"Questo è il mio figlio prediletto"

SFOGLIANDO IL DIARIO…

Domenica 11 gennaio 2014
ore 6:50

Epifania del Signore.

“Questo è il mio figlio prediletto”

Oggi è il Battesimo del Signore.
Dio si mostra gli uomini, dice chi è attraverso la voce del Padre, attraverso lo Spirito Santo che si posa su di lui in forma di colomba.
In fondo oggi è ancora più giorno di festa, di contemplazione, di lode, perché il bambino che abbiamo adorato nella grotta, deposto su una mangiatoia, ora si è fatto grande e si è messo in fila come un comune peccatore per farsi battezzare da Giovanni.
Se da un lato è necessaria l’umiltà per ottenere ciò di cui abbiamo bisogno e non basta solo avere coscienza che siamo peccatori, bisogna mettersi in fila e attendere che Dio ci perdoni e ci assolva.
Ma un conto è lavare un vestito vecchio e un conto è indossarne uno nuovo.
Il Battesimo di Gesù ci dà il vestito nuovo che ci fa entrare a buon diritto nella comunità dei salvati, dei redenti.
Gesù si mette in fila, ancora una discesa, un atto che lo accomuna a qualsiasi peccatore, perché ha voluto, incarnandosi, condividere con noi tutto, fuorchè il peccato, la conseguenza del peccato che in fondo è ciò che ci fa vivere l’inferno su questa terra.
Gesù si manifesta in questo giorno ma non è Lui che parla, parla Dio, Dio padre, parla lo Spirito: il segno, la parola, la materia.
C’è tutto perché sia celebrato il Sacramento.
“Questo è il mio figlio prediletto del quale mi sono compiaciuto.”
Nell’adorazione dei Magi non parla nessuno, ma il segno è l’adorazione di questi illustri personaggi che si mescolano ai pastori davanti al bambino regale, il segno sono i doni che portano: oro (per il re), incenso (per Dio), mirra (per l’uomo).
Quando Gesù si mostrò ai pastori non fu Dio a parlare ma gli angeli che cantavano: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”.
I pastori credettero agli angeli perchè sono come bambini, non hanno riserve mentali, non sono condizionati da ragionamenti.
I bambini credono alla Befana e a babbo Natale e stupiscono per i doni che vengono loro portati.
I pastori nella loro semplicità, nel silenzio delle loro dimore itineranti, sono in grado di percepire la voce degli angeli e di seguirne le indicazioni.
Luca parla degli angeli, i messaggeri divini, che portano l’annuncio a Maria, a Giuseppe, a Zaccaria.
Ma quando Gesù diventa grande e deve iniziare il suo ministero pubblico, ha una pubblica investitura da parte della Sua Famiglia d’origine.
E’ la Trinità presente nel battesimo di Gesù, che lo consacra re, profeta e sacerdote.
L’Epifania si ripeterà sul monte Tabor, quando Gesù si trasfigurò davanti ai discepoli: Pietro Giacomo e Giovanni.
Dio nella vita si mostra a chi lo vuole vedere, che lo cerca, perché crede di trovare ciò che ha già conosciuto, ciò che gli ha lasciato la nostalgia di un bene esistente ma perduto.
Cerca ciò che esiste, ma che non ricorda che aspetto abbia, come sia fatto.
Cerca nelle cose ciò che gli faccia rivivere un sentimento di pienezza, di gioia, di appagamento, di pace.
Non c’è uomo che sia esente da questa nostalgia di eternità, di infinito, di comunione, di trascendenza, e una nostalgia che si traduce in un agire per ottenere tutto questo.
Gesù è venuto con il Battesimo a mostrarci cosa dobbiamo cercare, di cosa abbiamo bisogno, cosa abbiamo perduto.
“Cercate il Signore mentre si fa trovare” è scritto.
È il prezzo del ristoro, il prezzo della felicità acquistata senza denaro.
“Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, io vi ristorerò…. Cercate il Signore…”.
Ecco il Signore che oggi si fa trovare, mentre il Padre lo presenta ufficialmente al mondo.
Il Battesimo segna l’ingresso ufficiale di Gesù nella sua missione salvifica.
È arrivato il momento di ascoltare cosa ci dice Lui con le sue parole, con la sua vita.
Se vogliamo sapere chi è Gesù dobbiamo ascoltare cosa dice di lui il Padre, cosa dice Lui con le parole e con la vita, cosa dice di Lui la gente, ultimo il centurione presente alla sua crocifissione.
“Veramente quest’uomo era figlio di Dio!”
Che cosa straordinaria oggi abbiamo letto!
La crisi della nostra società infatti è crisi d’identità.
Non sappiamo chi siamo, dove andiamo, da dove siamo venuti.
Facciamocelo dire a Dio chi siamo.
Nel giorno del Battesimo siamo consacrati con il crisma e diventiamo messia (inviati), re, profeti e sacerdoti, innestati in Cristo con l’unzione.
Si comincia da lì.
Dio dice chi siamo.
Nella vita le nostre parole e azioni devono sempre rimandare a Qualcuno che ci ha mandato, unto, generato.
Con la nostra vita dobbiamo rendere visibile l’invisibile, attraverso le parole e le azioni, così che, alla fine ci sia un centurione, un pagano, che possa esclamare: “veramente questo è figlio di Dio!”.
Che cosa straordinaria vivere l’esperienza di Gesù, fondati sulla sua parola, fortificati nello spirito, rinnovati e redenti dal suo sacrificio!

