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Meditazioni sulla liturgia di
domenica XVI settimana del TO anno C
ore7.50
Letture: Gen 18,1-10; Salmo 14; Col 1,24-28; Lc 10,38-42

“Maria ha scelto la parte migliore” ( Lc 10,42)

Signore, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo.( Gn 18,3)

” Dio è qui e non lo sapevo!” disse Giacobbe quando nella notte più buia e tenebrosa della sua vita dalla bocca del Signore ascoltò parole di speranza, promesse di vita per lui e la sua discendenza.
Dio nella Bibbia si manifesta sempre in modo impensato, improvviso, nuovo, sì che non possiamo impossessarcene e fargli fare quello che vogliamo.
Passiamo credenti e non credenti la vita a cercarlo lontano, magari confondendolo con altro e solo con il passare del tempo capiamo che dobbiamo scavare vicino, tanto vicino da non doverci neanche spostare di un millimetro da noi stessi, il luogo che Lui ha deciso di abitare per sempre: l’uomo, i suoi dubbi, le sue incertezze, la sua paura, precarietà, i suoi limiti, la sua ricerca, il suo desiderio di felicità duratura, la sua vita piena di contraddizioni.
Questa mattina leggendo la parola di Dio ho riflettuto su quanto sia importante credere che Dio ha visitato il suo popolo e ha suscitato per noi una salvezza potente come disse Zaccaria quando gli tornò la voce alla nascita del figlio.
“Beati quelli che credono senza aver veduto!” dice Gesù a Tommaso.
A Zaccaria gli ci vollero nove mesi di silenzio perché quel figlio nato nella vecchiaia gli rivelasse la luce vera.

Attraverso l’esperienza delle persone che sono state da te visitate, Abramo, Marta, Maria, Paolo mi chiedo da che parte sto, se ti accolgo nella mia casa come fece il nostro patriarca non limitandosi a dare ordini alla moglie e ai servi, ma con zelo collaborando a che tu ti sentissi a tuo agio in casa sua, a che niente delle cose migliori ti fosse tolta per il dono che non lui ma tu gli stavi facendo, fermandoti davanti alla sua tenda.
O sono come Marta, che pur accogliendoti nella mia casa, nella foga del fare, mi perdo la parte migliore?
Vorrei tanto essere Maria, seduta ai tuoi piedi, che pende dalle tue labbra e non si lascia sfuggire niente delle cose che tu dici.
Mi piacerebbe riuscire a fermarmi, venire in disparte e riposarmi un po’ e, dimentica dei doveri, salire sul Tabor per godermi un po’ di paradiso.
Riuscire a fare silenzio, fare il vuoto, lo sgombero per farti entrare non è cosa facile, per me. Tu lo sai Signore.
Per questo continuo a cercarti lì dove tu non ci sei e mi affliggo e ci rimango male.
“Io sto alla porta e busso” hai detto, perché rispetti la nostra libertà e non vuoi forzarci la mano.
Io lo so che ti presenti nelle ore e nelle situazioni più impensate, so per esperienza che bisogna stare svegli, con i fianchi cinti e la lucerna in mano e l’olio della preghiera nella memoria di tanti tuoi benefici, l’olio dell’attesa paziente, della fede che verrai a stare con me per sempre e non solo per un momento.
Mi piacerebbe sentirti sempre vicino ma i limiti della carne stendono un velo sul tuo volto e le mie orecchie non percepiscono il soffio leggero del vento dentro cui tu ti nascondi.
Te ne andrai via da Abramo, dalla casa di Betania, te ne andrai via dalle case che ti hanno accolto Signore per tornarci una volta per sempre.
Ma dopo.
Il tuo apostolo Paolo poté dire a ragione che tu abiti in noi, che tu con la tua morte hai fatto all’uomo una casa dove poter abitare, una casa di pietre vive, in cui la parola si può incarnare in tutto ciò che ci manca.
Paolo dice che nel corpo completa ciò che manca alle tue sofferenze per la salvezza dell’umanità.
Sono parole forti che come Paolo potremmo dire anche noi che con il Battesimo siamo diventati re, profeti e sacerdoti.
Il dono dello Spirito ci rende capaci di vivere con te in te e per te ogni gioia e ogni dolore, di operare a che tutto il corpo sia nutrito dal sangue e dall’acqua che sgorgarono dal tuo costato trafitto.
Sarebbe bello Signore sentirsi una sola cosa con te, fare nostri i tuoi pensieri, i tuoi desideri, fare nostra la tua vita di amore e di passione per ogni uomo che si allontana da casa, che cerca la casa, che non vive in casa.
Sarebbe bello Signore non porsi tante domande e fidarsi totalmente di te, di quello che ci accade, guardandolo con i tuoi occhi, partecipando con tutto il nostro essere con te a coltivare e rendere rigoglioso il deserto che stiamo attraversando, la sabbia che stiamo calpestando.
Sarebbe bello se non passassi oltre ma ti fermassi definitivamente dentro il mio cuore.

