Il di più viene dal maligno

Matteo 5,33-37
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Avete anche inteso che fu detto agli antichi: Non spergiurare, ma adempi con il Signore i tuoi giuramenti; ma io vi dico: non giurate affatto: né per il cielo, perché è il trono di Dio; né per la terra, perché è lo sgabello per i suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”. 

Giuriamo per attestare la verità di quanto affermiamo.

La diffidenza è di casa in una società dove l’essere non corrisponde all’apparire e dove ognuno pensa all’altro come un possibile nemico.
E’ necessario un criterio che non guardi a ciò che ci separa, ma a ciò che ci unisce e ci accomuna, un criterio che parta dall’identità della persona.
Figli di Dio, fratelli in Cristo non possiamo non riconoscerci nella Parola incarnata, l’Amen di Dio dal quale lasciarci guidare nel pensare, nel dire e nell’agire.
La verità in questo mondo dove tutto è taroccato, mistificato, svenduto è proprio nella difficoltà ad accettare i propri limiti e nel chiedere a Dio di trasformarli in occasione di grazia.
“Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” dice Gesù a Pilato”.
Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.
A Pilato non interessa la verità, anche se si chiede cosa essa sia.
E’ un lampo, un barlume che si accende e si spegne nell’animo di chi, più che alla verità, tiene alla sua pelle.
I nostri interessi personali ci distolgono da ciò che ci renderebbe liberi davvero.
Signore aiutaci a credere che siamo tuoi figli, non creati per distrazione, ma per un atto di amore infinito.
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(Mt 11,25) Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno  

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(Mt 11,25)
“Ti rendo lode, Padre,
Signore del cielo e della terra,
perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno.
E’ una corsa al massacro e sono pochi quelli che si rassegnano a rimanere nella condizione di ultimi, piccoli, disprezzati, giudicati non ok per la nostra società che mette in palio sempre troppo pochi posti per sperare di farcela.
E’ una lotta che contraddistingue le nostre relazioni perchè nessuno vuole sentirsi da meno rispetto agli altri, anche se si fa quotidianamente esperienza di fallimento perchè i sapienti, i bravi conoscono tutti i trucchi per raggiungere l’ambito obiettivo.
Quando poi ci capita una pagina del vangelo che contrasta vistosamente con ciò che ci hanno insegnato e che la società pretende da noi, rimaniamo spiazzati e non comprendiamo.
Ho sempre pensato che la Parola di Dio era rivolta ai semplici, a quelli che madre natura non ha dotato di cervello e l’ho snobbata per tanto tempo.
Del resto se si ragiona con il cervello come si fa a dar ragione a Gesù?
E io ero, e ancora lo sono un po’, donna di cervello, come si suol dire, donna per cui due più due fa quattro e tutto si spiega con la ragione, cosa di cui mi sono sempre gloriata.
Al cuore non ho mai pensato come sede di sentimenti, come terzo occhio, come custode delle verità più profonde.
I bambini ci insegnano il vangelo, ci definiscono categorie nuove, ci mettono davanti un altro modo per guardare il mondo e le cose.
Nelle catechesi prebattesimali siamo soliti dire questo portando ad esempio la nostra esperienza di nonni a cui Dio ha dato la possibilità di fare gli esami di riparazione con due splendidi libri di carne, i nostri nipotini.
E non è a dire che non ci avesse fornito del materiale necessario quando eravamo giovani sposi, visto che dopo un anno di matrimonio nacque il nostro primo e rimasto unico figlio.
Ma noi, per le vicende della vita ma soprattutto per le nostre abitudini a guardare quello che non c’è e non a ringraziare per quello che c’è, abbiamo slittato lo sguardo sempre lontano dal dono che ci era stato recapitato.
Non mi sono mai fermata a giocare con mio figlio nè ho guardato il mondo con i suoi occhi nel poco tempo che mi era concesso di stare con lui.
Mi dispiace che la malattia, subentrata con la sua venuta al mondo, sia stata un ostacolo per godere del dono.
Ho cercato lontano ciò che Dio continuava a mettermi vicino.
Ecco perchè le mie frequentazioni non sono state con i piccoli ma con i migliori che mi potevo comprare con il denaro che allora non ci mancava.
Dovevamo sperimentare i limiti di certi nomi, grandezze e specializzazioni, per tornare a valle con le pive nel sacco e tanti problemi irrisolti.
E nel silenzio, nell’angoscia e nel buio di tanti sconvolgimenti, ecco spuntare il germoglio, i germogli su piante ormai inaridite, piante incapaci di dare frutto.
Si può diventare fecondi e felici quando lo stato e la vita e il mondo ti hanno messo da parte, ti hanno cancellato praticamente dai loro registri?
Questi piccoli libri di carne, cresciuti nelle nostre mani perchè illuminati e alimentati dall’amore di Dio a cui avevamo permesso di penetrare e permeare i nostri cuori sono diventati la nostra bibbia, il nostro catechismo, la chiave per entrare nel mistero del regno, nel significato delle parabole.
Le loro domande sono diventate le nostre domande, i loro bisogni, i nostri bisogni, nostri i loro confusi balbettii.
Con loro ho imparato a guardare nel cielo le stelle e i fiori nei prati e sugli alberi gli uccelli e le formiche nelle piccole buche.
Ho imparato a piangere e ridere con loro per cose piccole e grandi, a fidarmi senza pregiudizi e paure di tutto ciò che la vita mi metteva davanti.