“Camminate nell’amore”(2Gv 1,6)

Meditazione sulla liturgia di
venerdì della XXXII settimana TO
“Camminate nell’amore”(2Gv 1,6)
” Dove sarà il cadavere, là si raduneranno gli avvoltoi” (Lc17,37)
Delle letture di oggi, la prima mi conforta, perché è soffusa di speranza per chi cammina nell’amore, per chi segue Cristo.
Ma il vangelo è minaccioso, perché presenta il conto a quelli che magari hanno letto distrattamente la lettera di Giovanni e non hanno preso sul serio quello che c’è scritto.
Il fatto è che Gesù ha parlato prima di Giovanni, e che, se Giovanni parla come parla, è perché ha fatto esperienza dell’amore del maestro, della sua passione per l’uomo, per la sua infaticabile testimonianza di ciò che è buono, bello, vivificante per la sua creatura.
Per paura di non essere frainteso, si è incarnato, è diventato uno di noi e ci ha mostrato la strada per sopravvivere alla più grande delle catastrofi: la morte.
Giovanni, non fa altro che continuare il discorso del maestro, illuminato dallo Spirito che, non dimentichiamolo, non ci salta, non tocca solo i santi, ma anche e soprattutto gli ignoranti, i  consapevoli di esserlo, i peccatori, i bisognosi di Dio.
Così Gesù presenta il conto e dice come vanno a finire quelli che non hanno ascoltato la sua parola, non hanno osservato il grande comandamento.
Se anche le letture sono ravvicinate a tal punto che sembra non ci sia tempo per ammortizzare la mazzata del castigo finale, dobbiamo pensare che Giovanni , il discepolo che Gesù amava, quello che con Maria stava sotto la croce, che l’accolse in casa sua, non ha fatto altro che dire con convinzione ciò che aveva imparato frequentando il maestro e sua madre, ripieno di Spirito santo.
Certo a noi pensiamo che tutto questo non ci possa capitare, cioè di vivere alla sequela di Cristo, di seguirlo sulla strada del Calvario, di assistere alla sua morte e resurrezione.
Pensiamo che Giovanni è stato fortunato e ha fatto esperienze che a noi sono negate.
Eppure Gesù continua a rivolgersi ad ognuno di noi, perchè è risorto e vive  nella sua Chiesa e ci parla ogni giorno, ogni momento della vita perchè ci ha scelti, perchè ci ama, perchè continua ad effondere il Suo Spirito su di noi, testardi ciechi e impauriti.
La morte fa paura a tutti, anche quando diciamo di desiderarla e umanamente cerchiamo tutti i rimedi possibili per evitarla o procrastinarla.
Vorremmo essere noi a decidere il quando e il come, ma chi ci ha dato la vita nel tempo che credeva opportuno, così ce la può togliere all’improvviso.
Per questo ci avverte di tenerci pronti ad accogliere il dono, perché di dono si tratta quando sei sottratto ad una realtà corruttibile per entrare nell’ incorruttibilità dell’amore di Dio.
Gesù ci avverte, Giovanni ci rassicura, tanti testimoni ci hanno mostrato le meraviglie dell’intimità con il nostro Creatore.
Sono passati 2000 anni e il cielo brillano stelle più luminose di quelle create da Dio per illuminare la notte.
Sono i suoi testimoni, i santi che riflettono la luce di Dio perché si specchiano in Lui.
Man mano che procediamo la parola di Dio diventa più credibile, più comprensibile , più praticabile per via dei suoi santi e testimoni della fede.
 Così confortati facciamo in modo che la morte ci trovi vivi e che gli avvoltoi vadano a saziarsi da un’altra parte.