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“Rimanete nel mio amore”(Gv 15,9)

Meditazioni sulla liturgia di
giovedì della V settimana di Pasqua
Letture; At 15, 7-21; Salmo 95; Gv 15, 9-11

“Rimanete nel mio amore”(Gv 15,9)

Signore ho sempre pensato di non essere stata amata abbastanza, nel modo giusto, di essere stata sempre l’ultima ruota del carro e che se volevo amore lo dovevo comprare con la mia bravura, i miei sacrifici, i miei meriti.
Mamma diceva che io mi ricordavo solo le cose negative della mia vita, ed è vero.
Non ho mai ringraziato nessuno per quello che avevo, tutta protesa a guardare solo ciò che mi mancava, che mi sembrava la parte più considerevole.
Ho fatto sacrifici enormi per ottenere ciò che mi serviva per non dipendere dagli amori imperfetti della famiglia, degli amici, degli educatori.
E’ stato un vanto per me riuscire a guadagnarmi un posto in questo mondo avaro di coccole e di carezze.
Non ti conoscevo Signore e il mio pensiero non andava oltre ciò che mi veniva dai miei, a mio parere poco, troppo poco per i miei appetiti .
Con mamma avevo un conto in sospeso perché pensavo che avesse approfittato del mio carattere arrendevole e delle mie capacità per caricarmi di pesi superiori alle mie forze.
Mi è stato molto difficile riconciliarmi con lei, fare un cammino di perdono e solo quest’anno, ne sono passati dieci dalla sua morte, sono riuscita a deporre una rosa sulla sua tomba.
Questa mattina, leggendo il vangelo, ho pensato al tuo amore e a quello che mi era stato dato dalla mia famiglia e ho gioito perché per la prima volta ho percepito quanto mia madre mi amasse.
Ho ripensato a ieri quando, riordinando la casa, non ho potuto fare a meno di constatare che le cose più belle che l’arredavano erano regali di mia madre.
Non mi ero mai resa conto che erano gli unici sopravvissuti all’incuria, al tempo, alle mode e alla disinfestazione che nell’arco degli anni sto facendo di tutte le cose inutili e brutte che la ingombravano.
Ieri mi sono resa conto del bene che mi ha voluto, privilegiandomi rispetto agli altri figli, cosa del tutto nuova rispetto ai sentimenti che mi hanno animato per lunghissimi anni.
E poi, riflettendo, ho pensato che mamma con me si è comportata come tu ti comporti con i tuoi figli, dandomi fiducia.
Mamma ne ha riposto in me tanta da affidarmi compiti apparentemente improponibili ad una bambina poco meno che adolescente.
Ma lei, come te, aveva visto la determinazione e la tenacia che mettevo nel perseguire l’obbiettivo, aveva considerato i pesi da affidarmi in proporzione della robustezza delle mie spalle, ma anche la disponibilità a dire sempre di sì per farla felice.
Quando mi ammalai, appena nato il nostro primo e rimasto unico figlio, mamma si fece carico di tutti i nostri bisogni e provvide a tutto ciò che serviva, pur essendo ancora in servizio nella scuola e avendo ancora in casa una figlia da accudire e papà molto malato.
Ti voglio ringraziare Signore perché mi parli di te attraverso le esperienze della mia vita che mi sembrava tutta sbagliata.
I tuoi doni li apprezziamo purtroppo solo quando le persone di cui ti servi per donarci il tuo amore non ci sono più.

