Terra  

“Accorreva gente da ogni città”. (Lc 8,4)
Ho letto distrattamente la parola di Dio questa mattina, come mi capita spesso in questi ultimi tempi, come cosa scontata, che conosco, della quale non ho bisogno, perché l’ho abbondantemente meditata.
E questo mi dispiace.
Perciò per il Vangelo di oggi, mi sembrava di aver esaurito tutto ciò che intorno a questa parola si poteva dire, ma mi sbagliavo.
Questa mattina mi è venuta in mente la terra promessa, che da un po’ di tempo è al centro dei miei pensieri.
Ho riflettuto sul fatto che dalla costola di Adamo Dio fece uscire la donna, creando la relazione tra l’uomo e il tu diverso da lui che gli stesse di fronte, gli rispondesse, rispondesse di lui, gli corrispondesse.
Dio amore non poteva non creare i presupposti perché l’amore potesse esplicarsi e dare frutto.
Il rapporto, la relazione tra l’uomo e la donna può dare la vita o la morte a seconda di come ci si ama.
Dio ama,Dio soffia, Dio crea, Dio getta il seme.
La terra da coltivare è quella seminata da Dio,è quella su cui Dio fa piovere, su cui fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, quella in cui permette la crescita, opera la crescita se quella terra, quella relazione è continuamente alimentata, tenuta viva dalla disponibilità a mettersi di fronte e a rispondere e a farsi carico l’uno dell’altro.
Questo seme gettato dal cielo, questo soffio divino può essere soffocato dalla nostra superficialità, dal nostro egoismo, della nostra propensione a pensare solo a noi stessi.
La terra promessa è qualcosa che dobbiamo custodire, alimentare come un tesoro: i talenti del Vangelo.
Difendiamo la terra dei nemici, ripuliamola dalle erbe infestanti, dagli spini, dai rovi, rimaniamo svegli perché nessuno la devasti, perseveriamo nel prenderci cura di lei, la terra che Dio ci ha dato in eredità.
“L’inferno è lastricato di buone intenzioni” diceva mio padre.
Dio però non si è scoraggiato perchè aveva e continua ad avere le idee chiare.
“Non è bene che l’uomo sia solo. Gli voglio fare uno che gli sia simile, che gli corrisponda”.
Così prese Maria affinché generasse Gesù l’uomo perfetto, capace di rispondere di tutti i nostri peccati, capace di rispondere a tutte le nostre domande, soddisfare tutti i nostri più segreti bisogni.
Grazie Gesù pane gettato dal cielo, manna che nutre nel deserto, vita continuamente rinnovata.
Il terreno che il Signore ci ha dato da coltivare è il nostro amore, la nostra relazione di coppia.
Quando ci sposammo non sapevamo che dovevamo liberarlo da ogni impurità, che dovevamo dissodare, curare, concimare, tenerlo pronto per accogliere il seme gettato dal cielo, vale a dire il Suo amore.
Ma noi non abbiamo mai ringraziato per i frutti che non da noi ma da Dio provenivano sì che non siamo morti di fame.
Perché Dio fa piovere sui giusti e sugli ingiusti, fa’ splendere il sole sui buoni e sui cattivi e continua a gettare il seme anche sulla strada, sui rovi e sulle pietre nella speranza che a qualcuno venga il desiderio di dissodare, arare, pulire la sua terra perché diventi patrimonio comune, cibo per tutti gli affamati del mondo.
Tutto questo non lo sapevamo e pensavamo che l’amore era cosa nostra e che il campo era nostro, i frutti nostri.
.. tanti anni di deserto, di paure di incomprensioni, di solitudine, di tristezza, di noia di non senso, di maschere, travestimenti, illusionismi per convincerci che eravamo felici…
Gli amici al primo posto…
Stavamo bene solo se stavamo con gli altri e agli altri davamo il cibo preparato da noi, la casa, il sorriso, l’ospitalità.
