Umiltà

“Chi si esalta sarà umiliato”. (Lc 18,14)

Ieri ho bruciato quattro volte quello che avevo messo a cuocere: carciofi, piselli, zucchine, acqua con il bicarbonato che sarebbe servita per staccare le incrostazioni del tegame.
Non c’è che dire un bel bilancio per una che si credeva un asso in cucina.
Franco, quando era piccolo, diceva:”Quando sarò grande voglio fare il cuoco per superare mamma almeno in qualche cosa.”
Sono sempre apparsa gli occhi di chi mi stava vicino brava, migliore di quello che in effetti ero e questo da un lato mi consolava, mi appagava, dall’altro mi portava a esibire la mia bravura, nascondendo con grande maestria gli errori che inevitabilmente facevo.
Mamma, quand’ero piccola, mi diceva sempre che ero brava prima di darmi una commissione.
La bravura era un sistema collaudato per farmi lavorare, ma era anche l’unica via per affermare la mia esistenza.
Ho sempre saputo di non valere molto, ma mi sono sempre vantata di riuscire a trarre vantaggio dal poco, dall’errore, dall’inadeguatezza attraverso una straordinaria abilità di copertura, di ironia, di distacco tra me e la cosa sbagliata.

Quanto più vado avanti nella conoscenza di Dio, attraverso la Sua parola, tanto più capisco me, i miei errori, la mia vulnerabilità, il mio limite.
La parola di Dio non aumenta tanto la Sua conoscenza come Essere perfetto, sommo Creatore, Signore del cielo e della terra, quanto la conoscenza del mio peccato.
La luce che viene dalla parola mette infatti in risalto sempre più il mio limite contrapposto a ciò che solo Dio può fare.

Tu gradisci, Signore, gli umili di cuore.
Ho sempre pensato che il peccato fosse separarsi da Te, vivere lontano dalla tua casa, non riconoscerti come fonte di vita.
Leggendo oggi la Tua parola mi è saltato davanti agli occhi l’atteggiamento del fariseo che pregava ringraziandoti della sua capacità di essere giusto e di osservare la legge.
Il fariseo in fondo ti riconosce il merito per tutto quello che hai fatto per lui sì da renderlo giusto.

I paragoni non mi sono mai piaciuti, specie nella fede, anche se sicuramente il giudizio sul comportamento degli altri mi ha molto condizionato nella progressione verso la comprensione del mistero.
Beato è chi si riconosce peccatore, incapace da solo di realizzare in pienezza la sua umanità.
“Io sono tu che mi fai” ho trovato scritto, parole che mi hanno evocato l’immagine della creta molle nelle mani del vasaio.
E quando sembra che il vaso abbia preso una forma, il vasaio può decidere di cambiarla, rimodellando a suo piacimento l’opera delle sue mani, per aumentarne la bellezza e l’armonia.
Lasciamoci plasmare da Dio, diventiamo creta molle nelle sue mani con l’ascolto e la preghiera, apriamoci alla sua opera creatrice che continua nella storia, che è l’unica che ci garantisce la vita.

Chi si vanta, si vanti nel Signore ( 1Cor 31)

Bambini

Meditazioni sulla liturgia di
lunedì della XXVI settimana del TO
letture: Zc 8, 1-8; Sal 101; Lc 9, 46-50
28 settembre 2015 ore 7.12

“Io salvo il mio popolo dall’oriente e dall’occidente”(Zc 8,7)