” Io sono il pane vivo disceso dal cielo”(Gv 51)

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” Io sono il pane vivo disceso dal cielo”(Gv 51)
Signore sono qui a meditare la tua parola.
Sono qui per trovare la strada più breve per trovarti, per sentirti vicino, per capire ed accogliere la Parola che voglio sentire diretta a me, una parola di speranza, di gioia, di vita.
Pendo dalle tue labbra Signore, lo sai, perchè tu sei il mio nutrimento, tu solo parli in modo disinteressato e non vuoi che io rimanga sola senza interlocutori che mi capiscano e mi amino e mi consiglino e mi stiano vicino.
Lampada ai miei passi è la tua parola, continuo a ripetere, parole tue che sono diventate mie, viatico di speranza, strumento per non cadere.
Da 15 anni Signore, la tua Parola ha sostituito le mie, quelle del mondo, quelle che per anni ho trasmesso ai miei studenti, quelle a cui ho uniformato la mia vita.
Veramente Signore tu hai parole di vita eterna e ogni giorno si rinnova il miracolo di una vita che si arricchisce e risplende come le gocce del mare increspato quando al mattino i raggi del sole le sfiorano.
Tu sei il mio Scintillante Signore e senza di te sarei meno che nulla.
Man mano che procedo in questo cammino di vita nuova, sento che non sono sola, che posso contare su di te, che tu mi hai fatto uscire da “cent’anni di solitudine” e mi hai fatto entrare realmente, fisicamente nel mistero gioioso di un matrimonio che non sarà di delusione, ma di vita piena.
Ora “I pomessi sposi” un romanzo che mi ha sempre affascinato ma che ho sempre letto come una favola inventata è diventato lo strumento per capire che tu sei il mio promesso sposo e io la tua promessa sposa. Ho capito e cerco di vivere questo periodo di fidanzamento ascoltando quello che mi dici, cercando di metterlo in atto, vivendo spesso l’esperienza dell’incontro ravvicinato, delle tue improvvise incursioni, ma anche dei tuoi lunghi silenzi colmati dalle lettere che mi fai recapitare che mi aiutano a ricordare e a non disperare che accada di nuovo.
Come insegnante di lettere, ai ragazzi dovevo insegnare principalmente a parlare correttamente e a dire cose di valore, di senso, cosa che io non riuscivo a fare.
La mia vita è stata una vita senza parole e anche l’uomo che ho sposato è un uomo silenzioso, come si suol dire, un uomo di poche o nessuna parola.
Se tu non mi parli sono come uno che scende nella fossa è scritto.
In effetti il silenzio un tempo mi atterrriva e per questo ho sempre cercato di riempirlo con ogni genere di immondizia.
Certo non ero felice, ma non sapevo dove trovare le parole giuste e invidiavo chi naturalmente e senza sforzo riusciva ad esprimere pensieri profondi.