Abbiamo condiviso la fame, la sete, la casa ma non Dio che quella fame, quella sete soddisfa, quella casa riempie.
Ora la casa è deserta e gli amici sono scomparsi.
“Rimanete nel mio amore.”
La terra promessa è l’amore di Dio in cui rimanere.
La terra è feconda se inseriti in un progetto più grande da scoprire ogni giorno in due con il Suo aiuto.
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LE DONNE

(Lc 8,1-3)
C’erano con lui i Dodici e alcune donne che li servivano con i loro beni.
 In quel tempo, Gesù se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio.
C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni. (Parola del Signore )
Le donne che hanno sperimentato la resurrezione diventano annunciatrici di resurrezione.
Maria di Magdala, guarita dai sette demoni è la prima che incontra Gesù risorto.
Solo chi è stato guarito può annunciare la novità del regno.
Chi è stato rispettato come persona, vedova, peccatrice, povera, umile, vergine è tolta dall’emarginazione in cui una società maschilista l’aveva relegata e può seguire Gesù e servirlo come gli apostoli, in modo diverso, mettendo al servizio i propri beni.
Qui non si tratta a mio parere di beni solo materiali, ma di tutti i beni di cui la donna è custode.
Nella sequela la donna pian piano ritrova l’unità originaria nella differenziazione dei servizi, ma nella comune disposizione a costruire il regno come discepola tra discepoli.
L’unità originaria spezzata dal peccato, da Gesù viene ripristinata attraverso la riabilitazione di queste donne che vivevano ai margini della società.
Luca ci ha parlato della peccatrice che, stando dietro, lava i piedi a Gesù con le sue lacrime e con l’olio, asciugandoli poi con i suoi capelli.
Gesù riporta il mondo alla situazione originaria, dove uomo e donna insieme sono una cosa sola nella distinzione delle funzioni
Maschio e femmina li creò, c’e scritto.
Al seguito di Gesù ci sono maschi e femmine, ma ai piedi della madre troviamo il paradiso, come dice il Corano, perché la donna è stata creata da Dio per dare la vita in tutti i sensi.
Ogni uomo ha bisogno di una madre per nascere.
Ecco perché Gesù affida alla donna, la Maddalena, il compito di annunciare la sua resurrezione.
Ma già avevo affidato a Maria il compito di darlo alla luce, perché potesse poi diventare sua sposa per sempre e collaborare alla nostra redenzione.
Maria la prima dei salvati ci indica la strada per servire Gesù dando vita al mondo.

Patria, patrie

” Nessun profeta è ben accetto nella sua patria” ( Lc 4,24)
Ci sono patrie e patrie, quella in cui sei nato con il corpo, quella che desideri abitare, quella che ti appartiene perchè è lì che sei nato, lì devi tornare.
Bisogna rinascere dall’alto per riconoscere la nostra patria e vivere la nostra identità di figli di un unico Padre.
Nella famiglia originaria ci si ama e ci si adopera a che tutti vivano bene, tutti godano dello stesso pane e condividono l’unico Bene.
Gesù è un profeta scomodo, diverso da come lo avevano immaginato, in contrasto con le aspettative comuni di una liberazione definitiva dalla soggezione a popoli stranieri.
Per questo l’hanno fatto fuori.
Dio parla attraverso di Lui e si mostra al mondo nella sua sconcertante e disarmante verità di persona che arde dal desiderio di riunire tutti i suoi figli ovunque dispersi per farli partecipi della sua eredità, del suo amore che non si misura.
Gesù, il figlio primogenito, il prediletto non ha ritenuto un tesoro geloso godere da solo dei beni del padre, ma ha voluto condividerli con tutti noi, attraverso un esodo , una chenosi perchè tutti fossimo uno con Lui e con il Padre e con lo Spirito Santo.