(Zc 8, 1-8 )La parola del Signore degli eserciti fu rivolta in questi termini:
«Così dice il Signore degli eserciti:
Sono molto geloso di Sion,
un grande ardore m’infiamma per lei.
Così dice il Signore: Tornerò a Sion e dimorerò a Gerusalemme. Gerusalemme sarà chiamata “Città fedele” e il monte del Signore degli eserciti “Monte santo”.
Così dice il Signore degli eserciti: Vecchi e vecchie siederanno ancora nelle piazze di Gerusalemme, ognuno con il bastone in mano per la loro longevità. Le piazze della città formicoleranno di fanciulli e di fanciulle, che giocheranno sulle sue piazze.
Così dice il Signore degli eserciti: Se questo sembra impossibile agli occhi del resto di questo popolo in quei giorni, sarà forse impossibile anche ai miei occhi? Oracolo del Signore degli eserciti.
Così dice il Signore degli eserciti:
Ecco, io salvo il mio popolo
dall’Oriente e dall’Occidente:
li ricondurrò ad abitare a Gerusalemme;
saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio,
nella fedeltà e nella giustizia.
Parola di Dio
VANGELO (Lc 9,46-50)
Chi è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande.
In quel tempo, nacque una discussione tra i discepoli, chi di loro fosse più grande.
Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un bambino, se lo mise vicino e disse loro: «Chi accoglierà questo bambino nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Chi infatti è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande».
Giovanni prese la parola dicendo: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non ti segue insieme con noi». Ma Gesù gli rispose: «Non lo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi».
Parola del Signore
La parola di oggi mi fa tornare indietro, agli anni della mia infanzia, quando noi bambini giocavamo nelle piazze e i vecchi ci stavano a guardare mentre condividevano ricordi, speranze, certezze.
Era bello correre spensierati con gli amici, inventando giochi, ripetendo quelli che ci avevano insegnato. … campana, nascondino, acchiapparello, rubabandiera, uno..due…tre…stella …
Sentirsi liberi di muoversi senza pericolo di rompere qualcosa, sporcare la casa, fare rumore e disturbare i vicini, libertà di muoversi all’aria aperta, sicuri sotto lo sguardo di chi vigilava sulla nostra incolumità, anche se doveva appoggiarsi ad un bastone.
Questo passo della scrittura mi ha ricordato i tempi della spensieratezza, quando c’era chi provvedeva al cibo e al vestito e al resto, quando la nostra unica preoccupazione era quella di fare presto i compiti senza macchiare il foglio con l’inchiostro, perchè durasse più a lungo il tempo del gioco.
I bambini sono oggi anche protagonisti del vangelo, simbolo di ogni persona creata per accogliere ed essere accolta.
La grandezza di cui i discepoli discutono è contraddetta da Gesù che vede nei piccoli racchiuso il mistero dell’amore di Dio, il mistero del regno dove gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi, perchè la grandezza sta nel servire e non nell’essere serviti.
Bambini non si nasce ma si diventa, ritornare bambini, vivere l’infanzia spirituale è la meta che dobbiamo cercare di conquistare, perchè solo se ti fai bambino Dio ti può abbracciare, solo se ti fai bambino gli altri sono portati a prendersi cura di te, solo se guardi con gli occhi di un bambino non hai paura anche se a prenderti in braccio è una nonna malata e malferma sulle gambe, solo se ti fai bambino capisci quanto bisogno hanno le persone di essere abbracciate e amate da te.
Questa è la lettera che ho scritto a Giovanni( il mio primo nipotino), il libro di carne inviatomi da Dio per spiegarmi il vangelo.

21 gennaio 2003
A Giovanni che gioca sul tappeto
Giovanni stai battendo le mani, seduto sul tappeto tra i tuoi giocattoli.
Gli occhi ti ridono, il piccolo corpo è percorso da un fremito di gioia, guardando le immagini che appaiono sullo schermo della televisione.
Non capisci, Giovanni,come sono belli questi momenti, come irripetibili quelli in cui non ti preoccupi e non pensi a ciò che accadrà nel futuro.
Non hai problemi, Giovanni, tranne quello di tirarti su il naso che cola, riuscire a prendere il giocattolo che in questo momento attrae la tua attenzione.
Ti guardo, Giovanni, sei affidato a me, questo pomeriggio.
Le ossa mi scricchiolano, i nervi, i muscoli del collo sono tesi come corde di uno strumento, mi fanno male, tanto male da chiedermi come io possa badare a te, mentre sto così male.
Il sudore esce dalle mie mani, dagli occhi, da tutta la pelle cui sono sottese le corde dei tendini impazziti.
Mi chiedo come sia possibile che io sia qui con te, piegata perché tu non ti faccia male, impegnata a distrarti e a farti sorridere, ad insegnarti qualcosa di più di quanto finora abbia appreso.
Tu tendi a me le manine, mi sorridi e mi accarezzi, affondando le dita nelle mie guance, aggrappandoti ai capelli fino a farmi male.
Io rido, Giovanni, e godo di te, del tuo essere così maldestro, incapace, indifeso, piccolo, godo della tua pelle morbida e vellutata, godo delle fossette che interrompono la carne tenera delle tue mani, godo dei tuoi piedini costretti in due paia di calzini, perché fa freddo, dei tuoi pochi capelli distribuiti in modo difforme sulla testa tornita da un artefice sommo, godo della tua bocca disegnata da un maestro mirabile, godo delle tue orecchie, del suono della tua voce balbettante sillabe che solo l’amore capisce.
Giovanni sei piccolo, ancora tanto piccolo da poterti tenere stretto e coprirti con le mie braccia.
Sei tanto indifeso che io, la nonna malata ti può difendere.
Ora Giovanni ti basta il mio occhio vigile, la mia mano dolente ma ferma, le mie braccia stracciate nelle più intime fibre per darti sicurezza e conforto.
Ti basta la mia voce che ancora persuade e comunica amore e tenerezza..
Fino a quando?
Giovanni oggi voglio godermi questo momento e ne ringrazio il Signore.
Quando sarai grande, ricorda di osservare i bambini.
Sono la più grande ed efficace scuola d’amore.