SACRATISSIMO CUORE DI GESU

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“Uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. “(Gv19,34)
Chi parla è Giovanni, l’unico dei discepoli che stava sotto la croce e che ha assistito all’ennesimo e ultimo atto blasfemo.
Lui ha visto sgorgare dal costato di Cristo sangue e acqua e se si fosse fermato a quello scempio sicuramente non avremmo la perla preziosa del suo vangelo.
Già perchè per capire quello che vediamo, tocchiamo, sentiamo, abbiamo bisogno di sperimentarne le conseguenze.
In genere ci fermiamo al negativo delle situazioni, ci piace dimorare in un cimitero cercando tra i morti colui che è vivo.
Quante volte ci capita di ricordare solo gli eventi brutti della nostra vita e ce ne serviamo per lamentarci e per convalidare la tesi che siamo sfortunati, che capitano tutte a noi, che la felicità è appannaggio dei furbi e dei raccomandati.
Se penso alle trenate della mia vita non riesco neanche a contarle.
Mia madre mi diceva sempre che io ricordavo sempre le cose brutte e trascuravo le belle.
Ma a me quelle cose brutte avevano chiuso gli occhi e il cuore al bello, all’utile, al vero.
Ricordo che quando cominciai percorso durato 11 anni, per guarire dalle crisi di panico, al terapeuta dissi che io mio padre non l’avevo mai visto perchè non avevo vissuto con lui.
A malapena ricordavo la faccia sorridente in una fotografia che lo ritraeva giovane con mamma e la mia sorella più piccola al mare.
Solo dopo aver ripescato i documenti scolastici ho con la mente preso coscienza che mi sbagliavo e che fisicamente ho vissuto con lui tantissimi anni, da quando ci dettero una casa dove tutta la famiglia potè vivere riunita. Avevo 7 anni.
Solo d’estate la famiglia si riuniva a casa dei nonni, perchè mamma che faceva la maestra poteva occuparsi di noi, affidati durante l’anno, a parenti vicini e lontani.
Mio padre era ferroviere e lavorava di notte. Il giorno dormiva e noi dovevamo stare zitti, muoverci piano e non fare rumore.
Penso al rapporto con mio padre come una parabola del mio rapporto con Dio.
Anche se non lo vedevo lui si preoccupava di me e non si risparmiava per non farci mancare nulla.
Ma di questo ho preso coscienza pian piano che gli anni passavano e la malattia sua e mia testava l’amore.
Papà, andato in pensione per via del suo cuore malato, divenne il cuore pulsante dell’intera famiglia allargata a generi, nuore e nipotini.
Ma le cose belle che mi vennero da lui, ora che è tornato nel giardino che Dio gli aveva assegnato, le vedo e le gusto adesso e me ne nutro, perchè i frutti dei suoi insegnamenti sono frutti di amore condiviso con tutte le persone a lui affidate, lui che rimase orfano di padre ad un anno di vita.
Oggi è la festa del Sacro Cuore di Gesù, un cuore amante, un utero accogliente dal quale prendiamo vita.
Il sangue e l’acqua sono gli elementi che caratterizzano la nascita di ogni bambino. Se non si rompono le acque, non possiamo venire alla luce.
Così Gesù ci ha dato la vita morendo, riversando sulla sua chiesa gli elementi primordiali perchè la terra diventi un giardino in cui vivere, sperare, crescere nella gioia di essere amati a prescindere.
Lui provvederà ancora e per sempre a darci concime e nutrimento perchè diventiamo alberi che danno frutti di eternità.