Con il Battesimo tutto questo è possibile e per questo voglio ringraziare il Signore che ci ha messo in una condizione dinamica di trasformazione continua, di un perfezionamento anche se doloroso finalizzato a rendere perfetta la somiglianza con Dio.
Se penso che innestata a Cristo anche io posso fare le cose che ha fatto lui ma che anche a me può capitare la sua stessa sorte, sono turbata, ma non tornerei mai indietro.
Grazie a Lui siamo rinati, grazie a Lui resusciteremo e arriverà il giorno in cui si placherà ogni battaglia e la vita si trasformerà in una festa di cui non è prevista la fine.

FEDE

 
” Chi si umilia sarà esaltato” (Mt 23,12)
Non ho bisogno di fare sforzi Signore per umiliarmi perchè la vita mi ha portato a sentirmi meno che niente.
C’è stato un tempo in cui mi potevo vantare di tante cose che sapevo e potevo fare. Molte sono state le occasioni che mi hanno portato a inorgoglirmi.
La più grande occasione è stata la capacità di vivere la malattia con coraggio, con forza, con determinazione, senza mai arrendermi di fronte ai numerosi ostacoli che mi si presentavano davanti.
Questo aspetto del carattere si rivelava non solo nel saper con dignità affrontare i problemi che riguardavano la mia salute, ma anche qualsiasi altro problema che era di ostacolo al raggiungimento della meta prefissa.
Ne andavo orgogliosa ma non mi tenevo per me la chiave per uscire vincitrice o perlomeno indenne dalle situazioni più drammatiche.
Ero diventata maestra nel dispensare consigli, nell’indicare le strade più sicure per non soccombere.
Poi la morte di mio fratello mi ha messo dinanzi a qualcosa che non sapevo aggiustare, camuffare, cambiare. La sua morte mi ha lasciato spiazzata perchè incapace di porvi rimedio.
L’orgoglio che mi aveva contraddistinto fino a quel momento subì un serio colpo, ma quello fu solo l’inizio di una discesa che è stata graduale ma progressiva e non ancora è finita.
Prima ero io la misura di tutte le cose e avevo imparato a mie spese l’arte di arrangiarmi in una casa dove chi si alzava prima si vestiva o chi era più furbo trovava la sedia su cui sedersi o un piano su cui poggiare il libro e il quaderno con cui studiare.
Era giocoforza nella mia famiglia d’origine arrangiarsi per non soccombere.
Ma in me avevo anche un grande senso di giustizia e mai mi sarei sognata di sottrarre il giusto a chiccessia.
Per questo ho affinato le tecniche per diventare io forte, per essere io quella che dispensava benefici, io che portavo tutti a me con la mia scienza, la mia conoscenza, la mia disponibilità a dispensare i trucchi del mestiere.
Questa mattina, leggendo il vangelo a tutto questo ho pensato e a quanta strada ho fatto con il mio Compagno di viaggio.
Già perchè da maestra, professoressa sono diventata discepola di “Gesù” che all’inizio mi colpì perchè era un uomo sofferente come me.
“Pure tu!” esclamai quando lo vidi appeso, inchiodato ad una croce.
Non avevo di Lui che una conoscenza vaga incerta e poco attendibile.
Ma ero così stanca, stremata di andare da sola, essendomi venuto meno il palcoscenico, quando mi hanno tolto il lavoro, che ero avida di qualcuno con cui condividere non la mia bravura, ma la mia pena.
Così cominciai il santo viaggio e se all’inizio mi sentivo alla Sua altezza, man mano che procedevo nell’ascolto della Sua Parola scendevo di un gradino, sempre più giù, sempre più giù fino a mischiarmi alla folla anonima che lo guardava da lontano.
E’ tremendo accorgersi di quanto hai osato e peggio pensare che quell’ardire non ti sarà mai perdonato.
Per fortuna, o meglio per grazia il Signore, attraverso Maria, mi ha fatto rinascere dall’alto e mi ha sollevato alla sua altezza, come leggiamo riguardo al rapporto che aveva avuto con Israele.