Ora ho te che mi fai da maestro e sono felice. E’ troppo poco dire che sono felice Signore, perchè mai avrei pensato che il dio che cercavo nelle mie carte e che Bacone vedeva nei fiori del suo giardno, poteva nascondersi dentro il mio cuore, poteva parlarmi da dentro, e io potevo, attraverso il silenzio mio accettato e presentato a te, finalmente trovare il tesoro, il pane di vita.
Oggi la liturgia ci parla del cibo di vita eterna che sei tu e fa riferimento al pane che nutre lo stomaco e non ci fa morire.
Quando penso alla mia fame, quella di un tempo, quella che compensavo mangiando di nascosto altro pane, riconosco che non era quello il modo di saziarmi.
Avevo bisogno di parole Signore, tu lo sai, parole d’amore che non conoscevo.
Avevo bisogno di te che mi ami a prescindere, che non mi giudichi per le mie infermità, i miei limiti, ma usi e trasformi i miei limiti in occasione di grazia, di vita vera.
Padre vincenzo diceva, ora non lo dice più che io parlo troppo, anche Gianni e tante mie amiche.
Mi sentivo sempre fuori posto quando l’eccesso di parole faceva scomparire l’altro, non mi permetteva di mettermi in relazione con la parte più profonda, intima dell’altro.
Ora lascio parlare te Signore, almeno ci provo, perchè quello che dici è estremamente più utile, efficace e interessante di quello che dco io.
Perdona se mi arrogo il diritto e la capacità di spiegare quelo che tu dici, quando lo faccio con arroganza, superbia, quando faccio prevalere l’Io e oscuro Te,Dio.
Non vorrei che accadesse mai Signore.
“Parla il tuo servo ti ascolta” vorrei che fosse il pendaglio messo davanti agli occhi, impresso nel cuore.
Vorrei rispondere sempre così allo”Shemà Israel” perchè non voglio lasciare neanche un pezzetto di me che non sia orecchio, ascolto, obbedienza, speranza di vita piena, con te che sei il mio promesso sposo.
Grazie Signore di questo pane che mi dai ogni mattina, del tempo che mi donii per meditarlo, ruminarlo, digerirlo, grazie del pane eucaristico che tu benedici e condividi, grazie Signore perchè mi fai partecipare non al miracolo di una moltiplicazione di pani e di pesci, di offerte fatte a volte con il mal di pancia, ma mi rendi capace di condividere con gli altri e con te che sei il mio maestro tutto ciò che ho.
Oggi ti presento la mia sofferenza, il mio dolore.
Benedicilo, Signore e fa che anch’io lo benedica perchè solo tu puoi trarre da questa offerta un bene per me e per tutti.
Maria ti rinnovo il mio sì a che tu collabori alla mia salvezza, ancella umile e fedele che non smetti mai di pregare per i figli che ti sono stati affidati.