” Non agite per vanagloria”(Fil 2,3)

Meditazioni sulla liturgia di
lunedì della XXXI settimana del TO
” Non agite per vanagloria”(Fil 2,3)
Le letture di oggi ci parlano  di amore, dell’amore che non aspetta il ricambio.
Quando invitate qualcuno, dice Gesù, non invitate quelli che poi possono invitarvi a loro volta per affetto o per dovere, ma invitate zoppi, ciechi,storpi, tutti quelli che in cambio non hanno niente da darvi se non la loro presenza.
Ricordo una volta, l’ennesima che mi lamentavo con mio marito, perché, quando mangiava quello che gli avevo preparato, con fatica, con passione, con amore, sottraendo il tempo  ad altre faccende, non mi diceva mai grazie, né mostrava gradimento alcuno, né diceva se gli piaceva, non gli piaceva, se il cibo era migliore  o peggiore del giorno precedente.
Niente.
Silenzio assoluto.
A volte pensavo che, anche se fosse stata spazzatura, lui l’avrebbe mangiata, lo stesso, come accadde quando in montagna lo trovammo con la testa dentro il contenitore degli avanzi destinati ai cani.
Ma Gianni è sempre stato così: se una cosa è buona la divora, perché gli piace, se fa schifo la mangia veloce, così finisce prima.
Un giorno mi venne in mente che non potevo passare il mio tempo ad aspettare che mi ringraziasse, così ho pregato.
“Grazie Signore perché mi dai chi mangia le cose che cucino, perché mi fai vivere nell’attesa che qualcuno ritorni, grazie perché dai un senso alla mia fatica”.
Con la gratitudine avevo già fatto un percorso lungo e doloroso, tutto il tempo che i rapporti con mio fratello si deteriorarono a causa dei grazie che non mi diceva, quando gli portavo il regalo per il suo compleanno.
La cosa arrivò a pesarmi a tal punto che smisi di fargli gli auguri il 5 gennaio, data della sua nascita, e da allora smisi anche di frequentare la sua casa come del resto già aveva cominciato a fare lui con la mia.
Fu proprio quell’esperienza di non risposte che in un primo tempo ci inaridì il cuore, ma poi arrivò il Signore grande e misericordioso, a caricarci sul suo giumento.
Quando si ammalò in modo irreversibile, Gesù si prese cura di lui e, attraverso di lui, curò anche me.
L’ultima cosa che mio fratello comprò, nell’ultima sua uscita, fu una sedia per farmi stare più comoda, quando l’andavo a trovare.
Pian piano capii che il mio dono era lo stargli accanto, senza aspettare i suoi grazie.
Fu il periodo più bello in cui ci ritrovammo a raccontarci la nostra storia comune, interrotto purtroppo dalla sua morte prematura.
Ma il 5 gennaio dell’anno dopo fu proprio l’esigenza di cercare una sedia per sedermi che mi aprì le porte di una chiesa.
Mio fratello, nella sua malattia che lo convertì al Signore, aveva capito che avevo bisogno di incontrare il Signore, di sentire il Suo abbraccio mentre seduta ascoltavo la  Sua  voce.
Dal cielo  mi aveva mandato il suo “grazie”   nella notte dell’Epifania, mettendomi in braccio Gesù.
Le letture che oggi la liturgia ci propone mi ricordano episodi della mia vita che non avrei apprezzato se non mi fossi messa a sedere, perché anche io, dopo aver ascoltato la sua Parola, mangiassi di quei pani e di quei pesci che Gesù moltiplicò per le folle che lo seguivano.

” Chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14, 11)

Meditazione sulla liturgia di
sabato della XXX settimana del TO
” Chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14, 11)
Gesù non ritenne un tesoro geloso essere figlio di Dio, ma mortificò se stesso, si abbassò per farci risalire dalla fossa della morte.
Il suo esempio ci guidi a entrare nella verità del vangelo.
Il senso è che non noi ci dobbiamo ritenere superiori agli altri, né occupare i primi posti, quando siamo invitati ( la Messa, la vita), perché solo chi ci invita( Dio) conosce il valore di ognuno e ci darà il posto che ci spetta a tempo opportuno.
Nel mondo purtroppo non succede che la stima e l’onore vengano dati a chi veramente se li merita, perché spesso il cuore dell’uomo è portato ad esaltare ciò che gli fa più comodo e a dare valore alle persone in vista di un tornaconto personale.
Solo Dio conosce i nostri meriti, se ne abbiamo, il nostro cuore e le nostre intenzioni e solo Lui può farci avanzare tra i primi se ne siamo degni.
C’è quindi il nostro giudizio, il giudizio del mondo e quello di Dio.
Noi uomini siamo spesso giudici incompetenti e interessati, per cui lasciamo che Dio ci dia il posto che ha scelto per noi, che, senza merito, occupiamo nel suo cuore.
Questa mattina mi  mi sono persa nella contemplazione del suo amore.
Ogni cosa che leggevo mi riportava a quanto noi valiamo per lui, quanto siamo importanti, quanto ha fatto per donarci la sua e non la nostra gloria.
Mi ha fatto molto riflettere il pensiero che se non ci avesse amato non ci avrebbe neanche creato.
“Io sono preziosa ai tuoi occhi” pregavo, “tu mi hai creato, sono tua, hai dato tutto per me.”
“Chi si vanta si vanti nel Signore”, mi veniva da dire, riprendendo le parole della Scrittura.
E così, meditando sulla presunzione, ho pensato cosa era giusto fare e pensare, ma ho riflettuto su quanto mi sia difficile mettere in pratica il vangelo.
“Gareggiate nello stimarvi a vicenda” è scritto.
Certo che a prendere istruzioni da questo manuale di lunga vita, vita eterna addirittura, sembra facile ma non lo è affatto, perché spesso mi ritrovo a considerarmi migliore di qualcun altro, nonostante mi impegni a vivere la Parola, a farla scendere nelle mie più intime fibre, perché mi nutra e mi tenga in vita.
Mi riconosco peccatrice e faccio il male che non voglio pur desiderando e conoscendo il bene.
Per questo invoco lo Spirito Santo perché scenda con potenza sulle mie relazioni e le abiti.
Chiedo a Maria di insegnarmi la sua umiltà perché possa dire che in me grandi cose ha fatto l’Onnipotente e che senza di Lui non posso fare nulla.