Quando Israele era giovinetto,
io l’ho amato
e dall’Egitto ho chiamato mio figlio.
Ad Efraim io insegnavo a camminare
tenendolo per mano,
ma essi non compresero
che avevo cura di loro.
Io li traevo con legami di bontà,
con vincoli d’amore;
ero per loro
come chi solleva un bimbo alla sua guancia;
mi chinavo su di lui
per dargli da mangiare (Os 11,1.3-4)
Oggi sento che sono la pupilla dei suoi occhi, che mi ama anche se tutte le cose che un tempo facevo non le posso più fare, anche se la mia giornata è costellata di continui fallimenti.
Ma io non distolgo lo sguardo dal mio Creatore e Salvatore e invoco con tutta l’anima la potenza del Suo Spirito per non essere travolta dai brutti pensieri e convincermi che io non mi salvo da sola ma che è Lui che mi tiene in vita e mi rende capace di annunciare le bellezze del regno.

Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori

“Il padrone ebbe compassione di quel servo”(Mt 18,27)
La parabola di oggi non fa una grinza perchè è normale indignarsi per chi si comporta come il personaggio del vangelo, ingrato e irriconoscente.perdono
Ci indigna il suo comportamento a tal punto che quasi godiamo della pena che poi deve scontare.
Ma un conto è leggere una storia e un conto è viverla. Questa parabola raccontata da Gesù ci interpella direttamente perchè noi non siamo da meno del servo spietato che pretendiamo comprensione, aiuto dagli altri quando siamo in difficoltà ma lo neghiamo a chi ci chiede o chi ha bisogno del nostro aiuto.
Pronti sempre a emettere giudizi impietosi, non sopportiamo le critiche di chicchessia, di fatto mettendoci sopra un piedistallo.
E’ come se a sbagliare fossero solo gli altri con piena avvertenza e deliberato consenso, ma per noi troviamo sempre delle attenuanti e ci assolviamo da soli.
Le parole del Padre nostro parlano chiaro e se preghiamo come ci ha insegnato Gesù non possiamo non farle nostre.
“Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, parole che mi sono sempre sembrate un ricatto da parte di Dio, perchè è normale che noi non sappiamo perdonare come fa Lui.
Ieri, a proposito della necessità di correggere il fratello che sbaglia mi ha colpito lo scopo della correzione fraterna. ” Avrai guadagnato un fratello”
Ma perchè dovrebbe importarci così tanto la salvezza di un nostro fratello? Non è forse Dio che se ne dovrebbe preoccupare?
Ma il dono del Battesimo è l’amore di Dio, la carità, un dono che non va messo nel cassetto ma lucrato.
Vale a dire che avviene come tutte le cose utili, belle e buone: se le adoperiamo ne abbiamo un vantaggio, ci servono, altrimenti s’impolverano, vanno a finire nel fondo di un cassetto o in cantina o in discarica.
Non possiamo pensare che Dio ci faccia regali inutili, perchè è Padre, Lui ci ha creati e sa di cosa abbiamo bisogno.
In genere i regali del battesimo hanno vita corta ad eccezione, se c’è qualcuno che ancora lo fa di qualche oggettino d’oro, una medaglietta sacra che facciamo fondere o ci rivendiamo alla prima occasione.
Dio fa regali che durano tutta la vita come la fede e la speranza e per l’eternità come l’amore altrimenti detta “carità”.
Sono le tre virtù teologali che ci assicurano una vita sana e felice da tutti i punti di vista.
Ma cos’è l’amore? Qualcosa che si dà e si riceve.
Si ama come si è stati amati e Dio lo sa quanto ingannevoli e a termine siano gli amori del mondo.
L’amore è come l’acqua del serbatoio, più ne eroghi, più ti pulisci e assolvi alla funzione per cui sei stato creato.