“Un certo Gesù morto, che Paolo sosteneva esse e vivo”(At 25,19)

“Un certo Gesù morto, che Paolo sosteneva esse e vivo”(At 25,19)
Questa l’accusa che viene fatta a Paolo e che lo porterà a morire per averne testimoniato la resurrezione contro tutti e contro tutto.
Ma come si fa a testimoniare che Gesù è vivo, che è risorto, che cammina con noi e che non dobbiamo temere qualunque cosa ci accada?
Cosa fa la differenza tra chi crede e chi non crede?.
Credere nasce da un esperienza, da un incontro che ci icambia la vita, da un innamoramento che ti prende e ti porta lì dove non volano neanche le aquile tanto è alto, lontano dal comune sentire.
Bisogna essere veramente innamorati per affrontare la persecuzione, la morte senza battere ciglio, cantando e glorificando il Signore per le meraviglie del suo amore.
Certo che i martiri, a guardarli con occhi disincantati con i sillogismi del mondo, sono degli esaltati, dei pazzi che mettono a repentaglio la propria vita e si fanno uccidere per dimostrare la verità che portano dentro, per non rinnegarla, verità a dir poco discutibili.
Mi viene da pensare che anche i terroristi dell’Isis non hanno paura di farsi esplodere e di morire pur di portare a compimento la loro missione devastatrice.
La morte affrontata senza paura non è la discriminante per convincere che hai ragione. Dai frutti li riconoscerete, dice Gesù.
Se il frutto della morte è l’amore, l’amore ne è anche il motore, l’ispiratore, la pianta da cui è nato. Se è l’odio è il demonio, il divisore che ne tiene le fila.
Gesù nella sua terza apparizione risorto non a caso chiede a Pietro se lo ama prima di affidargli la guida del gregge.
L’amore di Pietro è ancora imperfetto, ma Gesù non si formalizza.
Per seguire Gesù è necessario prendere la nostra croce, il nostro piccolo pezzo di legno, le nostre braccia rattrappite, il nostro piccolo amore e fidarsi di Lui.
Quando lo Spirito scenderà sulla Chiesa diventeremo capaci di abbracci se avremo unito il nostro corpo a quello di Cristo.
La nostra capacità di amare diventerà in Lui con Lui e per Lui feconda e renderà presente il Signore ogni volta che riusciremo a dire “Mi fido di te” .

“Molti credettero nel Signore” (At 9,42)

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“Molti credettero nel Signore” (At 9,42)
 