Ricchezza

Image for Un fiore per te

(Sal 145)
Loda il Signore, anima mia.

Oggi Signore ci parli di cosa ne sarà di noi se ci comporteremo come il ricco epulone,
In questi tempi di magra pochi si sentono scomodati, rimessi in discussione dalle tue parole. I ricchi sono pochi rispetto alla massa dei nuovi e vecchi poveri creati dall’insensatezza dei nostri governanti.
Andremo tutti in paradiso? Possibile che oggi la tua parola non ci interpelli e ci porti a pensare che tu non stai parlando a noi che non abbiamo niente o quasi niente da condividere con gli altri, percè a malapena riusciamo a sbarcare il lunario con le pensioni da fame, il lavoro che è una chimera e tutto il resto.
Non posso pensare che oggi tu per me non hai parole di vita, per questo voglio fermarmi a pensare di quali ricchezze io disponga e se mi comporto come il ricco Epulone.
Perchè non bisogna vestire di porpora e imbandire banchetti ogni giorno per dirsi ricchi. Abbiamo tante cose di cui non ci rendiamo conto, cose scontate per le quali non ci sognamo di ringraziarti, lodarti e benedirti.
Sto meditando su quali ricchezze ho, costretta su una sedia a rotelle, quando va bene.
Oggi avrei voluto provare ad andare a messa dopo mesi che non esco di casa, ma Giovanni, il mio nipotino ieri è stato tutto il giorno al Pronto Soccorso per un laringospasmo.
I genitori oggi hanno una riunione scout importante, essendo capi.
Visto che ci abitano di fronte, mi hanno chiesto se potevano affidarci i loro figli perché Giovanni è fortemente provato e deve dormire.
Anche se subito mi è dispiaciuto, poi ho ringraziato il Signore perché mi ha mostrato che se non mi prende è perché sono ancora utile da viva, nonostante in questi ultimi tempi abbia desiderato più volte morire, perché mi sentivo un peso per tutti.
L’ho lodato perché mio figlio e la moglie sono impegnati ad accompagnare la crescita cristiana di tanti ragazzi.

PREGARE SEMPRE SENZA STANCARSI MAI

 

