“Se non vedete segni e prodigi, voi non credete”( Gv 4,48)

Meditazioni sulla liturgia di
lunedì IV settimana di Quaresima
letture: Is 65, 17-21; Salmo 29; Gv 4, 43-54

“Se non vedete segni e prodigi, voi non credete”( Gv 4,48)

Oggi la liturgia ci mette di fronte alla fede di un pagano che crede sulla parola a Gesù, prima di aver verificato se quello che dice è vero, vale adire se suo figlio è davvero guarito.
A leggere la Scrittura assistiamo a molti interventi di Dio sulla storia degli uomini, molti segni che indicano che Dio mantiene sempre le sue promesse, ma ciò che sconcerta è che ogni volta che si raggiunge l’obbiettivo, c’è una delusione, un ritorno al punto di partenza e si ricomincia da capo.
Non troviamo se non in casi rarissimi un “vissero felici e contenti” perchè la delusione accompagna ogni meta che sembra raggiunta.
Così è accaduto agli Ebrei che dopo essere stati liberati dalla schiavitù del faraone si ritrovarono a rimpiangere nel deserto le cipolle d’Egitto o quando, arrivati alla terra promessa, dovettero duramente combattere per conquistarla.
La delusione dei deportati quando tornarono dall’esilio fu grande e la fede messa a dura prova.
A quanto pare la vita è questa: mai considerarsi arrivati, a posto, senza problemi, perchè ai 40 anni di esilio se ne aggiungono altri e altri ancora e il deserto si estende a vista d’occhio.
Penso alla mia vita dove tutto questo è avvenuto, dove non c’è stata medaglia che non mi abbia mostrato il suo rovescio e dove il volto beffardo della morte era sempre in agguato.
Le parole di speranza ascoltate ieri durante la messa del “LAETARE” e quelle di oggi ci inducono a riflettere che niente è per sempre in questa vita, nè la gioia nè il dolore e che, se vogliamo qualcosa che duri dobbiamo fare un salto, guardare oltre e credere che non finisce qui la storia.
Quel “vissero felici e contenti” che tanto ci affascinava nelle favole raccontateci da piccoli non è roba di questo mondo.
Possiamo assaggiare qualche briciola del grande banchetto a cui siamo invitati.
Non possiamo immaginare come sarà dopo, ma voglio credere che fatica e dolore scompariranno, come anche la delusione per cose che ci aspettavamo migliori.
Voglio credere che lassù o quaggiù, fa lo stesso, non ci dovremo preoccupare del dopo perchè tutto è eterna gioia, pace, luce, verità giustizia e vita.
Del resto anche nel Cantico dei Cantici lo sposo e la sposa non vivono insieme ma continuano a cercarsi e s’incontrano e poi si perdono di vista per rincorrersi ancora e ritrovarsi di nuovo.