Queste parole sono dette a commento e conclusione del racconto, negli Atti degli apostoli, della guarigione di un paralitico e di una resurrezione ad opera di Pietro.
Abbiamo bisogno di miracoli per credere, ma continuiamo a cercarli in fatti straordinari, che la scienza, la ragione non risce a spiegare.
Gli Atti degli apostoli sono stati scritti perchè fosse evidente che Gesù non mentiva quando parlava dello Spirito Santo attraverso il quale avrebbe comunicato ai suoi discepoli se stesso, la sua natura, i suoi poteri.
Questa esprienza di fede è donata a tutti attraverso il Battesimo ma bisogna crederci e a quanto pare sono pochi, pochissimi quelli che credono che Gesù continua attraverso i sacramenti ad operare miracoli nella storia nostra e in quella delle persone con le quali veniamo in contatto.
Gesù ci ha donato il suo corpo morendo in croce per i nostri peccati, ma continua a farlo attraverso l’Eucaristia che ci fa diventare con Lui una cosa sola, carne della sua carne ossa delle sue ossa.
Gesù doveva però salire al cielo perchè lo Spirito di vita, scendesse sulla Chiesa e la rendesse capace di parlare ed agire nel suo nome e ottenere gli stessi effetti della Sua predicazione trasformandoci in testimoni credibili del Dio invisibile.
“Chi è l’uomo perchè te ne curi, il figlio dell’uomo perchè te ne ricordi, eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato, tutto hai messo ai suoi piedi” recita un Salmo.
Ma con Cristo siamo diventati più degli angeli, perchè siamo come Lui, figli di un unico Padre, fratelli in Gesù.
Carne e Spirito connotano la natura di Cristo e la nostra.
Non possiamo prescindere da questa verità che ci accomuna a Dio.
La carne è debole, la carne è per noi fonte di ogni preoccupazione, perchè con l’esperienza vediamo che è destinata a morire in un progressivo processo di involuzione, per quanti sforzi facciamo per rallentane la corsa.
Gesù si pone come pane di vita prima di morire, pane che diventa corpo e carne nell’istituzione dell’Eucaristia.
Se guardiamo ai nostri bisogni sembrerebbe che del corpo e del sangue di Cristo non sappiamo che farcene, visto che le nostre preoccupazioni sono legate a ciò che vediamo, a ciò che ci serve oggi, ciò che ci esonera dalle morti a cui la vita ci chiama, che non sono poche.
Gesù ci dà il suo corpo con i segni della passione, un corpo glorioso, risuscitato, ci dà un corpo su cui lo Spirito ha soffiato la vita, in una nuova creazione.
Di cosa abbiamo paura? Cosa ci può turbare se Dio, re dell’universo ci vuole dare attraverso il Figlio, se stesso, tutto se stesso, carne e spirito perchè Gesù è vero Dio e vero uomo e come tale può vivificare la nostra carne, può dare vita eterna al nostro corpo fatto di terra?
Non voglio scandalizzarmi delle parole di Gesù ma accoglierle e mediarle nella mia preghiera mattutina per rendergli grazie e chiedergli di non permettere mai che mi separi da Lui, perchè solo con Lui questo corpo mortale potrà vivere la gioia di essere dono per Lui e per tutti quelli a cui Lui vorrà portarmi.

“Davano testimonianza della resurrezione del Signore Gesù” (At 4,33)