NON DI SOLO PANE VIVE L’ UOMO

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Io sono il pane della vita”(Gv 6,35)
C’è un pane della vita e un pane della morte.
Il pane è per la società e i tempi di Gesù l’alimento base, indispensabile per non morire.
Ricordo quando ero piccola, subito dopo la guerra, quanto era difficile e raro trovare un companatico accettabile e se ci volevamo saziare aumentavamo la dose di pane che, grazie a Dio, non costava molto a quei tempi e ce lo potevamo permettere.
Ricordo la sproporzione tra la quantità di pane che nonna mi metteva dentro al cestino e la sottilissima fetta di mortadella ritagliata perfettamente perchè combaciasse con la forma delle fette sovrapposte nelle quali si perdeva.
Ricordo quando un venerdì le suore buttarono nella spazzatura quel companatico peccaminoso che mamma senza pensarci ci aveva messo, contravvenendo alle regole della chiesa.
Ci rimasi molto male, come anche quando mio fratello nel cestino mise il suo pane dopo averci tolto la parte migliore e se ne andò a giocare indisturbato, mentre io rimasi in punizione perchè a giocare le suore mandavano solo quelli che avevano mangiato tutto, senza lasciarci niente.
Il pane quindi lo collego a qualcosa che era importante e necessario per riempire lo stomaco, per placare la fame, un pane che mi serviva per farmi durare il companatico.
Ricordo la polpetta che sbriciolavo in un filoncino di pane perchè non finisse subito.
Papà mi chiamava”Ho fame” perchè era così che salutavo, quando rientravo da scuola, e ricordo che la fame mi perseguitò tanti anni sì da cercare di placarla in modi leciti o non leciti, quando di nascosto mi andavo a rubare un po’ di tonno o qualche altra cosa commestibile.
A 14 anni pesavo 100 chili per quanto pane avevo mangiato per compensare ciò che mi mancava.
Oggi il Vangelo parla di pane di vita, non di companatico.
Gesù è il pane che ci fa vivere e ci toglie la fame.
A me viene in mente che il valore al pane lo dava quello che c’era dentro, zucchero, olio, tonno, mortadella, polpetta.
Perchè senza pane tutto finiva in un attimo.
Ora ho capito a cosa allude Gesù, servendosi delle parabole della mia vita.
Lui è ciò che ci fa durare le cose buone della nostra vita.
Se un tempo pensavo che il companatico era essenziale per dare sapore al pane, ora penso che è il pane che ci fa gustare quello che ci accompagnamo.
Gesù ci offre ciò che non si compra con il denaro ma si riceve gratuitamente da Lui, basta volerlo e credere.
Io credo Signore che tu solo hai parole di vita eterna, tu divino panificatore, tu fornaio, tu cibo essenziale per vivere e non morire mai.

” O Dio, abbi pietà di me peccatore” ( Lc 18,13)

” O Dio, abbi pietà di me peccatore” ( Lc 18,13)