Meditazioni sulla liturgia di
sabato della XXXII settimana del TO anno pari
letture:3Gv 1,5-8; Sal 111;Lc 18,1-8
“Eterno sarà il ricordo del giusto”
Sembrano avere poca attinenza la prima con la seconda lettura. Nella prima (3 Gv ,5-8) si parla di ospitalità gratuita fatta in nome del Signore Gesù Cristo.
La gratuità è alla base di ogni azione che parta dal cuore di Dio e dal cuore di qualsiasi uomo che si lascia illuminare da Lui.
Di gratuità  e di amore si parla anche nel vangelo contrapposti allo spirito del mondo che agisce sempre per un proprio tornaconto.
Nel caso del giudice iniquo e delle giuste richieste della vedova, la molla dell’agire del primo sicuramente non è l’amore ma un desiderio di sbarazzarsi prima possibile di una persona scomoda che disturba il suo normale e  gaudente tran tran.
Il giudice iniquo quindi fa giustizia e accorda alla vedova quanto gli viene chiesto, come peraltro è suo preciso e specifico dovere.
L’orfano e la vedova erano tenuti in grande considerazione nella società ebraica come aveva prescritto Mosè.
La vedova quindi vede esauditi i suoi desideri, trova risposta alle sue richieste di aiuto e di giustizia con la sua insistenza, perseveranza nella richiesta a chi non è Dio, ma un uomo che si stava comportando ingiustamente.
Nel racconto parabola, per antitesi, si aggiunge un altro personaggio, Dio, che sicuramente non si può paragonare ad un giudice ingiusto che fa i suoi comodi e non risponde alle nostre preghiere, anzi.
Da quello che troviamo scritto pare che Lui non solo risponde alle preghiere dei suoi eletti che a Lui si rivolgono giorno e notte, ma  le esaudisce prontamente.
Cosa che non sembra accadere , perchè a volte passano anni prima che la nostra preghiera sia esaudita, oppure non ne vediamo il frutto se non dopo la morte.
C’è quindi qualcosa che non funziona nella nostra esperienza di Dio.
Io credo che il Vangelo sia uno scrigno pieno di perle preziose e che quelle che a prima vista sembrano le più scadenti, con il tempo si rivelano le più pregiate.
Quindi che la nostra preghiera venga esaudita prima ancora che la formuliamo sono certa.
So che in questo momento, lo credo fermamente, che Dio è all’opera per farmi giustizia e che non mi rimanderà a mani vuote.
Ma come per ogni cosa che decidiamo di fare per un altro abbiamo bisogno di un tempo, così Dio, non perchè non sia capace di fare magie, ma perchè ciò che poi ci dona siamo in grado di apprezzarlo, usarlo nel migliore dei modi.
In fondo il nostro rapporto con Lui è come una scuola, dove se non ti impegni non impari nulla e rimani una capra per tutta la vita.
Il maestro, il professore ogni giorno s’impegna a spiegare, correggere i compiti assegnati, ma solo alla fine degli studi noi potremo con quel bagaglio affrontare la vita, il lavoro ecc ecc.
Ciò che muove Dio è l’amore e tutto quello che fa è per il nostro bene.
A noi il compito di essere attenti alla sua parola, fare domande, impegnarci sempre, senza saltare neanche una lezione, perchè alla fine possiamo riconoscere che la Sua giustizia è anche la nostra giustizia, perchè Dio fa bene ogni cosa.

“Camminate nell’amore”(2Gv 1,6)

Meditazione sulla liturgia di
venerdì della XXXII settimana TO