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Davano testimonianza della resurrezione del Signore Gesù” (At 4,33)
Che significa dare testimonianza della resurrezione del Signore Gesù?
Una volta Giovanni, il mio nipotino, mi chiese come potevo essere certa che Gesù era risorto e io gli risposi che c’era chi lo aveva incontrato nei quaranta giorni dopo la Pasqua e l’aveva raccontato.
E come lui aveva creduto alle storie che gli raccontavo prima di addormentarsi riguardanti me e la mia famiglia d’origine, così tanti credettero basandosi sulla fiducia del testimone.
Ma oggi, rileggendo il vangelo mi sono resa conto che non basta raccontare una storia perchè altri credano che è vera.
L’incredulità connota l’atteggiamento dei più stretti amici e collaboratori di Gesù.
Tommaso addirittura volle mettere il dito nei fori delle ferite, per credere che Gesù non era un fantasma.
Bisogna quindi averlo incontrato personalmente per dare testimonianza della resurrezione.
La resurrezione è un evento per noi incomprensibile, da un punto di vista umano, perchè solo chi è morto può eventualmente risorgere e non risulta che questo sia accaduto a qualcuno ad eccezione del Figlio di Dio, per chi ci crede, naturalmente.
Non tutti quelli, però, che hanno incontrato Gesù sono diventati suoi testimoni.
Perchè?
Per Giovanni che oggi è più grande dovrei trovare una risposta diversa alla sua domanda.
Dovrei parlare di morte e di vita secondo la carne e secondo lo Spirito.
Mi capirebbe?
Certo è che ci sono momenti della vita in cui ci si sente morti dentro, senza speranza, demotivati, angosciati, depressi, soli, momenti in cui il senso di quello che ci accade ci sfugge e non sappiamo dove andare perchè abbiamo perso l’orientamento.
Vivere è un peso, morire un guadagno.
La scienza e le leggi stanno mettendo a punto proprio una strada indolore per uscire fuori da situazioni insostenibili per chi ne è coinvolto.
Ma se la carne muore non è detto che la persona cessi di vivere.
Nasciamo nella carne e rinasciamo nello spirito.
Così dice il Vangelo.
Per rinascere dall’alto come Gesù dice a Nicodemo dobbiamo prima morire.
Quando un bimbo esce dall’utero della madre che lo ha generato piange, perchè deve lasciare il caldo e sicuro rifugio che lo ha custodito per 9 mesi al buio e immettersi in un mondo sconosciuto dove l’aria ti brucia i polmoni, la luce ti ferisce gli occhi, dove non è scontato che il cibo ti arrivi direttamente dentro la pancia.
Ma il bambino può essere abortito se non è accolto e custodito da un NOI , l’ utero che garantisce la vita del figlio.
Questo utero passa attraverso la comunione, l’accordo, l’amore dei genitori, amore che rimanda ad un amore più grande che è quello di Dio, ad un utero ancora più grande che ci comprende tutti, dove possiamo riconoscerci figli di un unico padre, fratelli in Gesù.
La comunione, la condivisione, l’accordo nel nome di Gesù favorisce, rende possibile l’apparizione del risorto, ci risuscita, ci dà ciò che manca alla perfezione dell’amore.
E’ incredibile come tutto questo accada senza che noi facciamo magie, come le chiama Giovanni, le magie dei riscontri tra le pagine del vangelo e la nostra vita feriale, ordinaria.
Queste magie gli fanno paura, perchè sfuggono al controllo della ragione e si sa cosa ci accade quando vogliamo controllare, pianificare, metterci sopra e non sotto la signoria diCristo.
Se il sacrificio di Gesù aveva lo scopo di farci tornare a casa, quella casa da cui i nostri progenitori si allontanarono, la casa della nostra famiglia originaria, è certo che lì non ci sono distinzioni, siamo tutti uguali in relazione al padrone di casa, al Padre che ci ha creato e alla SUA Famiglia, collaboratori tutti della nostra incolumità, garanti della nostra vita.
Nella pancia-casa di Dio si vive come si vive in una famiglia dove tutto è in comune, dove ognuno è a servizio dell’altro, dove a garantire che le cose si svolgano secondo giustizia, verità e misericordia, vale a dire con amore c’è Dio uno e trino, Padre, Figlio e Spirito Santo, distinti nelle funzioni, ma perfettamente sintonizzati sulle frequenze dell’amore.
E’ naturale quindi che la testimonianza nasca dall’amore, il motore di ogni cosa, sorgente di vita.
L’amore è da Dio, è dono , il primo e più importante dono che Gesù ci ha fatto morendo sulla croce.
E’ il dono dei doni da cui scaturiscono la fede e la speranza.
Se rimaniamo ancorati a Lui non stancandoci di invocare il Suo Spirito saremo testimoni credibili di resurrezione, perchè solo chi è amato può vivere, solo chi ama può dare la vita.
Grazie Signore che ci hai chiamati a far parte della tua famiglia a godere dei beni promessi già da subito, a vivere al di sopra delle nostre possibilità e capacità la grazia del perdono.