Siamo canali, serbatoi di un amore che non si misura, per questo non ce lo possiamo tenere per noi…rischieremmo il corto circuito, la paralisi.
Guadagnare un fratello è dargli l’acqua che gli serve per non morire. Quando in un bosco ombroso cominciano a seccare le piante, non ci si sta più bene e bisogna cambiare il luogo del tuo riposo.
La desertificazione di tante aree del pianeta deriva proprio dall’insana cupidigia degli uomini che hanno abbattuto foreste per farci altro in maniera dissennata.
Ecco perchè non possiamo lesinare la nostra acqua, il nostro amore, il nostro perdono.
Siamo tutti figli di un unico Padre e fratelli in Gesù capo del Corpo mistico. Se un membro cessa di funzionare tutto il corpo ne risente.
Oggi voglio meditare sulla mia capacità di fare agli altri quello che Dio ha fatto e continua a fare per me.
 

AC-COR-DO

“Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io”(Mt 18,20)
La parola che oggi unisce la prima con la seconda lettura è “ac-cor-do” che racchiude nel suo seno il cuore (cor, cordis latino) come miseri-cor-dia, cor-aggio, cor-doglio e via dicendo.
La misericordia, il cordoglio, l’accordo presumono una relazione tra un io e un tu, tra un io e Dio, io e l’altro, io e gli altri.
Per coraggio mi viene in mente quello che don Abbondio disse al Cardinale Federico Borromeo che lo redarguiva per il suo comportamento pusillanime.
” Uno il coraggio non se lo può dare” rispose, ed è vero.
C’è solo uno che può darti coraggio, cuore, da sfidare qualunque avversità o pericolo: Dio.
Mosè era un uomo che mite proprio non era, ma aveva un cuore generoso sì da mettere a repentaglio la sua vita per vendicare l’oppressione subita dai suoi fratelli.
Così uccise l’Egiziano e fu costretto a nascondersi perdendo la stima del faraone, il potere a lui dato e tutti i privilegi di cui godeva.
Mosè attraverso questo ricalcolo doloroso della sua vita, costretto a nascondersi per evitare le conseguenze del suo gesto, imparò a diventare umile e a fidarsi solo di Dio. Tanto umile che Dio lo mise a capo della più grande ed eroica impresa che si ricordi; quella di far uscire il suo popolo dall’Egitto, con il Suo aiuto affrontando e superando ostacoli inimmaginabili, per portarlo nella terra promessa, che lui vide però solo da lontano.
Mosè è considerato con Elia un profeta tanto grande che sul monte della trasfigurazione Gesù li scelse come suoi interlocutori per manifestare a Pietro, Giacomo e Giovanni la continuità della storia dell’alleanza tra Dio e l’uomo.
Il coraggio Mosè non lo mostrò uccidendo l’Egiziano, ma nell’abbandono fiducioso nelle mani di iDio a cui chiedeva sempre consigli ma che non ebbe paura di contraddire in una pagina rimasta memorabile.
Mosè messo alla prova da Dio che lo rimproverava perchè il popolo a lui affidato si comportava male, osò controbattere le sue ragioni, ricordandogli che il popolo prima di essere suo( di Mosè) era suo ( di Dio).
Il passo del vangelo di oggi parla allo stesso modo di coraggio e di accordo.
“Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo”.
Ci vuole coraggio per andare a dire ad una persona che sbaglia, ma il cuore se è sintonizzato con quello di Dio il coraggio non manca.
Così anche il chiamare altri in aiuto presuppone che ci sia accordo sulle cose da dire, ma anche sulla motivazione che spinge a correggere chi sbaglia.
L’accordo deve esserci non solo con il fratelli ma principalmente con la Parola di Dio che è Dio stesso e che unisce ciò che l’uomo non riesce a fare.
Così di seguito è importante questa sincronizzazione di cuori con Dio e con i fratelli per salvare un’anima.