“Camminate nell’amore”(2Gv 1,6)
” Dove sarà il cadavere, là si raduneranno gli avvoltoi” (Lc17,37)
Delle letture di oggi, la prima mi conforta, perché è soffusa di speranza per chi cammina nell’amore, per chi segue Cristo.
Ma il vangelo è minaccioso, perché presenta il conto a quelli che magari hanno letto distrattamente la lettera di Giovanni e non hanno preso sul serio quello che c’è scritto.
Il fatto è che Gesù ha parlato prima di Giovanni, e che, se Giovanni parla come parla, è perché ha fatto esperienza dell’amore del maestro, della sua passione per l’uomo, per la sua infaticabile testimonianza di ciò che è buono, bello, vivificante per la sua creatura.
Per paura di non essere frainteso, si è incarnato, è diventato uno di noi e ci ha mostrato la strada per sopravvivere alla più grande delle catastrofi: la morte.
Giovanni, non fa altro che continuare il discorso del maestro, illuminato dallo Spirito che, non dimentichiamolo, non ci salta, non tocca solo i santi, ma anche e soprattutto gli ignoranti, i  consapevoli di esserlo, i peccatori, i bisognosi di Dio.
Così Gesù presenta il conto e dice come vanno a finire quelli che non hanno ascoltato la sua parola, non hanno osservato il grande comandamento.
Se anche le letture sono ravvicinate a tal punto che sembra non ci sia tempo per ammortizzare la mazzata del castigo finale, dobbiamo pensare che Giovanni , il discepolo che Gesù amava, quello che con Maria stava sotto la croce, che l’accolse in casa sua, non ha fatto altro che dire con convinzione ciò che aveva imparato frequentando il maestro e sua madre, ripieno di Spirito santo.
Certo a noi pensiamo che tutto questo non ci possa capitare, cioè di vivere alla sequela di Cristo, di seguirlo sulla strada del Calvario, di assistere alla sua morte e resurrezione.
Pensiamo che Giovanni è stato fortunato e ha fatto esperienze che a noi sono negate.
Eppure Gesù continua a rivolgersi ad ognuno di noi, perchè è risorto e vive  nella sua Chiesa e ci parla ogni giorno, ogni momento della vita perchè ci ha scelti, perchè ci ama, perchè continua ad effondere il Suo Spirito su di noi, testardi ciechi e impauriti.
La morte fa paura a tutti, anche quando diciamo di desiderarla e umanamente cerchiamo tutti i rimedi possibili per evitarla o procrastinarla.
Vorremmo essere noi a decidere il quando e il come, ma chi ci ha dato la vita nel tempo che credeva opportuno, così ce la può togliere all’improvviso.
Per questo ci avverte di tenerci pronti ad accogliere il dono, perché di dono si tratta quando sei sottratto ad una realtà corruttibile per entrare nell’ incorruttibilità dell’amore di Dio.
Gesù ci avverte, Giovanni ci rassicura, tanti testimoni ci hanno mostrato le meraviglie dell’intimità con il nostro Creatore.
Sono passati 2000 anni e il cielo brillano stelle più luminose di quelle create da Dio per illuminare la notte.
Sono i suoi testimoni, i santi che riflettono la luce di Dio perché si specchiano in Lui.
Man mano che procediamo la parola di Dio diventa più credibile, più comprensibile , più praticabile per via dei suoi santi e testimoni della fede.
 Così confortati facciamo in modo che la morte ci trovi vivi e che gli avvoltoi vadano a saziarsi da un’altra parte.

