ESSERE E DOVER ESSERE

“Per voi tutto sarà puro”.(Lc 11,41)

Questo passo del Vangelo di Luca sembra molto simile ad altri passi paralleli dei sinottici in cui si parla del formalismo dei riti che finiscono per essere scambiati per il fine e non visti come mezzo per entrare nel mistero, essere traghettati nell’oltre di Dio e renderlo quindi visibile.
La lettera di San Paolo ai Romani parla della ricerca dell’uomo di Dio, che passa attraverso le meraviglie del creato che sono un veicolo potente per arrivare ad affermare l’esistenza, la potenza, la gloria del nostro Creatore.
Ma anche il creato può essere scambiato come fine della ricerca e non come strumento di conoscenza.
L’uomo quando non fa il salto della fede, molto spesso diventa il protagonista della ricerca, il Dio di se stesso, perché ciò che scopre lo conferma nella sua capacità di scoprire, quindi ne rafforza l’autostima.
Senza la fede l’uomo rischia di mettere sul piedistallo se stesso o un idolo muto.
La fede è dono e viene concessa a chi, consapevole dei propri limiti, si rivolge e tende a ciò che non conosce ma che sa essere più grande, migliore di lui.
Scambiare il mezzo (il creato, l’intelligenza) per il fine, crea il contrario della fede.
Così come i riti svuotati di senso finiscono per seppellirci nelle nostre tombe imbiancate.
Gesù dice che noi (farisei) ci preoccupiamo di pulire (apparire belli, buoni, bravi) ma poi agiamo come ladri del bene comune.
Infatti se invece di pulire l’esterno, dessimo in elemosina ciò che è contenuto dentro noi stessi, il nostro cuore, le nostre capacità, la nostra intelligenza, ecc.. e lo condividessimo con i nostri fratelli più bisognosi, sicuramente saremmo bianchi come la neve, del tutto mondi, puliti.
Quanto è difficile Signore liberarsi dalle scorie del dover essere, dell’apparire, quanto più facile lavarsi la coscienza con una messa o con un rosario!
Quanto ci costa Signore espropriarci delle cose che sono frutto di rapina (ciò che non ci serve non ci appartiene), ricchezza disonesta, perché attribuiamo a noi sempre il merito di essere avveduti e di saper accumulare e mettere da parte per vivere sicuri nella nostra vecchiaia.
Quanto siamo pigri Signore a donare agli altri anche solo un po’ del nostro tempo! Un tempo non inquinato da altri pensieri, un tempo di ascolto, di compassione, di condivisione!
Quanto ci costa Signore aprire il cuore all’altro, specie se non è amabile o ci ha fatto un affronto o solo ci giudica meno di quello che pensiamo di valere!
Signore insegnami a perdonare, insegnami ad amare, a condividere, a non aver paura di scoprire il petto e allargare le braccia per dire: “Mi fido di te!”.
Ma prima di potermi fidare degli altri Signore devo imparare a fidarmi di te e non sempre ne sono capace.
La fiducia che tu riponi in me è dono della tua eterna misericordia e non la ritiri mai, neanche quando non la merito, perché mi comporto come se tutto dipendesse da me.
Se riuscissi a farlo Signore, tutte le mie malattie scomparirebbero.
Ma io continuo ad essere legata al giudizio degli altri.
Liberami Signore dalle catene del dover essere!

” Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli.” (Gv8,31)

Meditazioni sulla liturgia di
mercoledì dell V settimana di Quaresima
letture: Dn 3,14-20.46-50.91-92.95; Dn 3,52-56; Gv 8,32-42

” Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli.” (Gv8,31)

Poche riflessioni sulle letture che la liturgia oggi ci propone
La prima è l’interrogativo che mi suscita la testimonianza di fede dei tre giovani che pur di non rinnegare Dio affrontarono la morte sicura.
Sarei io capace di tanto?
Quanto mi fido di Dio e della sua salvezza? Quanto mi sento libera da ciò che mi tiene ancorata alle sicurezze del mondo?
A Gesù do la possibilità di entrare nella mia casa, di occupare i miei spazi, ma gli impedisco di interferire in ciò che ritengo mio, guadagnato con la fatica, la rinuncia, la pazienza e l’asservimento ai dettati della nostra odierna cultura?
Gli lascio la libertà di muoversi liberamente in tutti gli ambienti, quelli dove non facciamo entrare nessuno, chiudendo a doppia mandata quelle porte che nascondono il nostro disordine o custodiscono la nostra intimità?
Oppure cerco di fare un vero e proprio trasloco andando ad abitare da lui, lasciando la mia terra, come fece Abramo, le mie sicurezze, alla volta della terra promessa, che è Lui, disposta a coltivarla a trarne il cibo per me e tutti quelli che mi sono affidati?
“Rimanete nel mio amore, dice Gesù, Rimanete nella mia casa e sarete liberi davvero.”
La libertà ha un prezzo, quella dell’esodo, dell’attraversamento del deserto, quello di investire tutto in una speranza di vita che non si consuma che è inattaccabile dal fuoco di una fornace, dagli artigli di fiere affamate, perchè in noi è il germe di vita, in noi c’è la sorgente che fa piovere e fa crescere e niente e nessuno può cancellare, annullare l’eterno indistruttibile amore che ci abita quando abbiamo deciso di diventare suoi sposi per sempre, rispondendo alla sua chiamata.