Perchè di questo si tratta.
Se un fratello sbaglia e rischia di perdersi, noi come farebbe un medico, da solo o consultandosi con i suoi colleghi, dobbiamo fare di tutto per suggerire le terapie giuste.
Da soli non possiamo fare niente, con Dio tutto è possibile.
Per questo Gesù conclude il discorso della correzione fraterna dicendo che perchè Lui si manifesti e operi con noi e per noi è necessario che ci mettiamo insieme e ci accordiamo.

Spostamenti 2

MEDITAZIONI SULLA LITURGIA di
domenica della XIX settimana del TO anno A
Uomo di poca fede perchè hai dubitato?”( Mt 14,31)
Signore non mi trattare così, non me lo merito, almeno credo. Sto soffrendo come un cane e non ho mai cessato di pensare che tu eri e sei il mio Salvatore, l’Unico che poteva e può salvarmi.
Un conto è meritarsi il rimprovero perchè uno si è comportato volontariamente male e un conto è aggiungere al danno la beffa.
Io Signore non ho più parole perchè le ho tutte adoperate, forse sprecate per invocare il tuo aiuto, per sentirti presente nelle vicende più o meno brutte della mia vita.
Riconosco che spesso più che con te ho parlato da sola non meditando abbastanza ciò che tu mi stavi dicendo, trascurando i segni della tua presenza che avevo sotto gli occhi.
Tu sai Signore che mai ho mentito, che, se mi sono accorta che stavo sbagliando, ho chiesto a te o a tua madre o al sacerdote che ti rappresenta a cui mi sono rivolta, consigli, aiuto per attraversare questo oceano sempre in tempesta.
E tu sai che dico il vero, sai che la mia vita è stata tutt’altro che facile, che le prove più dure sono cominciate quando sono finite quelle istituzionali, obbligatorie, che avevo messo in conto.
Per raggiungere l’obbiettivo ho fatto di tutto, non ho trascurato niente, senza risparmio ho remato curva sui remi, quando il vento soffiava forte e io andavo contro corrente.
Ho amato sempre la verità e la giustizia e di queste ho fatto un valore un fine per cui spendermi senza sconti.
Ma come dicevo le prove, quelle vere sono state quelle che mai mi sarei aspettata, che non avevo messo in conto e che mi hanno colta del tutto impreparata.
Non ti devo raccontare la mia vita, Signore, perchè la conosci meglio di me e non dubito che in questo groviglio di segni sovrapposti, confusi, indecifrabili, tu stai operando, tu ci sei ma io non ti riconosco.
Ho perso i tuoi connotati, ho perso , ho dimenticato il tuo volto Signore, la tua voce mi giunge estranea nonostante desideri incontrarti con tutta l’anima mia.
Sono stanca Signore, non si vede?, sono stremata dai tanti dolori che stanno minando la mia mente oltre che il mio corpo.
Sto facendo una fatica bestiale con la borsa dell’acqua calda tra le gambe, troppe ce ne vorrebbero, per allentare le tensioni delle corde impazzite dei nervi, per connettermi con te, per trovare nella tua parola la pace.
Se io avessi la pace tante situazioni non le affronterei con timore, rabbia, nervosismo, non farei tanti danni nella relazione con le persone a me più vicine facendole soffrire.
Devo ritirarmi su un alto monte per sentirti passare nel vento leggero? Non credo di aver bisogno di un silenzio più profondo, visto che questa mattina a quest’ora neanche gli uccelli hanno cominciato a cantare. Le macchine in fondo alla strada non si sentono passare e il sole con un po’ di sforzo è riuscito a sgattaiolare attraverso la coltre spessa di nuvole nere.
La casa, il palazzo è immerso nel silenzio e si sente solo il tocco delle dita sulla tastiera.
Alla messa di ieri sera ho ascoltato la tua parola e questa mattina l’ho meditata meglio.