San Matteo

“Seguimi!” (Mt 9,9)
“Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto” (Ef 4,1)
Oggi il Vangelo ci interpella perché Gesù non invita solo Matteo a seguirlo, ma ognuno di noi che sta arroccato sul suo scranno ad aspettare che gli altri gli diano il giusto tributo di onore e di gloria.
Sentirsi chiamati a seguire Gesù non è cosa che capita tutti i giorni, non perché Gesù non ci chiami, ma perché le nostre orecchie sono occupate ad ascoltare altro e non ci accorgiamo neanche che c’è qualcuno che passa e ci guarda con compassione.
Chi non avanza qualcosa da qualcuno, chi non si sente trascurato, abbandonato, giudicato delle persone a cui tiene di più?
Chi non si sente emarginato, messo in un angolo se fa un brutto mestiere, maledetto mestiere, come quello di esattore delle imposte e collaboratore di ingiustizia?
Ma ci sono altri che non si pongono nessun problema, perché si sentono a posto, perché non fanno del male a nessuno, almeno così credono, ma sicuramente si lamentano e sono oppressi se non viene dato loro il giusto tributo.
Chi ha orecchie da intendere intenda, dice il Signore.
Bisogna avere le orecchie e Dio ce le ha date per ascoltare, non per tapparcele con gli auricolari collegati allo smartfhone.
“ Ascolta Israele, se tu mi ascoltassi!” troviamo scritto.
Ascoltare viene dal verbo “audire” (ascoltare), parente stretto di “oboedire” (obbedire, ascoltare agendo di conseguenza) e Dio vuole che noi apriamo le orecchie al suo messaggio e agiamo di conseguenza.
“Seguimi!”
Non è così facile seguirti Signore, anche se subito siamo affascinati dalla tua figura, dall’autorevolezza delle tue parole, da quello che si dice di te e decidiamo di spostarci, di cambiare posizione.
Ma quando vediamo cosa comporta la tua sequela ci allontaniamo da te.
“Sulla tua parola getteremo le reti” risposero gli apostoli a te che consigliavi di fare una cosa impensabile, addirittura da pazzi, quella di andare a pescare al mattino.
Tutti sanno che i pesci di giorno non li trovi in superficie, specie i pescatori.
“Seguimi!” dicesti a Matteo che da subito si trovò a doversi confrontare con il giudizio malevolo di coloro che ti criticavano.
“Non sono venuto a chiamare i giusti. ma i peccatori” rispondi ai tuoi detrattori.
Chissà come si deve essere sentito Matteo che comunque era consapevole di essere stato graziato nel momento in cui ha deciso di rispondere al tuo invito.
Quanti di noi accettano di sentirsi peccatori, sentirsi bisognosi di perdono! Ci sentiamo tutti i giusti, perché non facciamo male a nessuno e certe volte, quando decidiamo di andarci a confessare, facciamo una grande fatica a fare un esame di coscienza e a trovare qualche peccato da dire al sacerdote.
Molto spesso le nostre confessioni consistono nel raccontare i peccati degli altri, perché noi non ne abbiamo o, se ne abbiamo, sono pochi e di lieve entità.
I peccati di giudizio sono quelli che ci accomunano un po’ tutti, perché il cervello lo usiamo in genere per giudicare gli altri, ma molto raramente noi stessi.
“Misericordia voglio e non sacrificio”.
Quante cose facciamo con sacrificio ma senza amore, spendendoci in maniera forte per qualcuno o qualcosa, ma sempre lamentandoci se non ci corrispondono e non apprezzano i nostri sforzi.
“Fate poche cose ma quello che fate, fatelo con amore” ha detto Madre Teresa di Calcutta, perché è l’amore che salva, è l’amore che ti dà la pace, è l’amore che crea relazioni profonde.
Matteo è diventato santo perché è partito dalla consapevolezza di non essere nel giusto e di avere bisogno di qualcuno che lo rimettesse in piedi, che lo mettesse in un circolo di relazioni feconde e durevoli.
Leggendo il brano del Vangelo ho pensato che potevo essere Matteo, chiamato da Gesù, ma che potevo anche essere quella parte di gente che criticava il maestro per le sue frequentazioni, i puritani.
Certo che noi non possiamo dirci esenti da questo peccato, quando vediamo che persone che hanno commesso ogni genere di malefatte poi vengono da Dio perdonate.
Saremmo noi capaci di fare lo stesso nei confronti di chi ci ha fatto del male?
Perdonare non sette ma settanta volte sette sembra impossibile.
Ma niente è impossibile a Dio perché lui ci renderà capaci se ci fidiamo di lui.
Proviamo a metterci nei panni di Gesù e vedere come si comporta, perché dobbiamo imitare lui e non c’è da scandalizzarsi che si mischi con della gente poco per bene.
Basta guardare il luogo dove nacque e dove fu deposto, sicuramente un luogo dove nessuno si sognerebbe di far nascere un bambino, a meno che non vi sia costretto.
Dio per incarnarsi poteva scegliere una reggia, una clinica altamente qualificata ma da subito ci ha fatto capire quali sono le sue preferenze.
Alla fine non possiamo che dire come il centurione “Domine non sum dignus”.
Non siamo degni Signore di tanta grazia, di tanto amore perché siamo sporchi dentro e fuori, perché siamo cattivi, perché siamo gente di dura cervice, maleodoranti.
Eppure tu non ti schifi, non ti sei schifato perché ”tutto è puro per i puri” e il male non viene da fuori ma da dentro.
Niente può cambiare la naturale immagine che hai scolpito nel nostro cuore.
Impresse nella mente e nel cuore conservo e adoro le tue parole.
“ Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza, maschio e femmina li creò”.
Signore voglio somigliarti, voglio essere come te, voglio stare dentro di te, non mi voglio mai allontanare da te.
La meditazione di questa mattina ha rinforzato il desiderio di farmi ammaestrare da te, perché sono sempre più consapevole che giudizi e pregiudizi minano il nostro rapporto.
Aiutami Signore a guardare sempre te, ad aprire le orecchie alla tua parola, a metterla in pratica con il tuo aiuto.