L’Ostrica

MEDITAZIONI SULLA LITURGIA DI
Domenica della XIX settimana del TO
VANGELO (Gv 6,41-51)
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.
In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?».
Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Parola del Signore
“Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”
“Chi crede ha la vita eterna”
Mi sono svegliata più o meno alle quattro con un crampo dolorosissimo e così è cominciata questa giornata, perché non mi sono più riaddormentata.
Perciò sono qui.
Mi piace questo tempo che il Signore mi dona per meditare sul suo mistero in cui siamo incorporati, immersi, dal quale siamo plasmati come la sabbia inglobata nel corpo dell’ostrica.
Diventiamo perle se non ci rifiutiamo di cambiare radicalmente la nostra natura corrotta dal peccato.
Perle preziose i suoi occhi, preziose tanto da offuscare l’ostrica che non è bella da vedere, ma buona da mangiare.
Anche la sabbia è creata da Dio e se, leggiamo bene la Bibbia, troviamo scritto:”Nulla disprezzi di ciò che hai creato”.
In un altro passo si parla di Adamo, il terrestre fatto con la terra (l’adam), su cui Dio soffia il suo spirito e diventa il vivente.
Ma il peccato lo ha portato alla morte.
La terra accoglie l’uomo che muore, e l’uomo ridiventa terra, si mescola con essa  e di lui non rimane che polvere.
Ma Dio non ha mai smesso di amarci, di guardare questo lento processo di involuzione.
Lo spirito di Dio torna su di noi e ci dà vita, se rinasciamo dall’alto se ci lasciamo inglobare nel suo corpo.
Lui si è dato in pasto ai suoi persecutori, ha offerto il suo corpo perché noi da lui avessimo la vita.
Certo è che quando cercava di far capire ai suoi discepoli queste cose e ai suoi ascoltatori non credo che fosse possibile una comprensione piena anche con la più grande buona volontà.
Solo la sua morte da innocente poteva dare il suggello alle sue parole.
“Io sono il pane vivo venuto dal cielo… se uno mangia di questo pane vivrà in eterno…. il pane che io darò è la mia carne”
Certo che Giovanni scrive il suo Vangelo dopo la morte di Gesù, dopo la discesa dello Spirito Santo da cui si è fatto illuminare.
Ma noi se glielo permettiamo, non ci possiamo capire nulla, nonostante Gesù sia morto e risorto.
Nell’Eucaristia mangiamo il corpo di Gesù e il suo corpo viene a stretto contatto con il nostro.
Noi siamo le ostriche che includiamo non un granello di sabbia ma il corpo di Cristo che dobbiamo portare alla luce.
C’è un processo di osmosi sì che poi siamo in grado noi stessi di fare ciò che Dio ha fatto: donare il nostro corpo, diventare cibo per gli altri.
Gesù è la carne buona che rende buona la nostra carne.
La Perla diventa più luminosa, più pregiata, più pura, perché lo Spirito toglie tutte le impurità.
Oggi quindi le letture parlano del corpo e del cibo, un corpo non demonizzato come lo fu per tanti anni come strumento del maligno per indurre al peccato.
Il corpo di Cristo nobilita tutte le parti del nostro corpo, sicché non ci sono parti vergognose e parti nobili.
Il corpo è strumento di salvezza, è strumento d’amore per noi e per gli altri.
Che peccato non conoscere la verità fin da piccoli!
Io ti amo, ti adoro, ti lodo e ti benedico Signore, perché non hai guardato alla mia deformità, bruttezza, non hai guardato a nulla che non fosse la mia vita da salvare, da liberare, da accompagnare, da trasformare in vita tua.
Grazie Signore perché non hai detto come tutti quelli che mi hanno vista appena nata”Quanto è brutta, quanto è nera!”
Papà disse, guardandomi, che gli dispiaceva solo che fossi femmina, perché non avrei trovato marito, ma aggiunse “Questa qui guai a chi me la tocca!”
L’hai detto tu per primo, vero Signore?
“Questa qui i guai a chi me lo tocca!”
A te non importava il colore della pelle, non che io fossi così brutta.
Allo sposo ci avresti pensato tu, perché tu Signore hai detto.”Sarai mia sposa per sempre”.
Tu mi avresti sposato e questo avverrà.
Sposa per sempre del mio Creatore!

Sacrificio

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“Non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli….che non riceva già ora cento volte tanto” ( Mc 10,29)

Le letture che oggi la liturgia ci propone ci portano a riflettere che ciò che fa piacere a Dio è la nostra felicità.
Un Padre ha a cuore il bene, tutto il bene possibile per i suoi figli e sa cosa li fa stare bene.
Per questo ci invita a donargli, consegnare tutto nelle sue mani perchè sicuramente Lui saprà più e meglio di noi amministrare le nostre ricchezze materiali e spirituali.
A tale scopo ci ha dato una madre previdente e obbediente, umile, silenziosa e disinteressata che in perfetto accordo con Lui s’incarica di salvare con il nome ( parola presa dal linguaggio informatico) tutte le nostre offerte che comportano sacrificio, dolore, rinuncia(questo è importante), perchè poi il Figlio le moltiplichi e ci restituisca (brutta parola) cento volte tanto
Come la moltiplicazione dei pani partì da una presa di coscienza dei discepoli del bisogno della folla e si diedero da fare per cercare dove e come soddisfare quel bisogno, seguendo alla lettera le indicazioni, i consigli del Maestro così anche a noi viene chiesto di rovistare nelle nostre tasche, cercare e offrire anche l’ultimo spicciolo perché il Signore lo benedica e lo moltiplichi.
Non c’è dubbio che tutto questo costa fatica, ma se hai fiducia nella persona a cui ti affidi, di cui ti fidi, che hai accolto nella tua casa perchè, qualora te le dimenticassi, ti fa vedere quello che non vedi, trovare quello che serve a cui non hai dato peso, che ti sembra troppo poco, ti ricorda dove l’hai messo, ti stimola, ti aiuta, ti porta a vivere l’esperienza eucaristica senza fatica.
Un sì all’amore e non al proprio interesse trasforma la nostra vita.
Provare per credere.

Quando un tempo dovevo fare un regalo prima di tutto doveva piacere a me, poi doveva sembrare più costoso, rispetto a quanto l’avevo pagato e, se era troppo bello, ne compravo uno uguale anche per me, quando non sostituivo il regalo acquistato, che incameravo, con qualcosa che avevo e che mi piaceva di meno.
Con i regali ero diventata maestra illusionista, perchè cercavo sempre il mio tornaconto prima della felicità dell’altro.
Il regalo doveva portare a me, a quanto ero brava, generosa, dai gusti raffinati ecco ecc.

Voglio ringaziare il Signore perchè ha moltiplicato sempre la mia gioia, quando ho agito non per me ma per l’altro, quando l’amore donato mi ha ripagato abbondantemente di quanto io ero stata capace di dare nella mia inadeguatezza.