Elia pensava che tu fossi nel terremoto, nel vento forte e invece trasalì al tuo passaggio nel vento leggero.
Tu sei sempre lì dove noi non pensiamo di trovarti, questo ho capito, appari quando meno ce l’aspettiamo nei modi e nei tempi che tu solo hai stabilito.
La perseveranza, il desiderio di incontrarti di Elia che decise di tornare sul sacro monte dove parlasti a Mosè furono premiate.
Io non ho più neanche la capacità, la possibilità di spostarmi. Il panorama più o meno è sempre lo stesso perchè le finestre sono tutte orientate verso il sole che sorge tanto che spesso devo abbassare le tapparelle o i tendoni per evitare che i raggi mi feriscano o la pioggia, il vento o qualunque altro elemento metereologico mi danneggi.
Continuo a cercarti questa mattina invidiando Elia che è riuscito a riconoscerti, mentre non capitò la stessa sorte ai tuoi discepoli che affrontarono la tempesta che si era scatenate fidandosi solo delle proprie forze.
Ma tu non li hai lasciati soli e hai mostrato come anche quando non ti chiediamo aiuto e pensiamo di farcela da soli tu vigili e cammini sulle acque tumultuose delle nostre paure, ma anche della nostra presunzione, dei nostri vecchi e nuovi peccati, le nostre cattive abitudini di pensare che possiamo fare a meno di te.
Siamo tanto intenti a cercare soluzioni personali, alternative ai nostri problemi che ci dimentichiamo persino che faccia hai.
Può darsi che questo sia accadendo a me in questo periodo in cui sono provata così duramente nel corpo e nello spiriro da pensieri negativi, da sconforto, da paura, da rabbia, invidia e voglia di riprendermi quello che ho dato a te principalmente.
Ti ho dato tutta la mia fiducia Signore, tu lo sai e tu mi ricambi con pane di lacrime giorno e notte.
Gli Israeliti si lamentarono della manna cibo insapore e incolore che erano costretti a mangiare tutti i giorni.
E’ normale che venga a nausea qualunque cosa che in sè non porta niente di nuovo.
Il mio cibo quotidiano è il dolore tu lo sai e le armi per combatterlo oltre te che sei la prima persona a cui mi rivolgo cambiano ogni giorno, ogni momento.
Il sole ha avuto la meglio sulle nuvole scure e ora brucia e manda giù la sua luce abbagliante.
Il panorama è cambiato ma io continuo a cercarti.
Ora dovrei cambiare posizione tanto brucia e mi dà faqstidio.
Ieri a messa ho pensato agli arbitri di don Gino che aveva spostato il grande crocifisso, mettendolo da un lato, decllassandoti per dirla tutta e mettendo al tuo posto l’immagine di San Giuseppe che nella sua bottega di falegname ti tiene la mano sulla spalla.
Nel dipinto sei un giovane adolescente biondo docile e sereno che nulla fa presagire del suo destino di morte.
Ogni volta che entro nella chiesa di San Giuseppe sono presa da una grande sofferenza, fino a piangerci perchè non sei più nel posto dove ti ho trovato la prima volta che ti ho incontrato e tutte le volte che a te volevo rivolgermi.
Il cambiamento di posizione mi aveva destabilizzata a tal punto che mi ero disamorata della mia chiesa, del mio pastore e ti cercavo altrove.
Ieri mentre si leggeva di Elia e dei discepoli e del tuo mostrarti in luoghi e situazioni diverse da quelle che ci aspettiamo ho sollevato lo sguardo,
e per la prima volta ho pensato che se avevi cambiato posizione dovevo guardare a cosa avevo davanti agli occhi che non volevo vedere.
La sorpresa è stata grande quando mi sono soffermata sulla figura di San Giuseppe, un uomo che non ci ha lasciato parole, ma fatti, un santo che almeno a me ha da insegnarmi tante cose che mi permetterebbero di trovarti senza cambiare posizione.