suo corpo dopo che gli uomini ne hanno decretato la morte e sulla croce con le braccia spalancate e il cuore trafitto attira tutti a sé, perché innestiamo i nostri cuori di pietra, le nostre vite selvatiche, pezzi di legno senza futuro nelle sue ferite, perché la vigna riprenda a dare frutto.
E la terra? Dov’è la terra?
La croce ha due braccia: quelle verticali attingono dal cielo lo spirito di vita, quelle orizzontali abbracciano il mondo per dargli la vita.
Grazie Gesù, grazie Padre, grazie Spirito Santo.
Noi siamo i vignaioli destinati a dare buoni frutti perché il mondo ritrovi la gioia.
Innestati a Gesù non potremmo che essere certi di questo.
Se la vigna si è inselvatichita e l’uva è immangiabile, significa che dobbiamo chiedere al Signore un nuovo innesto.

Grano e zizzania

MEDITAZIONI sulla liturgia di 
domenica della XVI settimana del TO anno A
 
“Mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò”.( Mt 13,25)
Il regno di Dio è come il lievito… il regno di Dio è come un granello di senapa….parole che ti aprono il cuore alla speranza che accada quello che non vedi, che si trasformi questa terra arida deserta e senza germogli in un grande e lussureggiante giardino.
Ma Gesù oggi non comincia con le notizie belle e rassicuranti ma con qualcosa che ci turba fortemente.
La zizzania è qualcosa che temiamo, che teme qualsiasi contadino perchè può rovinare, quando è tanta, tutto il raccolto.
Il contadino tende ad estirparla man mano che si accorge che prende piede, ma Dio sa di cosa abbiamo bisogno e aspetta.
Non è forse vero che gli ostacoli, le tribolazioni ci rendono più forti se affrontati con Dio a fianco?
Non è forse vero che peccatori incalliti si convertano toccati da un gesto, una parola inaspettata che non li giudica, da un gesto di amore, di compassione, dall’esempio di qualche timorato di Dio?
Può anche darsi che accada il contrario e che il grano diventi zizzania, si trasformi, fino a meritare le pene dell’inferno.
“Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare….”(1Pt 5,7)
Bisogna essere vigilanti e non abbassare mai la guardia perchè la morte ci può cogliere all’improvviso.
Certo che non possiamo passare la vita nella paura che ci succeda qualcosa di irreversibile, perchè anticiperemmo l’inferno, cosa che a Dio non piace.
Il nostro creatore che Gesù ci ha insegnato a chiamare Padre non sa che farsene di figli che vivono spaventati e tristi e tramano alle sue spalle.
La vita con Dio è gioia, bellezza, amore, pace, comunione e tutto ciò che di bello e di buono possiamo augurarci.
La vita con Dio è come la vita di due innamorati, appena scocca la scintilla, innamorati che fanno esperienza di eternità, di infinito, di trascendenza, di uno e distinto, di comunione, in una parola fanno esperienza di paradiso.
La gioia è il distintivo del cristiano.
La gioia di averlo incontrato, la gioia di saperlo sempre vicino, perchè il suo nome è “Io sono, io ci sto, io esisto”per te per tutti quelli che mi apriranno la porta.
Si può con Lui vivere in un campo dove il nemico semina la zizzania senza paura di essere fagocitati, ma riuscendo man mano a guadagnare terreno, rinforzando le nostre radici con l’ascolto attento della parola e con la volontà di metterla in pratica.
“Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?”(Rm 8,31)
Mi viene in mente la sorpresa e la gioia che mi hanno dato le parole di una giovane commessa di un grande centro commerciale, incontrata ieri, mentre mio marito spingeva la mia sedia a rotelle..
Per me era un illustre sconosciuta ma lei ben si ricordava di me se mi ha detto:” Lei è la signora che crede che l’umanità sia positiva!”
Non sapendo cosa rispondere perchè non ricordavo affatto l’incontro nè la persona, ma ero certa di pensarla in quel modo le ho risposto;” Perchè tu no?”
“Da quando lei mi ha parlato anche io ho cominciato a crederci. E pensare che mi sentivo tutto il mondo contro!”
“Di certo questo è un miracolo!” ho pensato, ma poi mi sono ricordata le parole del vangelo e di come Dio, se rimaniamo con Lui, se facciamo parlare Lui, rende efficaci le nostre parole perchè la zizzania non prenda piede.
“Fratelli, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio.” (Rm 8,26-27)
troviamo scritto proprio oggi.

Terra

476ad-pregare

“Il Signore guidi i vostri cuori all’amore di Dio” ( 2 TS 3,5)

Come vorrei che queste parole si avverassero, per me, per tutti quelli che sono nella prova, nella sofferenza, nel buio della notte!
Quando non hai più niente a cui aggrapparti, nessuna soluzione umana ai tuoi problemi, quando il cammino ti ha sfiancato e il deserto diventa sempre più inospitale e hai sete, hai fame, hai freddo, hai paura…
Il cuore si smarrisce quando la paura prende il sopravvento, quando la paura diventa panico perchè il luogo in cui ti stai inoltrando non lo conosci e lo temi.
Temi la tua incapacità di fronteggiare altre prove, temi di essere lasciata sola a combattere con gli sciacalli della notte, con gli avvoltoi che bramano di divorare la tua carne.
Li senti i loro morsi profondi, i loro denti aguzzi che ti fanno male, tanto male e non hai armi con cui difenderti.
Nella notte il tuo grido sale a Dio perchè intervenga a fermare la mano iniqua del grande accusatore, che venga in tuo aiuto e si chini sulle tue ferite, che ti consoli, ti prenda in braccio e ti porti lontano dai luoghi della perdizione.
“Alzo gli occhi verso i monti da dove mi verrà l’aiuto. il mio aiuto viene dal Signore, egli ha fatto cielo e terra.”
Continuo a sperare anche se non mi risponde, anche se le parole mi tornano come eco alle orecchie.
Ci sono momenti in cui la tua nudità ti sgomenta, i tuoi crolli ripetuti nel tempo da tante scosse di terremoto hanno reso inagibile la tua casa, il tuo paese, i luoghi degli incontri e della memoria.
Davanti hai un accumulo disordinato di macerie dove non è possibile neanche avvicinarsi per recuperare qualcosa che ti è appartenuto, che ti è caro, che ti serve,
Devi lasciare la tua terra come Abramo e andare incontro ad un futuro pieno di incognite.
Prego con le parole del Salmo 16

Ascolta, Signore, la mia giusta causa,
sii attento al mio grido.
Porgi l’orecchio alla mia preghiera:
sulle mie labbra non c’è inganno.

Tieni saldi i miei passi sulle tue vie
e i miei piedi non vacilleranno.
Io t’invoco poiché tu mi rispondi, o Dio;
tendi a me l’orecchio, ascolta le mie parole.

Custodiscimi come pupilla degli occhi,
all’ombra delle tue ali nascondimi,
io nella giustizia contemplerò il tuo volto,
al risveglio mi sazierò della tua immagine.

Voglio credere che la terra che mi sono lasciata alle spalle non è migliore di quella che il Signore ha in serbo per me.
La terra della condivisione, della comunione, della compresenza, della sussidiarietà, della gratuità non la conosci se non hai perso tutto, se non hai riconsegnato tutto nelle sue mani, se non ti volti indietro mentre lasci ciò che ti appesantiva le braccia e ti ostacolava il cammino.
Ti aspetta una terra di libertà, di condivisione, di gioia e di dolore, di morte e di vita che si abbracciano e si toccano e cantano la poesia, la bellezza, la potenza del Suo Amore.