“Io sono il Signore” (Lv 19,12)

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“Io sono il Signore” (Lv 19,12)
Questa parola, a prima vista, incute soggezione, rispetto, paura, perchè sembra affermare la superiorità schiacciante di Dio su noi comuni mortali.
Così lo immaginavo quando ero piccola e mi sognavo negli incubi notturni che al suo occhio non potevo fuggire e che avrei pagato a caro prezzo certe mie inadempienze.
Ma questa questa mattina mi sono svegliata pensando a Graziella che è tornata nella casa del Padre, la prima, ma non l’unica dei santi che il Signore mi ha messo vicino per farmi conoscere il suo volto di carne.
“Siate santi perchè io sono santo”, troviamo scritto nella prima lettura tratta dalle regole di santità del Levitico, e sembra che sia impossibile essere santi, perchè solo Lui lo è.
Ma poi ti accorgi che questa santità non è un tesoro geloso che Dio tiene per sè ma lo dona a tutti quelli che decidono di appartenergli.
Graziella era una di questi, santi sconosciuti con cui mi sono trovata a condividere una fede, a quei tempi, 15 anni fa, acerba, che con la sua vita, la sua storia mi comunicava la fiducia indiscussa nel nostro Dio, santo dei santi.
Alle 7 di ogni mattina andava ad aprire la Cappellina dell’ospedale dove alle 7.30 si sarebbe poi tenuta la messa per quelli che prima di timbrare il cartellino volevano ricevere da Dio il sigillo della sua benedizione per la giornata che cominciava.
Quando la conobbi aveva 80 anni e oggi che si fa il funerale ne avrebbe 95.
Peccato che nè io nè Gianni possiamo andarci perchè siamo a letto entrambi con l’influenza.
Ma tornando ai santi non posso dimenticare quello che Graziella condivideva con me, gioia dell’appartenere a Cristo, dolori per i ricalcoli continui di una vita tribolata per le divisioni tra i figli, per il poco amore mostrato verso quello più debole e sfortunato.
Un tempo Graziella era nell’abbondanza e aveva una posizione tanto florida che un giorno disse al Padreterno:”Signore tutto questo è troppo per me. Toglimi qualcosa!”
Nel giro di poco tempo si ammalò e morì il marito poi il figlio si sposò, perse il lavoro e si separò dalla moglie e poi tante altre cose che le resero la vita sempre più difficile.
Ma Graziella in tutto quello che le acadde non smise mai di lodare, benedire e ringraziare il Signore con un umiltà esemplare, con una fede granitica in quel Dio che l’aveva messa a dura prova ma non aveva mai permesso che fosse travolta dai flutti di morte.
Graziella apparteneva a Dio, questo io percepivo e lo stare con lei mi dava una serenità, una pace, una gioia che è rarissimo possano trovarsi in un contesto di sofferenza.
Era una povera di Dio, una affamata,assetata, di Lui, ma era anche una che dal patire imparò a consolare, confortare quelli che si trovavano in situazioni di bisogno.
Gesù oggi ci dice chi è il Signore, quel Signore che detta la legge, quello che da piccola mi faceva paura.
“Qualunque cosa avete fatto ad uno di questi piccoli, l’avete fatta a me”.
Ecco chi è il Signore, un piccolo, un affamato, un assetato, un ignudo, e non cè bisogno di arrampicarsi su scale traballanti e insicure per arrivare a toccarlo nel cielo dove si pensa che comunemente risieda.
Quando alla fine del rito funebre il sacerdote incenserà la bara la verità sarà evidente.
Figli di Dio, figli di re, santi come lui che è santo.
Dio non ha bisogno di segni esteriori per convincersi che gli appartieni, ma noi sì.
Qualora ce ne dimenticassimo ha cosparso il mondo di santi che silenziosamente e umilmente contnuano all’alba ad aprire le chiese dove poterlo incontrare, chiese di carne, chiese di poveri peccatori, chiese di malati nel corpo e nell’anima.
Solo i santi hanno le chiavi per farti entrare in più intima comunione con il Signore.