Signore aumenta la mia fede, quando penso che la salvezza del mondo dipende da me, quando mi fido solo delle mie forze, quando ti escludo dai miei progetti, dalla realizzazione del bene, dalla salvezza mia e dei miei fratelli, quando mi accanisco a trovare strade alternative alla giustizia, alla misericordia, alla verità, quando mi sento sola a combattere la battaglia della vita..
Aiutami a credere che senza di te non posso fare nulla, che ho bisogno di te più dell’aria che respiro.
Fa’ che non mi disperi quando non trovo soluzioni ai problemi che si frappongono alla mia e altrui felicità.
Aiutami Signore ad essere perseverante, a metterti al primo posto in tutto ciò che penso e che faccio, aiutami a dipendere da te con gratitudine, con fiducia sempre più grande, aiutami a non sentirmi più brava, più buona, più a posto dei miei fratelli, aiutami a non confidare nelle mie forze ma a ringraziarti sempre per le forze che trovo per compiere il tuo volere e collaborare al tuo progetto di salvezza.
Purificami dal peccato dell’orgoglio, del diritto a ricevere per i miei meriti la tua salvezza, aiutami Signore a non dimenticare mai da dove vengo e dove devo tornare.
Donami Signore di dare ad ogni momento della mia vita valore e senso, perchè tu e solo tu dai senso e valore e vita alle cose, ricordami ogni giorno che viviamo in una terra di esilio e che la nostra patria sei tu, il tuo amore.
Non voglio Signore dimenticare i tuoi benefici, non voglio allontanarmi da te che sei mio padre, che mi hai creato per amore, che vuoi donarmi il tuo amore per darmi la vita non un giorno ma per l’eternità
Aiutami a vivere le relazioni partendo non dalle mie soluzioni ma dal tuo sguardo che è sempre di misericordia e di amore.
Fammi amare la tua carne, in ogni uomo carcerato, debole, oppresso, malato, perseguitato, solo, in ogni uomo non amabile, non corrispondente ai miei desiderata.
Quante persone sono portata a giudicare, quante volte mi sento migliore di chi non si comporta come ritengo sia giusto!
“Gareggiate nello stimarvi a vicenda”, c’è scritto, ma noi non ne siamo capaci e passiamo il tempo a criticare gli errori e i comportamenti altrui senza neanche rendrci conto che noi siamo peggio di loro.
Quando Giovanni era piccolo si buttava nelle mie braccia per essere preso, coccolato, consolato.
Non sapeva Giovanni che non ho forza nelle braccia e che era molto pericoloso ciò che desiderava e che io mi sforzavo di fare per corrispondere al suo desiderio di sicurezza.
Mi sono presa cura di lui senza mai prenderlo in braccio, trovando di volta in volta la strada che tu mi tracciavi perchè il bambino non soffrisse e si sentisse amato sempre.
Giovanni mi ha fatto sperimentare quanto conti fidarsi di te che trovi una soluzione a tutto ciò che ci serve perchè non ci sentiamo abbandonati e soli.
Mi ha insegnato a fidarmi di te, ad aspettare con fiducia le tue incursioni impreviste, le tue soluzioni incredibilmente più efficaci di quelle che io avrei saputo trovare anche se fossi stata in piena salute..
Un bambino mi ha introdotto nel tuo santuario e mi ha portato a riconoscere la mia inadeguatezza, il mio bisogno di aiuto, che in lui vedevo riflessi, ma anche e soprattutto la tua provvidenza, il tuo amore costante, la tua mano benedicente, la tua parola rassicurante, le tue opere di vita .
Così oggi Signore voglio pregare, invocando il tuo Spirito su tutti quelli che, come bambini, cercano le braccia accoglienti della madre e il suo calore, ma non sono in grado di riconoscerTI.
Serviti di me Signore per bussare al cuore di questi fratelli che stanno nel buio e aiutami ad aprire le loro finestre perchè la tua luce possa illuminare tutte le case che per troppo tempo sono state al buio.
Liberami dall’orgoglio, dalla superbia, dalla presunzione di essere capace di tanto, sempre più rendimi strumento docile nelle tue mani.
Aiutami a credere che senza di te non posso fare nulla, che ho bisogno di te più dell’aria che respiro, aiutami a non disperarmi quando non trovo soluzioni ai problemi che si frappongono alla mia e altrui felicità.
Maria insegnami a a vivere l’infanzia spirituale che fu tua prerogativa, che ti rese madre del figlio di tuo figlio, scelta per essere il faro che ci indica la strada del paradiso.

“Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5,8)  

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MEDITAZIONI SULLA LITURGIA 
di mercoledì della V settimana del TO