I bambini

 Meditazione sulla liturgia di
domenica della XXV settimana del tempo ordinario anno B
“Voi non ottenete perché chiedete male”.
“Chi è il più grande?”
La frase che mi ha colpito di più è quel chiedere male.
Già perché altrimenti non si spiega che le cose che ci affliggono non si risolvano per il meglio anche dopo un incessante preghiera.
Chiedere male.
Se una madre ha un bambino che sta morendo è normale che chieda la sua guarigione, se io ho un dolore che mi fa uscire fuori di testa è normale che chieda che mi passi …
Chiediamo male quando a Dio chiediamo soldi per comprarci la seconda macchina o anche la prima, se abbiamo possibilità, forza, per andare a piedi o con l’autobus.
Chiedere a Dio che incenerisca il nostro nemico è chiedere male.
Ma allora perché nel Vangelo troviamo scritto:”Chiedete e otterrete, bussate e vi sarà aperto”?
Il fatto è che Dio non ci dà ciò che vogliamo ma ciò che ci serve, indipendentemente dal fatto che glielo chiediamo oppure no.
Ci sono cose che Dio ci dà, la maggior parte direi, che diamo per scontate, per cui non ci passa neanche per l’anticamera del cervello di ringraziarlo, mentre se non ci dà ciò che desideriamo ardentemente, ce la prendiamo con lui, attribuendogli la responsabilità dei nostri problemi irrisolti.
”Bisogna sperare che i desideri s’ incontrino”mi diceva un addetto ai lavori, quando mi lamentavo perché non c’era corrispondenza fra i miei e i desiderata di Gianni, il mio sposo.
Certo è che questo discorso allora non mi veniva di riferirlo al rapporto che abbiamo con Dio, perché allora Dio per me esisteva come complesso di colpa, un Dio che mi scomodava sempre, specie quando ho deciso di farne a meno.
I più grandi complessi di colpa li ho avuti nei suoi confronti e posso dire con assoluta certezza che non mi sono goduta appieno niente, perché ritenevo tutto quello che facevo contrario a ciò che era giusto.
“Bisogna desiderare che desideri s’incontrino” quando me lo disse lo psicologo, pensai che dovevo cambiare quelli di mio marito manipolandolo fino a fargli fare quello che io volevo.
Ma Gianni è un ariete tosto, duro, irremovibile.
Se fa una cosa è solo per compiacerti, ma dimentica subito il motivo alla base del tuo desiderio.
Oggi, riflettendo sul rapporto che abbiamo con Dio, mi viene da dire che è lui che spera che i nostri desideri si incontrino con i suoi, vale a dire che impariamo a desiderare ciò che lui vuole, perché sicuramente è quello che ci fa bene.
Con Gianni siamo arrivati a desiderare insieme le stesse cose o a rispettarci per quei desideri che non collimano.
Siamo convinti entrambi che i nostri desideri devono essere presentati a Dio, vagliati da lui, perché, se è cosa buona, Dio ce la concederà.
Ma spesso, molto spesso non ci capiamo e scoppia la guerra che per fortuna non dura molto.
Ieri sera i nervi li avevamo tutti a fior di pelle, perchè non sono solo i nostri da dover armonizzare, ma anche quelli di chi incrocia i nostro cammino, che non sono pochi.
Sono prove da presentare al Signore perchè senza di Lui non possiamo fare nulla.
Lui ci rende capaci di amore, di tenerezza, di pazienza, di perdono verso i piccoli in cui ama nascondersi.

“La tua fede ti ha salvata!”(Lc 7,50)

Meditazioni sulla liturgia di 
giovedì della XXIV settimana del Tempo Ordinario
“La tua fede ti ha salvata!”(Lc 7,50)
La peccatrice con il suo atteggiamento umile, pentito, adorante, testimonia visibilmente con i gesti ciò che Dio ha fatto per lei e mostra gratitudine a Gesù, incurante del giudizio negativo del padrone di casa, Simone il fariseo, e dei commensali, nei suoi confronti.
Il vero Cristiano deve suscitare domande, deve stupire, deve uscire fuori dagli schemi, quando tutto ciò è finalizzato ad esprimere a Dio la gratitudine per essere stati accolti, salvati, perdonati.
L’amore di Dio si manifesta nella riconoscenza che porta ogni salvato a rendergli grazie, a mettersi ai suoi piedi, a lavarglieli con le nostre lacrime, ungendoli con olio profumato, asciugandoglieli con i nostri capelli.
Ognuno di noi deve sentire l’impulso di fare a lui quello che lui ha fatto a noi, lavandoci i piedi per rimetterci in piedi.
Quindi nessuna vergogna a proclamare la nostra fede, a prostrarci davanti a Dio, a dire non solo con le labbra ma anche con tutto il nostro essere…
Signore grazie, Signore ti amo, Signore concedimi di rimanere qui ai tuoi piedi perché continui a prendermi cura di te, perché i tuoi piedi sono stanchi, sudati, gonfi…
Hai percorso e continui a percorrere tutte le strade del mondo,  per predicare il vangelo, la buona novella dell’amore che salva.
Concedimi Signore di darti questa piccola consolazione, questo conforto.
Chiamami Signore a questo ministero!
Ogni giorno canterò le tue lodi, se mi permetterai di farlo a te e mi aiuterai a non fare la schizzinosa per ogni fratello di cui non mi devo mai sentire migliore.
Voglio Signore che tu mi conceda di vedere un altro te in ogni persona che ha bisogno di essere rimessa in piedi attraverso il mio perdono, attraverso il mio abbassarmi e mettermi al suo servizio, ringraziandolo perché è il dono che tu mi fai di te stesso che continui a camminare per le strade del mondo.
Aiutami a non giudicare Signore, aiutami a fare quello che tu hai fatto ad ognuno di noi, aiutami Signore a non sentirmi mai a posto con te e con i fratelli.

“Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto” (Lc 7,6).

Meditazioni sulla liturgia di
lunedì della XXIV settimana del Tempo ordinario
“Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto” (Lc 7,6).
Chi è degno Signore di riceverti nella propria casa?
Cristiani o non cristiani tutti abbiamo qualcosa da farci perdonare, abbiamo la casa in disordine, quella che tu ci hai dato per essere abitata dal tuo spirito, non tanto quella fatta di muri che provvediamo a tenere in ordine per salvare le apparenze o anche solo per ritrovare le cose quando la memoria comincia a fare cilecca.
Quando diventiamo vecchi riduciamo al massimo gli ingombri che potrebbero ostruirci il passaggio, quando oltre a noi devono passare carrozzelle o deambulatori.
Oppure provvedono i figli a buttarci le cose che a loro parere non servono a niente.
Se quindi siamo apparentemente a posto per quanto riguarda l’ambiente che ci circonda, non è poi così scontato che nei giovani come nei vecchi non alberghi un disordine più ostruttivo, quello dei pensieri, dei sentimenti non disciplinati, il disordine di una volontà deviata, il disordine del non amore come quello che ci illustra egregiamente San Paolo nella prima lettera ai Corinzi.
Mi ha colpito la frase:”Perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri “ che la dice lunga sul malcostume che si evidenzia in occasione di certe feste, in cui ci si affolla attorno al tavolo dove sono posizionate le vivande e “Beati gli ultimi se i primi sono onesti!” come diceva mio padre.
San Paolo alludeva all’Eucaristia dei primi Cristiani, che era seguita da un pasto comune dove si consumava il cibo messo in comune, che ognuno portava da casa.
Ma se è vero che sta scritto“ quando due o più si riuniscono nel mio nome, io sono in mezzo a loro”è epifania del Signore non solo in chiesa, ma ogni volta che le persone si radunano e condividono il cibo messo in comune.
Il radunarsi non è solo un radunarsi fisico, ma un raduno del cuore, nel momento in cui ti unisci ai fratelli nella preghiera e poi nell’agape fraterna, non trascurando i più bisognosi.
Prima di cominciare a mangiare non basta dire:” Signore benedici questo cibo che stiamo per prendere e fa’ che tutti ne abbiano”, lavandoci la coscienza, perché ci pensa il Padreterno.
Ci sono cose che facciamo inconsapevolmente, senza preoccuparci degli altri, pensando solo al nostro interesse alla nostra pancia, convinti che a noi nessuno può dire niente, perché non facciamo male a nessuno.
Il centurione, un pagano, ci dà una bella lezione di cosa sia la fede, che non è un affare per  primi della classe.
La fede non è pretendere ciò che ci spetta di diritto, ma attesa fiduciosa che Dio provveda a chi ne ha più bisogno servendosi di noi.
Ogni volta che vado alla messa nella cappellina della Madonna della Pace mi chiedo se l’orologio del sacerdote non sia per caso rotto, perché entra sempre con qualche minuto di ritardo, pur essendo già vestito e alla porta.
Ho capito solo da poco che il suo orologio è sincronizzato sulle esigenze dello Spirito che aspetta i ritardatari e non chiude i battenti a coloro che consapevolmente o meno arrivano a messa cominciata.
Così quella che ritenevo una scortesia nei confronti di quelli che arrivavano primi ( io sono una di quelli), la vivo come momento di grazia per gli ultimi e per me che ho più tempo per prepararmi alla comunione eucaristica.
“Domine non sum dignus” dice il Centurione e dovremmo dirlo ogni volta non solo con le labbra, quando andiamo alla messa, ma sempre con il cuore aperto ad accogliere la gratuità del dono che viene incontro alla nostra debolezza.
Voglio ringraziare il Signore perché attraverso la sua parola ogni giorno mi insegna qualcosa di nuovo e non è mai la stessa cosa come un tempo pensavo, una ripetizione noiosa di un testo già letto e riletto nell’anno e nel corso degli anni.
Gli anziani, per poter convincere Gesù, mettono davanti i meriti del Centurione che ha costruito la sinagoga ed è stato sempre benevolo nei loro confronti e della loro religione.
Ma a Gesù non interessano i meriti, perchè chi può vantarsi?
“Chi si vanta si vanti nel Signore” è scritto.