“Riconosciamo, Signore, la nostra infedeltà”(Ger 14,20)

Meditazione sulla liturgia di
martedì della XVII settimana del Tempo Ordinario(anno pari)
“Riconosciamo, Signore, la nostra infedeltà”(Ger 14,20)
Sono qui Signore davanti a te.
Voglio togliermi i sandali per entrare nello spazio sacro alla tua presenza e stare in silenzio a contemplarti, ad ascoltarti, a lasciarmi plasmare, fondere da te.
Sono qui tutta orecchie, Signore, per ascoltare la tua parola, per meditarla e farla diventare mio sangue, mia vita, mio respiro.
Tutto hai creato per il nostro bene, tutto hai messo ai nostri piedi, Signore.
Perdonaci perché abbiamo dato per scontate tante cose, non ti abbiamo ringraziato, lodato e benedetto per tutto ciò che oggi vedo che mi manca, che non ho più.
Ti ringrazio Signore perché mi hai fatto provare la gioia di essere tua figlia e mi hai sempre sostenuto in questo percorso che io ho fatto anche senza conoscerti.
Apri i miei occhi, la mia mente, il mio cuore all’accoglienza della tua parola, all’accettazione della tua volontà, al desiderio di farla mia, al desiderio di gioire per essa.
Nella mia vita sei stato sempre al mio fianco, non ho dubbi, anche se non ti vedevo e specialmente nei momenti più tristi, più bui tu hai operato nel nascondimento, con discrezione, perché non volevi violare la mia libertà, ma  portarmi in salvo con il mio sì.
Voglio essere per te Signore una cintura di gloria, quella cintura che non voglio si corrompa nelle acque di un fiume tra due pietre, una cintura che dia gloria onore non a me, Signore, ma a te perché tu e solo tu ne sei degno.
 Il linguaggio del Vangelo oggi è duro, perché parli della separazione tra buoni e cattivi quando il tempo sarà compiuto e a tutti avrai dato la possibilità di salvarsi.
Tu vedi tutto Signore, tu già conosci come andranno a finire le cose.
Sento l’ ineluttabilità di questa separazione del grano dalla zizzania, anche se non me ne rallegro.
Vorrei che l’inferno fosse vuoto, ma tu l’hai detto Signore.
Non sei tu che vuoi la nostra morte, ma siamo noi che decidiamo di morire stando lontano da te.
La prima lettura, (Ger 14,17-22) ci dà la chiave per non fare la fine di quelli che sono condannati alla dannazione eterna.
E’ una richiesta di perdono, una presa di coscienza del proprio peccato, un desiderio di seguirti, riconoscendoti Signore di tutte le cose, tu che fai piovere e fai crescere, tu che hai dato vita al mondo con una Parola, soffiandoci il tuo spirito di vita.
Oggi voglio meditare sulla necessità di prendere coscienza del mio peccato, il ” mea culpa” che facciamo prima di ogni Eucaristia, confessando a te e ai nostri fratelli che abbiamo peccato, molto peccato.
Non è un caso Signore che ogni messa cominci così.
Confesso che  non ho mai dato tanta importanza a questa parte iniziale della messa e, anche se arrivavo un po’ inritardo, non me ne davo pensiero, perché ritenevo importante solo quello che veniva dopo.
Tu ci inviti Signore alla tua mensa, ci chiami anche se siamo indegni.
Grazie Signore perchè mi hai portato a capire che è necessario mettersi il vestito giusto, perché la tua parola porti frutto, avere un atteggiamento contrito per accogliere la tua grazia.
Come dice il Salmo 51″ Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi.”
Solo così puoi moltiplicare la nostra povera offerta sì che ne possiamo essere nutriti noi e quelli a cui tu ci mandi. attraverso il segno della pace e della riconciliazione.
Signore aiutami a prendere coscienza del mio peccato e a presentarlo a te perchè possa  trasformare la maledizione in una benedizione.
Signore del tempo e della storia, Signore di tutti, ti presento questa giornata e ti chiedo di poterla vivere nella gioia di compiere la tua volontà, nella gratitudine per tutti i tuoi doni.