VANGELO (Mc 7,14-23) 
Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. 
In quel tempo, Gesù, chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». 
Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola. E disse loro: «Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?». Così rendeva puri tutti gli alimenti. 
E diceva: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».
Parola del Signore 
Signore sono qui, come ogni mattina, a cercare in te l’interlocutore, l’amico, il padre, lo sposo che mi svela il mistero nascosto della mia persona.
Tu non hai bisogno di niente, né la tua identità, la tua verità, il tuo amore dipendono da quello che noi pensiamo di te mentre noi siamo sconosciuti a noi stessi e abbiamo bisogno di chi ci guidi a conoscere cosa siamo e a cosa siamo stati chiamati.
La nostra felicità la facciamo dipendere da ciò che gli altri pensano di noi.
Proiettiamo all’esterno le nostre brutture, i nostri peccati, vedendoli ingigantiti negli altri.
Tu Signore, nonostante la nostra incostanza, la nostra poca fede, continui ad essere sempre te stesso: Dio di amore e di misericordia, lento all’ira e grande nell’amore.
Tu ci insegni le vie della vita e ci apri gli occhi a ciò che è nascosto dentro di noi, un tesoro che vale la pena di scoprire perché è germe di vita eterna.
Ho fatto ricorso prima di incontrarti all’aiuto di psicoterapeuti per conoscere ciò che albergava dentro di me e per vincere la paura di stare sola.
Quella paura nasceva proprio dal temere la mia nudità, le cicatrici lasciate dai limiti miei e dei miei compagni di viaggio.
I percorsi terapeutici, durati lunghissimi anni, mi hanno aiutato a vedere il marcio che avevo dentro, ma non il bello, il buono e questo è stato fatale.
Ho cercato in me stessa ciò che potesse aiutarmi a vivere i miei limiti senza attribuire agli altri la responsabilità di tanti miei fallimenti ma l’impresa, portata avanti da sola, si è dimostrata del tutto fallimentare,.
Avevo bisogno di incontrare la tua parola per cambiare punto di vista e per cercare la gioia dentro di me dove tu hai nascosto la vera bellezza.
Essere tua figlia, essere amata da te dall’eternità è la più bella la più grande e più gioiosa scoperta che mi ha cambiato la vita.
Portando sopra le spalle le conseguenze della colpa originaria spesso dimentichiamo il nostro limite e attribuiamo gli altri e a te la causa di tanti fallimenti.
Signore perdonaci quando non ti ringraziamo per ciò che abbiamo, per ciò che ci doni ogni giorno e guardiamo sempre ciò che ci manca.
Siamo deboli, siamo fragili, figli della colpa, bisognosi di te.
La fede si accresce man mano che ci rendiamo conto di questo bisogno insopprimibile del tuo aiuto..
Grazie Signore perché dai lezioni di vita, grazie perché veramente i tuoi insegnamenti sono luce e nutrimento per non smarrirmi durante il cammino..
Il tuo comportamento nei confronti di quelli che ti osteggiavano è esemplare perché hai mostrato a noi cosa significa veramente essere liberi.
Penso a quanto tempo ho passato per guardarmi dentro senza il tuo aiuto, quanto tempo a prendere coscienza delle cose che non andavano di me per migliorarmi, se era possibile.
Penso poi al tempo passato a cantare le tue lodi, a comunicare a chi mi stava di fronte per curarmi delle malattie immaginarie che i medici pensavano avessi, quando sei buono, bello, grande quanto preziosa è la vita che ci hai donato, quanto è grande la tua misericordia.
È stato entusiasmante Signore, io la malata, parlare al medico incaricato di raddrizzarmi il cervello, del bello, del giusto che tu rendi possibile se noi a te ci affidiamo e in te confidiamo.
Con le parole del Salmo 8 voglio esprimerti tutta la mia riconoscenza.
O Signore, Signore nostro,
Quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!
Voglio innalzare sopra i cieli la tua magnificenza,
con la bocca di bambini e di lattanti:
hai posto una difesa contro i tuoi avversari,
per ridurre al silenzio nemici e ribelli.
Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissato,
che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi,
il figlio dell’uomo, perché te ne curi?
Davvero l’hai fatto poco meno di un dio,
di gloria e di onore lo hai coronato.
Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi:
tutte le greggi e gli armenti
e anche le bestie della campagna,
gli uccelli del cielo e i pesci del mare,
ogni essere che percorre le vie dei mari.
O Signore, Signore nostro,
quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!
 

” Maestro non t’importa che siamo perduti?”(Mc 4,38)

VANGELO (Mc 4,35-41)
In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».
Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».
” Maestro non t’importa che siamo perduti?”(Mc 4,38)
Questo vangelo ci riguarda molto da vicino.
Chi non si riconosce in quello che almeno una volta nella vita, ma sono molte di più le occasioni che ce lo fanno pensare, non abbia rivolto a Dio questa domanda?
Dove sei? Signore mio Dio quando mi assalgono flutti di morte, dove sei?
Quando le acque mi stanno sommergendo dove sei?
Quando la paura mi sconvolge la mente e mi strazia il cuore dove sei?
Quando non ho nessuno che mi tenda la mano, nessuno che mi rialzi, mi sollevi dal fango in cui sono caduta, dove sei?
Dove sei Signore mio Dio quando la prova si prolunga nel tempo e le braccia sono sfibrate, incapaci di sollevarsi ancora in alto, dove sei?
Dove trovarti Signore quando il mio grido nella notte sale a te e mille demoni mi stritolano e mi legano con funi poderose le membra del corpo?
Dove sei quando mi tappano la bocca e m’impediscono di proclamare il tuo nome santo?
Dove sei Signore mio Dio quando tutto il mondo mi crolla addosso e nessuno si salva dalla grande catastrofe? Dove sei mio Dio?
Ti ho cercato per anni: scrivevo su ogni foglio, libro quaderno questa domanda che diventava sempre più assillante, quanto più la malattia e l’incomprensione di ci mi stava accanto aumentava.
Ti ho cercato Signore in ogni luogo, nel cielo, nelle dispute dotte, ti ho cercato lì dove mi avevano insegnato tu risiedessi immobile sul tuo trono di gloria.
Il cielo era troppo lontano per me, perchè mi avevano insegnato che là tu risiedevi, essere perfettissimo, creatore e Signore di tutto.
Ho pensato ad una radio: se avessi avuto una radio sicuramente avrei potuto connettermi con te, ma la ia radio non funzionava.
Mi arrivavano solo scariche rumorose e incomprensibile il messaggio ad essa affidato. Ho pensato che forse esisteva un bottone che io non conoscevo e che dovevo trovarlo. Sicuramente era un problema di bottone giusto da premere.
Così ho cercato quel bottone e finalmente ti ho incontrato inchiodato ad una croce.
E’ difficile accettare un dio crocifisso, un dio debole, un dio che dorme, ma a quei tempi per me è stato un miracolo vederti nell’impotenza e nel limite di un umanità che ci accomunava.
Tanti anni sono passdati e siamo diventati inseparabili, ma la strada si fa più erta, le insidie sono ad ogni passo, ad ogni passo rischio di cadere.
E cado e mi rialzo e cerco il tuo volto, un volto di carne, uno sguardo d’amore, una parola di vita.
Ma proprio quando ne ho più bisogno tu dormi.
Giovanni, se mi vedeva con gli occhi chiusi mentre mi raccontava cosa gli era successo, prima di addormentarsi il pomeriggio nel mio grande lettone, mi ficcava le dita negli occhi per tenermeli aperti “altrimenti significa che non mi stai a sentire!” diceva.
Io lo stavo a sentire, non c’è dubbio, perchè mi era affidato dai genitori e dovevo vigilare su di lui. Ma lui voleva un segno della mia costante attenzione.
Anche io Signore, nonostante non sia più una bambina, per problemi molto più grandi, cerco un segno della tua attenzione.
Ne ho bisogno Signore, specie quando la battaglia è senza esclusione di colpi, quando il nemico già sta pregustando la spartizione del bottino, quando le forze provate duramente mi stanno abbandonando e sulle labbra la preghiera si strozza, in un gemito, un sospiro, un pianto, un grido di ribellione.
Dio dove sei?
In questi ultimi tempi, anche guardandonmi intorno, mi chiedo se sei in ciò che ci manca, in ciò che ti nega, nel silenzio del deserto sconfinato, nel minaccioso turbinare delle onde, nella tribolazione di tanti che non ti conoscono, nella superbia di chi ti nega.
“palpita sulla poltrona del presidente e nei calzari dell’atleta. Egli è qui, non cercatelo nelle chiese…”
Così si concludeva il tema di una ragazza di 15 anni a cui avevo dato da svolgere un tema su un pensiero di Bacone
” Questo Dio che celebro nelle mie carte, lo vedo presente ovunque, lo vedo nei fiori del mio giardino…”
Allora non ti conoscevo Signore, ma a quel compito misi il massimo, tanto mi aveva fatto vibrare le corde più profonde del cuore.
Ma ora non mi basta vedere i fiori del giardino, non mi basta sollevare lo sguardo al cielo stellato, nè immergermi nell’incanto del mare scintillante di luce, quando il sole sorge al mattino.
Non mi basta quando il dolore mi impedisce di assumere qualsiasi posizione, quando non c’è medicina che lo allevi, quando non trovo consolazione e gioia nella preghiera, quando il deserto si stende a vista d’occhio e il cielo sembra tanto lontano.